giovedì 8 marzo 2012

E' l'8 marzo, parta la caccia al maschio




Non ho i titoli e le prebende di un Giordano Bruno Guerri (storico, intellettuale e giornalista) o di un Michele Serra (scrittore, giornalista e moralizzatore instancabile delle miserie italiche).
Non ne ho il prestigio e la caratura intellettuale, non ne ho il background acquisito nelle migliori redazioni e e nei migliori cenacoli nazionali, non ne ho l'invidiabile posizione sullo scenario della cultura italiana che il loro lavoro gli ha concesso o, meglio, tributato.
Però un punticino di vantaggio rispetto a questi titani ineguagliabili dell'intelligentsia nostrana me lo concedo da solo: mi onoro di non fare il battitore apripista dell'8 marzo, per l'ormai tradizionale caccia al maschio.
Sarà pure poco ma al loro cospetto mi fa sentire un gigante.
I tragici fatti di Brescia e di Verona dei giorni scorsi, dove uomini impazziti di gelosia o di chissà cosa hanno inflitto la morte alle compagne ed ai familiari, sono il tamburo dei battitori per l'anno 2012.
Giordano Bruno Guerri
Sono solo bestie, tambureggia Guerri; è un olocausto femminile, spinge alacremente sulle percussioni Serra dal cartaceo di Repubblica per stanare gli animali nascosti.
Non ci vuole Einstein per capire - ci spiega nel dettaglio l'insigne Guerri - che certe tragedie succedono «...perché i maschi hanno un senso animalesco della proprietà, e perché nel nostro dna animale c’è l’istinto ferino di difendere non la femmina, ma la proprietà della femmina dall’attacco di altri maschi».
Il mondo è sporcato dai «maschi», insomma, altrimenti sarebbe tanto più bello, pulito e ordinato.
Capi di bestiame da abbattere, senza pietà e senza neanche permettere alla protezione animali di mettere becco.
E poi, smettiamola con queste giustificazioni sentimentali che parlano impropriamente di "amore".
Chi ama deve amare la libertà dell'altra persona, deve essere pronto al nobile sacrificio delle corna, alle chiusure improvvise dei rapporti senza spiegazione, all'espropriazione dei figli quando ci sono, ad essere accantonato in ogni possibile momento, messo all'angolo, dimenticato, reietto.
Gli uomini - no, scusate, i «maschi» - devono essere immuni dalle passioni e votati al sacrificio personale, se no che razza di amore è? - Guerri ci insegna.
Cercare di capire?
Mai.
Quello, semmai, è un atteggiamento che diventa ammissibile, anzi, doveroso, quando una qualche madre butta il figlio piccolo dalla finestra, com'è successo sempre pochi giorni fa, non ricordo bene dove; o lo rinchiude nella lavatrice, o lo affoga nella vasca da bagno, o lo malmena sino alla morte o lo abbandona in un cassonetto o in tutti quegli altri modi di cui abbiamo notizia quasi quotidiana, almeno quanto i raptus maschili.
Allora lì bisogna approfondire, scavare nella delicata psicologia della femmina, andarsi a studiare il complesso di Medea, valutare, soppesare, ragionare, discutere, ricostruire, indagare, approfondire.
Riservare queste attenzioni anche agli stati d'animo maschili non se ne parla.
Perché è possibile che anche quei fatti ricadano sotto la responsabilità indiretta di un marito troppo distante, di un padre troppo assente, di un amante troppo esigente, di un compagno troppo silente, di un uomo troppo carente.
E' giusto dare la caccia al maschio, è un'erbaccia da estirpare.
Se la famiglia è diventata un mattatoio di sentimenti contorti, di passioni malate, di nodi scorsoi affettivi, di follie dilaganti, di calcoli meschini e di incomprensioni scientificamente coltivate cosa importa?
L'importante è dare la caccia al maschio, origine di tutti i mali, farlo uscire dalla boscaglia e cercare di addomesticarlo con le buone o con le cattive; se si fallisce, abbatterlo, senza pietà.
Perché sono solo bestie, dice il battitore apripista Giordano Bruno Guerri, insieme a Serra, Gramellini e tanti altri.
Ecco, non ho i titoli e le prebende di questi intellettuali raffinatissimi, non ne ho il prestigio e la caratura intellettuale, non ne ho il background acquisito nelle migliori redazioni e e nei migliori cenacoli nazionali, non ne ho l'invidiabile posizione sullo scenario della cultura italiana che il loro lavoro gli ha concesso o, meglio, tributato.
Però sarà una mia sensazione, una ricombinazione logica di tanti elementi, una particolare disposizione d'animo; ma sia quello che sia oggi, al loro cospetto, mi sento veramente un gigante.
Ed avvertire questa piacevole sensazione nella giornata dell'8 marzo non ha prezzo.
Continua: "E' l'8 marzo, parta la caccia al maschio"
venerdì 2 marzo 2012

Più o meno






L'Organizzazione delle Nazioni Unite pensa a noi, state sereni.
Pensa al nostro benessere, alla pace, all'uguaglianza ed alla fratellanza tra i popoli e le genti; vuole che il mondo diventi quella valle dove scorre latte e miele in abbondanza, vuole il bene e il vero, ne pontifica ovunque, neanche possedesse il Verbo.
L'ONU, insomma, ci tutela.
Invece no, l'ONU è più o meno l'ennesimo governo ombra, un altro Leviatano interplanetario, un altro gigante con i calzari da missionario che vigila guardingo affinché il Governo - quello ufficiale, regolarmente eletto dai cittadini tramite le maggioranze popolari - non smarrisca la retta via consegnando la nostra vita al caos della democrazia e del pluralismo.
Come se già non bastasse l'Unione Europea a schiacciarci i testicoli a sufficienza ci stanno, più o meno, pure quest'altri; sì, anche loro e da parecchio tempo.
L'ONU, in questo caso, non si chiama veramente ONU, si chiama CEDAW ma si nasconde dentro l'ONU, in una delle sue numerose, magiche tasche da cui esce fuori come un guardiano carcerario all'occorenza giusta.
E che cos'è il CEDAW, più o meno?
Estratto e copincollato dalla Women’s Human Rights Project, Dublino, Irlanda, nella traduzione italiana della gaia, buona e più o meno salutare Associazione Artemisia di Firenze:
«Cedaw è la Convenzione per l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne (Convention on the Elimination of All Forms of Discrimination Against Women). E’ un accordo internazionale, onnicomprensivo e legalmente vincolante sui diritti delle donne ed è stata prodotto dalle Nazioni Unite nel 1979. Comprende tutte le forme di discriminazione e promuove misure speciali per realizzare una società non discriminante.
La convenzione Cedaw pone l’ineguaglianza e la discriminazione contro le donne all’interno del contesto relativo alla povertà, alla razza, alla salute e alla rappresentazione politica, comprende inoltre la discriminazione che avviene all’interno delle mura domestiche. La convenzione Cedaw afferma nel preambolo che: “…è necessario un cambiamento nei ruoli tradizionali sia degli uomini sia delle donne, nella società e nella famiglia, per ottenere una perfetta uguaglianza fra uomini e donne.”...et cetera...et cetera»

Nonna CEDAW

Grazie alle sue magiche prerogative ed a questo lasciapassare internazionale, miss CEDAW, nella persona del suo rappresentante ufficiale Violeta Neubauer, è venuta a gennaio di quest'anno nel nostro Parlamento - quel posto dove dovrebbe realizzarsi, più o meno, la mitica "volontà popolare" - a strigliarne e sgridarne i componenti, perché non ha realizzato a sufficienza la volontà di madama CEDAW, mica quella del popolo.
Non siete stati bravi abbastanza - la sostanza del discorso della signorina CEDAW - non mi avete soddisfatto, così non va bene, proprio per niente (qui non c'è più o meno).
Sono solo poco meno di un milione, più o meno, i padri separati in condizioni di indigenza per favorire le madri separate?
E' poco, bisogna fare di più, non di meno; quella milionata deve raddoppiare subito.
Ci sono le veline che, più o meno, continuano a tirarsi giù le mutande in televisione e non avete ancora arrestato nessun porco maschio per guardonismo televisivo?
E' poco, bisogna fare di più, non di meno; fate retate a strascico nei condomini.
Continuate a ripetere che la prima causa di morte, più o meno, sono le malattie e non i compagni e i mariti e i fidanzati e gli amici intimi delle donne?
E' poco, bisogna fare di più, non di meno; raccontate balle ancora più grosse che, tanto, vi mando io che faccio ONU di nome e CEDAW di cognome.
Non avete ancora imposto l'eleggibilità automatica e obbligatoria delle donne in quanto donne, più o meno, in tutti i luoghi pubblici?
E' poco, bisogna fare di più, non di meno; cacciate via qualche migliaio di uomini dai loro posti a calci nel sedere e piazzateci le nostre consorziate.
....più o meno è andata avanti così ancora per parecchio.
L'articolo non lo precisa, a dire il vero, se madama CEDAW abbia più o meno preso a sganassoni anche qualche parlamentare riottoso, nel caso ce ne fossero; ma l'aria che tirava in Parlamento pare fosse proprio quella.
Perché madamuasella CEDAW la sa lunga, mica scherzi.
Si avvale dei «rapporti ombra», quelle cose fatte appunto nell'ombra da associazioni ombra che osservano dall'ombra; e riferiscono a madamoiselle che se ne sta al sole e viene qui a maramaldeggiare sui parlamentari nostrani.
Ma chi sono i delatori di nonna CEDAW?
Chi va a rivelare che, no, in effetti, non tutti gli uomini - anzi, non tutti i "maschi" - sono stati ancora sottoposti al trattamento CEDAW sin da piccoli?
Eh beh...qui la luce s'illumina d'immenso e madonna CEDAW rivela il suo vero e brutto volto.

Alla piattaforma di sora CEDAW hanno lavorato, più o meno, Actionaid, Arcs arci, Fondazione Pangea, associazione Differenza donna, Libera Università delle donne, Casa internazionale delle donne, Donne in quota, Giuristi democratici e, tra le altre, anche Lorella Zanardo; ossia, un frullato di femminismo e di sinistrismo egualitario talmente denso e corposo che, in confronto, la marmellata di castagne è fluida come acqua fresca.
Andatevi a spulciare pazientemente il «rapporto ombra - lavori in corsa», cominciando a verificare chi sono e cosa fanno quelli e quelle che hanno contribuito alla sua stesura, senza dimenticare di buttare un occhio ai ringraziamenti speciali. C'è da ridere per non mettersi a piangere, una capatina fatecela.
Di più, non di meno: quel rapporto ombra, inventato di sana pianta sui capricci funambolici e faziosi delle menzionate ONG (organizzazioni non governative, ossia lobbies tentacolari e prive di qualunque controllo democratico vero) è curato nientemeno che da quella equilibrata e neutrale personcina che risponde al nome di Barbara Spinelli.
Insomma, il tutto è un po' come affidare la definizione e la risoluzione della «questione palestinese» ai fratelli mussulmani, più o meno.
Una roba da pazzi scellerati, senza più e senza meno.
Con la differenza che zia CEDAW, con quelle definizioni della realtà femminile italiana disegnata ad arte dai fratelli e dalle sorelle mussulmane del femminismo, viene a imporre regole di comportamento politico in Parlamento e a pretendere risultati tangibili, nell'arco dei prossimi due anni, a tutti i rappresentanti del popolo italiano, governanti compresi.
Quindi, rifacendo i conti, più o meno noi viviamo nell'illusione che i nostri rappresentanti politici ci rappresentino politicamente.
In realtà, in materia di pari opportunità siamo più o meno governati da soggetti come l'ARCI, Fondazione Pangea, associazione Differenza donna, Casa internazionale delle donne, Movimento Femminista Proletario Rivoluzionario, MIT (Movimento Identità Transessuale) e via discorrendo; tutti consulenti speciali di mamma CEDAW che viene a dettare legge ai nostri spauriti rappresentanti popolari.
Più o meno, è come se le politiche economiche del nostro Paese fossero dettate al Parlamento dalla FIOM/CGIL e vincolate ai suoi voleri assoluti.
E, più o meno, è dal '79 che va avanti questa canzonetta oscena e che ce lo mettono allegramente in quel posto.
Più o meno questa è la tutela che ci riserva l'ONU.
State più o meno sereni, se ci riuscite.

Continua: "Più o meno"
martedì 21 febbraio 2012

Particolari rivelatori





Mi voglio soffermare su un particolare davvero minuto.
Succede che, l'altro giorno, navigo sul sito di una testata con la quale ho avuto modo di entrare occasionalmente in contatto e, per saperne di più, vado a ficcanasare un po' in profondità.
La testata è valida, con buoni contenuti, di orientamento cattolico ma senza aspirazioni evangelizzanti, tutto sommato anche vagamente sensibile, in qualche modo generico e distante, ai temi della questione maschile.
Vado a curiosare tra i profili dei collaboratori dove trovo Tizio, Caio, Sempronio e poi una collaboratrice.
Sapete come sono i profili di cui parlo: si indica il percorso formativo, le collaborazioni e le eventuali pubblicazioni, qualche piccolo accenno alla personalità dell'autore e poco altro.
Sul profilo della collaboratrice leggo, tra l'altro, che ha fatto questo e quello e che «curiosa e determinata come tutte le donne» vuole fare questo e quest'altro ancora.
Freno d'un colpo.
La nota stonata mi stride subito nelle orecchie del cervello.
Torno a leggere «curiosa e determinata come tutte le donne» e scuoto la testa.
Vado per occuparmi di altro ma la nota stonata continua a stridere come prima.
«Ma dai - mi dice la vocina di scorta - cosa vai a pestare nel mortaio per una sciocchezza simile.»
Però la vocina di scorta la lascio momentaneamente nel bagagliaio della testa perché sento un fumus particolare.
«Fissato e pignoletto - continua ad urlarmi la vocina dal retrocranio - mettersi a dare importanza a dettagli simili è come mettersi a raccogliere le cicche per terra; roba da squinternati! Perché non fai come tanti altri e ti occupi della Belen senza mutande?»
Ah, certo; stavolta devo quasi dare ragione alla vocina della saggezza.
Tra un particolare totalmente irrilevante, disperso nel mare magnum dei contenuti web, ed un altro che in questi giorni ha riempito paginate di giornali e promosso quintalate di commenti non dovrebbe esserci partita.
Oppure sì?
E' rilevante per le sorti del mondo che la Belen vada in giro per la tivvù, in prima serata, senza mutande?
Qual'è il particolare più rivelatore?
Quella frasetta buttata lì a caso o la farfalletta nuda della Belen aperta così, a caso?
E poi, rivelatore di cosa?
Beh, di cosa sia rivelatore lo spacco inguinale della Belen mi sembra evidente.
E' rivelatore della sua personalità.
Quel modo di tenere aperto il vestito in modo apparentemente casuale è un messaggio.
E' un po' come se lei stesse dicendo a tutti quelli che la stanno guardando: «guardate quanto sono troia...».
E qualunque uomo dotato di flussi ormonali regolari sa bene quale deflagrazione di testosterone possa provocare un simile atteggiamento femminile.
Poi, che in massa si siano interrogati/e se non ci fosse qualche intimo trasparente, qualche trucco illusionistico nel drappeggio è, comunque, totalmente fuori luogo e fuori bersaglio.
Quello che doveva arrivare era il messaggio e quello è arrivato, che più forte e chiaro di così non si potrebbe.
Belen ha un capitale erotico fenomenale e lo sa anche gestire alla grande; altroché se lo sa gestire, guardate dove sta...
Ritornando alla più pudica sobrietà della collaboratrice, a quel messaggio nella bottiglia lasciato alla deriva nel web, invece, le cose cambiano.
Il fumus, quello che avevo annusato da subito, mi dice, infatti, che quella frasetta insignificante, sperduta tra infinite altre contiene un vizio arcaico.
E' falsa.

Non è assolutamente vero che tutte le donne sono curiose e determinate allo stesso modo; è una corbelleria del tutto identica ad affermazioni come «intelligenti e perspicaci come tutti i cinesi» o «coraggiosi e forti come tutti gli uomini».
Una generalizzazione senza senso.
Però, a differenza dello spacco della Belen quella frasetta insignificante è rivelatrice di qualcosa in più; è rivelatrice di una mentalità diffusa.
Talmente diffusa da essere seminata dovunque, persino sul sito di una testata cattolica, asseritamente contraria al politically correct femminista di cui, invece, si rende, in qualche modo nascosto, "portatore sano", per così dire.
Ricordate la teoria dell'indottrinamento di massa di G. Le Bon? Lo schema «affermazione, ripetizione, contagio»?
Ecco, l'affermazione «curiosa e determinata come tutte le donne» ripetuta in innumerevoli modi ed in svariate forme elogiative un po' ovunque è la sintomatologia del contagio.
Visibile, tangibile con mano.
La malapianta dell'auto-celebrazione femminista, da cui scaturisce così tanta auto-referenzialità femminile ha attecchito ormai in profondità.
Tuttavia, quei due particolari così distanti all'apparenza, anzi, quasi diametralmente opposti l'uno con l'altro, sotto molti aspetti, messi insieme sono rivelatori di qualcosa di più.
Sono particolari rivelatori del fatto che nessuna delle due tipe in questione vuole essere vista innanzitutto come persona; hanno la necessità impellente di dichiarasi donne, di anteporre il lato femminile ad ogni altro possibile lato del proprio essere, di qualificare un proprio status biologico prevalente.
L'una aprendosi la sottana, l'altra dichiarandosi come parte di un unicum indifferenziato.
Salvo poi condannare come sessista chi le osserva esattamente in questo modo, ossia nel modo in cui si propongono.
Come si fa ad uscire da questa contraddizione?


Continua: "Particolari rivelatori"
venerdì 10 febbraio 2012

Un altro sasso nello stagno




Nel corso di alcune conversazioni tenute con lettori anche occasionali di questo blog è emersa, in diversi momenti, l'esigenza che la questione maschile smetta di essere un problema puramente teorico per approdare ad una dimensione più concreta, pratica ed operativa.
Ciò che segue va interpretato come una proposta di riflessione, come una provocazione costruttiva ed anche come il tentativo di dare risonanza a queste giustificate istanze, nelle quali personalmente mi riconosco.
Per dirla in altre parole, questo è ciò che farei se dipendesse solo da me, il tassello che comincerei a deporre sul piatto per la risoluzione di un rompicapo che necessita di essere composto in un'immagine chiara ed in un tutto coerente, ciò che mi piacerebbe succedesse da domani mattina.
Non nutro particolari illusioni sul buon esito dell'iniziativa che, peraltro, vuole solo simboleggiare che qualcosa in più può essere fatto.
Dovrebbe essere fatto.
Perché «se non ora, quando?» dovremmo essere noi a dirlo e non loro.
Come ho avuto modo di osservare in alcuni momenti, ad ogni modo, coltivare l'impossibile è la grande, esclusiva saggezza maschile.

Il linguaggio utilizzato è volutamente piano, sintetico e diretto, allo scopo di una maggiore accessibilità.
Il testo resterà tra gli articoli per sollecitare eventuali commenti, proposte, osservazioni, critiche, per poi essere trasferito, al momento che si dimostrerà opportuno, tra le pagine fisse.



Manifesto breve per una questione maschile militante


Definizione

Per questione maschile si vuole intendere la posizione di sacrificio e subordinazione a cui è sottoposto il mondo maschile sul piano politico – e, quindi, legislativo e giuridico - allo scopo di agevolare, sostenere, tutelare e promuovere il mondo femminile nel contesto sociale.


Dimensioni

Le dimensioni del fenomeno interessano la maggior parte dei rapporti di particolare significato che ogni uomo tende a stabilire nel corso della vita:
- i rapporti della vita di relazione, in primo luogo, dove i codici di condotta devono essere uniformati alle esigenze, alle insicurezze ed alla particolarità della psicologia femminile, nonostante l’asserito ed invocato principio della pari dignità;
- i rapporti della vita sessuale, dove la disciplina legislativa ed il “diritto vivente” demandano al mondo femminile l’interpretazione di ammissibilità e di liceità penale dei comportamenti, ponendo tutte le donne su un piano di supremazia ricattatoria rispetto agli uomini ed entrando così in aperto contrasto anche con i principi fondamentali della civiltà giuridica propri dello stato di diritto liberale;
- i rapporti della vita familiare ed affettiva dove, soprattutto in caso di separazione o divorzio, gli interessi maschili, sia materiali che morali, vengono subordinati a quelli femminili in maniera sistematica, costante e gravosa;
- i rapporti della vita professionale e lavorativa, dove una pletora di provvedimenti informati alla dottrina delle “azioni positive” assegna agevolazioni, vantaggi, quote riservate, strumenti speciali di tutela a favore delle donne e disparità di trattamento previdenziale ed assistenziale a loro esclusivo vantaggio;
- i rapporti con il potere politico, dove non esiste rappresentanza alcuna degli interessi maschili effettiva a fronte di una sovra-rappresentanza, anche trasversale agli schieramenti, di quelli femminili, tanto a livello nazionale quanto a livello internazionale;
- i rapporti con il potere economico, dove il principio della libera concorrenza decade a concorrenza controllata e pubblicamente pilotata in presenza di competitor femminili;
- i rapporti con il potere giudiziario, dove la severità dell’azione sanzionatoria pubblica viene mitigata, sovente sino alla pratica impunità, quando l’inquisito è donna;


Cause

Le cause della subordinazione degli interessi maschili a quelli femminili rispondono essenzialmente alla logica risarcitoria implicita nelle dottrine politiche del livellamento sociale.
Ciascuno dei punti toccati nel precedente paragrafo potrebbe dar luogo ad approfondimenti corredati di evidenze documentali, portare alla ricerca delle premesse culturali che hanno dato origine alla tendenza in atto, porre sotto la lente d’ingrandimento le teorie che giustificano e legittimano il fenomeno, individuare i momenti storici della sua realizzazione e le strategie politiche e culturali votate al suo sostegno.
Pur non essendo inutile, tuttavia, l’enorme massa di teorizzazioni possibili e praticabili finisce per essere ricompresa in un’unica, fondamentale domanda: uomini e donne sono uguali?
Devono esserlo? Possono essere indotti politicamente all'uguaglianza - e, quindi, all'intercambiabilità sociale - senza perdere la propria intima natura ed autenticità?

Se la risposta è no – come qui si intende sostenere – la vera, essenziale causa del fenomeno in questione sta nella pretesa di costruire politicamente un’uguaglianza forzata, che non può trovare altro modo di attuarsi se non attraverso meccanismi distributivi di vantaggi e svantaggi sociali, artificiosamente concepiti in sede politica e sottoposti a disciplina giuridica vincolante.
Una precisazione teorica è, tuttavia, necessaria.
Molti ritengono che la società egualitaria sia diretta emanazione e conseguenza delle filosofie politiche liberali e che, pertanto, la tensione morale verso quest’idea conduca ad un mondo più libero ed equo.
Niente di più sbagliato e fuorviante.
Nessuna teoria liberale vera ha mai affermato che le società devono essere "costruite" nell'uguaglianza ma, semmai, che esse siano lasciate libere di evolvere e svilupparsi per proprio conto, esattamente attraverso il riconoscimento e la valorizzazione delle differenze, dei meriti, delle capacità, delle inclinazioni, delle attitudini, dell’intraprendenza e delle qualità umane di ciascun individuo, messo nelle condizioni di partenza di poterle esprimere al di fuori delle determinazioni sociali di casta, di ceto, di classe o di gruppo sociale.
Ciò non conduce affatto all’uguaglianza ma al suo esatto contrario; alla gerarchia dei meriti, dei diversi talenti, dei valori personali e dei riconoscimenti sociali.
Unica uguaglianza sostenuta dalle teorie liberali è quella di ogni cittadino davanti alla superiore autorità della legge.
Tutto ciò che oltrepassa questo confine, tutto ciò che intende costruire la vita sociale uniformandola a qualche idea particolare di giustizia collettiva va in direzioni coercitive ed illiberali ma anche, soprattutto, contro gli interessi maschili.


Soluzioni

Da quanto detto sinora, appare ineludibile il carattere essenzialmente politico della questione maschile.
La pressoché totale assenza di rappresentanza nelle istituzioni, il radicamento di una diffusa apatia morale verso i problemi maschili, la perdurante e inacidita guerra condotta dai femminismi contro gli uomini ed il graduale, inarrestabile passaggio da un gradino di soggezione giuridica al successivo, in una discesa interminabile di subordinazione crescente, imporrebbero una risposta politica non ulteriormente rinviabile.
Si renderebbe quanto mai urgente, perciò, dare vita ad un movimento stabile, organizzato, gerarchicamente strutturato ma aperto alla partecipazione democratica di tutti, regolamentato allo scopo, pubblicamente trasparente e dotato di identità chiara e definita, capace di dare voce e sostanza alle legittime istanze maschili.
Rigettando ogni forma di estremismo, di intolleranza e di dogmatismo ideologico il movimento sarebbe caratterizzato dall’adesione ai principi liberali dello stato di diritto, per la tutela dei valori fondamentali della libertà, del merito individuale e dell’identità nazionale.
Strumento essenziale e vincolante per la vita del movimento sarebbe il suo statuto
, attraverso il quale vengono definiti scopi, mezzi, modalità di partecipazione, organi di gestione e disciplina degli associati.
La necessità di accreditarsi presso la pubblica opinione renderebbe quanto mai opportuna - anche avvalendosi delle possibilità offerte dal web - la costituzione di una testata, organo ufficiale del movimento, nella quale confluiscano i contributi teorici, politici, documentali e critici, che consentano un’adeguata espressione della proposta politica, l’elaborazione delle tematiche di interesse ed il dibattito interno.


La logica della lamentazione fine a sé stessa non produce risultati, non può produrne - e soprattutto per il mondo maschile - sino a che non vengano indicate alternative alla situazione esistente e strategie d'uscita.
Tutto questo non può essere realizzato dai singoli individui, dai singoli sforzi e dalle singole iniziative.
Sino a che la questione maschile sarà trattata in modi e forme disorganiche e improvvisate nessun obiettivo possibile potrà essere raggiunto.
Questa è la convinzione che anima questo manifesto ed il motivo della sua stesura.
Continua: "Un altro sasso nello stagno"
venerdì 3 febbraio 2012

Le gaie parole




«Basta con la parola omosessuale, è offensiva e discriminatoria».
A lanciare questa nuova crociata terminologica è il britannico “Guardian”, testata di riferimento della sinistra inglese, che si colloca a buon diritto tra i protagonisti attivi e militanti di quella rivoluzione culturale, silenziosa e strisciante, che va ricondotta all'espressione anglofona «politically correct».
Chi più, chi meno, dovremmo sapere tutti cosa sia questa dottrina dell'espressione non offensiva, questo protocollo linguistico in salsa sociologica, di come sia stata elaborata negli anni ottanta dai think tank radical-progressisti delle università americane, a tutela delle cosiddette "minoranze discriminate", per poi propagarsi come un virus inarrestabile di asserito progressismo in tutto il mondo occidentale.
Chi più, chi meno, dovremmo quindi sapere tutti anche il motivo per il quale i termini «frocio» o «checca», ad esempio, sono spariti dal frasario corrente; anche se non sono scomparsi dal linguaggio ufficiale, dove non sono mai stati veramente, o da quello comune, dove ogni forma di puritanesimo ha sempre - e spesso vanamente - cercato di mettere le mani a scopo di indottrinamento.
Sono piuttosto scomparsi da quello comico, dall'ironia, dalla satira, dai lazzi letterari e dalle parodie da palcoscenico; insomma, da quel territorio dell'irriverenza divertita con la quale gli esseri umani (prevalentemente, se non esclusivamente, di sesso maschile) da sempre guardano a chi si prende troppo sul serio, a cominciare proprio dal potere; quel certo tipo di potere asfissiante che, guarda caso, vorrebbe imporre modi di dire e modi di fare nel tentativo di educare il cittadino al proprio volere.
Ma non basta più.
Non è sufficiente abolire l'umorismo e la presa in giro dell’omosessuale, mentre continua senza scandalo per il ciccione, il calvo, il pigro, l'inetto o il vanesio; ma non lo si deve neanche più chiamare in questo modo, in quanto sarebbe un modo “offensivo e discriminatorio” e perciò utilizzare, al posto di quella orrenda parola, la locuzione «persona gay».
E la cosa va estesa anche al linguaggio ufficiale, quello degli atti pubblici, tanto che il governo scozzese – quello che aveva già abolito i termini papà e mamma dagli atti sanitari e scolasticiha diramato una specifica direttiva finalizzata a rendere operante questa censura in tutte le sue articolazioni amministrative.
Dolce e Gabbana, massimi, addolorati esponenti, insieme a Luxuria e Grillini, di una categoria palesemente discriminata, ringraziano commossi.
Blasfemia
Sin qui i fatti.

A torto molti pensano che la nostra sia un'epoca di dissacrazioni definitive, di tramonto del sacro, di libertà laiche rese fluide dall'assenza di confini definiti; un'epoca senza valori, insomma, come si dice ormai da tanto.
Io sostengo, da tempo, che non è vero.
Se di una certa categoria sociale non si può ridere - in quanto è vietato riderne per deliberazione di qualcuno - e va denominata secondo criteri imposti da un neomoralismo invasivo, bacchettone ed occhiuto, capace di trasformarsi persino in dettato di legge, allora quella certa categoria sociale non è rispettata ma sacralizzata.
Circondata da un'aura di intangibilità assoluta come una volta ci dicevano dovesse essere per i Santi, su cui non era ammesso ridere o scherzare.
Un po' come succede, ancora, per «il corpo delle donne», che non dovrebbe essere visto nella sua banale corporeità ma nella sua intima essenza filosofica, anche quando circola senza mutande o con le tette di fuori.
Non si deve guardarla così ma cosà, dicono e impongono i politicamente corretti.
Scemenze intellettualistiche purtuttavia votate al rispetto della persona, direte voi (ammesso e non concesso che una che gira senza mutande o con le tette di fuori sia una persona rispettosa dell'altrui sensibilità).
Sacralizzazione atea di ciò che è femminile, dico invece io; tanto che afferisca al corpo di una donna quanto a quello effeminato di un omosessuale (e scusate la scorrettezza politica ma non posso, non voglio, farci nulla...).
Altrettanto a torto molti pensano che la censura ideologica del politically correct sia, in buona sostanza, una cultura del rispetto; un po' come il galateo è stato, a suo tempo, per le cattive maniere a tavola.
E neanche questo è minimamente vero.
Una vera cultura del rispetto non seleziona, sulla base di criteri politici o sociologici, le categorie e i soggetti a cui questa speciale tutela è destinata; lo afferma come principio valido per tutti e basta, magari lasciando che le persone continuino anche a ridere di quello che gli pare.
Invece non è così.
Gli stessi, identici sacerdoti del politically correct - quelli per i quali il termine frocio è una bestemmia e omosessuale una discriminazione intollerabile - si sono entusiasticamente compiaciuti alla visione di quelle recenti rappresentazioni teatrali (chiamiamole così) il cui tema conduttore era infangare il volto di Cristo con gli escrementi o immergere il Crocifisso in un recipiente pieno di piscio, nella platealità di palcoscenici allestiti appositamente allo scopo.
«...opere di profonda bellezza e spiritualità» sono state definite dall'assessore alla cultura di Milano, giunta Pisapia, versante sinistro, credo politicamente corretto, sponsor del progetto "culturale".
E la sensibilità dei cattolici?
Chissenefrega, mica sono categorie discriminate quelle.

Davvero vogliono farci credere che il rispetto sia l'obiettivo?
Che almeno la piantino di dire scemenze su ciò che è bello, è giusto, è corretto, è rispettoso.
Come diceva Henry Ford, puoi raccontare balle a qualcuno per qualche tempo, a molti per un altro po' ma non a tutti per sempre.
La verità - la mia verità, almeno - è che ad un certo tipo di sacralità vuole subentrarne un'altra, che certe dottrine vogliono prendere il posto di altre dottrine, che al Dio dei Padri vuole subentrare il dio delle madri (con o senza mestruazioni).
Non ci vuole molto a capirlo.
Persino gli eroi della gaiezza potrebbero arrivarci.

Continua: "Le gaie parole"