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mercoledì 22 agosto 2012

Cinquanta sfumature



Ricevo da Drilli - assidua frequentatrice del blog - questo interessante commento al fenomeno letterario degli ultimi mesi che, come qualcuno saprà, ha contribuito ad infiammare di polemiche a largo raggio un'estate già infuocata per tanti altri motivi.
Previo consenso della simpaticissima autrice lo pubblico volentieri, sia per l'attualità dell'argomento, sia perché pone con curiosità spontanea più domande che risposte, aprendo uno spazio a riflessioni e considerazioni di comune interesse.
A fine articolo un breve commento personale.
Ringrazio Drilli per il contributo.


Cinquanta sfumature di grigio
(ma il rosa è il colore di sfondo)



Illeggibile, noioso, banale, senza spessore, scontato, deludente.
Pochi sarebbero quelli (o forse è meglio dire quelle...?) che hanno apprezzato il libro, a giudicare dai commenti più diffusi. Tuttavia è uno dei libri più venduti; infatti, stando ai commenti che si possono leggere sui vari blog, pare sia stato acquistato per curiosità e però sfogliato solo per qualche pagina.
Quindi, venduto, ma non letto...?
E' stato ribadito da più commentatori (uffa, commentatrici....la mia onestà intellettuale non mi permette di essere sleale) che con il caldo afoso di quest'anno, sotto l'ombrellone, non si può mica leggere Kant.
Meglio alleggerirsi, quindi, con E L James autrice della trilogia in questione - "Cinquanta sfumature di grigio - Cinquanta sfumature di nero - Cinquanta sfumature di rosso". Qui parlo del primo dei tre libri che ho appena finito.
Insomma, le giustificazioni rientrano nell'intimismo politicamente corretto o no? siamo comunque perdonate per aver comprato un libro che parla del nulla? Eppure, una recensione del "ENTERTAINMENT" recita così: «...scandaloso, bollente, il bestseller di cui non si può smettere di parlare.»
E' tutto vero. Se ne parla e ne parlo anch'io. Di cosa parliamo, allora?
E' scritto in prima persona e al tempo presente; forse per renderlo ancora più coinvolgente...? In effetti, lo stile confessionale può risultare coinvolgente per alcuni/e meno per altri/e; e quindi pensavo che tra me e le altre persone che hanno letto il libro ci fosse un maggiore riscontro. In realtà, questa specie di empatia narrativa pare l'abbia colta solo io...
La trama è banale, la solita storia tra un lui ricco e potente e una lei senza definizioni sociali, il vecchio canovaccio di Cenerentola. Ciò che li accomuna, però, e qui starebbe la novità della cenerentola moderna, è la perversione sessuale intorno a cui ruota la loro storia. C'è un'attrazione fra i due fondata sul sesso perverso ma, non per ultimo - dico io - anche sul sentimento (dunque sesso e sentimento insieme? a quanto pare sì, l'uno mette il primo mentre l'altra il secondo).
La trama vede come protagonista Ana, poco più che ventenne: è vergine, un po' goffa (quando cammina, non quando pratica sesso; lì, pare, le viene più naturale), ha i peli superflui e il primo po....no che fa nella vita (senza fermarsi neanche nel momento finale!....e scusate se è poco) è da 10 e lode. Parola di Christian, il protagonista maschile.
Christian Grey è un giovane molto molto molto ma molto ricco e anche molto molto molto ma molto bello, che ha la mania del cibo («mangia!» è uno dei suoi imperativi preferiti) e del controllo delle situazioni e delle persone; non vuole essere toccato sul torace. Pratica il sesso da dominatore, con le fruste, per intenderci, e per intenderci ancora meglio, sculaccia la sua sottomessa se non obbedisce ai suoi ordini.
Nel prendere o lasciare che lui impone alla situazione però comincia ad insinuarsi la strategia sentimentale di Ana.
Lei vuole di più, ma mica roba materiale, eh; lei ha sani princìpi. Vuole abbracci, vuole dormire accanto a lui - magari senza fare sesso - vuole, insomma, una classica, normale e sana relazione.
Comunque – a differenza delle altre ex sottomesse - qualche volta le sarà concesso di dormirgli accanto; per il momento però - alla fine di questo primo libro - non le basta, quindi sceglie il "lasciare" anche se con dolore (non solo psicologico, il suo fondo schiena è rosso fuoco tanto ad avere difficoltà nel sedersi).
«Sono un fallimento totale. Speravo di trascinare Christian nella luce, ma il compito si è rivelato superiore alle mie scarse capacità.» The end - to be continued, però...
Personalmente, mi lascia incuriosita il futuro dei due. Possibile che i vari commentatori citati sopra non siano curiosi...? Come si spiega la vendita del secondo e del terzo libro se molti non hanno finito di leggere il primo...? Chi è che mente...? Io no di certo.

Le evidenti forzature che ci sono nel racconto mi portano ad alcune (tante, in realtà) riflessioni: ma se il protagonista maschile fosse stato un impiegato delle poste, Ana si sarebbe innamorata di lui...? no perchè, un conto è essere invitate a cena con il proprietario di un elicottero, e un altro è andare a cena con il possessore di una comune automobile; vuoi mettere rincorrere l'alba e gustarsela su un aliante, piuttosto che vederla sorgere stando seduti (o in piedi, dipende dalle dolorose sculacciate) sul molo del mare? Un conto è vedere la persona al tuo fianco che armeggia con un sacco di bottoni, tastini e spie luminose sul cruscotto dell'elicottero e un altro è vedere che armeggia con le frecce direzionali e al massimo i tasti di un'autoradio sul cruscotto dell'automobile. Sempre se il protagonista maschile fosse un impiegato delle poste, Ana obbedirebbe anche al più semplice imperativo che suona come - «portami un caffè, piccola!»? Come è possibile che una bella ragazza di ventuno anni non abbia mai dato un bacio? Perchè Ana non si è mai depilata prima della gentile richiesta di Christian...?
Per non parlare di lui: a soli 27 anni con un passato sconvolgente e ancora misterioso, figlio di una madre puttana, è generoso con i meno fortunati, tanto quanto è bello, e si preoccupa - tra un affare e l'altro - di risanare l'ambiente. Insomma, un salvatore del mondo in pubblico e un uomo immorale (ma attraente e fascinoso al tempo stesso) nel peccaminoso privato.
Christian ha posseduto altre "sottomesse" prima di Ana, 15 se non ricordo male. Possibile che nessuna di queste si sia lasciata sfuggire un micro pettegolezzo ai giornali scandalistici del paese? La stanza rossa, quella del sesso estremo, per intenderci, chi la riordina? Chi la pulisce? Insomma, si deduce che chi sta al servizio del Signor Grey siano persone completamente indifferenti alla conduzione di un bizzarro stile di vita sessuale. Vabbè, è un racconto che deve essere venduto, per cui, questo tipo di forzature rientrano nella logica di mercato.
Anche a me, quindi, alla fin fine è sembrato un libro banale, senza spessore, scontato, a volte quasi illeggibile per la troppa descrittività di cose inutili. Ma, al contrario di molte persone, e mi riferisco a quelli che hanno commentato le recensioni di questo libro sui vari blog che si trovano in rete, voglio sapere come va a finire tra i due protagonisti. Voglio sapere se Christian ha risanato l'ambiente, se i bambini del terzo mondo riusciranno ad invecchiare e voglio sapere se Ana è riuscita a ri-educare sentimentalmente un uomo bello, ricco, intelligente, bravo e perverso come Christian.
Alla fine, mi viene spontanea un'altra riflessione, e per quanto sono coinvolta lo chiedo direttamente a lei, ad Ana: ma se ti sei invaghita di questo uomo nel suo complesso, perchè non lo accetti per quel che è? ...con le sue follie sessuali, con i suoi mega regali, con il suo distacco sentimentale, con i suoi trascorsi misteriosi. Riuscirai ad amare lo stesso uomo tenebroso a cui piace «fottere e non fare l'amore» se lo trascini nella tua luce? Cosa amerai di lui, dopo la trasformazione? E cosa ti ha fatto innamorare, all'inizio, ne vogliamo discutere, Ana?
So comunque fin da ora, perché mi è stato già detto, che sarà Ana a voler tornare nella stanza rossa, dove il sesso copre ogni altra cosa. Dove, lì, ci sono ruoli ben stabiliti: quello del dominatore e quello della sottomessa; dove lei è legata, bendata e aspetta in ginocchio, trepidante l'arrivo di Christian.
Altro punto di domanda mi sorge spontaneo: cosa diventa un comandamento quando questo non viene rispettato? Sia in un gioco, che nelle regole della società dopo un obbligo mancato arriva la sanzione. Se non c'è più la sanzione, allora, non si può chiamarlo obbligo. O no...? Che senso ha la stanza rossa quando non ci sono più dominatori, coloro che comandano, e sottomesse, coloro che obbediscono...? Come si può comandare ad una persona che ami? Insomma, è possibile conciliare i due aspetti fondamentali, il sesso e il sentimento, in contrasto fra loro, per questo stravagante rapporto di coppia?
Cercherò queste risposte negli altri due libri, anche se saranno le risposte di una scrittrice sopravvalutata e non il vangelo dei comportamenti politicamente corretti o politicamente scorretti.

Drilli


L'eco delle cinquanta sfumature è arrivata anche sotto il mio ombrellone.
Non poteva essere diversamente, visto che l'associazione tra i due termini - donna e sottomissione - ha risvegliato antichi fantasmi (mai morti veramente) scatenando tutte le reazioni "politicamente corrette" possibili e immaginabili di questo mondo.
Seguendo le polemiche da lontano - nel senso che non ho letto i libri ma solo alcuni articoli relativi - mi sono formato questa convinzione: che neanche la vita sessuale è più immune dall'ansia di regolamentazione totale.
E anche parlarne liberamente in un certo modo - non propriamente ortodosso - rischia di entrare nell'alone del sospetto.
Quanto all'associazione - o dissociazione? - tra sesso e sentimento: c'è tutta la differenza tra essere uomini ed essere donne.
Materia infinita.
Sino a quando sarà ancora ammesso è meglio continuare a parlarne liberamente.
Gibbì
Continua: "Cinquanta sfumature"
venerdì 1 giugno 2012

Su Lady Gaga (e non solo) hanno ragione i musulmani





So bene che già la sola lettura del titolo potrebbe procurarmi diverse inimicizie, accuse di fondamentalismo, di moralismo bigotto o di "intelligenza" col nemico talebano dell'Occidente.
Di quelli che si accontentano di leggere i titoli saltando i contenuti, detta con grande franchezza, mi interessa poco; la superficialità che vedo e sento impazzare in giro come un atteggiamento di tendenza - fashion, per così dire - comincia a darmi seriamente l'orticaria.
Agli altri cercherò di offrire uno spunto di riflessione che ognuno potrà risolvere a modo suo, ma ragionando su un fatto di cui (questo l'intento) si devono e possono dare letture diverse senza andarsi ad appiattire supinamente nel luogo-comunismo predominante.
La notiziola di cui voglio parlare è di quelle apparentemente futili, frivole ed insignificanti per la nostra vita associata.
In realtà a me sembra che siano proprio notizie di questa natura ad avere un'importanza capitale per capire chi siamo e dove andiamo: ecco di cosa stiamo parlando.
Il concerto della pop-star Lady Gaga, già programmato a Jakarta per il prossimo 3 giugno, è stato annullato dalle autorità locali in quanto si tratterebbe di uno spettacolo «incompatibile con la cultura e i valori morali» dell'Indonesia, paese a forte maggioranza islamica (87% circa della popolazione) e nazione musulmana più popolosa del mondo (quasi 240 milioni di anime).
Questo il fatto.
Per capire chi sia Lady Gaga e che genere di spettacoli proponga basta andarsi a gustare, navigando in rete, una carrellata di immagini di cui qui si offrono alcuni significativi frammenti.
Le esibizioni ostentatamente sessualizzate e trasgressive della cantante, che possiamo apprezzare già in queste poche foto, sono state dichiarate «haram» - ossia, proibite - dal Consiglio degli Ulema indonesiani, in quanto amorali e riprovevoli.
Traducendo questa presa di posizione in un linguaggio a noi più congeniale, si potrebbe dire che l'espressività della pop-star insiste prepotentemente sulla sfera istintuale del pubblico, solleticandone la parte pruriginosa in modi e forme che, per usare un eufemismo, potremmo considerare di valore artistico e culturale non propriamente eccelso.
Insomma, sollecita i cosiddetti "bassi istinti".
Secondo quanto riportato ancora dalla testata on-line "Asianews", la decisione ha comunque scatenato polemiche, anche tra i parlamentari indonesiani, che hanno visto contrapporsi seccamente il fronte interno del fondamentalismo islamico tradizionale alle forze sociali cosiddette progressiste.
In questo senso, sembra riproporsi anche lì uno schema generale che si va gradatamente affermando nella logica globalizzante di un identico pensiero mondializzato e ridotto ad ancestrale forma binaria: modernismo contro tradizionalismo, nuovo contro vecchio, futuro contro passato.
Nel caso in questione, un passato rappresentato dal tradizionalismo islamico versus un futuro rappresentato da quelle fasce giovanili che, com'è ovvio, risultano affollate di ammiratori di Lady Gaga e di entusiastici fruitori del suo "messaggio culturale".

Tornando al nostro modo occidentale di ragionare, tuttavia, intorno alla questione si pone un problema di difficile composizione che coinvolge, al fondo, due principi in conflitto tra loro.
Da un lato il diritto di espressione che, indipendentemente dal suo valore artistico e dai contenuti, riguarda la libera manifestazione di un modo di essere, di fare, di comunicare ed anche di influenzare gli altri con la propria espressione; si tratta del principio della libertà individuale che, secondo una nota formula nata sulle e nelle suggestioni sessantottine, potremmo riassumere nel noto slogan "vietato vietare".
Dall'altro, un principio di coesione sociale che necessita, per essere realizzato compiutamente e non solo in forma nominativa, del sacrificio di alcune libertà individuali in vista di un superiore bene comune; ciò che per brevità possiamo definire "i divieti".
Senza divieti non potrebbe esistere alcuna società, perché sarebbe la guerra di tutti contro tutti, e questo è tanto vero nelle società islamiche quanto in quelle occidentali.
Ma con una fondamentale differenza: mentre qui da noi, come da loro, riusciamo a convivere abbastanza tranquillamente con la più ampia gamma di divieti codificati che si conoscono - divieto di uccidere, di rubare, di arrecare danno al prossimo, di andare contromano, di evadere le tasse eccetera - non altrettanto riusciamo a fare con i divieti che riguardano la sfera sessuale.
Non solo, ma quanto più ci sentiamo liberi di esprimere, esporre ed estendere le nostre libertà civili e sessuali tanto più ci sentiamo in democrazia.
Ma è proprio su questo punto che nascono le più forti perplessità sulla concezione di democrazia sottostante, dove con questo termine sembra doversi intendere l'abrogazione definitiva di qualunque idea di peccato o di comportamento moralmente deteriore.
Certo, a nessuno sfugge la fondamentale differenza che c'è tra reato e peccato, tra democrazia e teocrazia, tra pubblico e privato.
Eppure, a ben guardare, neanche qui da noi i divieti riguardano esclusivamente i delitti che, al contrario, rappresentano un insieme abbastanza limitato rispetto alla imponente mole di proibizioni a cui ci sottoponiamo, di buon grado o meno, tutti i giorni.
Dal divieto di fumo al divieto di transito, dal divieto di calpestare le aiuole al divieto di balneazione, dal divieto di disperdere i rifiuti nell'ambiente al divieto di parcheggio, dal divieto di guidare dopo aver bevuto al divieto di accesso in un'infinità di luoghi, la nostra vita quotidiana è letteralmente scandita da una mole massiccia di delimitazioni e proibizioni assai più condizionanti nella loro immediatezza di qualunque norma del codice penale.
Non solo, ma una sorta di moralità surrogata particolarmente intransigente, traslata dalla sfera etica a quella burocratica e viceversa, spinge molti a guardare con particolare sdegno moralistico ai comportamenti pregiudizievoli per l'ambiente; abbattere degli alberi per farne terreno coltivato o edificabile è considerato un attentato alle virtù del pianeta, la caccia è una bestemmia e il dispendio energetico un crimine contro l'umanità.
Però, concezioni tanto fondamentaliste del bene comune, tali da condizionare i comportamenti quotidiani di tutti, decadono improvvisamente nella sbornia libertaria quando ad essere messo al centro dell'attenzione è il comportamento sessuale e, in modo particolare, il comportamento femminile in questa sfera.
La libertà di provocare, di denudarsi, di rendersi oggetto del desiderio e di speculare sul proprio capitale erotico sembrano essere diventati gli unici e gli ultimi principi non negoziabili su cui si fondano le nostre libertà democratiche, tanto che nessuno, qui da noi, si sognerebbe mai di proibire le esibizioni di Lady Gaga o delle madonne e madonnine cantanti e ballanti a lei consimili.
Mentre, all'opposto, consideriamo del tutto normale e giustificabile impedire alle nostre gerarchie ecclesiastiche di esprimersi anche su questa materia, con una grottesca inversione di volontà censoria che rende preferibile il messaggio di Lady Gaga a quello di chi coltiva l'idea del bene morale come presupposto ineliminabile del bene comune.
Ci scandalizziamo indignati per il buco nell'ozono e restiamo indifferenti davanti alla pornografia.
Allora, in conclusione, ciò che dobbiamo chiederci razionalmente è se esista un bene comune correlato alla sfera della sessualità che può risultare compromesso dalla più totale assenza di disciplina morale, di regole e anche di divieti, quando questi occorrono.
I musulmani sostengono che quel bene comune esiste e consiste nell'ordine familiare, sociale e psicologico di ciascun individuo, che in quella sfera si realizza; dicono anche che quell'ordine non può essere conservato senza una disciplina generale, benché la loro può sembrare troppo repressiva agli occhi di noi occidentali.
Noi, invece, ci siamo semplicemente liberati del senso del peccato e la chiamiamo libertà, senza accorgerci delle monumentali parzialità e contraddizioni sulle quali si sostiene quest'idea.
Io ritengo che hanno ragione loro.
Continua: "Su Lady Gaga (e non solo) hanno ragione i musulmani"
giovedì 22 settembre 2011

Il capitale erotico






Nel nostro squinternato Paese molte (troppe) anime belle si accalorano a raccontare che il baratto sessuale avrebbe ricevuto negli ultimi tempi un fondamentale impulso da Berlusconi, il quale ne avrebbe fatto subdola diffusione tra le altrimenti caste e virtuose giovinette italiche con la cultura edonistica delle sue televisioni commerciali.
Al di fuori degli angusti confini nazionali, al contrario, si continua a ragionare senza altrettanta fuffa ideologica ad oscurare la visuale e si osserva questo genere di cose con un tasso di realismo ben più attendibile e radicato nei fatti.
La conferma che il trend in materia è internazionale e non conosce affatto padri putativi con nome e cognome o grandi untori dell'habitat culturale - come le molte (troppe) anime belle vorrebbero farci credere - proviene, ad esempio, dalla sociologa Catherine Hakim della London School of Economics, la quale ha scritto un saggio pubblicato sulla European Sociological Review nel marzo scorso - poi ripreso, descritto e commentato da diversi organi di stampa nostrani - il cui titolo non dà adito a dubbi di sorta: «Il capitale erotico».
Il capitale erotico altro non sarebbe che quel complesso di qualità esteriori che vanno dalla bellezza al sex appeal, sino all'eleganza ed agli orpelli che favoriscono l'immaginario erotico (la Hakim individua sei o sette espressioni dell'esteriorità che sa rendersi appetibile) di cui le donne sono dotate in misura di gran lunga superiore agli uomini; e non solo perché la natura le ha dotate, in partenza, di tratti più delicati e graziosi degli altri ma anche perché, a differenza di questi, quelle dedicano una cura incessante e meticolosa - a tratti maniacale - all'accumulazione ed alla gestione di questi beni estetici.
Perché lo fanno? per un amore del bello fine a sé stesso? per adornare il nostro mondo su base volontaria? per un epico e indomito contrasto al demone della bruttezza? per trasformare la società in un luogo d'amore?
Ma niente affatto, dice la sociologa, che è una donna e può permettersi di dirlo senza rischiare la lapidazione morale, come succederebbe ad un uomo che si azzardasse a tanto: lo fanno molto semplicemente perché il richiamo erotico è un "capitale", un asset strategico sul quale fare leva ed affidamento in molte circostanze della vita.
Per dirla ancora più semplicemente è un potere
e come tale va conservato, difeso ed incrementato.
Il capitale erotico, infatti, è detenuto in misura largamente prevalente, anche se non esclusiva, dal mondo femminile, per la banale ragione che queste risorse possono rafforzare il potere "contrattuale" di chi le possiede, trovando utile impiego non solo nella vita di relazione, ma anche per dare la scalata alle posizioni sociali più alte e, quindi, per migliorare il proprio status personale.
Rendersi belle e desiderabili, insomma, paga - dice la Hakim - e paga anche molto bene.
Sin qui, tutto sommato, nulla di nuovo sembrerebbe essere stato posto all'ordine del giorno; l'intera vicenda umana è caratterizzata da un'asimmetria che ha sempre visto, nella sfera sessuale, gli uomini disporsi dal lato della domanda e le donne da quello dell'offerta, con tutte le conseguenze del caso.
Prostitute, mantenute e spose per interesse - tutte forme di investimento sul capitale erotico - non sono certo una scoperta dei nostri tempi, né è mai stato riscontrato storicamente un analogo fenomeno a ruoli invertiti, quantomeno in proporzioni anche lontanamente analoghe.
Luisella Costamagna
L'elemento di novità sta nel fatto che prostituzione, mantenimenti e matrimoni per interesse sono tutti "investimenti" realizzati nella sfera dei rapporti personali - il luogo elettivo del richiamo sessuale - mentre il terreno sul quale la capitalizzazione del valore estetico può trovare i dividendi migliori, in quanto funzionali all'indipendenza femminile dice la Hakim, è quello del lavoro, delle carriere, della cosiddetta partecipazione sociale.
Quando vediamo nei programmi giornalistici e d'informazione quelle mezzobuste televisive che sembrano uscite dall'ultimo numero di Playboy piuttosto che da una redazione abbiamo il più immediato e chiaro esempio dei "vantaggi professionali" offerti dal capitale erotico di cui parla la professoressa di Oxford.
Ciò posto, tutti noi avvertiamo, anche solo intuitivamente, che questa analisi e questa descrizione della diseguale ripartizione del patrimonio sessuale e dei suoi dividendi tra uomini e donne entra in aperta contraddizione con la "narrazione" (per dirla con Vendola, regina delle anime belle) che normalmente si fa intorno alle questioni in argomento.
Quella narrazione evoca, infatti, scenari di sfruttamento, di logiche maschiliste e di infamanti corruzioni della verginale ingenuità femminile ad opera di satrapi immorali; la stessa narrazione, quella fatta dal femminismo vetero e dalle sue attuali epigoni, racconta dell'utilizzo strumentale che si consumerebbe sul "corpo delle donne", della sacralità violata, del turpe mercimonio subito da povere vittime inconsapevoli.
«Ma è il mercato, bellezza» - sembra voler rispondere la professoressa Catherine Hakim della London School of Economics di Oxford - ed è un mercato nel quale le donne detengono i capitali migliori e li sanno mettere a frutto con tutta l'oculatezza che serve; quindi, stanno meglio di quegli altri che, invece, soldi e posizione sociale se li devono sudare tutti, uno sull'altro.
Immediata la reazione del neo-moralismo femminista all'attentato teorico.
«La «sexeconomics» all'italiana è davvero un'espressione di modernità? - si chiede una delle tante giornaliste preoccupate del Corsera - La risposta è no. (dice lei, n.d.r.)»
Perché bisogna «liberarsi dal pensiero unico sulla femminilità (dice sempre lei, n.d.r.)» per dare spazio a tutte le altre qualità che le donne mettono in mostra.
Chissà se la giornalista sarà riuscita a convincere qualche lettrice a rinunciare alla chirurgia plastica per il seno o le labbra, quote di capitale erotico, che le tante donne "normali" corrono a farsi fare in numero sempre più largo.
Il femminismo non c'è riuscito, eppure ha inondato giornali, libri, talk show e piazze di teorie strampalate sui nuovi modelli di femminilità, tutti vagamente sovietici e pieni di zelo.
Stiamo a vedere.

Continua: "Il capitale erotico"
martedì 23 agosto 2011

Il dito nella piaga



Piero Marrazzo
«So che non è bello da sentire e non è facile da dirsi, ma una prostituta è molto rassicurante. È una presenza accogliente che non giudica. I transessuali sono donne all'ennesima potenza, esercitano una capacità di accudimento straordinaria. Mi sono avvicinato per questo a loro. È, tra i rapporti mercenari, la relazione più riposante. Mi scuso per quel che sto dicendo, ne avverto gli aspetti moralmente condannabili, ma è così. Un riposo. Avevo bisogno di suonare a quella porta, ogni tanto, e che quella porta si aprisse»
Con queste parole, espresse nel corso di un'intervista rilasciata a Concita De Gregorio nei giorni scorsi, Piero Marrazzo è uscito dall'oblio in cui era precipitato dopo le note, trasgressive vicende che lo hanno visto coinvolto con il trans Brenda.
Sono le parole di un uomo sulla difensiva e certamente vanno prese con le molle; lo sforzo di edulcorare i contorni di una vicenda più coerente con la pornografia che con il refrigerio dell'anima è umano, comprensibile e - sotto certi aspetti - inevitabilmente volto ad un recupero di facciata.
Tuttavia, sono anche parole controcorrente rispetto alla "correttezza politica" largamente predominante nel suo schieramento e nella c.d. coscienza collettiva, parole che non hanno mancato di mettere in allarme alcune giornaliste, tra cui la Bernadini De Pace e le tenutarie della 27ma ora sul Corsera.
Ciò che sorprende, infatti, è che la confessione di una debolezza legata ad un profondo senso di insoddisfazione personale provenga da un uomo che aveva raggiunto i più alti traguardi nella vita professionale, politica ed anche in quella degli affetti familiari.
Uscendo dalla facile e sterile psicologia di maniera, non può mancarsi di osservare che Marrazzo mette un dito - il proprio, sicuramente - in una piaga che, peraltro, non riguarda solo lui ma investe nella sua ampiezza le condizioni generali del rapporto tra i sessi.
Non è un caso, infatti, che la già citata Bernardini De Pace si sia sentita offesa da quelle dichiarazioni in quanto donna e che dalla 27ma ora si siano alzate esclamazioni di risentito disappunto per una concezione delle esigenze maschili così distanti da quelle della femminilità corrente ed ordinaria.

Brenda
«E' mai possibile che le donne di oggi, tutte le donne del mondo, qualsiasi donna, siano meno desiderabili, accudenti, accoglienti di un transessuale?» - si chiede la Bernardini De Pace in modo inquieto.
E' proprio questo il punto qualificante dell'intera questione, a cui ciascuno può dare la risposta che ritiene opportuna.
Ma che rimane come interrogativo aperto, oltre la vicenda di Marrazzo, sul quale far calare il veto di una censura ideologica significherebbe occultare una problematica ben viva e presente nella vita di molti uomini.
Bisognerebbe incominciare a chiedersi come mai un così elevato numero di uomini si rivolga alla prostituzione, proprio nell'epoca del maggior libertinaggio sessuale che si sia storicamente conosciuto.
Come mai tanta insoddisfazione?
Bisognerebbe anche chiedersi come mai l'accoglienza - o, come dice Marrazzo, l'accudimento - sia diventata caratteristica così rara da dover essere ricercata sul mercato delle prestazioni a pagamento.
Bisognerebbe, insomma, chiedersi cosa ne sia di quella femminilità calda ed accogliente che la Bernardini De Pace dà per sopravvissuta nella società post-femminista, ma che uomini anche affermati, di successo e di potere come Marrazzo sembra non trovino con la facilità che lei vorrebbe.
Forse la risposta più appropriata all'interrogativo della giornalista è che non può essere ragionevole dover sondare l'intero universo femminile per trovare ciò che si cerca; evidentemente, un certo tipo di femminilità, così cara e necessaria agli uomini, è diventata più rara ed introvabile di quanto lei sia disposta ad ammettere.
Né, tantomeno, l'adattamento alle nuove forme di femminilità negoziante, condizionata e contrattuale sembra corrispondere, in ultima analisi, alle naturali e profonde esigenze dell'uomo medio.

Siamo ancora ben lontani dal vedere le tematiche della "soddisfazione maschile", sia sul piano affettivo, sia - perché no? - su quello sessuale, tra i problemi all'ordine del giorno della società contemporanea; in questo senso, lo stile confessionale di Marrazzo ha il grande pregio, pur nella sua singolarità e tra i molti difetti etici, di sottrarre questo genere di problematica al cono d'ombra nel quale normalmente sono confinate.
E le sue ragioni vanno riconosciute - al di là di qualunque moralismo - come ragioni maschili a pieno titolo ed a tutti gli effetti.
Marrazzo è uno di noi e, sotto certi aspetti e con tutte le distinzioni del caso, siamo tutti un po' Marrazzo.
Ossia, orfani di una femminilità morbida ed accogliente di cui si vanno rapidamente perdendo le tracce.


Continua: "Il dito nella piaga"
domenica 14 agosto 2011

Storie di corna








Le corna, l’infedeltà affettiva, il tradimento della promessa amorosa.
Che argomento del cavolo di questi tempi.
Eppure è almeno dal mese di dicembre dello scorso anno che sulle colonne del Giornale l’eterno tema delle metaforiche appendici frontali è all’ordine del giorno, avendo impegnato in una specie di variety di interventi i lettori, gli utenti del sito, i redattori e persino le penne di grande prestigio del quotidiano, snocciolandoli uno dopo l'altro in un estenuante ed irrisolto dibattito sino all’estate in corso.
Tutti ad inseguire visionariamente qualcosa che non esiste più, la stabilità familiare e la lealtà coniugale - la seconda presupposto necessario della prima – come se la solida, tranquillizzante famiglia dei bei tempi andati (o dei brutti tempi andati, a secondo del punto di vista) fosse ancora lì, possibile e a portata di mano.

La cosa nasce in modo strano, lambiccato: un ragazzo di nome Davide scrive al padre un'accorata lettera di rampogne morali perché da tre anni quello s’è fatto l’amante e lo esorta pubblicamente a rientrare nei ranghi domestici, sia per non far soffrire la povera mamma - in passiva e pluriennale attesa di sviluppi come l’omerica Penelope – sia per le ricadute sul resto della figliolanza afflitta dalle sue turnazioni extraconiugali.
Però, invece di indirizzare la lettera al genitore libertino e allegrotto la spedisce direttamente al Giornale, appunto.
Chissà perché; forse per amplificare l’effetto della scenata familiare, forse per quella smania crescente dell'outing personale, contagiosamente trasmesso dai "grandi fratelli" ai piccoli telespettatori imbolsiti, forse per desiderio di protagonismo mediatico, forse per questo, forse per quello, sta di fatto che Davide dialoga col padre a mezzo stampa, letteralmente, facendo una di quelle piazzate nel villaggio mediatico che l’eco ancora non s’è spenta.
Comincia, infatti, un andirivieni ciclico di riflessioni, pareri, pronunciamenti, assoluzioni, condanne e dichiarazioni di neutralità, comunque interessata perché partecipe, che si avvicendano per mesi.
Per buona misura qualcuno tira fuori, tra un filosofeggiare e l’altro in materia, pure uno di quei libri americani che se li conosci li eviti accuratamente: «This is Not the Story You Think it is», con il quale una certa Laura Munson è riuscita a trasformare il racconto delle proprie corna in un recente, lucroso affarone editoriale. Best seller sul mercatone a stelle e strisce – il che è tutto dire, quanto ad introiti – pare che il libro abbia un’altra di quelle cose che sembrano appartenere ad un’epoca letteraria lontana, fabulistica e polverosa, comunque stucchevole: il lieto fine.
La Munson ha perdonato, ha aspettato, ha recuperato il marito dalla momentanea sbandata e, soprattutto, ha raccontato a tutto il mondo i fatti propri ricavandone denari sonanti (il lieto fine sarebbe la ricomposizione familiare, comunque); quando si tratta di mettere a frutto le cose intime e personali alle donne non le frega davvero nessuno.
Le reazioni sul Giornale, a proposito del tema delle corna comunque intese, sono state le più composite; ultima in ordine di tempo, l’elogio dell’astuzia.

Bene, ovviamente non ci imbarcheremo neanche per sogno nel marasma coscienziale delle corna, del perdono sì/perdono no, del dire/non dire, del fare/non fare, del modernismo trendy che tutto ammette e giustifica o del tradizionalismo nostalgico per un mondo scomparso che – come sintetizza efficacemente Marcello Veneziani – faceva del vincolo matrimoniale un rapporto di parentela tanto sacro e indissolubile quanto quello tra un genitore e un figlio.
In realtà, se tiro fuori questo genere di argomenti - di cui all’occorrenza ci si può beare navigando tra i link postati - è solo per rilevare come un dibattito di questo tipo, oggi, nel nostro mondo e nel nostro tempo, abbia qualcosa di surreale; questa la sensazione ricavata dall'insieme e cerco di spiegarla.
Viviamo in una società iper-sessualizzata, ossessionata dall'estetismo erotizzante, nella necessità apparentemente inderogabile di tenersi sempre preparati all'incontro carnale; la collega di tutti i giorni non si azzarda ad abbandonare i collant se prima non si è fatta la ceretta integrale dai fianchi alle caviglie, la vicina di casa va a fare la spesa col tacco 12, la recessione globale non ha neanche sfiorato l'industria dell'intimo femminile che continua a pompare reggiseni di pizzo e micromutandine infinitesimali a prezzi sconsiderati.
C'è chi rinuncia al pane, alla mortadella ed alla frutta di stagione pur di garantirsi il ciclo di lampade abbronzanti, di massaggi anticellulite o la cura maniacale dei piedi.
Guardi la pubblicità del gorgonzola e vedi la superfica sull'orlo di un orgasmo vaginale, guardi quella del silicone e la superfica tutta nuda ti invita nella doccia con lei, ti imbatti nella pubblicità del profumo e senti solo sospiri frementi di eccitazione e parole senza senso.
Viviamo tutti confinati all'interno di un circo Barnum del desiderio costante, della provocazione sistematica, dell'esibizionismo militante, con un'industria del porno - di cui la donna è protagonista assoluta e regina incontrastata - che gareggia per fatturato e dimensioni con quella della cinematografia "ufficiale".
Il sesso è l'ossessione del nostro tempo.
E in questo contesto c'è chi va strologando di corna - come se a fare norma e normalità fosse la stabilità dei rapporti, la profondità delle relazioni, la dimensione del sentimento - e ci si impegna per mesi.
Un po' come se nella cultura del pacifismo integralista si continuasse a ragionare di tattiche militari, di armi e tecniche di combattimento.
Insomma, se è vero che a destare l'interesse non è il cane che mozzica l'uomo ma l'uomo che mozzica il cane l'attenzione pubblica dovrebbe rivolgersi alle «unioni per sempre», alla capacità di rimanere monogamici, alla resistenza clandestina contro la deriva generale che fa delle corna l'appendice pressoché inevitabile della maggior parte dei rapporti.
Pensare di sfuggire ai tradimenti sessuali in questo quadro è da sclerotici, aspirare ad un rapporto duraturo è da insensati, confidare nella lealtà è da ingenui incalliti.
Oppure - ed anche questo sembra plausibile - la nostra è una società in preda ad una schizofrenia latente che, posta davanti allo specchio, non le consente di riconoscersi; e per questo continua per mesi a riflettere sulle corna, appendice esterna del problema, invece di riflettere su sé stessa.

Continua: "Storie di corna"
lunedì 4 luglio 2011

Strabismi liberali






Quanti allocchi stuprati da una cameriera, titolava l’altro giorno un editoriale di Vittorio Feltri sulla nota vicenda Strauss-Kahn.
Dominique Strauss Kahn
Per le femministe ogni uomo è un porco, gli ha fatto eco la Bernardini De pace intorno allo stesso argomento e dalla stessa testata, qualche ora dopo.
Altri commentatori adesso parlano di “imbarazzo planetario”, dal momento che anche l’indignazione – questo nuovo sport di massa, che si gioca pubblicamente facendo a gara a chi dimostra più sensibilità morale, urlandola ai quattro venti – ha attraversato solo pochi giorni addietro il globo terracqueo in un amen, affiancando col massimo zelo le accuse di stupro della mitica Ophelia (Nafissatou Diallo, questo il vero nome dell’accusatrice), poi rivelatesi false.
Quindi, tutto bene, sembrerebbe; la scarcerazione di DSK viene salutata – quantomeno dalla stampa liberale – come il trionfo della verità sulla menzogna, del garantismo sul giustizialismo, del diritto sulla malafede, del sistema giudiziario americano su tutti gli altri, a cominciare dal nostro.
Invece non va bene manco per niente.
Perché ci si dimentica di osservare il quadro completo della situazione.
Il quale ci dice che DSK ha potuto tirarsi fuori dagli impicci per gli stessi motivi per i quali ci si è trovato; perché è un uomo molto ricco, molto potente e molto “cazzuto”. Che ha potuto pagarsi uno stuolo di legali, investigatori privati e cortigiani, i quali hanno fatto tutto ciò che non aveva fatto – e non aveva nessuna intenzione di fare – la pubblica accusa sino a quel momento: svolgere indagini approfondite, senza pregiudizi politicamente corretti, per andare alla ricerca della verità vera.
Si può osservare che nel sistema giudiziario americano le prerogative della difesa stanno quasi sullo stesso piano di quelle dell’accusa; ma ci si dimentica di osservare che non tutti i cittadini raggiunti da false accuse di stupro hanno le stesse possibilità di attivarle come ha fatto Strauss-Kahn, in quanto servono una montagna di quattrini.
Ci si dimentica anche di osservare che il procuratore che aveva in mano la faccenda (il loro pubblico ministero), nella persona di C. Vance, era ben lieto di procedere alla lapidazione sommaria del facoltoso puttaniere, allo scopo di accreditarsi presso la pubblica opinione pro-female.
Già, perché le procure americane sono organi elettivi - quindi ideologicamente orientati - e i processi che fanno come pubblica accusa, sin dalle indagini preliminari, sono processi anche politici, non meramente tecnici; ed anche questo ci si dimentica di tenerlo presente.
Allora possiamo dire che a Dominique Strauss-Kahn è andata bene, indubbiamente; ma solo perché ha potuto comprarsi a caro prezzo la verità, avendo le (cospicue) risorse per fronteggiare il giustizialismo che lo aveva già impiccato per i piedi senza processo e che gli ha fatto, comunque, perdere la carica nel Fondo Monetario Internazionale.
A lui sì, è andata tutto sommato di lusso, come al solito; ma tutti gli altri?
Uno come Carlo Parlanti, ad esempio, ha subito la stessa situazione di DSK ma, a differenza di questo, quello sta ancora in galera ad Avenal, California, la stessa America che ha scarcerato il riccone. Motivo, perché Parlanti – le cui tesi a discarico sono monumentali quanto e più di quelle di DSK - non ha il becco di un quattrino per farsi riaprire il processo. E la sua accusatrice continua a godersi la pensione statale in qualità di vittima.
Se la Giustizia se la possono permettere solo i ricchi non è più giustizia, è merce.
La verità è che se il caso di Dominique Strauss-Kahn ci insegna qualcosa, e non è un bene, è che ormai non ci si può davvero fidare più di nessuno, meno che mai di chi sostiene – come fanno professionalmente le portavoci femministe dell’ex “gentil sesso” – di essere dispensatrici immacolate di quella pace, quell’amore, quella bellezza e quell’innocenza che salveranno il mondo prossimo venturo.
Si dichiarano tutte candide colombe ma le ophelie in circolazione abbondano e sono in costante crescita, assecondate e sostenute dall’indignazione sportiva dei moralizzatori tanto al chilo.
Nel frattempo, continuano a moltiplicarsi le tavole rotonde su “sesso e potere”, come se il sesso non fosse un potere, ben stretto in mani di donna, le cameriere fossero ancora le cenerentole di una volta ed i potenti non fossero ricattabili come tutti gli altri.
Eppure il fenomeno del ricatto sessuale per via giudiziaria sta assumendo proporzioni allarmanti.
Ed anche questo è qualcosa che la stampa e l’intelligenza liberale tardano a vedere, a capire o ad ammettere.
Che la sfera sessuale è diventata un mercato in rapida espansione, soprattutto da quando dichiararsi vittima significa mettere un’ipoteca sui beni di qualcuno, naturalmente molto meglio se molto ricco. Cosa ne è stato di tutte quelle che, all’indomani dell’arresto di DSK, si sono messe rapidamente in fila per rivendicare violenze presunte e, quindi, potenziali risarcimenti? Cosa ne è stato delle daddarie e delle olgettine che vanno accampando diritti postumi sulle serate trascorse ad Arcore?
Transeat per la “democrazia giudiziaria” di cui pure molti liberali si dolgono, ma perché non dolersi altrettanto per la “sessualità giudiziaria” da cui siamo stati investiti?
Trincerarsi dietro al principio liberale del garantismo, a queste condizioni, significa osservare il dito per non voler vedere la luna; e sulla luna non ci sta solo DSK, ma ce ne stanno tanti altri.
E gli altri non pesano nulla sulla bilancia della Giustizia?
Continua: "Strabismi liberali"
mercoledì 8 giugno 2011

Manomissioni della natura umana




Secondo la storia nota come «teoria del gender» (gender = genere) l’identità sessuale di un individuo - che è normalmente parte costitutiva della psicologia della persona, in quanto fonte istintuale di comportamenti, come la fame, il freddo, la sete o il sonno - non sarebbe determinata dalla biologia corporea, dalla presenza di un apparato riproduttivo al posto dell’altro e da tutte le altre componenti costituzionali che differenziano la natura maschile da quella femminile, ma sarebbe la risultante di condizionamenti sociali tendenti a confermare gli stereotipi culturali esistenti.
De Pisis - Natura morta marina - 1929
Secondo questa teoria, in altre parole, non si nasce uomini o donne ma lo si diventerebbe in virtù di fattori ambientali che, potendo essere trasformati politicamente (come ci si sta affannando a fare), consentirebbero di annullare le differenze sessuali e di conseguire una piena e definitiva parità ed intercambiabilità sociale tra i sessi.
Quest’idea di fondo proviene da una branca di ricerca – o quantomeno una parte della stessa, peraltro non minoritaria al suo interno - la sessuologia, che non appartiene tanto al novero delle scienze mediche o naturali né tantomeno delle scienze politologiche, quanto, piuttosto, al vasto e frastagliato arcipelago delle discipline psico-sociali emerse nel clima egualitarista, antiautoritario e libertario, egemone in occidente dagli anni sessanta in avanti.
Uno dei principali ideatori di questo paradigma interpretativo della realtà umana risponde, infatti, al nome di John Money, già sessuologo alla Johns Hopkins University dove, appunto, a cavallo tra gli anni sessanta e settanta del secolo passato, oltre ad insegnare e promuovere le proprie teorie con alcuni saggi, aveva fondato la Gender Clinic; un luogo dove armonizzare il corpo con la mente in tutti quei casi che venivano definiti come “disforìa di genere” (crisi d’identità sessuale) e dove trovavano accoglienza e legittimazione sociale fenomeni quali l’omosessualità, il travestitismo e la transessualità.
Le teorie del dr. Money conobbero in quegli anni un grandissimo successo assumendo connotazioni quasi dogmatiche nella maggior parte degli ambienti accademici - e non solo americani - tanto che oggi il concetto di “gender”, da lui utilizzato nel senso descritto, ce lo ritroviamo nelle legislazioni nazionali e sovranazionali e, con il passare del tempo, è entrato nel senso comune del linguaggio quotidiano come sinonimo di sesso, in un senso tanto indeterminato e generico da far coincidere l’identità sessuale della persona con il suo orientamento verso un certo tipo di piacere sessuale piuttosto che un altro.
De Chirico - Edipo 2
Nella risoluzione 1728/2010 del Consiglio d’Europa del 29 aprile 2010, contro l’omofobia e le discriminazioni su base sessuale, vengono ad esempio certificati e "raccomandati" per speciali tutele giuridiche 4 diversi tipi di orientamento sessuale che, in aggiunta alla normale eterosessualità, definiscono, in ultima analisi, altrettante tipologie umane (lesbiche, gay, bisessuali e transessuali).
Pochi sono, tuttavia, a conoscenza delle sperimentazioni che il dr. Money poneva a base delle sue ricerche in nome dell’ideologia culturalista, né i drammatici fallimenti a cui andarono incontro quelle folli sperimentazioni ricevettero adeguata risonanza pubblica, così come avrebbe dovuto essere.
Uno dei casi più emblematici fu, infatti, quello di Bruce Reimer – uno dei casi sui quali il dr. Money costruì la sua fama, alla fine degli anni sessanta – che venne rivelato nei suoi esiti effettivi solo nel 2000, da John Colapinto, con la pubblicazione del libro «As nature made him» testo, non a caso, mai tradotto in italiano; il caso sarebbe stato poi ripreso sommariamente da Alessandra Nucci nel suo «La donna a una dimensione» - pubblicato nel 2006 - e da poche altre pubblicazioni destinate, nel nostro Paese, ad un pubblico comunque ristretto di lettori interessati.
Secondo le ricostruzioni dei fatti, Bruce subì, nei primi anni di vita, un malaugurato intervento chirurgico che lo privò del fallo in tenerissima età. Il dr. Money, che lo prese in cura, suggerì ai genitori di educarlo come una bambina, nella convinzione ideologica che ciò sarebbe bastato a renderlo, col tempo, una donna e accompagnò, inoltre, i loro tentativi con le proprie solerti terapie di ricondizionamento psichico. Nonostante gli sforzi psico-educativi ed il nome impostogli di Brenda, il povero Bruce continuò a manifestare tratti comportamentali maschili ed inquietudini. Sino a quando, cresciuto e venuto a conoscenza dei fatti, si allontanò dalla terapia e dalla famiglia, si sottopose ad un intervento di ricostruzione del pene riassumendo l’identità maschile che gli era stata negata per poi, alla fine della drammatica vicenda di manipolazioni psicologiche che aveva subito, arrivare qualche anno dopo alla tragica determinazione del suicidio.
L’esito terminale ed infausto di quella dolorosa vicenda umana - ridotta a sperimentazione pseudoscientifica, perpetrata sull’esistenza di una persona in carne e ossa - passò sostanzialmente sotto silenzio, mentre i risultati dei primi anni, apparentemente positivi per la crescita del ragazzo, valsero una notevole notorietà al dr. Money e l’accredito scientifico alle sue strampalate teorie prive di alcun vero e serio riscontro epistemologico.
Un credito che perdura, nonostante ogni evidenza contraria, ancora oggi.
La notizia infatti è che una coppia di genitori canadesi continua ad alimentare la stessa insana volontà di manomissione della natura umana, in nome di un’ideologia che vorrebbe darsi lo statuto di una disciplina scientifica ma che è totalmente priva di qualunque serio fondamento in base alle attuali conoscenze acclarate.
David e Kathy sono dei genitori talmente convinti delle teorie del gender che hanno dato ai due figli i nomi asessuati di Jazz e Kio, educandoli alla più completa libertà comportamentale; i risultati, però, sembrano dargli torto perché il maschietto ha continuato a comportarsi da maschietto e la femminuccia da femminuccia.
Sicché, per nulla appagati di sperimentare la propria ideologia di riferimento sulla pelle dei propri figli, alla nascita del terzo bambino avrebbero deciso - stando alle notizie di stampa che intendiamo commentare - di non rivelare a nessuno il sesso del neonato, parenti e nonni compresi, in modo da evitare ogni forma di condizionamento "culturale" in senso maschile o in senso femminile.
Il nome del piccolo - Storm (Tempesta) - privo di connotazioni sessuali come i precedenti, dovrebbe aumentare, secondo questo disegno teorico, la possibilità che il bambino cresca senza un'identità sessuale definita e consentirgli, in tal modo, di.....
Ecco, qui termina il commento ragionato intorno alla notizia per lasciare spazio ad interrogativi privi di soluzione apparente; cosa intenderebbero realizzare questi genitori con una simile scelta? quale tipo di futuro immaginano di poter garantire, in tal modo, al piccolo Storm? in nome di chi o di cosa ritengono che l'eventuale mancanza di un'identità sessuale certa, ammesso che ciò possa realmente avvenire, potrà rendere migliore la vita del figlio (o della figlia)?
E' normale e giusto pensare che in tal modo - addestrando un bambino a non sentirsi nulla di preciso - si realizzerà una società migliore perché non sessista?
Non sono bastate le sperimentazioni del famigerato dr. Money, sconfessate dai fatti e dalle risultanze scientifiche serie, per comprendere che esiste una natura umana che non può essere manipolata?
Sono tutti interrogativi aperti ma lascia atterriti pensare che qualcuno possa davvero credere, in scienza e coscienza, che la natura umana possa essere dominata, modificata ed asservita ad un disegno ideologico.
Eppure accade...
Continua: "Manomissioni della natura umana"
martedì 22 febbraio 2011

Il corpo delle donne

E’ stato in qualche momento degli anni sessanta che una disegnatrice di moda, a nome Mary Quant, ha ideato la minigonna mettendo sostanzialmente in mutande, con una certa abituale frequenza da allora in avanti, le donne di mezzo mondo.
Sino a quel momento "il corpo delle donne" non aveva conosciuto un'esposizione ed una visibilità pubblica tanto pronunciata, mentre  il pudore femminile nel mettersi in mostra era ancora considerato un valore sociale positivo.

Coerentemente con quella tradizionale discrezione dei costumi, anche il rapporto tra i sessi si era svolto, nell'Italia in divenire del dopoguerra, all'insegna di un galateo delle maniere che posizionava l'erotismo - preceduto e disciplinato dalla sfera del sentimento - nella sede separata ed esclusiva dell'intimità di coppia; allo stesso tempo, il sesso commerciato come genere di consumo era vissuto da una ridotta minoranza sociale nella zona grigia e marginale delle "case chiuse", a distanza di sicurezza dalla vita ordinaria, dall'esibizione pubblica e da altre forme di trasgressione.
La minigonna, invece, diventa da subito uno dei simboli della liberazione femminile dal giogo della moralità "borghese, reazionaria e repressiva", contro la quale il femminismo - in alleanza con i movimenti contestativi dell'epoca - scatena quella "rivoluzione sessuale", che ha come obiettivo prioritario l'affrancamento dalle regole patriarcali della famiglia ed il distacco dai ruoli tradizionali di moglie e madre.
Saranno intere generazioni di ragazze a cavalcare, con entusiastica e leggerissima frivolezza, quella moda all'insegna della libertà trasgressiva che segnerà figurativamente la linea di confine tra un'epoca e l'altra; tra la donna  moderna al passo coi tempi e la "madre di famiglia", tra l'apertura mentale e la chiusura al "nuovo", tra la donna laicamente protesa al progresso incessante e la comare bigotta.
«Io sono mia», lo slogan che prende piede in quegli anni e si radica nella coscienza collettiva femminile in modo indelebile, stava anche a significare «il corpo è mio e ne faccio quello che voglio, compreso metterlo liberamente in mostra nei modi che preferisco».
Conseguente alla "conquista" della minigonna, infatti, avrà luogo la battaglia per il topless - il diritto a denudarsi il seno in spiaggia - in nome del quale verranno bruciati i reggiseni nel corso delle manifestazioni femministe dei decenni successivi e che si protrarrà, come un anelito insoddisfatto di libertà femminili negate, sino ai nostri giorni (come dimostra il recente episodio di cronaca estiva che abbiamo trattato, frettolosamente, con un breve articolo a cui facciamo rinvio).
Nel frattempo, le coordinate del "comune senso del pudore" - su cui si impegnerà anche l'industria cinematografica con il noto film - vengono spostate in continuazione in nome di libertà femminili asseritamente conculcate dalle culture repressive ed oscurantiste della tradizione, della moralità cattolica e della sua asserita ipocrisia perbenista.
Alla guida di questa ribellione costante in nome delle "libertà femminili" e delle ostentazioni spregiudicate del corpo si metterano proprio le intellettuali femministe; nasce la letteratura erotica al femminile, con i libri scandalo di Erika Jong e "Porci con le ali" di Lidia Ravera, solo per citarne alcuni, sino ad arrivare al femminismo pornografico di Annabelle Chong.
Sarà con la fine della prima repubblica e con il declino della DC che anche alla RAI si potrà, con grande sollievo del pubblico progressista, assistere a spettacoli di ballerine in mutande, pubblicità ammiccanti e, in tarda serata, persino a spettacoli di spogliarello parziale nei quali si distinguerà - ne ho perfetta memoria - l'allora celeberrima Rosa Fumetto.
Con gli anni novanta arriva anche la moda dei pantaloni a vita bassa, un altro modo di mettersi in mostra ai confini estremi delle parti intime; "il corpo delle donne" oramai sembra non avere più segreti da svelare che non siano già rivelati pubblicamente in tutti i possibili modi dall'abbigliamento delle donne comuni.
I pochi, timidi ed isolati tentativi che alcuni presidi mettono in atto per evitare che le studentesse arrivino nelle classi con il pube in bella mostra vengono stigmatizzati dai genitori per primi - madri in testa - e dai nuovi perbenisti istituzionali della psicologia antiautoritaria poi.
Diventa una moda ancora più pruriginosa e sfacciata, in tempi più recenti, quella delle dive pop senza mutande che sfidano apertamente, sotto l'occhio di riflettori e telecamere, un senso comune del pudore ormai svuotato di qualunque significato condiviso, per dare coscientemente e deliberatamente scandalo di fronte al mondo.

A dispetto di una storia così impudicamente protesa a giustificare ogni forma di narcisismo ed esibizionismo femminile, dalla minigonna in poi, oggi ci vengono a raccontare che "il corpo delle donne" sarebbe offeso ed umiliato dal maschilismo imperante (sic!), la Zanardo ci va facendo persino i filmati denuncia e quello stesso femminismo urlante che ha fatto la rivoluzione sessuale e sdoganato ogni puttanata femminile va gridando "basta" nelle piazze, animato da un vittimismo che, se non fosse strillato a voce così alta, sarebbe da considerarsi una pura e semplice barzelletta.
Sembra impossibile che vengano a raccontarci la realtà in un modo tanto grottescamente mistificatorio, eppure è esattamente questo che succede e un esercito di gonzi - sordi e ciechi alla realtà dei fatti - ci casca con tutte le scarpe esercitandosi in un mea culpa quotidiano senza alcun senso.
Da notare che la carrellata di "corpi femminili" in bella mostra, liberamente estratti dal web e parte integrante di questo resoconto della realtà, ci parla di immagini di vita comune, non di induzioni televisive perpetrate dalla spectre segreta del maschilismo, come vanno farneticando femministe senza memoria, senza ritegno e senza logica.
Tanto da precisare per quelli o quelle che ancora non se ne fossero accorti.









Continua: "Il corpo delle donne"
venerdì 1 ottobre 2010

Molestie sessuali e “pregiudizio di colpevolezza”



Il "principio di colpevolezza" per la Corte Costituzionale.

I principi di ordine generale sull’imputabilità giudiziaria del cittadino, così come esplicitati dalla Corte Costituzionale con sentenza n. 364 del 24 marzo 1988, stabiliscono che: “…Nelle prescrizioni tassative del codice [penale, n.d.r.] il soggetto deve poter trovare, in ogni momento, cosa gli é lecito e cosa gli é vietato: ed a questo fine sono necessarie leggi precise, chiare, contenenti riconoscibili direttive di comportamento. Il principio di colpevolezza è, pertanto, indispensabile, appunto anche per garantire al privato la certezza di libere scelte d’azione”.
Si legge, inoltre, ancora nella stessa sentenza: “...Se l'obbligo giuridico si distingue dalla ‘soggezione’ perchè, a differenza di quest'ultima, richiama la partecipazione volitiva del singolo alla sua realizzazione, far sorgere l'obbligo d'osservanza delle leggi (delle ‘singole’, particolari leggi) penali, in testa ad un determinato soggetto, senza la benché minima possibilità, da parte del soggetto stesso, di conoscerne il contenuto e subordinare la sua violazione soltanto ai requisiti ‘subiettivi’ attinenti al fatto di reato, equivale da una parte a ridurre notevolmente valore e significato di questi ultimi e, d'altra parte, a strumentalizzare la persona umana a fini di pura deterrenza.”
Sin qui l’importanza annessa dalla stessa Corte Costituzionale - che è, vale ricordarlo, il Giudice sovraordinato delle leggi - alla possibilità effettiva di conoscenza delle norme vigenti, da parte del cittadino, ai fini dell’imputabilità personale per la loro eventuale violazione.

Detto in altre parole, se non esiste una definizione chiara ed oggettiva di cosa sia un comportamento penalmente rilevante in quel determinato contesto della vita associata, lo Stato non può pretendere dal cittadino, com’è ovvio che sia, la perfetta osservanza di quelle norme particolari.
Questo è, tra l'altro, ciò che distingue un cittadino da un suddito (la Corte parla di stato di ‘soggezione’ dell’individuo) e lo Stato (il legislatore) da un Leviatano irrazionale che assoggetta, arbitrariamente, i sudditi al proprio oscuro volere.
Credo di avere speso sin troppe parole, sinora, per illustrare un principio elementare della nostra civiltà giuridica e del nostro assetto democratico, che garantisce (o dovrebbe garantire) per via costituzionale il comune cittadino dall’arbitrio di norme irragionevoli.
Non vedo, inoltre, chi potrebbe seriamente mettere in discussione un criterio oggettivo di partizione della realtà, tale da consentire a tutti noi, in un modo o nell’altro, di comprendere cosa sia ritenuto comunemente “lecito” e cosa “illecito” e, in tal modo, di evitare – come si dice, altrettanto comunemente - guai con la legge.

Le molestie sessuali secondo l'ISTAT: come si costruisce il pregiudizio di colpevolezza.

A smentire quest'ultima considerazione ci pensa, ancora una volta, l’ISTAT che, con la ricerca “Le molestie sessuali – anni 2008/2009 –" di recente pubblicazione, va nella direzione esattamente opposta rispetto a quei basilari principi di buon senso, acclarati dalla Corte Costituzionale in chiave giuridica, sulla base dei quali siamo soliti misurare le condotte individuali e la loro eventuale censurabilità.

Infatti, esattamente com’era avvenuto per la famigerata ricerca sulla “violenza maschile contro le donne”, risalente ad alcuni anni fa, metodologia di ricerca, presupposti di valore e criteri concettuali utilizzati si prestano a tali e tante contestazioni da far ritenere la ricerca stessa qualcosa di più vicino ad un comunicato propagandistico, con effetti sociali intimidatori (con finalità di deterrenza, direbbe l'Alta Corte), piuttosto che un'elaborazione su basi scientifiche, come vorrebbe (e dovrebbe) essere.
Vediamo perché.
Occorre innanzitutto premettere che il generico termine "molestie sessuali" non è neanche previsto dal nostro ordinamento nel senso che, con l'emanazione della legge 66, nel 1996, tutte le fattispecie di reati a carattere sessuale sono rubricate nella categoria ideologica degli "atti sessuali" e sanzionate tutte, senza eccezione alcuna, come "violenza sessuale"; tanto la pacca sul sedere quanto lo sguardo troppo prolungato sulla scollatura sono punibili, dal 1996 in poi, come espressioni di violenza sessuale.
Non so quanti siano al corrente di questa realtà ma questa è la realtà delle cose giuridiche, anche nel nostro Paese.
Non potendo, l'ISTAT, discernere seriamente tra comportamenti dalla gravità tanto differenziata (dalla violenza carnale al banale ammiccamento, sino alla semplice battuta di spirito) ha, pertanto, ideato quella che dovrebbe risultare una specificazione dei comportamenti di minore gravità, distinta da quelli propriamente criminogeni, ricavandone questa approssimativa elencazione:
  • molestia verbale
  • pedinamento
  • esibizionismo
  • molestia fisica
  • telefonate oscene
Fatta eccezione per le telefonate oscene e per gli atti di esibizionismo - di cui si può anche intuire il significato senza troppe specificazioni - non si trova, all'interno dell'intero documento pubblicato, una definizione anche solo vagamente oggettiva di 'molestia verbale' e di 'pedinamento'.
Quando ricorre la molestia verbale e quand'è che ci si trova davanti ad un pedinamento?
L'ISTAT non lo spiega, lo dà per scontato, laddove io potrei considerare una battuta di spirito ciò che l'ISTAT (e le sue intervistate) chiama molestia verbale - come insegna il caso dell'ex assessore milanese Paolo Massari - e semplice curiosità umana ciò che l'ISTAT (e le sue intervistate) chiama pedinamento.
Per quanto riguarda la 'molestia fisica' - la più grave, evidentemente - la definizione utilizzata è: "le situazioni in cui la donna è stata avvicinata, toccata o baciata contro la sua volontà."
Dunque, non solo toccare o baciare, senza alcuna specificazione dei modi e delle forme, ma addirittura l'avvicinamento indesiderato viene considerato ed annoverato tra le molestie sessuali; ossia, il semplice avvicinamento spaziale, come se fosse l'invasione di un'area sottoposta a confinamento militare, risulterebbe, secondo questa logica inquisitoria, come un "atto sessuale"e, in quanto tale, a norma di legge, una "violenza sessuale".
Il picco dell'arbitrarietà colpevolizzante nell'interpretazione dei comportamenti maschili quotidiani la si raggiunge, tuttavia, in materia di "ricatti sessuali sul posto di lavoro", per la misurazione dei quali il quesito posto alle intervistate - riportato in una nota a piè di pagina 8 del documento - è il seguente: “qualcuno le ha fatto capire che se fosse stata disponibile sessualmente avrebbe potuto avere in cambio un lavoro, ad esempio le hanno chiesto se era fidanzata, se era disponibile ad uscire la sera o ad andare a cena o a pranzo fuori insieme?”

Lascio al singolo lettore valutare se ci si trovi di fronte ad un'interrogativo che individua un comportamento ricattatorio o se non si tratti di una cultura del sospetto elevata, istericamente e pregiudizialmente, a fonte di prova di un abuso.
Sulla base di items dalla concettualizzazione tanto generica - tali, quindi, da poter condurre a qualsiasi conclusione - e tenendo bene a mente che lo scopo della ricerca sarebbe stato quello di misurare il livello di diffusione di un fenomeno antigiuridico, l'ISTAT ha sottoposto ad intervista telefonica un campione, negli anni 2008 e 2009, pari a 24 mila 388 donne di età compresa tra i 14 e i 65 anni; le proiezioni statistiche della ricerca avrebbero, così, portato alla conclusione che "circa la metà delle donne in età 14-65 anni (10 milioni 485 mila, pari al 51,8 per cento) hanno [avrebbero] subito nell’arco della loro vita ricatti sessuali sul lavoro o molestie in senso lato".
La molestia più diffusa sarebbe quella verbale (anche se non si sa bene di cosa si tratti), con il 26,6 per cento, seguite dagli episodi di pedinamento (21,6 per cento), dagli atti di esibizionismo (20,4 per cento), dalle molestie fisiche (19 per cento) e dalle telefonate oscene (18,2 per cento). Per ciò che riguarda il fenomeno sul posto di lavoro, sarebbero un milione 224 mila le donne che avrebbero "subito molestie o ricatti sul posto di lavoro, pari all’8,5 per cento delle lavoratrici attuali o passate, incluse le donne in cerca di occupazione".
Rinviamo al link della ricerca per gli eventuali approfondimenti statistici del caso, avendo noi, già con questi dati, l'intera polpa della questione.
In realtà, quello che è stato svolto dall'ISTAT, in regime di convenzione con il Dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio, non è una rilevazione oggettiva del fenomeno - per la quale si sarebbe dovuto portare, come variabile di riferimento, quantomeno il dato giudiziario effettivo esistente nei tribunali italiani - né, tantomeno, un sondaggio d'opinione fine a sè stesso, circa la percezione soggettiva femminile degli atteggiamenti maschili.
Più propriamente, a nostro giudizio e sulla base delle evidenze metodologiche e concettuali di cui abbiamo detto, quello svolto dall'ISTAT risulta essere un processo sommario di massa nel quale - in barba a qualunque elementare principio del contraddittorio (audiatur et altera pars) - è stata ammessa a rappresentare le proprie ragioni e la propria versione dei fatti unicamente una delle parti in gioco (il mondo femminile) e del tutto tralasciate, come se non fossero chiamate in causa anche quelle, le ragioni e la versione dei fatti dell'altra parte in gioco (quella maschile).
Perché, ad esempio, non viene condotta un'analoga ricerca sulla percezione che gli uomini hanno del proprio comportamento e sul significato che loro, soggettivamente, riconoscono come sconfinamento nell'illecito?
Perché non mettere a confronto situazioni tanto soggettive, assegnando ad una sola parte in gioco la definizione, unilaterale e personalmente interpretabile, di ciò che è lecito e ciò che non lo è?
Sulla base di quale folle logica procedurale si può assegnare ad una sola delle parti in causa la veste, contemporanea, di parte lesa e di giudice giudicante dell'accusato?
Messa nei termini in cui l'ha messa l'ISTAT, invece, si tratta semplicemente di un'opera di colpevolizzazione di massa del mondo maschile, inversamente proporzionale alla vittimizzazione di massa del mondo femminile che si vorrebbe accreditare per via scientifica, perché, oltre a quello che dicono le cifre, abnormi e grottesche, si deve prestare attenzione al fatto che di reati si tratta ed i reati vanno, prima di tutto, definiti oggettivamente.
I reati, in summa, si accertano, non si postulano come hanno fatto l'ISTAT ed il suo committente, dato che il primo è un istituto di ricerca statistica ed il secondo un organo del Governo e nessuno dei due è mai stato investito, a quanto risulta, delle funzioni straordinarie di tribunali del popolo.
Quanto detto sinora vale per tutte le buone e solide ragioni dettate dal buon senso; quelle fatte proprie, come si è visto, dalla Corte Costituzionale in ordine alla necessità inderogabile che le norme (e, quindi, anche la loro violazione) abbiano una loro conoscibilità e riconoscibilità oggettiva se si vuole rimanere nell'alveo di garanzie giuridiche comuni, senza sconfinare nell'arbitrio della delazione e della conseguente caccia alle streghe.
Come, infatti, avveniva nella Germania nazista o nell'Unione Sovietica o nell'America maccartista, dove il vicino di casa poteva far incriminare l'inquilino della porta accanto sulla base di una generica accusa di ostilità al regime ed alla sua ideologia.

Il pregiudizio di colpevolezza.

Ma cosa ha reso e rende possibile che un organo dello Stato, anzi due, promuovano indagini statistiche predeterminate nelle conclusioni, allo scopo di fornire una rappresentazione della realtà sociale, pubblicamente accreditata, tanto deformata nei presupposti quanto deformante nelle conclusioni?
La nostra risposta è semplice ed immediata: pregiudizio ideologico.
Quando la scienza è mossa dall'ideologia (e dalla politica), si preoccupa soltanto di andare alla ricerca delle conferme necessarie a consolidare i propri pregiudizi di partenza, invece di andare alla ricerca - come ci ha insegnato K. Popper, prima degli altri - della verifica e dell'eventuale disconferma delle ipotesi di partenza.
Non è, quindi, affatto un caso che la ricerca sia stata condotta con la partecipazione e sotto l'egida del dipartimento per le pari opportunità - com'è noto, schierato ideologicamente in modo preconcetto - allo scopo di alimentare quel "pregiudizio di colpevolezza" con il quale, dal femminismo in avanti, è stato descritto il "maschio" ed i suoi comportamenti.
L'autorevolissimo editorialista del Corsera, P. Ostellino, in un articolo pubblicato nel luglio scorso, dall'emblematico titolo "Se vige il pregiudizio di colpevolezza", scriveva: "...in sede processuale, l' accusa - lo può testimoniare ogni avvocato penalista - per il solo fatto d' essere formulata da un potere dello Stato, gode di fatto (ancorché non in diritto) di una condizione di privilegio sulla difesa e, a livello di opinione pubblica, è credibile e persino giusta per definizione. Il «pregiudizio di colpevolezza» - invece di quello liberale di innocenza - è un riflesso della nostra vocazione totalitaria per lo Stato etico (fascista, comunista, teocratico che sia). In nome della Collettività - che è poi l' astrazione ideologica cui fa capo, in concreto, il potere di politici, pubblici amministratori, magistrati e che, per dirla con Marx, è espressione della cultura dominante - ci compiacciamo quando «è fatta giustizia», non quando «si afferma la Giustizia»."
Ecco, noi crediamo che le indagini accusatorie condotte dall'ISTAT, in sinergia con la ministra Carfagna e con quelle che l'hanno preceduta, rispondano a questa logica; quella di avvalorare e cronicizzare, a livello di opinione pubblica, un "pregiudizio di colpevolezza" nei confronti degli uomini, per assecondare la predominante prospettiva etico-politica pro-female di cui è intasata la nostra cultura; una prospettiva comunque finalizzata ad affermarsi come cultura dominante di tipo totalitario, perché non ammette altre ragioni oltre le proprie, anche a costo di sfociare nell'arbitrio di cui si è detto e di imporlo per via legislativa e giudiziaria.
Ciò che ne residua, a livello delle persone comuni le quali rimangono, comunque, i destinatari ultimi di questa propaganda, è il crescente disagio con il quale ormai tanti uomini si accostano alle donne, non sapendo esattamente cosa sia ammesso e cosa no, cosa sia lecito e cosa no; non sapendo più, insomma, come avvicinarsi.
Sanno solo di doversi accostare ad un giudizio indecifrabile di idoneità comportamentale, interamente e soggettivamente depositato nelle mani di lei, che potrebbe anche risolversi, sulla sola base della percezione soggettiva della singola tizia, in una denuncia penale.
Questo è, a guardare fino in fondo la questione, ciò che produce la cultura del sospetto generalizzato verso il mondo maschile - promossa anche dall'ISTAT e dalle c.d. pari opportunità, sulla falsariga del "femminismo di fatto" di cui è pervasa la nostra cultura - ed il pregiudizio di colpevolezza indiscriminato è ciò che ne costituisce il precipitato conclusivo.
Un risultato davvero triste, per tutti.
Continua: "Molestie sessuali e “pregiudizio di colpevolezza”"
mercoledì 11 agosto 2010

Affari balneari

In prossimità delle vacanze personali, che comporteranno la momentanea sospensione delle pubblicazioni sino a fine mese, rimarrei nell'atmosfera estiva prendendo spunto da alcuni fatterelli che, messi l'uno sull'altro sulla stampa quotidiana di oggi, danno la temperatura del momento e qualche motivo di riflessione.

Ero al bar, per l'ormai consueta colazione mattutina, quando gli occhi mi cadono sulla cronaca di Roma, pagine interne del Messaggero, dove due notizie campeggiano con titoli "acchiappalettori".
"Scandalo al sole: topless troppo sexy contestato da una mamma" - recita il primo e, quasi di spalla se non ricordo male, "Coppia gay cacciata dalla spiaggia a Capocotta. L'Arcigay chiede i danni" - titola il secondo.
Ritrovo entrambi gli articoli nell'edizione on-line, come da link, e mi inoltro nella lettura che la fretta precedente aveva impedito.
Poi, nel corso della giornata, mi imbatto anche nella notizia riportata dal Corriere fiorentino.it  - articolazione gigliata del Corriere - che titola: "Manifesti troppo osè, il Comune li fa togliere".

Tutti fatti locali pubblicati nello stesso giorno e avvenuti per il medesimo motivo; la protesta scandalizzata di alcuni cittadini di fronte ad esibizioni(smi) erotico/ammiccanti espliciti - femminili ed omosessuali - in luoghi pubblici.
Non ho molta voglia di commentare - mi sento già in vacanza - e mi limito a segnalare gli episodi perché chi legge se ne possa formare un'idea personale ed un'opinione autonoma; ma una considerazione di ordine generale ed un interrogativo aperto li voglio lasciare comunque.
Chi ha ragione?
Chi rivendica il "diritto" ad esibire pubblicamente le proprie "intimità" senza limiti e senza riguardi per nessuno?
Oppure, come io credo, chi rivendica il diritto a vedere rispettata la propria sensibilità soggettiva, anche di fronte a manifestazioni personali più degne di una camera da letto privata che di un luogo aperto allo sguardo di tutti?
Chiamatemi talebano, se volete, ma io, al riguardo, non ho alcun dubbio: il rispetto degli altri ha un valore pari, se non superiore, all'integralismo delle "libertà personali".
Modernità o meno alla quale ci si voglia appigliare...
Il tutto, dopo "le coccole" di cui sopra, forma un interessante quadro d'insieme delle contraddizioni culturali e dei valori di coesistenza tra le quali e tra i quali viviamo quotidianamente, ancor più nel periodo estivo.

Buone vacanze a tutti.....
Continua: "Affari balneari"