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sabato 8 dicembre 2012

Sulla violenza femminile






Il postino suona ad un campanello, poi ad un altro e ad un altro ancora, ma oltre a consegnare le lettere si intrattiene con le varie casalinghe annoiate che gli offrono disinvoltamente del cibo e (forse) le proprie grazie. Una volta tornato a casa il postino si ritrova con la moglie la quale, davanti al rifiuto del marito di mangiare i suoi manicaretti, gli rompe un bicchiere in testa in modo feroce.
Non è la scena di un film o una vicenda di cronaca, ma la rapida sequenza di una pubblicità televisiva che, a mia memoria, qualche tempo fa reclamizzava una gomma da masticare.
Si tratta in realtà solo di un esempio, tra i molti possibili, di come la rappresentazione della violenza femminile sia non solo ammessa senza problemi in numerosi contesti mediatici, ma anche utilizzata con una certa disinvoltura in quella fabbrica di luoghi comuni che è il mondo della pubblicità.
Una ricerca mirata su youtube può dare conferma di quanto dico e, comunque, la gamma degli esempi è molto più vasta.
Non sembra necessario scomodare titoli, autori o attori di situazioni in cui una qualche lei, sempre arrabbiata con un qualunque lui, tira ceffoni, getta bevande in faccia, sbraita, scalcia, minaccia, spintona, aggredisce, mortifica, urla e strepita; in alcuni casi spara e uccide, in altri si limita ad assassinare l’amor proprio dell'altro, come nella famosa scena dell’orgasmo simulato di Meg Ryan (non a caso diventato una scena cult) o nella comicità ossessivamente misandrica della Littizzetto (non a caso diventata personaggio cult).
Di casi simili ne incontriamo quotidianamente, nei film e nelle fiction, nei racconti e nelle cronache, nella vita comune e, appunto, anche nelle banali pubblicità a cui siamo oramai avvezzi.
Ben lontano dal suscitare contrarietà o fastidio, la donna che schiaffeggia, colpisce, umilia e maltratta gli uomini è infatti un modello ben radicato, popolare e vincente, costantemente alimentato da una rabbia verso il «maschio» sempre viva ed attuale, sempre giustificata in qualche modo diretto o indiretto ed apparentemente inestinguibile.
Se poi la violenza femminile ha anche risvolti comici che ridicolizzano la figura maschile, aggiungendo al danno anche la beffa, allora tanto meglio; l’effetto sarà per molti/e ancora più gratificante e completo, praticamente un trionfo.
Sin qui i termini di un (ri)sentimento sociale molto comune ma non altrettanto chiaro nelle sue intime (e in qualche caso sadiche) ragioni particolari; ma, soprattutto, un fenomeno volutamente ignorato dalla cultura egemone, anche nelle sue dimensioni e profondità generali.
Si deve, quindi, sicuramente essere riconoscenti agli autori dell’Indagine conoscitiva sulla violenza verso il maschile - pubblicato sulla Rivista di Criminologia, Vittimologia e Sicurezza, nei giorni scorsi - per avere quantomeno cominciato ufficialmente ad intaccare quel tabù pressoché intangibile che è rappresentato dallo stereotipo dominante della donna vittima.
I risultati dell'indagine condotta con i metodi del sondaggio, poi tradotti in cifre e percentuali statistiche, rivelano infatti una realtà femminile molto diversa e decisamente molto meno angelicata e vittimizzata di quanto si vorrebbe.
Il dato che impressiona maggiormente, tra i molti disponibili al relativo link, è che tutti i 1.058 soggetti maschili in età adulta intervistati nel contesto della ricerca hanno dichiarato di avere subito, almeno una volta, qualche violenza fisica da parte di una donna (item A8); ossia tutti - nessuno escluso, prima o poi, e lo confermo anche personalmente - hanno (abbiamo) avuto a che fare con i modi maneschi e intolleranti di una qualche tizia dai nervi bollenti, modi resi ancora più insopportabili dalla pratica impunità dietro alla quale si esprimono e si riparano questo tipo di escandescenze femminili.
Ma non solo di violenza fisica si tratta, in quanto la ricerca esamina anche altre situazioni che lasciano sbalorditi per l'ampiezza e la profondità del fenomeno dichiarato: il 63,1% del campione ha sostenuto di aver subito almeno un episodio di violenza fisica, il 48,7% violenza sessuale, il 77,2% violenza psicologica o economica e il 31,9% di aver subito almeno un atto persecutorio nel corso della propria vita.
Le proiezioni statistiche conclusive dicono che a fronte dei 14 milioni di donne sottoposte ad abusi e violenze - come si va raccontando da diversi anni - ci sarebbero pertanto circa 5 milioni di uomini sottoposti a violenze fisiche, quasi 4 milioni di uomini sottoposti a violenze sessuali, oltre 6 milioni di uomini violentati psicologicamente e oltre 2 milioni e mezzo di uomini che hanno subito atti persecutori.
Naturalmente, le dimensioni eclatanti di questi numeri (tutti considerati) inducono a più di qualche perplessità.
Prima delle quali è quella che abbiamo già espresso a suo tempo quando, richiamando l'attenzione sull'artificioso e deformante presupposto ideologico dell'uguaglianza tra i sessi, abbiamo sostenuto che il punto nodale non è «stabilire chi sia più violento tra maschi e femmine e con quale frequenza, dato che, com'è evidente, la mano di una donna non sarà mai tanto pesante ed intimidatoria come quella di un uomo».
Mettersi a competere con il mondo femminile (e femminista) sul piano del vittimismo non appare, in questo come in altri casi, un'idea né particolarmente brillante, né particolarmente dignitosa.
Ma se è vero che la violenza femminile non raggiunge lo stesso grado di pericolosità potenziale di quella maschile, tranne che in rari casi criminali, questo non significa affatto che la donna media non sia capace di risentimento, odio e violenza come un uomo; anzi, sicuramente di più, in quanto a differenza di ogni uomo ogni donna sembra essere socialmente esonerata dall'esercizio obbligatorio e disciplinante del self-control.
Che è poi in effetti l'elemento che emerge con particolare forza dall'indagine, laddove si consideri che la percezione dominante degli intervistati - con la quale si devono comunque fare i conti - è quella di un mondo femminile che si atteggia al rapporto con l'altro sesso con una libertà di comportamenti pressoché assoluta ed un senso del rispetto assai raro; entrambi presupposti di una violenza auto-indulgente che trova nell'inferiorità fisica una giustificazione per esprimersi senza tanti limiti e senza tanti riguardi.
Il che è ovviamente inaccettabile.
Resta un'ultima considerazione a riguardo dell'entità delle cifre.
Se è vero che i dati appaiono gonfiati oltremisura - comunque distanti dalla nostra percezione ordinaria della realtà - è altrettanto vero che questa stessa incongruenza dovrebbe riguardare, a maggior ragione, la più attrezzata ricerca sulla violenza contro le donne condotta nel 2006 dall'ISTAT (quella che avrebbe fissato in 14 milioni, appunto, il numero delle "vittimizzate"); ciò in ragione del fatto che identiche sono le modalità d'approccio al problema, identici gli strumenti euristici utilizzati (ossia, le ipotesi qualitative d'indagine) nonché la metodologia di raccolta dei dati attraverso interviste guidate.
In una sorta di inattesa legge del contrappasso, la tanto invocata parità di genere conduce insomma ad un bivio obbligato: o la definizione "extralarge" di violenza viene presa per buona in assoluto, tanto per i maschi quanto per le femmine, portando così alla descrizione di un mondo dominato dagli abusi e dalle sopraffazioni nelle forme dell'apocalisse quotidiana; oppure le metodologie e le categorie d'indagine sociologica utilizzate tanto per la ricerca ISTAT del 2006 quanto per l'attuale indagine conoscitiva sono oggettivamente inadeguate e prive della necessaria calibratura e solidità scientifica.
Nel qual caso dovrebbe essere la stessa nozione di violenza ad essere ripensata, pur nella consapevolezza della sua irriducibile complessità, per depurarla delle enormi scorie ideologiche, formalistiche e vittimistiche da cui appare obiettivamente gravata, ed essere nuovamente misurata con gli occhi puliti della scoperta e gli strumenti adeguati del rigore scientifico.


Continua: "Sulla violenza femminile"
venerdì 9 novembre 2012

Se il progresso è una patologia





Mi capita sempre così quando sfoglio un settimanale, vado in ansia.
Non è per le cattive notizie, le sciagure, i disastri o roba simile, che sono piuttosto raccontate con tanto di particolari dai cronisti dell’informazione quotidiana.
E’ proprio la mercanzia dei settimanali - o dei quindicinali o dei mensili o dei periodici comunque denominati che si occupano di attualità, costume e cultura - che mi compulsa il sistema nervoso.
Insomma, quella parte della cosiddetta informazione che non fa cronaca, ma opinione e tendenza e che ci vorrebbe informare su come cambia il mondo e perché.
Che sembrerebbero, sì, informazioni pure quelle ma non sono fatti accertati, bensì generalmente pronostici, ipotesi allo studio, alla peggio congetture buttate lì; insomma teorie, supposizioni, a volte profezie sinistre.
Se il sospetto è che si tratti della famigerata self-fulfilling prophecy teorizzata da Merton (la profezia che si autoavvera) forse non siamo così lontani dal vero.
Una cosa del tipo: «stai attento che potrebbe succedere questo oppure quello o quell'altro» e tu senti, mentre leggi, che in qualche modo devi farti trovare preparato, non puoi farti cogliere in fuorigioco, non puoi più dire non lo sapevo - sempre ammesso che la teoria sia corretta (ma tanto domani non se ne ricorderà più nessuno se era corretta o meno) - e pertanto cominci ad adattarti alla prospettiva assecondando l'eventualità "come se fosse vera".
Quindi, contribuendo in qualche modo alla sua realizzazione, se non diretta quantomeno indiretta, nelle sue conseguenze.
Prendi il settimanale Panorama di questa settimana, ad esempio, e non fai che registrare una divinazione dietro l’altra.
A Rosarno, provincia di Reggio Calabria, pagina 23, si preannuncia una nuova rivolta degli immigrati per la raccolta delle arance; niente di certo ma comunque probabile che succeda dopo il suggerimento.
A pagina 37 si ipotizza una maxifusione prossima ventura tra Intesa SanPaolo e Unicredit e - tanto per non farsi cogliere di sorpresa sugli scenari economici - a seguire si prefigurano le linee guida per uscire dalla empasse della fondazione San Raffaele, nel mentre si scrutano anche le cordate all'orizzonte per rilevare l’Ansaldo dalla Finmeccanica.
Anche qui niente di certo, né tantomeno probabile, solo ipotesi.
Più avanti si fanno scommesse sul successore di Sarkoszy nella destra francese mentre per gli “scenari mondo” si preavvisa che, dopo New York, ci saranno molte altre città costiere candidate a finire sott'acqua, per tremila miliardi di dollari di danni prevedibili e 40 milioni di persone a rischio.
Certezze? zero!
Veniamo ancora messi al corrente del fatto (ossia, non proprio un fatto ma tutt'al più un antefatto, naturalmente presunto) che l’Argentina va incontro ad un nuovo default e, a parte questo, per la buona coscienza “social” di noi tutti, dobbiamo sapere che ci sarebbe un modo di sapere (e non è un gioco di parole) che impronta lasciamo sull'ambiente da qui al futuro.
Tutto disgraziatamente aleatorio pure qua ma intanto chi deve regolarsi di conseguenza si regoli.
Ancora non avevano fatto il nuovo presidente degli USA, al martedì di uscita del settimanale, che già gli avevano apparecchiato la domanda delle domande: «e adesso Mr. president?»
Dico, dateci il tempo di conoscere il nome, almeno, che così la faccenda si fa isterica.
Per non parlare dei «prossimi dieci anni del dragone» con una gamma inesauribile di interrogativi irrisolti sul domani della Cina che va affrontando il XVIII° congresso del partito comunista: più export o più consumi interni? favorire le banche di stato o quelle private? ampliare la libertà di circolazione o no? ….e via almanaccando così dei fattacci loro per illuderci di poterli controllare o, comunque, di poterci adattare noi ai loro cambiamenti in forma preventiva da qui alla prossima decade.
Perché poi l'ossessione che traspare da tanti sforzi previsionali è quella del controllo degli avvenimenti, della cancellazione del caso dalla vita, della rigorosa pianificazione del futuro.
Non fai in tempo a riprenderti dalle premonizioni mondiali di breve medio periodo, osservate da questa specie di palla di vetro a comparsa settimanale, che precipiti nelle trasformazioni tecnologiche e scientifiche, con ripercussioni sul sociale se non addirittura sul personale, senza speranza di pause.
Così ti rendi consapevole, da pagina 58 a pagina 66, che tramite internet puoi scoprire se ti ama o non ti ama, che perfezionisti si nasce e non si diventa, che esistono le lampadine intelligenti e che gli antibiotici potrebbero diventare il nuovo spauracchio del millennio.
Mentre leggi la realtà ti cambia davanti agli occhi con una velocità tale che, se alzi lo sguardo dalla rivista e ti guardi intorno, le tue cose abituali di tutti i giorni, magari comprate da poco e pure di ultima generazione, sembrano già modernariato.
Il presente insomma non esiste quasi più in quella pubblicazione, perché è quasi tutto in proiezione futura, premonizione, divinazione, sforzo di prevedere cosa saremo e cosa faremo domani e dopodomani.
Una sorta di grande fratello indiretto, con l'occhio vigile, innescato dal terrore collettivo dell'ignoto che si prospetta davanti a noi.
Il mito del progresso, per chi se ne nutre, consiste in questo: che tutto sia previsto, osservato, controllato e che nulla sia lasciato al caso.
Che è anche un delirio di onnipotenza, a pensarci bene, cioè una sintomatologia di chiara matrice patologica.
Ora, mi si potrà obiettare che se voglio essere semplicemente informato, senza accendere ipoteche sul futuro e farmi venire il coccolone, potrei tranquillamente limitarmi alla lettura dei quotidiani.
Il che sarebbe in parte vero ma solo in parte.
Intanto perché non è di come mi sento personalmente che volevo ragionare, quello semmai è un indizio da cui sono partito.
In secondo luogo, perché persino i più preparati faticano a distinguere i fatti dalle congetture anche nei quotidiani (e non è un bel traguardo per il mondo dell'informazione, nell'epoca delle convinzioni scientifiche asseritamente positive).
In terzo e più decisivo momento, però, è perché la prova del nove arriva sempre, per qualunque periodico e per qualunque sistema informativo, che lo si voglia o meno; il che succede inevitabilmente quando ci si deve esprimere al tempo presente.
Quotidiano, settimanale o semestrale che sia, nessuno può esimersi infatti dal rendicontare il dibattito politico in corso e le novità sul tappeto in materia pubblica.
Ed è qui che casca l'asino mentre il futurismo dell'avvenire controllato getta la propria sciocca maschera esteriore.
Allora realizzi che la materia del contendere attuale è la medesima di Quintino Sella, il quale introdusse la "lesina delle spese", rispetto a Giovanni Giolitti il quale a sua volta volle tassare maggiormente i ricchi con la sua fiscalità progressiva.
Oggi le belle statuine si chiamano Oscar Giannino e Niki Vendola, tra gli altri, ma la sostanza è sempre quella, pari pari, ad oltre un secolo e passa di distanza.
Quindi, cos'è cambiato realmente nelle idee che animano le questioni pubbliche?
Nulla.
E cosa è cambiato nei bisogni umani da un secolo o da dieci secoli a questa parte?
Nulla.
E quindi che cavolo significa progresso?
Nulla di preciso, a pensarci bene, ma genericamente che il nostro futuro sarà composto da tante self-fulfilling prophecies belle e confezionate.
C'è chi lo trova rassicurante?
Forse sì, ma io lo trovo ansiogeno.
Chi sta messo peggio?
Continua: "Se il progresso è una patologia"
lunedì 15 ottobre 2012

La mamma è sempre la mamma?






Il diluvio di commenti, articoli, prese di posizione, giudizi, talk show, periti veri o improvvisati, moralismi e moralisti, esercitazioni retoriche, urla e grida in diretta o in differita suggerirebbero di astenersi dal partecipare a questo tiro alla fune collettivo che sembra essere diventata l'arcinota vicenda di Leonardo, il ragazzino conteso di Cittadella.
La morbosa smania di partecipazione ai commenti di un evento che ha diviso gli italiani tra innocentisti e colpevolisti, tra partigiani di una famiglia o dell'altra, tra sostenitori della PAS e suoi detrattori, tra questo e quello, tra sopra e sotto ha, infatti, un suo significato che sembra travalicare l'episodio in sé.
Pertanto di quello voglio parlare, piuttosto che immergermi nelle profondità abissali del vero e del falso, del torto e della ragione, del giusto e dell'ingiusto; insomma, nei meandri labirintici del processo mediatico.
Ciò che mi interessa è, invece, la risonanza mediatica del processo in corso.
Quella che ormai da giorni ci ripropone, come uno spettro ricorrente, quel video scomposto e drammatico come un reportage di guerra.
Di questa insistenza ottusa, reiterata all'eccesso, immancabilmente seguita dal profluvio di opinioni che dovrebbero ripristinare, restaurare, ricomporre la serenità perduta; di questa insistenza che appare come il gioco compulsivo di una società prigioniera della sua nevrosi nascosta, che di tanto in tanto si svela con i sintomi sfacciati di un'incontenibile bulimia mediatica.
Tutto questo mi fa pensare spontaneamente ad un'altra sintomatologia altrettanto mediatica dell'attuale: quella che seguì con ricostruzioni, processi televisivi, incursioni peritali e psichiatriche, modellini in scala ed esperti di varia natura e tipologia alla tristissima vicenda di Cogne.
La morte del piccolo, sfortunato Samuele e la condanna - quasi in una sorta di diretta, settimana per settimana, giorno per giorno, minuto per minuto - della madre; l'incredibile scoperta che sgomentò l'Italia tutta precipitandola in un'allucinata, interrogativa incertezza.
Certo, le due vicende sono completamente diverse, non si trattasse del fatto che riguardano in entrambi i casi bambini e mamme.
Ma più che degli abusi o delle violenze o dell'impotenza minorile, il tratto comune - quello che sembra sollecitare l'armamentario della nevrosi e spinge a ricostruire, a risentire, a rivedere, a riconsiderare, a riformulare, in un ciclo senza traguardo apparente - è quello delle madri.
In quanto donne, in quanto madri, in quanto custodi della vita, della pace e del bene, a quanto si dice.
A differenza dei padri, fonti di ogni male, a quanto si dice.
Eppure, alla fine, la dissonanza cognitiva con la quale si devono fare i conti ci piomba addosso durante una trasmissione tivvù, con un video, una notizia, un resoconto, delle urla registrate.
E allora si corre ai ripari.
Per questo si costruiscono modellini della villetta, si risentono le urla del video, si scandaglia un terreno che sembrava privo di anfratti, di crepacci, di trappole, magari si organizzano anche fiaccolate e veglie cittadine.
Per questo si fa un gran parlare, un gran partecipare, un gran pontificare da tutti i canali della comunicazione in un'assordante sarabanda.
Perché la mamma è sempre la mamma!
O no....?

Episodi del genere, quando deve intervenire la polizia, quando scattano le manette e le coercizioni, quando il Tribunale non è più dalla parte della Mamma - e ce ne vuole perché questo succeda - qualche dubbio, in fondo in fondo, te lo lasciano.
Lo so che sembra inaccettabile, la violazione di un tabù, una bestemmia in Chiesa, il sovvertimento dell'ordine morale.
Ma la mamma, allora, non è sempre la mamma.
Non in tutti i casi.
Sono i proverbi ad averci ingannato o è qualcosa d'altro?
Come è possibile che un ragazzino venga strappato dalle braccia amorevoli della Mamma?
Come si può arrivare a concepire qualcosa di simile?
Come può ritenersi preferibile il Papà alla Mamma?
E' sciokkante, vero?
Per questo non si smette più di parlarne, di guardare la tivvù, di cercare la risposta dall'esperto, dal talk show, dal dotto illuminato che ci riporti in pace con la Mamma.
La realtà è più difficile dell'illusione ma dobbiamo farci i conti, anche in occasioni così difficili da mandare giù.
Allora corrono gli esperti, gli psicologi, i curatori dell'anima ed i meccanici del cervello, oltre ai professionisti della famiglia che è diventata, appunto, una roba da affidare a gente esperta.
Perché c'è qualcosa che davvero non possiamo ammettere, a noi stessi, agli altri, al mondo ed alla vita.
Che una mamma abbia torto, sia inadatta, inadeguata, persino pericolosa o malsana per i figli.
Perché la Mamma è sempre la Mamma!
O no....?

Allora provate a rovesciare la situazione e pensate a tutti quei papà dalle cui braccia i figli sono stati strappati a viva forza, a cura delle madri, degli assistenti sociali, dei magistrati, degli psichiatri, degli ordini forensi, dei professionisti della famiglia e delle guardie in divisa.
Insomma, da tutti gli stessi attori protagonisti e comprimari - le medesime figure, con le stesse prerogative e ragioni - della questione di Cittadella, con gli stessi esiti, le stesse modalità d'intervento, le identiche forzature.
E godetevi il relativo, pacifico ed incontaminato silenzio.
Ecco ciò di cui volevo parlare, Leonardo permettendo.
Continua: "La mamma è sempre la mamma?"
venerdì 7 settembre 2012

La tirannia del sentimento






In un’intervista radiofonica di qualche giorno fa, Paolo Villaggio ha espresso un’opinione personale che ha suscitato scandalo e indignazione pressoché generalizzati.
Le paralimpiadi di Londra – avrebbe detto il comico – sono uno spettacolo triste, un’esaltazione delle disgrazie.
Non è stato il solo.
In un’altra trasmissione di Radio International Bologna il giornalista Gianfranco Civolani avrebbe detto qualcosa di molto simile: non guardo le paralimpiadi perché non voglio vedere persone con tre teste o quattro gambe.

In men che non si dica, tanto l’una quanto l’altra opinione – abbastanza simili nei contenuti - sono state prontamente subissate dalla marea montante di un’opinione pubblica inferocita per essere ricacciate senza appello nell’oblio del “non si dice”.
Le reazioni insistite, protratte per diverse ore a Radio International, avrebbero persino indotto Civolani a profondersi in sentite scuse pubbliche per avere offeso la sensibilità comune.
Al comico che ha inventato lo stereotipo dello sfigato per antonomasia - il rag. Fantozzi - che sulle disgrazie quotidiane messe in burletta ha fondato la propria fortuna artistica non si poteva chiedere altrettanto.
Dal canto loro i media, pilotando attentamente e senza dubbi di sorta il sentire popolare, continuano a proporci le storie edificanti di atleti disabili che vincono le loro battaglie sportive con il sorriso sulle labbra - come quegli altri - e mostrano con orgoglio la medaglia conquistata davanti alle telecamere, proprio come quegli altri.
Il mondo della luce, insomma, starebbe vincendo ancora una volta contro quello delle tenebre, ed ogni minimo dubbio riguardante la discutibile spettacolarizzazione di gesti incompleti, di corpi menomati e di difficoltà motorie stentatamente in competizione è stato eticamente spazzato via.
A prima vista sembrerebbe anche una vittoria del bel sentimento sulla ragione: come si può svilire la gioia di una partecipazione sportiva a persone già colpite così duramente dalla sfortuna?
Chi si azzarderebbe a sparare sulla croce rossa?

Dunque tutto bene, se non fosse che dentro questi piccoli, marginali episodi dell’ideologia spicciola di tutti i giorni si cela una tirannia profonda: quella dei buoni sentimenti sui sentimenti autentici.
.....e qui mi fermo, perché tutto il resto sarebbe da discutere all'infinito.
Tranne che per una cosa, che mi sembra doveroso evidenziare.
Dare effettività al principio di non discriminazione in questo caso - anche in questo caso - produce effetti perversi e surreali.

Continua: "La tirannia del sentimento"
mercoledì 29 agosto 2012

Il corretto stile di vita





Desta inquietudine e sgomento scoprire, al rientro dalle vacanze, che il governo dei professori va incalzando il Parlamento per introdurre discipline finalizzate ad uniformare «il corretto stile di vita» dei cittadini verso un modello unico e conclusivo.
Queste le precise parole utilizzate dal Ministro Balduzzi: «il corretto stile di vita».
Va premesso, però e prima di tutto il resto, che il vento del moralismo salutista investe l'intero mondo occidentalizzato e detta tendenze rigorose su scala planetaria.
Qualche giorno fa è arrivata la notizia che la Nuova Zelanda va imponendo, per legge, il divieto di fumo ai minori di diciotto anni, seppure con ritardo rispetto ai salutisti più intransigenti. Infatti, in America i fumatori di tutte le età pare siano stati messi all’indice ormai da diverso tempo, a differenza dei cocainomani e degli alcolizzati che, invece, sono tollerati di buon grado in tutto il nuovo mondo e anche oltre; nei film americani è normale ci siano personaggi dediti alle droghe ed alle sbronze ma è vivamente sconsigliato - se non espressamente proibito - proporre sul grande schermo protagonisti con la sigaretta in mano.
Perbenismo contemporaneo, stupido come tutti i perbenismi.
In Francia le bevande gassate sono state tassate poco tempo fa, per la salute e la gioia sociale di grandi e piccini.
In Messico, tanto per restare in tema, sembra che i ciccioni paghino il prezzo del biglietto maggiorato sui trasporti pubblici, perché così imparino a scofanarsi di fetide calorie.
Sono ormai numerosi, ancora, i paesi che impongono caschetti protettivi per andare in bicicletta, sugli sci, sui pattini, sulle moto, sui sidecar e - last but not least - c'è chi li vorrebbe anche all'interno delle macchine per maggiore protezione.
Che dire poi dei vegetariani, diffusi come un morbo, che predicano una religione pagana della sacralità della vita animale, dimenticando che molte di queste specie sono carnivori come noi umani? Faranno diventare erbivori anche loro?
E così facendo, su questo sentiero folle, la strada del salutismo coatto collettivo è ben tracciata a tutte le latitudini e a noi non resta che seguire come pecore mansuete la retta via tracciata da altri che non si sa mai chi sono.
Per non rimanere indietro rispetto a tanto progresso mondiale che avanza a falcate ampie, il nostro governo ha quindi passato l’estate a studiare inasprimenti fiscali specificamente mirati sui consumi di prodotti che “fanno male alla salute": tabacco, alcol, bibite zuccherate eccetera.
E' il bentornato governativo dalle vacanze.
Con la stessa logica, a breve, potremmo ritrovarci una sovrattassa pedagogica sul lardo di Colonnata o sulla finocchiona toscana; ma sempre per il nostro bene, ovviamente, e magari in prossimità del Natale, 'che il consumo è più confacente al clima e comunque bisogna essere più sani e più buoni.
Non basta così però.
Si vanno anche discutendo, proprio in questi giorni, misure per rieducare le persone dedite al gioco delle slot-machine, in quanto presuntivamene affette da una sindrome tutta nuova, appassionatamente ideata da qualche pseudo-scienziato della psiche per proiettarci con la "giusta" paura di noi stessi nel nuovo millennio: la ludopatia, l'hanno intitolata, il demone del gioco.
Ad ogni buon conto, per non sbagliarsi si discetta tecnicamente anche sulla "corretta" distanza di sicurezza psicologica delle sale giochi da scuole, Chiese, centri anziani ed ospedali; si sa che prevenire le tentazioni è meglio che curare il peccato.
Sui carburanti - quei prodotti altrettanto demoniaci derivati dal petrolio, che inquinano l’aria per l’inutile e dannoso carosello della mobilità su gomma – si è abbattuto l’ennesimo colpo di scure delle accise proprio in concomitanza con gli esodi ed i controesodi estivi. Un salasso - ma con un ritorno di buona salute, dicono alcuni - come quello dei cerusici medievali, fatto con le sanguisughe.
Il risultato è che ad andare in vacanza sono rimasti in pochi, con buona pace dell'industria turistica, della ripresa dei consumi interni e dello sviluppo economico che, a queste condizioni, non è davvero sostenibile da nessuno, ambiente e ambientalisti sciroccati a parte.
A Taranto, sempre in tema d'ambientalismo, un’iniziativa della magistratura (e dei sindacati) sta infine mettendo a repentaglio la produzione dell’acciaio – e con essa tutti i relativi posti di lavoro, nell’ordine delle migliaia – perché le polveri disperse delle lavorazioni inquinano e fanno male; quindi, il diritto alla salute precede e prevale sul diritto alla sopravvivenza alimentare.
Meglio crepare di fame ma senza malattie sulla coscienza; questo il principio etico di fondo adottato dai custodi del nostro sacralizzato e socializzato benessere collettivo.
Una cuccagna salutista dietro l’altra, insomma, in linea con l’Europa e il mondo civilizzato dell’occidente post-umano, nel quale un'imprecisata congrega di cervelloni si è presa la briga di dettarci «il corretto stile di vita» a cui, volenti o nolenti, ci dovremmo uniformare poco per volta.
La Grande Mamma dei poteri pubblici, solerte e desiderosa di potersi rendere utile a tutti con le proprie apprensioni appiccicose, non poteva che fregarsi le mani davanti a tanta prospettiva di potere sui propri figli/sudditi; sicché è piena di preoccupazioni ansiose per quei poveri cittadini che non sanno quello che fanno, che si crogiolano irresponsabilmente nei propri vizi insalubri, che non mettono la maglia di lana come detta il regolamento interministeriale del «corretto stile di vita».
Come potremmo fare senza qualcuno che pensi al posto nostro?
Che faremmo senza la nostra Grande Mamma pubblica?
Essa ci vuole in piena forma fisica sino a tarda età, tirati, lucidi e scattanti come giovani marmotte e ci detta le regole di comportamento della vita sana; magari povera, limitata e triste, però sana.
Il Buonanima, a suo tempo, si limitava a dire che libro e moschetto facevano il fascista perfetto; poi ognuno poteva mangiare, bere, fumare e fare quello che più gli aggradava, nell'alveo del lecito, compreso andare a sollazzarsi nei bordelli o gozzovigliare allegramente nelle osterie.
Insomma vivere, come riusciva meglio a ciascuno.
Invece questi fanno sul serio.
Ad onor del vero bisogna dire che voci in controtendenza se ne sono alzate, in queste sinistre circostanze attuali, confortandoci sul fatto che la pazzia del pedagogismo pubblico, delle "politiche educative”, del «corretto stile di vita» imposto dall'alto, non è inevitabilmente contagiosa, come può sembrare a prima vista.
Piero Ostellino – una delle più stimabili di queste voci libere – lo ha scritto con grande chiarezza sul Corriere di qualche giorno fa e vale la pena leggerselo da cima a fondo.
Nicola Porro c'è andato giù ancora più pesante, chiamando le cose con il loro nome: «Che razza di Stato è - si è chiesto - quello che attraverso la leva fiscale vuole imporre stili di vita corretti? Si chiama Stato etico e totalitario
Anche le sue considerazioni faranno bene a parecchi/e e, quindi, lo consiglio vivamente a tutti i lettori senza stare a ripetere cose già scritte con grande e maggiore efficacia di quanto potrei fare io.
Tuttavia, oltre a tutto lo strazio di cui sopra, qualcosa che non mi torna come dovrebbe ci sta ancora e provo a tirarla fuori.
Sintetizzando: ma chi cavolo è che passa le sue notti insonni e le sue giornate estive a studiare «il corretto stile di vita» per tutti? chi gli ha conferito questo incarico e sulla base di quale mandato popolare?
Qui la risposta si fa più allarmante della domanda, in quanto le sinistre figure vanno ricercate in quell'area di sovrapposizione tra un certo mondo della politica - quello animato da solidaristico e salvifico spirito missionario - e certo mondo della ricerca scientifica, sovrappopolato da sapientoni convinti di avere in tasca la teoria giusta della «buona vita».
Buona vita che, pertanto, nella loro ottica si riduce alla corretta esecuzione di una tecnica prefissata (da loro stessi!) che i politici zelanti si affrettano a depositare in norma vincolante.
Per dirla altrimenti, la forbice tra ceti dirigenti e popolino, tra sapere specialistico e sapere comune, tra proceduralità e buon senso, tra tecnicismi e tradizione si è divaricata al punto tale - ci hanno convinto che il gap sia diventato talmente incolmabile - che siamo stati tutti degradati al rango di minorati; un popolo bue da accudire, da accompagnare al pascolo, da sottoporre a controlli periodici di buona salute, da tenere tranquillo nelle stalle climatizzate e, naturalmente, da mungere per bene.
Come i bovini dipendono dal fattore, noi ci stiamo adattando a dipendere dai super-esperti politicizzati che ci dicono come dobbiamo vivere, cosa dobbiamo mangiare, come trascorrere il tempo libero, come scopare, dove andare, che pensare, che dire, che non dire, come lavarsi e come rilassarsi.
Beh...a fronte di tutto questo mi associo a quanto invocato da Nicola Porro: «rivendico il diritto alla panza!».
.......e in culo al «corretto stile di vita»!

Continua: "Il corretto stile di vita"
mercoledì 22 agosto 2012

Cinquanta sfumature



Ricevo da Drilli - assidua frequentatrice del blog - questo interessante commento al fenomeno letterario degli ultimi mesi che, come qualcuno saprà, ha contribuito ad infiammare di polemiche a largo raggio un'estate già infuocata per tanti altri motivi.
Previo consenso della simpaticissima autrice lo pubblico volentieri, sia per l'attualità dell'argomento, sia perché pone con curiosità spontanea più domande che risposte, aprendo uno spazio a riflessioni e considerazioni di comune interesse.
A fine articolo un breve commento personale.
Ringrazio Drilli per il contributo.


Cinquanta sfumature di grigio
(ma il rosa è il colore di sfondo)



Illeggibile, noioso, banale, senza spessore, scontato, deludente.
Pochi sarebbero quelli (o forse è meglio dire quelle...?) che hanno apprezzato il libro, a giudicare dai commenti più diffusi. Tuttavia è uno dei libri più venduti; infatti, stando ai commenti che si possono leggere sui vari blog, pare sia stato acquistato per curiosità e però sfogliato solo per qualche pagina.
Quindi, venduto, ma non letto...?
E' stato ribadito da più commentatori (uffa, commentatrici....la mia onestà intellettuale non mi permette di essere sleale) che con il caldo afoso di quest'anno, sotto l'ombrellone, non si può mica leggere Kant.
Meglio alleggerirsi, quindi, con E L James autrice della trilogia in questione - "Cinquanta sfumature di grigio - Cinquanta sfumature di nero - Cinquanta sfumature di rosso". Qui parlo del primo dei tre libri che ho appena finito.
Insomma, le giustificazioni rientrano nell'intimismo politicamente corretto o no? siamo comunque perdonate per aver comprato un libro che parla del nulla? Eppure, una recensione del "ENTERTAINMENT" recita così: «...scandaloso, bollente, il bestseller di cui non si può smettere di parlare.»
E' tutto vero. Se ne parla e ne parlo anch'io. Di cosa parliamo, allora?
E' scritto in prima persona e al tempo presente; forse per renderlo ancora più coinvolgente...? In effetti, lo stile confessionale può risultare coinvolgente per alcuni/e meno per altri/e; e quindi pensavo che tra me e le altre persone che hanno letto il libro ci fosse un maggiore riscontro. In realtà, questa specie di empatia narrativa pare l'abbia colta solo io...
La trama è banale, la solita storia tra un lui ricco e potente e una lei senza definizioni sociali, il vecchio canovaccio di Cenerentola. Ciò che li accomuna, però, e qui starebbe la novità della cenerentola moderna, è la perversione sessuale intorno a cui ruota la loro storia. C'è un'attrazione fra i due fondata sul sesso perverso ma, non per ultimo - dico io - anche sul sentimento (dunque sesso e sentimento insieme? a quanto pare sì, l'uno mette il primo mentre l'altra il secondo).
La trama vede come protagonista Ana, poco più che ventenne: è vergine, un po' goffa (quando cammina, non quando pratica sesso; lì, pare, le viene più naturale), ha i peli superflui e il primo po....no che fa nella vita (senza fermarsi neanche nel momento finale!....e scusate se è poco) è da 10 e lode. Parola di Christian, il protagonista maschile.
Christian Grey è un giovane molto molto molto ma molto ricco e anche molto molto molto ma molto bello, che ha la mania del cibo («mangia!» è uno dei suoi imperativi preferiti) e del controllo delle situazioni e delle persone; non vuole essere toccato sul torace. Pratica il sesso da dominatore, con le fruste, per intenderci, e per intenderci ancora meglio, sculaccia la sua sottomessa se non obbedisce ai suoi ordini.
Nel prendere o lasciare che lui impone alla situazione però comincia ad insinuarsi la strategia sentimentale di Ana.
Lei vuole di più, ma mica roba materiale, eh; lei ha sani princìpi. Vuole abbracci, vuole dormire accanto a lui - magari senza fare sesso - vuole, insomma, una classica, normale e sana relazione.
Comunque – a differenza delle altre ex sottomesse - qualche volta le sarà concesso di dormirgli accanto; per il momento però - alla fine di questo primo libro - non le basta, quindi sceglie il "lasciare" anche se con dolore (non solo psicologico, il suo fondo schiena è rosso fuoco tanto ad avere difficoltà nel sedersi).
«Sono un fallimento totale. Speravo di trascinare Christian nella luce, ma il compito si è rivelato superiore alle mie scarse capacità.» The end - to be continued, però...
Personalmente, mi lascia incuriosita il futuro dei due. Possibile che i vari commentatori citati sopra non siano curiosi...? Come si spiega la vendita del secondo e del terzo libro se molti non hanno finito di leggere il primo...? Chi è che mente...? Io no di certo.

Le evidenti forzature che ci sono nel racconto mi portano ad alcune (tante, in realtà) riflessioni: ma se il protagonista maschile fosse stato un impiegato delle poste, Ana si sarebbe innamorata di lui...? no perchè, un conto è essere invitate a cena con il proprietario di un elicottero, e un altro è andare a cena con il possessore di una comune automobile; vuoi mettere rincorrere l'alba e gustarsela su un aliante, piuttosto che vederla sorgere stando seduti (o in piedi, dipende dalle dolorose sculacciate) sul molo del mare? Un conto è vedere la persona al tuo fianco che armeggia con un sacco di bottoni, tastini e spie luminose sul cruscotto dell'elicottero e un altro è vedere che armeggia con le frecce direzionali e al massimo i tasti di un'autoradio sul cruscotto dell'automobile. Sempre se il protagonista maschile fosse un impiegato delle poste, Ana obbedirebbe anche al più semplice imperativo che suona come - «portami un caffè, piccola!»? Come è possibile che una bella ragazza di ventuno anni non abbia mai dato un bacio? Perchè Ana non si è mai depilata prima della gentile richiesta di Christian...?
Per non parlare di lui: a soli 27 anni con un passato sconvolgente e ancora misterioso, figlio di una madre puttana, è generoso con i meno fortunati, tanto quanto è bello, e si preoccupa - tra un affare e l'altro - di risanare l'ambiente. Insomma, un salvatore del mondo in pubblico e un uomo immorale (ma attraente e fascinoso al tempo stesso) nel peccaminoso privato.
Christian ha posseduto altre "sottomesse" prima di Ana, 15 se non ricordo male. Possibile che nessuna di queste si sia lasciata sfuggire un micro pettegolezzo ai giornali scandalistici del paese? La stanza rossa, quella del sesso estremo, per intenderci, chi la riordina? Chi la pulisce? Insomma, si deduce che chi sta al servizio del Signor Grey siano persone completamente indifferenti alla conduzione di un bizzarro stile di vita sessuale. Vabbè, è un racconto che deve essere venduto, per cui, questo tipo di forzature rientrano nella logica di mercato.
Anche a me, quindi, alla fin fine è sembrato un libro banale, senza spessore, scontato, a volte quasi illeggibile per la troppa descrittività di cose inutili. Ma, al contrario di molte persone, e mi riferisco a quelli che hanno commentato le recensioni di questo libro sui vari blog che si trovano in rete, voglio sapere come va a finire tra i due protagonisti. Voglio sapere se Christian ha risanato l'ambiente, se i bambini del terzo mondo riusciranno ad invecchiare e voglio sapere se Ana è riuscita a ri-educare sentimentalmente un uomo bello, ricco, intelligente, bravo e perverso come Christian.
Alla fine, mi viene spontanea un'altra riflessione, e per quanto sono coinvolta lo chiedo direttamente a lei, ad Ana: ma se ti sei invaghita di questo uomo nel suo complesso, perchè non lo accetti per quel che è? ...con le sue follie sessuali, con i suoi mega regali, con il suo distacco sentimentale, con i suoi trascorsi misteriosi. Riuscirai ad amare lo stesso uomo tenebroso a cui piace «fottere e non fare l'amore» se lo trascini nella tua luce? Cosa amerai di lui, dopo la trasformazione? E cosa ti ha fatto innamorare, all'inizio, ne vogliamo discutere, Ana?
So comunque fin da ora, perché mi è stato già detto, che sarà Ana a voler tornare nella stanza rossa, dove il sesso copre ogni altra cosa. Dove, lì, ci sono ruoli ben stabiliti: quello del dominatore e quello della sottomessa; dove lei è legata, bendata e aspetta in ginocchio, trepidante l'arrivo di Christian.
Altro punto di domanda mi sorge spontaneo: cosa diventa un comandamento quando questo non viene rispettato? Sia in un gioco, che nelle regole della società dopo un obbligo mancato arriva la sanzione. Se non c'è più la sanzione, allora, non si può chiamarlo obbligo. O no...? Che senso ha la stanza rossa quando non ci sono più dominatori, coloro che comandano, e sottomesse, coloro che obbediscono...? Come si può comandare ad una persona che ami? Insomma, è possibile conciliare i due aspetti fondamentali, il sesso e il sentimento, in contrasto fra loro, per questo stravagante rapporto di coppia?
Cercherò queste risposte negli altri due libri, anche se saranno le risposte di una scrittrice sopravvalutata e non il vangelo dei comportamenti politicamente corretti o politicamente scorretti.

Drilli


L'eco delle cinquanta sfumature è arrivata anche sotto il mio ombrellone.
Non poteva essere diversamente, visto che l'associazione tra i due termini - donna e sottomissione - ha risvegliato antichi fantasmi (mai morti veramente) scatenando tutte le reazioni "politicamente corrette" possibili e immaginabili di questo mondo.
Seguendo le polemiche da lontano - nel senso che non ho letto i libri ma solo alcuni articoli relativi - mi sono formato questa convinzione: che neanche la vita sessuale è più immune dall'ansia di regolamentazione totale.
E anche parlarne liberamente in un certo modo - non propriamente ortodosso - rischia di entrare nell'alone del sospetto.
Quanto all'associazione - o dissociazione? - tra sesso e sentimento: c'è tutta la differenza tra essere uomini ed essere donne.
Materia infinita.
Sino a quando sarà ancora ammesso è meglio continuare a parlarne liberamente.
Gibbì
Continua: "Cinquanta sfumature"
lunedì 30 luglio 2012

Nel mirino






Buona o cattiva che sia, la notizia è che questo piccolo blog disperso nella rete come una barchetta nel vasto oceano, frequentato da un pubblico di nicchia interessato ai temi della questione maschile e quindi sostanzialmente inascoltato e irrilevante rispetto ai grandi flussi della comunicazione mediatica, che di questione maschile non vuole proprio sentir parlare, questa piccola voce isolata - dicevamo - riesce, comunque, a dare fastidio pur nelle sue infinitesimali dimensioni.
Da quali risonanze mediatiche possano arrivare certi segnali, da quale eco rimbalzino le reazioni e quali preoccupazioni possano suscitare i messaggi nella bottiglia che da qui si gettano nella corrente rispetto a chi ha ben altre attenzioni, seguito e indici d'ascolto rimane uno di quei misteri che è bene accogliere come la parte buona della notizia.
Comunque sia, il fatto è che ho ricevuto una comunicazione personale, tramite posta elettronica, da quella Barbara Spinelli di cui ho scritto in alcune occasioni.
Ne ho scritto non perché sia interessato alla sua persona - ci mancherebbe - ma in quanto personaggio pubblico e pubblicamente impegnato come "femminista" di punta sullo scenario nazionale; ne ho scritto perché interessato alle sue idee o, meglio, perché interessato a contrastare le sue idee femministe.
Idee e opinioni politiche che riguardano anche me - in quanto uomo - dato che vorrebbero incasellarmi pregiudizialmente tra i sospettabili di violenza ed altre nefandezze - in quanto uomo - secondo un'assurda logica che attribuisce meriti e demeriti, peccati originali e innocenze originali, virtù ed infamie in base all'identità sessuale: in quanto uomo e in quanto donna.
Quella stessa logica, altrettanto assurda, che spacca il mondo come una mela per separare l'umanità tra soggetti inermi per definizione, le femmine, e soggetti dominanti per definizione, i maschi, e da ciò fa discendere la necessità che i soggetti inermi vengano considerati incolpevoli e giustificabili sempre e comunque, mentre quelli dominanti colpevoli e ingiustificabili sempre e comunque.
Ce n'è più che abbastanza per sentirsi minacciati nella propria intima natura maschile da un pregiudizio inaccettabile e combattere quelle strampalate idee - peraltro non prive di oscuri precedenti storici - con tutti i mezzi leciti a disposizione.
E' ciò che faccio, nel mio piccolo.
Visto lo spiraglio d'attenzione che si è venuto a determinare per ragioni imperscrutabili, ne approfitto tuttavia per rispondere direttamente e pubblicamente alla Spinelli, la quale leggendo queste pagine ha minacciato ritorsioni legali.
Le dirò, quindi, che non ho alcuna difficoltà a rimuovere dall'articolo Il femminicidio è una scellerata bugia la sua foto (peraltro pubblicamente reperita con una modesta ricerchina sul web) e alcuni vocaboli, che lei percepisce come offensivi (pur non essendolo), come potrà accertare lei stessa.
Non ho alcuna difficoltà ad accogliere la sua "richiesta" dal momento che nulla cambia nel merito delle idee lì sostenute le quali, è bene rammentarlo ancora, non investono la sua persona in quanto tale ma la sua figura pubblica, le sue opinioni (quelle sì, personali) e le sue battaglie politiche antimaschili.
Rimane la possibilità che lei voglia portare a processo le mie idee (anche se solo a pronunciarla una cosa simile lascia già il retrogusto del regime totalitario, dei tribunali del popolo, della criminalizzazione del dissenso).
In tal caso sappia che non arretro di un millimetro.
Non solo perché ho dalla mia la Costituzione della Repubblica italiana, che garantisce - ad oggi e speriamo anche in futuro - libertà di pensiero e di parola.
Ma anche perché non ci fossero i principi dello stato di diritto ad assicurare le mie libertà io le praticherei comunque, ancora di più e ancora più convintamente rispetto a chi le vorrebbe negare per i propri malsani progetti di ingegneria sociale.
Pertanto sappia che continuerò a considerare ed a definire, anche pubblicamente, il femminicidio una scellerata bugia negli stessi esatti termini e con le medesime argomentazioni riportate nell'articolo.
Ai quali, anzi, ne aggiungerei degli altri.
Il termine "femminicidio" è una figura retorica mutuata dal più ampio termine "genocidio" che, secondo le stesse definizioni dell'ONU - che lei ben conosce - significa il tentativo di annientamento, in tutto o in parte, di un gruppo sociale.
Lascio giudicare a chi legge se sia in atto nulla di simile nella nostra realtà o se non sia un modo per far credere all'opinione pubblica che esista qualcosa che non esiste, e per assecondare e fomentare sino a grandezze illogiche e parossistiche un vittimismo femminile senza più argini, confini e ragionevolezza.
Se non sia, per dirla in altre e più dirette parole, una mistificazione ideologica che parla un linguaggio contrario alla realtà delle cose per finalità politiche.
Lei è responsabile di questo.
Ma non la cito in giudizio per queste idee.
Mi basta contestarle, contrastarle e contraddirle pubblicamente perché la gente se ne renda consapevole.
Pertanto, essere preso di mira da lei, stare nel centro del suo mirino non mi spaventa neanche un po'.
Anzi, significa che i miei argomenti, a differenza dei suoi, sono buoni argomenti.
Mi stia bene....
Continua: "Nel mirino"
giovedì 19 luglio 2012

Cultura antimaschile e paternità forzate





I torti e le umilianti sperequazioni che gli uomini sono costretti a subire nei tribunali civili (e spesso anche penali) in sede di separazione o divorzio rappresentano, ad oggi, la parte più esposta e socialmente evidente di una diffusissima cultura antimaschile che permea i rapporti umani, giuridici e politici prevalenti.
Come già evidenziato in diverse occasioni, questi fenomeni sono tuttavia solo la punta di un iceberg, sotto la linea di galleggiamento (e di visibilità) del quale si nasconde la parte più corposa ed ingombrante dei principi che le ideologie politiche ostili al “maschio” (femminismo, culturalismo ed egualitarismo su tutte) hanno riversato nella cultura corrente, nel diritto codificato e nelle pratiche usuali di common law.
Se, infatti, la negazione dei diritti alla paternità sta alimentando, in concreto, un malessere sociale sempre più ampio e numericamente significativo, non altrettanto può dirsi, ad esempio, per la situazione diametralmente opposta: ossia, la possibilità di esercitare il diritto al disconoscimento di paternità in tutti quei casi in cui la paternità stessa è dubitabile se non, addirittura, palesemente falsa.
Oppure - caso meno ai limiti ma non per questo meno rilevante - quando il singolo non ha scelto di diventare padre e non si sente pronto per questa delicata responsabilità ma, a differenza di quanto è concesso alle donne con il c.d. “parto anonimo”, non può sottrarsi in alcun modo alla paternità non voluta.
In realtà, queste situazioni – più frequenti di quanto non si pensi – arrivano all’attenzione dell’opinione pubblica quasi esclusivamente quando ad esserne coinvolti sono personaggi di grande popolarità, come gli attori o i calciatori.
E’ questo il caso della diatriba innescatasi sul noto caso Balotelli-Fico, che sembra ripercorrere lo stesso copione mediatico in cui finì coinvolto, a suo tempo, un campione altrettanto “trasgressivo” e discusso come Diego Armando Maradona.
Trattandosi di persone facoltose e socialmente privilegiate, la percezione generale è che la tegola non faccia poi così male e, quindi, l’attenzione verso i principi di equità in gioco viene automaticamente distratta verso il puro e semplice pettegolezzo da parrucchiera.
Eppure, situazioni di questo tipo possono investire - ed investono - qualunque uomo, di qualunque estrazione sociale e con qualunque disponibilità economica tra le mani, anche quando non se ne dispone affatto; si tratta di principi giuridici ed etici che riguardano tutti, non solo i paperoni del calcio, ma questo non viene evidenziato.
Bene ha fatto, dunque, Marco Faraci a riproporre la questione di ordine generale prendendo a prestito, con un articolo specifico, la vicenda personale di Balotelli per estendere le relative considerazioni sino a riconoscerne all’interno la negazione dei «diritti riproduttivi» maschili come presupposto culturale e giuridico vigente.
A qualunque donna è consentito ope legis disconoscere il figlio appena nato lasciando che venga dato in adozione (pare siano circa 400 l’anno i casi su circa tremila abbandoni materni), mentre a qualunque uomo questa possibilità è giuridicamente preclusa, tranne casi eccezionali.
Se a ciò si aggiunge l’assoluta irrilevanza della figura e della scelta maschile in materia di aborto, lo sbilanciamento e la sperequazione dei diritti riproduttivi tra maschi e femmine ha del clamoroso, quanto e molto più delle problematiche dei padri separati.
Eppure, questa generale cittadinanza di serie B rimane confinata sotto la linea di galleggiamento dell’evidenza - come si diceva - nell’oblio e nella sottovalutazione da parte dello stesso mondo maschile, che se ne accorge solo quando ne subisce individualmente gli effetti.
Ci sarebbe dunque poco da aggiungere a quanto efficacemente sostenuto da Faraci nel merito della questione, se non fosse che, per uno strano gioco di casualità, non stessi elaborando in questi giorni analoghe considerazioni sulla base di una recente sentenza della Corte di Cassazione inerente la stessa materia.
In quest’altro caso si tratta della domanda di disconoscimento di paternità presentata da un uomo che aveva scoperto, in epoca successiva alla nascita di una bambina, di non esserne il vero genitore, in quanto la moglie si era sottoposta a fecondazione eterologa nel contesto delle procedure di fecondazione assistita a cui la coppia si era da tempo rivolta.
Va ricordato che la fecondazione eterologa - ossia, resa possibile da un donatore anonimo, terzo alla coppia - è espressamente vietata dal nostro ordinamento, ex articolo 4, comma 3, della legge 19 febbraio 2004, n. 40 (recante norme in materia di procreazione medicalmente assistita) e pur non potendosi considerare, nel caso di specie, una forma di infedeltà muliebre è qualcosa che comunque gli assomiglia molto.
Inoltre, a quanto si legge nella sentenza n. 11644 del 23 febbraio scorso, il padre pro-forma sarebbe venuto a conoscenza dell'iniziativa unilaterale della donna in tempi successivi al parto, a seguito di "voci" che lo avrebbero indotto ad accertare, tramite specifici controlli clinici, la propria sterilità assoluta.
Appurato di non poter essere il padre che avrebbe voluto essere, l'uomo si è visto contestare, in giudizio, il mancato rispetto dei tempi burocratici per l'esercizio del disconoscimento, equiparato con un'alchimia interpretativa della Cassazione alle ipotesi di decadenza dall'azione di disconoscimento previste, dall'art. 244 del codice civile, in un anno.
Al danno concreto per l'uomo deve aggiungersi la beffa più generale, per cui dal Sole24ore si è salutato questo pronunciamento come un ampliamento dello spettro normativo delle ipotesi di disconoscimento di paternità, tra le quali ora deve aggiungersi anche quella della fecondazione eterologa per il padre inconsapevole.
Poco importa, a quei commentatori, che le contorsioni giuridico-burocratiche della Cassazione abbiano prodotto, per l'ennesima volta e nonostante le affermazioni di principio astratte, una vittima delle paternità forzate, di volta in volta estorte per via giudiziale.
Su quell'uomo peserà per tutta la vita una paternità non voluta perché non vera, perché così hanno deciso i tribunali del "regno".
In nessuna parte della sentenza, ad un'attenta lettura, viene presa in considerazione la posizione materiale, psicologica ed esistenziale di quell'uomo, anche alla luce del fondamentale principio di ragionevolezza e dei criteri etici su cui si fonda questo principio (per non voler parlare di "diritto naturale").
E se tutto questo non è il frutto di una cultura antimaschile che ritiene i diritti e gli interessi maschili di rango inferiore a quelli femminili, sacrificabili ed irrilevanti sino al pratico annullamento, non saprei come diversamente descriverlo.


Annotazione a margine
Non mi trovo molto d'accordo, sia detto comunque marginalmente, sull'affermazione di Marco Faraci secondo la quale «per un bambino non esiste un diritto a prescindere a nascere con due genitori» perché, invece, ritengo che quel "diritto" esiste e sarebbe anche cogente, a mio modo di vedere.
Non è un diritto nel senso tecnico del termine e lo possiamo chiamare anche diversamente - vantaggio, possibilità più favorevole, corrispondenza ai bisogni infantili, naturalezza della situazione, completezza dell'habitat familiare o come si vuole - ma esiste in tutte queste denominazioni che, pur non potendosi incasellare all'interno di forme prescrittive, definiscono lo specifico interesse del nascituro.
Una cosa è stabilire modelli giuridici fondati sull'equità, altra cosa è stabilire l'insussistenza di situazioni ottimali.
Che continuano a sembrarmi le migliori, soppesati tutti gli interessi in gioco.

Continua: "Cultura antimaschile e paternità forzate"
lunedì 11 giugno 2012

Non è più tempo di belle maniere





Il garbo nobiliare e composto con cui Fabio Nestola – esponente di spicco dell’associazione Adiantum – ha replicato all'ultima aggressione ideologica verso il mondo maschile, condotta con l’abituale ferocia argomentativa dalla ormai onnipresente Barbara Spinelli, sarebbe da applausi.
Dico sarebbe – uso il condizionale – per due motivi.
Il primo è che c’è una certa incongruenza di fondo tra l’aggressione e la reazione; un po’ come se a qualcuna che ti urla in faccia che c'hai la depravazione inesorabilmente inscritta nel DNA tu rispondessi con il sopracciglio alzato: «signora, lei mi fa torto».
Il secondo è che c’è un difetto di prospettiva generale, a mio giudizio, in una parte degli argomenti addotti da Nestola.
Ma prima di inoltrarci nel commento vediamo - a beneficio di chi fosse all’oscuro della querelle in atto - di cosa si tratta.
E’ in dirittura d'arrivo al Senato della Repubblica il disegno di legge 957 in materia di nuovo affido condiviso e, di conseguenza, l’associazione di sinistra “giuristi democratici” – cellula della potente lobby femminista italiana che agisce, tra l’altro, come referente nazionale del famigerato CEDAW dell’ONU - ha ripreso ad alzare le barricate contro il provvedimento con particolare e rinnovata veemenza.
La tesi sostenuta dalle femministe si fonda sull'abituale e ben sperimentato dogma rivoluzionario della violenza di genere.
Dato che il mondo si divide(rebbe) tra oppressori (al maschile) ed oppresse (al femminile), la lotta di classe rende necessario (dicono loro) che l'ordinamento giuridico vada deformato con l'inibizione dei diritti maschili anche in materia di affidamento dei figli e il contestuale ampliamento a dismisura dei diritti femminili; quindi, no all'affido condiviso - che sarebbe persino incostituzionale, a loro parere - in nessuna forma, in nessun modo e per nessuna ragione al mondo.
Tanta mirabilia argomentativa la si potrà meglio “apprezzare” dalla presa di posizione ufficiale apparsa sul loro sito a firma, appunto, della pasionaria Spinelli e sulla stampa (Il Manifesto) a firma Laura Betti.
Al manicheismo irrazionale e distorto di questo settore lobbistico, tutt’altro che inascoltato o marginale (anzi....), ha fatto riscontro, appunto, la sola, unica e perciò già flebile replica oxfordiana di Fabio Nestola il quale, dal sito di Adiantum, parla educatamente di «informazione pilotata» sulla violenza di genere.
Con questa espressione (informazione pilotata) volendo presumibilmente fare riferimento alla pratica della "disinformatzia", quella strategia comunicativa elaborata scientificamente nella Russia sovietica dei bei tempi andati, quando la manipolazione dell’opinione pubblica ottenuta con la diffamazione sistematica dell'avversario (o nemico) era la regola dell'internazionalismo rivoluzionario e l’amore per la verità dei fatti un crimine politico ai danni del popolo da punire con il gulag.

Ciò posto, voglio sgomberare subito il campo da un potenziale equivoco.
Al netto dell'incongruenza di cui dicevamo prima, lo stile pacato e tollerante di Nestola è veramente da applausi, nel senso pieno dell'espressione e senza alcuna ironia; rimanere civili in un contesto di barbarie ideologica e di intolleranza giacobina quale quella esibita dalle femministe è un segno di grande forza maschile, un insegnamento di stile e compostezza.
Ma forse non è più tempo di belle maniere.
Non lo dico io, lo dice ad esempio Luisa Muraro che, guarda tu il caso, è femminista di punta del c.d. "pensiero della differenza" ed ha scritto un libro - Dio è violent - con il quale giustifica l'idea di un ritorno al terrore rivoluzionario e, quindi, alla violenza politica, soprattutto se pensata e agita dalle donne (è per questo che non precisa se Dio sarebbe violento o violenta).
Lo dice la Spinelli che accusa impunemente tutti gli uomini di indegnità morale e materiale.
Lo dice la teoria della violenza di genere che non è un corredario statistico scientificamente inoppugnabile, tutt'altro, ma una riproposizione del conflitto di classe ri-orientato su nuove coordinate sociali.
In realtà, dietro al combinato disposto delle tesi delle spinelli, delle muraro e delle betti - delle femministe, insomma - si cela un principio semplice semplice, destinato a non tramontare mai.
Il machiavellico fine che giustifica i mezzi.
Poco importa della verità se l'obiettivo è rovesciare le condizioni sociali.
Per rovesciare le condizioni sociali, nella rivoluzione femminista la diffamazione è lo strumento cardine e la violenza di genere il precipitato teorico da utilizzare come randello purificatore.
E' sulla base di queste considerazioni, dunque, che la tesi difensiva di Nestola - esiste anche la violenza fisica femminile, non solo quella maschile - a me sembra una resa incondizionata all'idea del conflitto di classe.
Perché qui non si tratta di stabilire chi sia più violento tra maschi e femmine e con quale frequenza, dato che, com'è evidente, la mano di una donna non sarà mai tanto pesante ed intimidatoria come quella di un uomo.
Si tratta di stabilire se la violenza fisica - che esiste, va contrastata e combattuta senza riserve, quando è vera - sia l'unica forma di violenza, di sopraffazione o di cattiveria possibile tra gli esseri umani.
O se ne esistano anche altre forme quali, ad esempio, negare ai padri l'affetto dei figli, ridurli sul lastrico, inventarsi violenze inesistenti anche per questi scopi (ma non solo per questi), fare del vittimismo isterico continuativo sul piano sociale al solo scopo di diffamare un'intera categoria umana e quindi lucrarne i relativi vantaggi politici, giuridici e personali.
Si tratta anche di stabilire una volta per tutte se faccia più male uno schiaffo o una calunnia, se il primo sia più immorale della seconda e se non sia il caso di condannare e combattere tanto l'uno quanto l'altra con la severità che rispettivamente meritano.
I fatti ci dicono che in questo tipo di violenze sottili, immateriali e senza l'uso delle mani molte donne sono vere e proprie maestre, e non da oggi ma oggi più di sempre.
E che, quindi, quella teoria della violenza di genere è una falsità inaccettabile e folle, in quanto non esiste nessuna classe sociale in posizione di supremazia rispetto all'altra su base sessuale ma solo singoli individui che abusano degli strumenti di cui dispongono - e che non sono solo fisici - per affermare il proprio volere ai danni dell'altro.
Come è inaccettabile - dovrebbe essere inaccettabile per ogni persona onesta, personalmente e intellettualmente - che sulla base di questa mistificazione ideologica si cerchi di condizionare e dirigere decisioni politiche che dovrebbero dichiarare, de iure, una colpevolezza congenita degli uomini a fronte di un'innocenza congenita delle donne.
Ma tutto questo Fabio Nestola non lo dice o lo dice solo in parte.
E, allora, con tutta la stima che ho di lui e che pubblicamente gli tributo, io dico anche a lui che non è più tempo di belle maniere e di tentennamenti ideologici.
E' tempo di fermezza e verità.
Continua: "Non è più tempo di belle maniere"
venerdì 1 giugno 2012

Su Lady Gaga (e non solo) hanno ragione i musulmani





So bene che già la sola lettura del titolo potrebbe procurarmi diverse inimicizie, accuse di fondamentalismo, di moralismo bigotto o di "intelligenza" col nemico talebano dell'Occidente.
Di quelli che si accontentano di leggere i titoli saltando i contenuti, detta con grande franchezza, mi interessa poco; la superficialità che vedo e sento impazzare in giro come un atteggiamento di tendenza - fashion, per così dire - comincia a darmi seriamente l'orticaria.
Agli altri cercherò di offrire uno spunto di riflessione che ognuno potrà risolvere a modo suo, ma ragionando su un fatto di cui (questo l'intento) si devono e possono dare letture diverse senza andarsi ad appiattire supinamente nel luogo-comunismo predominante.
La notiziola di cui voglio parlare è di quelle apparentemente futili, frivole ed insignificanti per la nostra vita associata.
In realtà a me sembra che siano proprio notizie di questa natura ad avere un'importanza capitale per capire chi siamo e dove andiamo: ecco di cosa stiamo parlando.
Il concerto della pop-star Lady Gaga, già programmato a Jakarta per il prossimo 3 giugno, è stato annullato dalle autorità locali in quanto si tratterebbe di uno spettacolo «incompatibile con la cultura e i valori morali» dell'Indonesia, paese a forte maggioranza islamica (87% circa della popolazione) e nazione musulmana più popolosa del mondo (quasi 240 milioni di anime).
Questo il fatto.
Per capire chi sia Lady Gaga e che genere di spettacoli proponga basta andarsi a gustare, navigando in rete, una carrellata di immagini di cui qui si offrono alcuni significativi frammenti.
Le esibizioni ostentatamente sessualizzate e trasgressive della cantante, che possiamo apprezzare già in queste poche foto, sono state dichiarate «haram» - ossia, proibite - dal Consiglio degli Ulema indonesiani, in quanto amorali e riprovevoli.
Traducendo questa presa di posizione in un linguaggio a noi più congeniale, si potrebbe dire che l'espressività della pop-star insiste prepotentemente sulla sfera istintuale del pubblico, solleticandone la parte pruriginosa in modi e forme che, per usare un eufemismo, potremmo considerare di valore artistico e culturale non propriamente eccelso.
Insomma, sollecita i cosiddetti "bassi istinti".
Secondo quanto riportato ancora dalla testata on-line "Asianews", la decisione ha comunque scatenato polemiche, anche tra i parlamentari indonesiani, che hanno visto contrapporsi seccamente il fronte interno del fondamentalismo islamico tradizionale alle forze sociali cosiddette progressiste.
In questo senso, sembra riproporsi anche lì uno schema generale che si va gradatamente affermando nella logica globalizzante di un identico pensiero mondializzato e ridotto ad ancestrale forma binaria: modernismo contro tradizionalismo, nuovo contro vecchio, futuro contro passato.
Nel caso in questione, un passato rappresentato dal tradizionalismo islamico versus un futuro rappresentato da quelle fasce giovanili che, com'è ovvio, risultano affollate di ammiratori di Lady Gaga e di entusiastici fruitori del suo "messaggio culturale".

Tornando al nostro modo occidentale di ragionare, tuttavia, intorno alla questione si pone un problema di difficile composizione che coinvolge, al fondo, due principi in conflitto tra loro.
Da un lato il diritto di espressione che, indipendentemente dal suo valore artistico e dai contenuti, riguarda la libera manifestazione di un modo di essere, di fare, di comunicare ed anche di influenzare gli altri con la propria espressione; si tratta del principio della libertà individuale che, secondo una nota formula nata sulle e nelle suggestioni sessantottine, potremmo riassumere nel noto slogan "vietato vietare".
Dall'altro, un principio di coesione sociale che necessita, per essere realizzato compiutamente e non solo in forma nominativa, del sacrificio di alcune libertà individuali in vista di un superiore bene comune; ciò che per brevità possiamo definire "i divieti".
Senza divieti non potrebbe esistere alcuna società, perché sarebbe la guerra di tutti contro tutti, e questo è tanto vero nelle società islamiche quanto in quelle occidentali.
Ma con una fondamentale differenza: mentre qui da noi, come da loro, riusciamo a convivere abbastanza tranquillamente con la più ampia gamma di divieti codificati che si conoscono - divieto di uccidere, di rubare, di arrecare danno al prossimo, di andare contromano, di evadere le tasse eccetera - non altrettanto riusciamo a fare con i divieti che riguardano la sfera sessuale.
Non solo, ma quanto più ci sentiamo liberi di esprimere, esporre ed estendere le nostre libertà civili e sessuali tanto più ci sentiamo in democrazia.
Ma è proprio su questo punto che nascono le più forti perplessità sulla concezione di democrazia sottostante, dove con questo termine sembra doversi intendere l'abrogazione definitiva di qualunque idea di peccato o di comportamento moralmente deteriore.
Certo, a nessuno sfugge la fondamentale differenza che c'è tra reato e peccato, tra democrazia e teocrazia, tra pubblico e privato.
Eppure, a ben guardare, neanche qui da noi i divieti riguardano esclusivamente i delitti che, al contrario, rappresentano un insieme abbastanza limitato rispetto alla imponente mole di proibizioni a cui ci sottoponiamo, di buon grado o meno, tutti i giorni.
Dal divieto di fumo al divieto di transito, dal divieto di calpestare le aiuole al divieto di balneazione, dal divieto di disperdere i rifiuti nell'ambiente al divieto di parcheggio, dal divieto di guidare dopo aver bevuto al divieto di accesso in un'infinità di luoghi, la nostra vita quotidiana è letteralmente scandita da una mole massiccia di delimitazioni e proibizioni assai più condizionanti nella loro immediatezza di qualunque norma del codice penale.
Non solo, ma una sorta di moralità surrogata particolarmente intransigente, traslata dalla sfera etica a quella burocratica e viceversa, spinge molti a guardare con particolare sdegno moralistico ai comportamenti pregiudizievoli per l'ambiente; abbattere degli alberi per farne terreno coltivato o edificabile è considerato un attentato alle virtù del pianeta, la caccia è una bestemmia e il dispendio energetico un crimine contro l'umanità.
Però, concezioni tanto fondamentaliste del bene comune, tali da condizionare i comportamenti quotidiani di tutti, decadono improvvisamente nella sbornia libertaria quando ad essere messo al centro dell'attenzione è il comportamento sessuale e, in modo particolare, il comportamento femminile in questa sfera.
La libertà di provocare, di denudarsi, di rendersi oggetto del desiderio e di speculare sul proprio capitale erotico sembrano essere diventati gli unici e gli ultimi principi non negoziabili su cui si fondano le nostre libertà democratiche, tanto che nessuno, qui da noi, si sognerebbe mai di proibire le esibizioni di Lady Gaga o delle madonne e madonnine cantanti e ballanti a lei consimili.
Mentre, all'opposto, consideriamo del tutto normale e giustificabile impedire alle nostre gerarchie ecclesiastiche di esprimersi anche su questa materia, con una grottesca inversione di volontà censoria che rende preferibile il messaggio di Lady Gaga a quello di chi coltiva l'idea del bene morale come presupposto ineliminabile del bene comune.
Ci scandalizziamo indignati per il buco nell'ozono e restiamo indifferenti davanti alla pornografia.
Allora, in conclusione, ciò che dobbiamo chiederci razionalmente è se esista un bene comune correlato alla sfera della sessualità che può risultare compromesso dalla più totale assenza di disciplina morale, di regole e anche di divieti, quando questi occorrono.
I musulmani sostengono che quel bene comune esiste e consiste nell'ordine familiare, sociale e psicologico di ciascun individuo, che in quella sfera si realizza; dicono anche che quell'ordine non può essere conservato senza una disciplina generale, benché la loro può sembrare troppo repressiva agli occhi di noi occidentali.
Noi, invece, ci siamo semplicemente liberati del senso del peccato e la chiamiamo libertà, senza accorgerci delle monumentali parzialità e contraddizioni sulle quali si sostiene quest'idea.
Io ritengo che hanno ragione loro.
Continua: "Su Lady Gaga (e non solo) hanno ragione i musulmani"
giovedì 5 aprile 2012

Il maschilismo nella cellulite




Non c'è che dire, la bambolosa Selvaggia Lucarelli, l'arrampicatrice mediatica che abbiamo già incontrato in precedenti riflessioni sul femminile, non manca di un certo senso dell'umorismo.
Almeno quello c'è insieme ad un'insolita autoironia; e diamogliene atto.
Tuttavia, il suo senso dell'autoironia non è talmente originale da investire anche il resto della categoria di cui, in un modo o nell'altro, finisce immancabilmente per autonominarsi portavoce sindacale: la categoria delle donne.
E il suo senso dell'umorismo ne risente di conseguenza.
Nessun sindacalista degno di nota è mai riuscito a far ridere qualcuno dissacrando i propri assistiti, a pensarci bene.
Generalmente cerca di far ridere i suoi dissacrando la controparte - semmai - e neanche la selvaggia arrampicatrice fa eccezione a questa regoletta piatta piatta.
Quindi, il suo senso dell'umorismo è piegato a queste necessità sindacali e limitato ad un pubblico di parte.
Va bene, non è la sola e neanche la peggiore.
Lo strale umoristico-sindacale della caporiona in sostanza è diretto contro la pubblicità e - considerati i suoi motivi di ironico risentimento come consumatrice e come femmina - devo sinceramente ammettere che gli vanno riconosciute ragioni da vendere più di quante possa accamparne la pubblicità incriminata per lo stesso scopo (la vendita).
La bella guagliona si è infatti ribellata assai quando, dalla tivvù, ha sentito dire che «la cellulite è una malattia» e come tale va combattuta acquistando, ovviamente, il tale prodotto cosmetico.
Magari il messaggio sarà passato tra un tiggì denso di sciagure mondiali e un gioco a premi, tra un reality show e un telefilm popolato di pazzi sanguinari, tra una promessa politica e una smentita ufficiale.
Insomma, va bene lasciarsi rincoglionire dal bombardamento mediatico quotidiano sino a confondere la realtà con la fiction, il dramma vero con le recite barbine, la scienza con le supposizioni, la competenza con l'improvvisazione; ma sull'estetica no.
Sull'estetica non si scherza e non bisogna turlupinare la gente.
Su tutto il resto sì, ma lì, no.
Dice la cellulitica Lucarelli, rompendo finalmente il diaframma occulto della disinformazione globale.
Va bene anche qui; ognuno si interessa di quello che vuole e se la Selvaggia vuole rigore informativo su come trattare il proprio sedere e se esso vada considerato, o meno, organo vitale, non c'è proprio nulla da eccepire.
E' probabile, anzi, certo, che per alcune il culo sia organo vitale per fare strada nella vita - come si dice sportivamente in questi casi - ma di cellulite, effettivamente, non risulta mai morta nessuna.
Comunque, c'è chi segue l'oroscopo, le ricette, le attrici, lo sport o la politica e lei segue l'informazione cosmetica dagli spot pubblicitari, a ciascuno il suo.
Insomma, va bene tutto se si tratta di riempire una paginetta di scemenze, tutto sino alla scemenza cardinale dove la culona Lucarelli (se lo dice da sola) perde un'ottima occasione di fare bella figura ironizzando sulle sue cosce lastricate di buccia d'arancia (se lo dice sempre da sola).
«E' evidente - conciona infatti la power girl de' noantri - che il copywriter che ha partorito questo testo è un individuo di sesso maschile. E non è solo un copywriter che vuole vendere un prodotto insinuando il dubbio che di cellulite si muoia, ma è un pubblicitario che odia profondamente il genere femminile».
Ecco, se questa fosse una piece teatrale, questo sarebbe il sacrosanto momento in cui lo spettatore assennato dovrebbe alzarsi dal proprio posto per pronunciare la fatidica frase nel buio della platea: «a selvà....ma che st'addì?» (trad.: o Selvaggia, ma cosa dici?)
Una volta la povertà ideativa dei romanzieri gialli portava sempre alla stessa conclusione: l'assassino è il maggiordomo.
Adesso, la povertà ideativa delle scrittrici in rosa porta sempre alla stessa conclusione: il maschio odia le donne.
Pure col mezzo pubblicitario e pure coll'accusa femminofobica di cellulite fraudolenta.
E pure se il tentativo era quello, maldestro, di far sorridere la propria base sindacale su un problemino insulso, ecco che finisce al solito per diventare un comizio surreale sul maschilismo.
Serve a qualcosa ricordare che l'estetica è regno femminile da sempre, dal marketing, alla distribuzione, al consumo, all'ossessione quotidiana?
No, non serve perché tanto la colpa di tutto è sempre del maschio.
Pure della cellulite.

C'avete il culo grosso?
Prendetevela con quelle che ce l'hanno liscio e sodo e non fanno altro che sbattervelo davanti agli occhi in tutti i modi per farvi rosicare.
E piantatela di romperci i collombrones a noi che vi sopportiamo pure con le fiancate sporgenti.
Fino a che continueremo a sopportarvi...


Continua: "Il maschilismo nella cellulite"
giovedì 8 marzo 2012

E' l'8 marzo, parta la caccia al maschio




Non ho i titoli e le prebende di un Giordano Bruno Guerri (storico, intellettuale e giornalista) o di un Michele Serra (scrittore, giornalista e moralizzatore instancabile delle miserie italiche).
Non ne ho il prestigio e la caratura intellettuale, non ne ho il background acquisito nelle migliori redazioni e e nei migliori cenacoli nazionali, non ne ho l'invidiabile posizione sullo scenario della cultura italiana che il loro lavoro gli ha concesso o, meglio, tributato.
Però un punticino di vantaggio rispetto a questi titani ineguagliabili dell'intelligentsia nostrana me lo concedo da solo: mi onoro di non fare il battitore apripista dell'8 marzo, per l'ormai tradizionale caccia al maschio.
Sarà pure poco ma al loro cospetto mi fa sentire un gigante.
I tragici fatti di Brescia e di Verona dei giorni scorsi, dove uomini impazziti di gelosia o di chissà cosa hanno inflitto la morte alle compagne ed ai familiari, sono il tamburo dei battitori per l'anno 2012.
Giordano Bruno Guerri
Sono solo bestie, tambureggia Guerri; è un olocausto femminile, spinge alacremente sulle percussioni Serra dal cartaceo di Repubblica per stanare gli animali nascosti.
Non ci vuole Einstein per capire - ci spiega nel dettaglio l'insigne Guerri - che certe tragedie succedono «...perché i maschi hanno un senso animalesco della proprietà, e perché nel nostro dna animale c’è l’istinto ferino di difendere non la femmina, ma la proprietà della femmina dall’attacco di altri maschi».
Il mondo è sporcato dai «maschi», insomma, altrimenti sarebbe tanto più bello, pulito e ordinato.
Capi di bestiame da abbattere, senza pietà e senza neanche permettere alla protezione animali di mettere becco.
E poi, smettiamola con queste giustificazioni sentimentali che parlano impropriamente di "amore".
Chi ama deve amare la libertà dell'altra persona, deve essere pronto al nobile sacrificio delle corna, alle chiusure improvvise dei rapporti senza spiegazione, all'espropriazione dei figli quando ci sono, ad essere accantonato in ogni possibile momento, messo all'angolo, dimenticato, reietto.
Gli uomini - no, scusate, i «maschi» - devono essere immuni dalle passioni e votati al sacrificio personale, se no che razza di amore è? - Guerri ci insegna.
Cercare di capire?
Mai.
Quello, semmai, è un atteggiamento che diventa ammissibile, anzi, doveroso, quando una qualche madre butta il figlio piccolo dalla finestra, com'è successo sempre pochi giorni fa, non ricordo bene dove; o lo rinchiude nella lavatrice, o lo affoga nella vasca da bagno, o lo malmena sino alla morte o lo abbandona in un cassonetto o in tutti quegli altri modi di cui abbiamo notizia quasi quotidiana, almeno quanto i raptus maschili.
Allora lì bisogna approfondire, scavare nella delicata psicologia della femmina, andarsi a studiare il complesso di Medea, valutare, soppesare, ragionare, discutere, ricostruire, indagare, approfondire.
Riservare queste attenzioni anche agli stati d'animo maschili non se ne parla.
Perché è possibile che anche quei fatti ricadano sotto la responsabilità indiretta di un marito troppo distante, di un padre troppo assente, di un amante troppo esigente, di un compagno troppo silente, di un uomo troppo carente.
E' giusto dare la caccia al maschio, è un'erbaccia da estirpare.
Se la famiglia è diventata un mattatoio di sentimenti contorti, di passioni malate, di nodi scorsoi affettivi, di follie dilaganti, di calcoli meschini e di incomprensioni scientificamente coltivate cosa importa?
L'importante è dare la caccia al maschio, origine di tutti i mali, farlo uscire dalla boscaglia e cercare di addomesticarlo con le buone o con le cattive; se si fallisce, abbatterlo, senza pietà.
Perché sono solo bestie, dice il battitore apripista Giordano Bruno Guerri, insieme a Serra, Gramellini e tanti altri.
Ecco, non ho i titoli e le prebende di questi intellettuali raffinatissimi, non ne ho il prestigio e la caratura intellettuale, non ne ho il background acquisito nelle migliori redazioni e e nei migliori cenacoli nazionali, non ne ho l'invidiabile posizione sullo scenario della cultura italiana che il loro lavoro gli ha concesso o, meglio, tributato.
Però sarà una mia sensazione, una ricombinazione logica di tanti elementi, una particolare disposizione d'animo; ma sia quello che sia oggi, al loro cospetto, mi sento veramente un gigante.
Ed avvertire questa piacevole sensazione nella giornata dell'8 marzo non ha prezzo.
Continua: "E' l'8 marzo, parta la caccia al maschio"