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venerdì 8 marzo 2013

Game over






Scelgo l'8 marzo per dichiarare fallimento.
E' una data simbolica, il giorno giusto per la sconfitta.
Quando tre anni fa cominciai questa piccola, modesta esperienza di "narrazione" ed informazione alternativa alla cultura mainstream, non avevo in mente un obiettivo preciso.
Avvertivo solo con forza, con la consapevolezza che mi accompagna già da molto tempo, di volermi sottrarre ad un maltrattamento culturale e mediatico di cui percepisco la violenza sin da quando ho l'età della ragione, e di volerlo dire pubblicamente.
Sono un uomo, sono nato maschio e quindi faccio parte - così si dice - di quella metà del consorzio umano che assoggetta, sottomette e discrimina l'altra metà; la mio posizione nel mondo sarebbe quella del dominatore; deterrei un potere usurpato e fondato sull'oppressione; sarei intimamente un violento, un molestatore, un «maskio assassino»; il mio tempo sta per finire ed è giusto così perché il mondo sarà sempre più donna.
Sentirsi ripetere queste cose sin da bambino è una cosa che ti condiziona la vita.
E non capisci.
Ti guardi allo specchio e vedi qualcosa di diverso da quello che ti raccontano, che vogliono farti credere, dalle colpe che ti attribuiscono.
Si dirà: «...ma mica ce l'hanno direttamente con te».
Il che è una scemenza senza pari, perché se non ce l'hanno con qualcuno in particolare parlano di colpe collettive e dunque - ammesso e non concesso che le colpe collettive esistano - vuol dire che ce l'hanno proprio con tutti noi, me compreso.
Secondo quella logica storta e sgangherata se dicessi che «i negri puzzano» nessuna persona di colore dovrebbe risentirsi. Invece si risentono, eccome, e giustamente, e come mai?
Vaglielo a spiegare a certi pozzi di scienza che il pregiudizio, anche quando è alimentato dai deboli, sempre pregiudizio rimane.
La sconfitta non sta nelle cose, né nella mancanza personale di reazione.
Ma nella solitudine della tua reazione isolata, nella latitanza di chi dovrebbe averla insieme a te, nell'acquiescenza inerte e passiva dei padri, dei fratelli, degli amici e dei tuoi simili che non ti affiancano nel mettere i limiti che servirebbero, dai quali non avverti sostegno e condivisione.
La sconfitta è in quel sentimento di isolamento e solitudine, rispetto a questi problemi, che anche scrivendo su questo blog è rimasto come l'unica certezza.
Freud sosteneva che uno dei bisogni fondamentali dell'essere umano è il bisogno di protezione e che, anche per questo, non riusciva a pensare ad una figura più importante nella crescita dell'individuo della figura del padre.
Ma oggi il padre è morto, l'hanno ucciso ed hanno condannato ogni solidarietà tra uomini come maschilismo e ritorno al patriarcato.
Una cosa inqualificabile, dicono.
Ora ci sono invece i "fabiofazio", il nuovo prototipo antropologico maschile di marca progressive.
Dicono ancora che durante il festival di Sanremo la Littizzetto lo apostrofasse con espressioni come «sei un cretino!» ottenendone in cambio un mansueto sorrisetto di circostanza, se non addirittura di masochistico e mite compiacimento.
Se qualcuno osasse rivolgersi alla Littizzetto dicendogli «sei una cretina!» il giorno dopo ci sarebbero manifestazioni furenti di piazza contro il maschilismo imperante nella cultura, interrogazioni parlamentari a dozzine, l'offesa sarebbe avvertita collettivamente come mancanza di rispetto alle donne tutte e ci sarebbero mobilitazioni sociali come, di volta in volta, con la Bindi, la grillina del punto G e con altre campionesse di categoria (guardateveli questi link, sono istruttivi).
Invece, dalla nostra parte ci stanno i fabifazi a metraggio, uno uguale all'altro, a cui piace farsi maltrattare dalla compare di palcoscenico o di vita quotidiana e tu non capisci, non riesci davvero a capire, come possa essere così. Senza neanche sapere cosa far seguire a quel «così» a cui potrebbe seguire qualunque aggettivo senza arrivare mai a completare quello che vuoi dire.
Hai voglia a scrivere su un blog quando le condizioni sono, penosamente, queste.
Certo, la battaglia solitaria ha un che di epico, magari oltre che disinteressato e generoso, anche un po' ingenuamente naive, donchisciottesco.
Però ti logora le energie senza portare a nulla, perché non è il tuo cuore che deve andare oltre l'ostacolo ma è il cuore di chi dovrebbe sentirsi come ti senti tu, per ragionevole rispetto di sé stesso,  che non senti battere.
Di questi risultati, dopo tre anni di tentativi, in alcuni momenti anche intensi, devo realisticamente riconoscere che non ne ho ottenuti o, quantomeno, non in maniera significativa.
Ho fatto del mio meglio ma non era abbastanza, evidentemente.
E per quanto dispiaccia non posso fare altro che ammettere la sconfitta.
Quella sconfitta emblematicamente riflessa nella teoria del femminicidio, tanto per dire.
Non so quanti si rendano conto che la teoria del femminicidio ha già vinto, contro ogni evidenza, ma non perché sia vera, fondata, ragionevole; ha vinto semplicemente perché la parola è stata introdotta come un virus nel frasario corrente, la gente la usa senza neanche conoscerne il significato e la propaganda anche senza volerlo.
Il motivo è anche semplice: la gente non ha bisogno di sapere come stanno veramente le cose, cosa significano e dove portano, ha solo bisogno di credere in qualcosa.
Siamo prigionieri di questa espropriazione dell'universo simbolico che alcuni/e hanno colonizzato per imporre il loro modo di pensare, di sentire, di stabilire cosa è giusto e cosa è sbagliato per tutti.
«L'Italia giusta» recita un recente slogan elettorale; si presuppone un'altra parte di mondo che, se non è conseguentemente sbagliata, è quantomeno ingiusta e perciò deve tacere.
Questa è l'idea malata di democrazia nella quale siamo precipitati come in un pozzo.
Allora tanto vale tacere, lasciare la parola solo ai "giusti", ai fabifazi, ai rivoluzionari da quattro soldi e ai salvatori dell'umanità in servizio permanente effettivo.
Il futuro è donna, continuano a dire.
Lo spazio per la parte maschile si va restringendo di giorno in giorno, ma la gente vuole credere in questa nuova utopia, nella profezia sciagurata di un mondo migliore, anzi perfetto, perché senza uomini.
Inutile affannarsi a farli ragionare.
Si sono già messi tutti in coda.
Game over



P.S. - Colgo l'occasione per salutare e ringraziare pubblicamente tutti coloro - primo tra i quali, Massimiliano - che hanno contribuito alla gestione anche tecnica del blog.
Ad maiora
Continua: "Game over"
domenica 23 dicembre 2012

Ma ne vale la pena?







Da qualche giorno, sulla cartellonistica murale che si trova in certi luoghi di transito di Roma si può trovare una pubblicità della fondazione Terre des Hommes che dice: «adotta una bambina a distanza».
Non dice un bambino, maschio o femmina che sia, dice e vuole intendere proprio «bambina».
Sul sito web dell'associazione filantropica si trova infatti conferma della sconcertante iniziativa che riserva azioni di beneficenza ad esclusivo favore delle femminucce!
Sempre da qualche tempo, in certi uffici sanitari pubblici si osservano locandine in cui si avvisa l'utenza che è stato attivato «lo sportello d'ascolto per l'identità di genere».
Il fatto che l'identità di genere sia un costrutto ideologico non sembra preoccupare minimamente chi è chiamato a fornire servizi pubblici alla persona su base scientifica.
Si radica l'idea che l'identità di genere sia una cosa vera, si dà sostegno pubblico a questa idea e poi se quest'idea produrrà conseguenze negative sul piano sociale - perché fondata su una "falsa coscienza" della natura umana - si tamponerà la falla in qualche altro modo, magari con l'intervento (appunto) delle psicoterapie adattative.

L'impressione che qualcosa di sbagliato o di artificioso o di forzato sia un po' nell'aria, insomma, la si ricava in molti modi, anche da dettagli apparentemente secondari come quelli che si incontrano casualmente per le strade del centro o negli uffici pubblici.
Se però si vuole tradurre quel qualcosa di sbagliato, di artificioso o di forzato in qualcosa di più definito non si può fare a meno di notare che il tutto converge e trova il proprio fondamento in una certa idea di progresso.
Quella certa idea di progresso che, tra l'altro, passa inevitabilmente e invariabilmente nella rimozione - se non addirittura nella condanna e nella repressione, in certi casi - di ciò che è maschile.
I bambini poveri del terzo mondo, i maschietti, non devono essere sostenuti nella loro crescita come le bambine, perché da grandi occuperanno le posizioni di potere che deve, invece, essere redistribuito a vantaggio delle donne; gli omosessuali sono invece da sostenere e promuovere perché, cancellando la virilità a vantaggio del proprio lato femminile, saranno uomini migliori, più sensibili e non violenti.
Questo è, un po' a spanne, ciò che dice una certa idea di progresso.
Che è poi quella che ci vorrebbe tutti meno maschi e più uguali, disciplinati e conformi a quel «politicamente corretto» - infiocchettato di bei sentimenti e radiose utopie sul domani - che ha insediato la propria stabile egemonia sulla pubblica opinione occidentale.
Queste sono anche le idee che, almeno sul piano generale, dovrebbero inorridire coloro che si riconoscono nella cultura anticonformistica e di nicchia raccolta intorno alla sigla QM (questione maschile).
In teoria.

Ora però fermiamoci un attimo, mettiamo un punto provvisorio e proviamo a riflettere su quanto detto sinora.
A farci caso si deve notare che la parola più utilizzata fino a questo momento è «idea».
L'intero discorso verte sul piano concettuale, dei principi teorici e del pensiero astratto.
Tuttavia, scendendo dalle alte sfere dell'idealità e tornando con i piedi per terra chiediamoci: a vantaggio di chi dovrebbe rivolgersi questa battaglia di autenticità e dignità umana?
Chi sono, in realtà, i destinatari di quei principi e che tipo di maschilità rappresentano?
Vale la pena di spendersi (anche) per loro?
Diciamo subito che la risposta è no.
Dal punto di vista di questa riflessione, infatti, l'universo maschile si divide in tre sole categorie: due molto grandi - quella degli zerbini e quella degli indifferenti - e una molto più piccola, quasi irrisoria, composta dai "militanti della questione maschile" e dagli occasionali interessati al tema.
La categoria degli zerbini è ben conosciuta: sono quelli che vivono nel senso di colpa per ciò che è successo nei millenni passati - un passato che rifiutano in blocco, quasi come la propria identità biologica - e non vogliono altro, nella vita, che espiare la colpa di essere nati maschi. Non perdono mai occasione per autoflagellarsi pubblicamente di questo peccato originale e tra le loro massime aspirazioni c'è quella di essere umiliati e culturalmente castrati «in quanto uomini».
E' il loro grande contributo al progresso e ne vanno particolarmente fieri.
L'idea di lottare (anche) per loro ha un non so che di nauseante che non sto a spiegare.
Gli indifferenti non sono, poi, molto meglio dei primi.
Sino al giorno prima hanno guardato a queste problematiche come si guarderebbe un fenomeno da baraccone: ridendoci sopra. Sono quella stragrande maggioranza che non riesce a guardare più in là del proprio naso e traduce il concetto di virilità con quello di boria: più sono boriosi e più si sentono virili.
Poi quando vengono toccati personalmente - magari per una separazione, per l'espropriazione giudiziale della loro vita o per una falsa accusa di fronte alla quale si scoprono improvvisamente e tragicamente impotenti - cascano sulle ginocchia, gridano al mondo maledetto e piangono come vitelli da latte.
Confesso che sono arrivato a pensare, in più di un'occasione, che quello che gli capita se lo sono ampiamente meritato (salvo numerose e rispettabilissime eccezioni).
Ma le note più dolenti forse vengono proprio da quella minoranza esigua: quella che ha messo la condizione maschile contemporanea al centro dei propri interessi e fa di queste tematiche una (più o meno stabile) battaglia di principi e d'opinione.
Per come l'ho conosciuto io, tra le molte stimabili presenze questo ambiente è popolato anche - e non secondariamente - di personaggi improbabili se non peggio: mezzi caporali con il fare da colonnelli, capibastone che albergano in certi scantinati virtuali polverosi e segreti nei quali coltivano prevalentemente, se non esclusivamente, inimicizie e pettegolezzi, rivoluzionari in servizio permanente che vorrebbero conciliare il diavolo con l'acqua santa senza sapere di cosa parlano, altre figure semi-ieratiche avvolte da un'aura di intangibilità mistica e professorale che non ammette dissensi.
In questo disastrato contesto la circolazione e il confronto delle idee sono prossimi allo zero, parlare di livello del dibattito culturale rischia di essere una provocazione irridente e gli accoltellamenti alla schiena dell'uno con l'altro sono l'unica cosa che rimane nella memoria.
Nella mia sicuramente.

Dunque, ne vale la pena?
Vale la pena di combattere una battaglia ideale per quelli che rappresentano l'eccezione di una regola, sotto qualunque profilo la si voglia osservare?
Vale la pena di impegnarsi per i diritti di coloro i quali finiscono per atteggiarsi, sempre e comunque, come nemici?
Vale la pena lottare per un'idea ignorando la realtà effettiva - la carne e il sangue - che quell'idea vorrebbe difendere e preservare?
No, a pensarci bene non ne vale la pena.
Anche se domani mattina, uscendo di casa, troverò altri manifesti, altri avvisi e altri segnali che il mondo sta andando a puttane - e non solo metaforicamente - mi sforzerò di farmelo scivolare addosso.
Penserò ai miei diritti, ai miei principi, alle mie priorità e ai miei vantaggi.
Al diavolo tutto il resto.
E naturalmente buon Natale...

Continua: "Ma ne vale la pena?"
domenica 16 dicembre 2012

Può essere che mi sbagli







Può essere che mi sbagli.
Tuttavia, da un'attenta lettura dell'articolo che Fabio Nestola ha pubblicato sul sito Adiantum nella giornata di mercoledì, non si riesce davvero a sfuggire l'impressione che l'autore ce l'abbia proprio con questo blog e, più in particolare, con l'articolo «Sulla violenza femminile» redatto dal sottoscritto lo scorso 8 dicembre.
Nel testo della sua requisitoria, che sfocia addirittura nell'accusa di far parte di «uno sciame inferocito» proteso a «delegittimare l'indagine» sulla violenza a danno maschile, i riferimenti sono talmente espliciti e diretti, l'utilizzo dei termini e la natura dei contenuti tanto attinenti e chiari che è obiettivamente difficile si tratti di un'interpretazione errata o di una mera casualità.
Fabio Nestola è, peraltro, uno degli autori dell'indagine in questione ed è quindi del tutto naturale che difenda il proprio operato; il punto è che sbaglia obiettivo.
Nell'affermativa dunque una risposta si impone, non per alimentare una polemica che sarebbe completamente priva di senso ma per un diritto/dovere di chiarezza nei miei e nei suoi (loro) riguardi, oltre che a beneficio, comunque, di tutti i lettori che vogliano realmente comprendere i termini della questione.
Anche nell'improbabile caso negativo - ossia che Nestola non pensasse affatto a questo blog quando ha espresso tutta la sua contrarietà - la risposta sarà servita comunque a dare precisazioni ulteriori che nell'articolo precedente non hanno (volutamente) trovato spazio.
Vengo al punto.
Nel commentare la ricerca condotta dal pool di ricercatori coordinati (per quanto ne possa sapere io) dal Prof. Macrì mi sono avvalso di un criterio elementare della conoscenza scientifica e non scientifica, universalmente accettato da millenni come fondamento ultimo del sapere occidentale nella sua interezza e compiutezza logica: l'aristotelico principio di non contraddizione.
Che è quello secondo il quale non è possibile che una cosa allo stesso tempo possa essere e non essere.
O è o non è.
Le due cose contemporaneamente non sono possibili, dice giustamente Aristotele ancora oggi, con una voce che riecheggia a noi dal IV° o V° secolo avanti Cristo (non ricordo con esattezza da quando) senza smentite di sorta.
Uscendo dalla teoretica e calandosi nel caso concreto di cui si discute - la violenza domestica - il principio di cui parlo impone che se si contesta la definizione vittimistica di "violenza" posta a base dell'assurda indagine ISTAT del 2006, per la quale ci troveremmo a definire atti di violenza persino la banale critica al modo di vestire, l'occasionale rispostaccia stizzita o il fare la voce grossa durante un semplice diverbio, se si dà per buona questa definizione estremizzata ed onnicomprensiva, dicevamo, entriamo in una logica completamente diversa da quella in cui ho personalmente militato sino ad oggi e nella quale continuo a riconoscermi (salvo eccezioni).
Che è quella propria del mondo del diritto.
Per cui si dà violenza quando vi sono lesioni verificabili e riscontrabili, si dà intimidazione vera quando la minaccia è tale da giustificare l'intervento degli organi giudiziari (e spesso neanche questo è sufficiente a qualificare l'attualità e la sussistenza del reato), si dà violenza privata quando lo stato di costrizione è effettivo e non immaginario o immaginato.
In altre parole o la violenza ha definizioni oggettive che ci consentano di uscire dall'indeterminatezza delle suggestioni personali, oppure ha definizioni soggettive, buone per tutte le situazioni e per nessuna.
O un certo comportamento è violenza, certa, oggettiva e indiscutibile - quindi sanzionabile nei termini del codice penale - o non è violenza.
O è o non è.
Già con la violenza sessuale siamo completamente fuori dai confini dell'obiettività oggettiva imposti dal principio di tassatività dell'azione penale e nel selvaggio mondo, appunto, delle impressioni personali; quali e quanti danni abbia prodotto questo cedimento grave ai principi della civiltà giuridica lo abbiamo imparato a conoscere attraverso il fenomeno che spaccia per stupro qualunque cosa, persino non pagare una prostituta.
Non mi sembra necessario approfondire, ne dovremmo essere tutti a conoscenza.
Pertanto, o la violenza è quella roba lì o non è quella roba lì ed allora è qualcosa d'altro.
Di più.
Per cercare di essere il più chiaro possibile mi rifaccio al concetto di femminicidio.
Per me quel concetto non esiste, è una bufala, è una falsificazione della realtà sociale, delle evidenze statistiche e dei fatti concreti.
Per questo motivo non credo neanche al maschicidio, che è a mio avviso un'altra panzana simmetrica.
Perché se dessi credito alla teoria del maschicidio finirei per legittimare, indirettamente, quella del femminicidio.
O non esiste nessuna delle due figure o esistono entrambe; sempre per il principio di non contraddizione che Aristotele ci ha insegnato da molto tempo, io dico che non esiste nulla con questi nomi.
Identico ragionamento può essere fatto per la teoria della violenza di genere che, sempre a mio giudizio, non esiste in quanto tale ma in quanto violenza dell'individuo sull'individuo.
Nella misura in cui diamo credito a quella teoria ne avvaloriamo l'esistenza e la fondatezza che, invece, a mio giudizio, non esistono da nessuna parte.
Tanto precisato, sebbene in forma estremamente sintetica, ne consegue che l'indagine sulla violenza verso gli uomini è da buttare al secchio?
Manco per niente.
Non solo non l'ho mai detto da nessuna parte ma ho anche argomentato i motivi per i quali, al contrario, si sentiva il bisogno di restituire equilibrio ad una visione dei comportamenti umani che sta rotolando rapidamente verso lo stato di psicopolizia, la soppressione preventiva dell'autenticità e la paralisi dei rapporti.
C'era assolutamente bisogno di ricordare che la donna media non è quel capro espiatorio che viene raccontato, che nella vita domestica esiste l'ostilità femminile tanto quanto quella maschile e che la condizione di inferiorità fisica viene spesso presa a pretesto per forme di imposizione della volontà subdole e sprezzanti (il classicissimo "chiagne e fotte").
L'indagine ha svolto egregiamente anche questo compito, a mio avviso.
Anche se per me parlare di "uomini violentati" è una sciocchezza rimane stabile il fatto che le donne agitano la violenza che possono agitare.
Se non lo fanno è solo perché non ne hanno la forza e le capacità muscolari, non perché siano - come vanno stupidamente almanaccando gli ideologi del "mondo nuovo" - moralmente migliori.
Tutto questo, del resto, mi sembrava espresso in forma comprensibile nell'articolo precedente.
Ma può essere che mi sbagliassi a pensarlo.
Oppure può essere che mi stia sbagliando ora.
L'unica cosa su cui sono certo di non sbagliarmi è che queste opinioni non significano in alcun modo «salire in cattedra» e mettersi a insegnare qualcosa a qualcuno.
Significa, molto più semplicemente, esprimere il proprio punto di vista su un dato argomento.
Su questo, sono certo, non mi sbaglio.
Continua: "Può essere che mi sbagli"
sabato 8 dicembre 2012

Sulla violenza femminile






Il postino suona ad un campanello, poi ad un altro e ad un altro ancora, ma oltre a consegnare le lettere si intrattiene con le varie casalinghe annoiate che gli offrono disinvoltamente del cibo e (forse) le proprie grazie. Una volta tornato a casa il postino si ritrova con la moglie la quale, davanti al rifiuto del marito di mangiare i suoi manicaretti, gli rompe un bicchiere in testa in modo feroce.
Non è la scena di un film o una vicenda di cronaca, ma la rapida sequenza di una pubblicità televisiva che, a mia memoria, qualche tempo fa reclamizzava una gomma da masticare.
Si tratta in realtà solo di un esempio, tra i molti possibili, di come la rappresentazione della violenza femminile sia non solo ammessa senza problemi in numerosi contesti mediatici, ma anche utilizzata con una certa disinvoltura in quella fabbrica di luoghi comuni che è il mondo della pubblicità.
Una ricerca mirata su youtube può dare conferma di quanto dico e, comunque, la gamma degli esempi è molto più vasta.
Non sembra necessario scomodare titoli, autori o attori di situazioni in cui una qualche lei, sempre arrabbiata con un qualunque lui, tira ceffoni, getta bevande in faccia, sbraita, scalcia, minaccia, spintona, aggredisce, mortifica, urla e strepita; in alcuni casi spara e uccide, in altri si limita ad assassinare l’amor proprio dell'altro, come nella famosa scena dell’orgasmo simulato di Meg Ryan (non a caso diventato una scena cult) o nella comicità ossessivamente misandrica della Littizzetto (non a caso diventata personaggio cult).
Di casi simili ne incontriamo quotidianamente, nei film e nelle fiction, nei racconti e nelle cronache, nella vita comune e, appunto, anche nelle banali pubblicità a cui siamo oramai avvezzi.
Ben lontano dal suscitare contrarietà o fastidio, la donna che schiaffeggia, colpisce, umilia e maltratta gli uomini è infatti un modello ben radicato, popolare e vincente, costantemente alimentato da una rabbia verso il «maschio» sempre viva ed attuale, sempre giustificata in qualche modo diretto o indiretto ed apparentemente inestinguibile.
Se poi la violenza femminile ha anche risvolti comici che ridicolizzano la figura maschile, aggiungendo al danno anche la beffa, allora tanto meglio; l’effetto sarà per molti/e ancora più gratificante e completo, praticamente un trionfo.
Sin qui i termini di un (ri)sentimento sociale molto comune ma non altrettanto chiaro nelle sue intime (e in qualche caso sadiche) ragioni particolari; ma, soprattutto, un fenomeno volutamente ignorato dalla cultura egemone, anche nelle sue dimensioni e profondità generali.
Si deve, quindi, sicuramente essere riconoscenti agli autori dell’Indagine conoscitiva sulla violenza verso il maschile - pubblicato sulla Rivista di Criminologia, Vittimologia e Sicurezza, nei giorni scorsi - per avere quantomeno cominciato ufficialmente ad intaccare quel tabù pressoché intangibile che è rappresentato dallo stereotipo dominante della donna vittima.
I risultati dell'indagine condotta con i metodi del sondaggio, poi tradotti in cifre e percentuali statistiche, rivelano infatti una realtà femminile molto diversa e decisamente molto meno angelicata e vittimizzata di quanto si vorrebbe.
Il dato che impressiona maggiormente, tra i molti disponibili al relativo link, è che tutti i 1.058 soggetti maschili in età adulta intervistati nel contesto della ricerca hanno dichiarato di avere subito, almeno una volta, qualche violenza fisica da parte di una donna (item A8); ossia tutti - nessuno escluso, prima o poi, e lo confermo anche personalmente - hanno (abbiamo) avuto a che fare con i modi maneschi e intolleranti di una qualche tizia dai nervi bollenti, modi resi ancora più insopportabili dalla pratica impunità dietro alla quale si esprimono e si riparano questo tipo di escandescenze femminili.
Ma non solo di violenza fisica si tratta, in quanto la ricerca esamina anche altre situazioni che lasciano sbalorditi per l'ampiezza e la profondità del fenomeno dichiarato: il 63,1% del campione ha sostenuto di aver subito almeno un episodio di violenza fisica, il 48,7% violenza sessuale, il 77,2% violenza psicologica o economica e il 31,9% di aver subito almeno un atto persecutorio nel corso della propria vita.
Le proiezioni statistiche conclusive dicono che a fronte dei 14 milioni di donne sottoposte ad abusi e violenze - come si va raccontando da diversi anni - ci sarebbero pertanto circa 5 milioni di uomini sottoposti a violenze fisiche, quasi 4 milioni di uomini sottoposti a violenze sessuali, oltre 6 milioni di uomini violentati psicologicamente e oltre 2 milioni e mezzo di uomini che hanno subito atti persecutori.
Naturalmente, le dimensioni eclatanti di questi numeri (tutti considerati) inducono a più di qualche perplessità.
Prima delle quali è quella che abbiamo già espresso a suo tempo quando, richiamando l'attenzione sull'artificioso e deformante presupposto ideologico dell'uguaglianza tra i sessi, abbiamo sostenuto che il punto nodale non è «stabilire chi sia più violento tra maschi e femmine e con quale frequenza, dato che, com'è evidente, la mano di una donna non sarà mai tanto pesante ed intimidatoria come quella di un uomo».
Mettersi a competere con il mondo femminile (e femminista) sul piano del vittimismo non appare, in questo come in altri casi, un'idea né particolarmente brillante, né particolarmente dignitosa.
Ma se è vero che la violenza femminile non raggiunge lo stesso grado di pericolosità potenziale di quella maschile, tranne che in rari casi criminali, questo non significa affatto che la donna media non sia capace di risentimento, odio e violenza come un uomo; anzi, sicuramente di più, in quanto a differenza di ogni uomo ogni donna sembra essere socialmente esonerata dall'esercizio obbligatorio e disciplinante del self-control.
Che è poi in effetti l'elemento che emerge con particolare forza dall'indagine, laddove si consideri che la percezione dominante degli intervistati - con la quale si devono comunque fare i conti - è quella di un mondo femminile che si atteggia al rapporto con l'altro sesso con una libertà di comportamenti pressoché assoluta ed un senso del rispetto assai raro; entrambi presupposti di una violenza auto-indulgente che trova nell'inferiorità fisica una giustificazione per esprimersi senza tanti limiti e senza tanti riguardi.
Il che è ovviamente inaccettabile.
Resta un'ultima considerazione a riguardo dell'entità delle cifre.
Se è vero che i dati appaiono gonfiati oltremisura - comunque distanti dalla nostra percezione ordinaria della realtà - è altrettanto vero che questa stessa incongruenza dovrebbe riguardare, a maggior ragione, la più attrezzata ricerca sulla violenza contro le donne condotta nel 2006 dall'ISTAT (quella che avrebbe fissato in 14 milioni, appunto, il numero delle "vittimizzate"); ciò in ragione del fatto che identiche sono le modalità d'approccio al problema, identici gli strumenti euristici utilizzati (ossia, le ipotesi qualitative d'indagine) nonché la metodologia di raccolta dei dati attraverso interviste guidate.
In una sorta di inattesa legge del contrappasso, la tanto invocata parità di genere conduce insomma ad un bivio obbligato: o la definizione "extralarge" di violenza viene presa per buona in assoluto, tanto per i maschi quanto per le femmine, portando così alla descrizione di un mondo dominato dagli abusi e dalle sopraffazioni nelle forme dell'apocalisse quotidiana; oppure le metodologie e le categorie d'indagine sociologica utilizzate tanto per la ricerca ISTAT del 2006 quanto per l'attuale indagine conoscitiva sono oggettivamente inadeguate e prive della necessaria calibratura e solidità scientifica.
Nel qual caso dovrebbe essere la stessa nozione di violenza ad essere ripensata, pur nella consapevolezza della sua irriducibile complessità, per depurarla delle enormi scorie ideologiche, formalistiche e vittimistiche da cui appare obiettivamente gravata, ed essere nuovamente misurata con gli occhi puliti della scoperta e gli strumenti adeguati del rigore scientifico.


Continua: "Sulla violenza femminile"
mercoledì 14 novembre 2012

Movimento femminista per la parità genitoriale






Correvano gli ultimi giorni di luglio dello scorso anno quando da questo blog si salutava la nascita del movimento femminile per la parità genitoriale come «una novità positiva e benaugurante».
Ebbene, prima di tutto chiedo subito scusa ai miei lettori per l'imprudente e frettolosa valutazione di allora: mi sbagliavo.
Rileggendo quelle considerazioni si potranno ricordare i perché di un movimento, con tanto di "femminile" in primo piano, che si costituiva allo scopo di spalleggiare le battaglie civili dei padri separati.
Non erano, in realtà, questioni di principio a motivare quella nascita ma la convenienza pratica e il vissuto personale delle partecipanti.
Ciononostante, era lecito presumere che, motivazioni a parte, quell'alleanza avrebbe aggiunto qualche freccia in più all'arco degli uomini sottoposti al massacro giudiziale delle separazioni, non fosse altro che per la stragrande attenzione riservata dal mondo politico e tribunalizio ai desiderata ed alle esigenze femminili.
Nella vita effettiva di quel gruppo si è assistito tuttavia ad un lento, graduale ma inesorabile scivolamento verso il dominio interno di una minoranza rumorosa, in maniera del tutto analoga a quella cui è assoggettata la realtà di questo paese più o meno da sempre.
Avete presente la capacità di condizionamento della vita economica e politica che la CGIL - ed in particolare la FIOM - esercita da decenni con i suoi veti, le manifestazioni, gli scioperi, le occupazioni, le mobilitazioni e tutto il resto?
Quella minoranza che tiene in pugno la totalità dello stivale con i suoi diktat, al punto tale che Marchionne, esasperato, sta decidendo di portarsi via la più grande e importante azienda italiana mandandoci tutti a quel paese?
Ecco, qualcosa di simile - mutatis mutandis, com'è ovvio - caratterizza la vita di quello che, per coerenza, dovrebbe oggi definirsi più propriamente «movimento femminista per la parità genitoriale».
Banale questione di forma, dite voi?
Niente affatto, è questione di solida sostanza.
Provate voi stessi a mettere in discussione, in quel gruppo, dogmi intangibili e principi evidentemente non negoziabili come la parità, l'uguaglianza, la libertà libertaria (quella senza vincoli responsabilizzanti) e la negazione delle differenze antropologiche e sessuali tra gli esseri umani che possano, ad esempio, ricondurre a ruoli e funzioni naturali come quello del papà e della mamma.
Insomma, a mettere semplicemente in discussione la mentalità femminista/politically correct/libertaria/...e dde sinistra che dal sessantotto in avanti ha fatto in questo paese il bello e il cattivo tempo a suo completo piacimento.
Formalmente ve lo lasceranno fare ma sostanzialmente la minoranza rumorosa si mobiliterà nella piazza virtuale, trattandovi come un appestato infettivo da mettere in quarantena.
Provate ancora a ricordare che i disastri giudiziali che oggi sopportano i padri separati sono la conseguenza di quella logica di redistribuzione sociale in favore dei soggetti deboli, tra i quali il mondo femminile si è stabilmente insediato ormai da decenni avvalendosi delle più svariate forme di vittimismo che si possano concepire, grazie ai femminismi di ogni forma, colore, aspetto e natura.
«Naaaaaaaaaa....» - vi sentirete rispondere, con questa sfilza completa di argomenti messi in fila uno dietro l'altro.
E sapete perché?
Perché in un certo blog denominato femminismo a sud - affettuosamente ribattezzato fas per le amiche e gli amici ...dde sinistra - hanno finalmente cominciato a capire che la stanno facendo fuori dal vaso in modo esasperante e nauseante da troppi anni.
E allora tutta quella che è rimasta fuori dal vaso la ignorano, quella che continua a colare non la prendono neanche in considerazione, ma soprattutto dichiarano tabù ogni critica ai femminismi perché un paio di tizie su qualche decina di milioni hanno improvvisamente cominciato a farla dentro.
Senza neanche vergognarsi di avere sporcato fino ad ora.
Un film grottesco e surreale che sembra uscito dalla penna di Kafka.
Con queste straordinarie referenze da sventolare ai quattro angoli delle terre emerse, il sindacalismo femminista, quello del conteggio dei tempi di poppata da mercanteggiare con le passate dell'aspirapolvere e i cambi di pannolino, si è talmente ben radicato nel movimento in questione che il binomio «parità genitoriale» nel nome del gruppo sta ad indicare esattamente questo, in definitiva.
Che ogni uomo deve sapersi mammizzare e femminilizzare, per consentire alla madre di suo figlio di realizzarsi autonomamente nella vita, nel lavoro e nella società come donna perfettamente emancipata e indipendente ; da sé stesso, da suo figlio e da tutti quanti.
Sfortunatamente, questa riduzione della figura maschile a strumento indiretto e passivo dell'affermazione egotica femminile - la riduzione a maschietto devoto e casalingo felice - intercetta un problema ben più drammatico ed assillante che i padri separati sono chiamati ad affrontare sulla propria pelle: quello della deprivazione coattiva dell'affetto dei figli che comprime e oscura, per molti di loro, ogni altra considerazione.
Non bisogna essere particolarmente svegli per capire che chi vive una mancanza grave e dolorosa è disposto a tutto pur di poterla colmare.
Sicché, pur di rivedere i figli e poterli riabbracciare, tanti sono persino disposti a farsi fare il lavaggio del cervello secondo le moralizzazioni maschili di massa del femminismo progressista e....dde sinistra, salvo accorgersi in futuro che gli avranno strappato via pure l'anima per il proprio tornaconto.
Quando forse sarà troppo tardi.
Naturalmente questa è la mia opinione, comunque maturata in diversi mesi di osservazione del fenomeno, ed ognuno rimane lapalissianamente libero di farsi tutte le illusioni che preferisce e di seguire le mode e le ideologie che gli aggradano.
Comunque sia, un'ultima annotazione si rende molto più che necessaria; direi comicamente inevitabile.
Ci sono state esercitazioni di sdegno e di indignazione che le esponenti del movimento in questione hanno sprecato, nei tempi passati, nei confronti di siti femministi come la 27ma ora o similari, a causa delle censure e delle intolleranze riscontrate in quelle correnti di pensiero.
L'incoerenza è femmina da sempre, ma per contraddizioni di queste dimensioni esorbitanti bisognava immaginare "folgorazioni sulla via di Damasco" - scivolando verso sud - che nei primi giorni di luglio dell'anno scorso era impossibile prevedere.
In qualche modo credo di essere giustificabile.
Io sì......




N.B. - per obbligo di trasparenza, resta inteso che - salvo censure preventive - questo articolo sarà postato nella pagina del MFPG dal momento che si parla di loro; dopo di che, per obbligo altrettanto evidente di coerenza conseguente, mi dissocerò da quel gruppo in maniera definitiva.

Continua: "Movimento femminista per la parità genitoriale"
mercoledì 24 ottobre 2012

Lettera morta






Gli ultimi avvenimenti di cronaca impongono una cautela innaturale e paralizzante nei commenti e nelle valutazioni.
Considerate che il direttore del Giornale, Alessandro Sallusti, è stato condannato a 14 mesi di reclusione per un articolo di stampa.
Il carcere, in luogo dell’obbligo di risarcimento che abitualmente viene comminato in analoghe circostanze, è dovuto alla «spiccata capacità a delinquere» che avrebbe manifestato nella sua professione, ha sostenuto la Cassazione nelle motivazioni della sentenza definitiva.
Dunque non è stato un processo al “fatto giuridico” ma alla persona, alla sua storia ed al suo modo di fare il giornalista.
Vorrei dire alle sue idee, se solo potessi, ma non lo dico; anzi, non l'ho detto!
Ogni commento – specie se politicamente scorretto e difforme da un certo modo maggioritario e benpensante di vedere le cose - potrebbe esplodere sotto i piedi come una mina, allo stesso modo di Sallusti.
Quindi, meglio astenersi.
Il Comitato Grandi Rischi della Protezione Civile è stato poi condannato – sei anni di reclusione ai singoli componenti - per avere sottostimato i rischi del terremoto a L’Aquila, ossia per non averlo saputo prevedere per bene e per tempo.
Il Consiglio Superiore della Magistratura ha già fatto sapere che toni e contenuti delle critiche a questa “singolare” sentenza – che ovviamente sono piovute a raffica da tutto il mondo conosciuto - cominciano ad essere seccanti e gettano discredito sulla stimata categoria di giudici e procuratori.
A buon intenditor poche parole.
Quindi, muti!

L’arroccamento nella cittadella di un legalismo formalistico, cavilloso e proceduralmente intransigente, da parte dei magistrati, rende oggettivamente difficile – per non arrischiarsi a dire di più – commentare persino quest’ultima sentenza che ha mandato assolta la donna che ha assassinato il marito, per poi gettarne il cadavere a fiume con la complicità di un compagno.
Se si rischia il carcere per un commento su una vicenda abortiva e per un parere probabilistico su una questione geosismica, figuriamoci cosa si possa rischiare entrando nel merito giudiziario di una «legittima difesa» che si è materializzata con la bellezza di dodici coltellate ed un occultamento di cadavere.
Ma tant’è.
Il fatto è questo: la donna, secondo i giornali, avrebbe affermato di essere una vittima dell’ex marito, per motivi di stalking ed altri tipi di maltrattamenti, ed avrebbe quindi pensato bene di farsi giustizia da sé, nel modo già descritto, ossia sanguinario.
Si può fare, pare abbia concluso il tribunale competente.
Tutti quelli che – dopo Lorena Bobbitt – avessero avuto ancora dei dubbi sul fatto che le donne sono da tempo ammesse a farsi giustizia da sole, legibus solutae, possono dissipare le loro perplessità ancora una volta; ma attenzione, solo se siete donne, cioè vittime di natura e per definizione politica.
Gli altri, nisba.
Sin qui spero di essere rimasto negli argini e di non prestare il fianco ad accuse di lesa maestà, discredito, diffamazione, calunnia, sgarberie distrettuali o maleducazione giudiziaria (chissà se esistono queste fattispecie di reato, ma non si sa mai…).
Dopo di che vengo a commentare quello che si può ancora commentare liberamente, ossia un’invocazione spontanea, leggibile tra i commenti recenti del blog di cui l'estensore si assume per intero le responsabilità giuridiche (....scherzo, ovviamente).
«Possono farci qualsiasi cosa, insultarci, rovinarci economicamente, picchiarci e addirittura ucciderci ma saranno sempre assolte per legittima difesa.
Scendiamo in piazza, cazzo!»
Sposo in pieno questo sprazzo di vitalità, che non dovrebbe ancora presentare troppi rischi legali, almeno sino a quando non li presenterà.
Per cui mi aggiungo all'invocazione e la rilancio.
Anche in questo caso, almeno sino a quando sarà ancora possibile continuare ad invocare iniziative ed esprimere barlumi accesi di opinioni contrarie.
O come sia che lo volete chiamare: disaccordo, dissenso, riserve, opposizione eccetera....
Ed offro queste modeste pagine come punto di riferimento per qualunque cosa si voglia immaginare nell'occorso, ma anche altrove, che non è un problema (almeno in generale, poi...).
Osservando che se davvero non si riesce a fare nulla neanche in queste pirotecniche occasioni da stropicciarsi gli occhi per l'incredulità, allora la questione maschile è soltanto una lettera morta.
Come ritengo, purtroppo, si dimostrerà anche in questo caso.
(Vuoi vedere che col titolo c'ho azzeccato....?)


P.S. - prego gli eventuali commentatori di attenersi al fair play verbale e giudiziario che si impone nella circostanza
Continua: "Lettera morta"
martedì 18 settembre 2012

L'uguaglianza sociale è nemica della democrazia






Prima di commentare le reazioni suscitate dalle insistenti iniziative con le quali la commissaria europea alla Giustizia, Viviane Reding, vuole portare al 40% le quote rosa nei consigli d’amministrazione delle società per azioni pubbliche e di quelle private quotate nei mercati borsistici dei paesi aderenti alla UE, qualche premessa non guasta.
Viviane Reding
Va tenuto presente che dallo scorso mese di agosto è già in vigore, qui in Italia, il famigerato provvedimento Golfo-Mosca (dal nome delle due relatrici della legge 120/2011) che impone nella misura del 30% la "presenza femminile" nei cda in questione, provvedimento che andrà a regime dal 2015 e sin da ora nella misura di un quinto dei consiglieri; ne abbiamo già parlato in altri momenti e suggerisco una rivisitazione retrospettiva di quelle considerazioni alla luce degli attuali sviluppi.
Il testo normativo ha formalmente efficacia decennale (una bizzarria tecnico-giuridica) ma difficilmente si tornerà indietro.
Infatti dall'Europa, come detto, non paghi di questa forzatura si vuole alzare ancora l'asticella - ed anche questo, da qui, è stato previsto e denunciato - dopo di che sarà alzata ancora e ancora sino alla fatidica e artificiosa «uguaglianza di genere» prevista nei trattati.
Si tratta, con ogni evidenza, di misure di ingegneria sociale, finalizzate a modificare d'imperio «la diseguale ripartizione del potere tra i sessi», che tuttavia vengono realizzate in plateale disprezzo di due principi fondamentali delle democrazie liberali: il principio della libertà d'impresa ed il principio del merito individuale.
A questi due valori basilari del pensiero liberale classico, con cui la vecchia e ormai impolverata classe della borghesia riuscì a trasformare pacificamente un ordine sociale ingessato nei diritti di nascita, si contrappone oggi un generico principio dell'uguaglianza sociale, inconciliabile nella sua essenza tanto con il primo, quanto con il secondo di quei valori.
In realtà, in natura l'uguaglianza non esiste, neanche tra i gemelli omozigoti tra i quali c'è sempre quello più intelligente, più estroverso, più dinamico o più intraprendente dell'altro.
Tutto ciò ha delle evidenti ricadute anche sul piano dei rapporti sociali ed economici, dove "l'uguaglianza" - che è un costrutto idealtipico e, in alcuni casi, utopico - per essere conseguita deve essere imposta autoritativamente dal potere politico.
Naturalmente non bisogna confondere il concetto di uguaglianza sociale con quello, politicamente neutro, di uguaglianza dei cittadini davanti alla legge, che è cosa completamente diversa.
Né andrebbe manipolato il concetto di uguaglianza nelle opportunità sociali - una parità che ha senso democratico solo alle posizioni di partenza - con la conta numerica dell'uguaglianza alle posizioni di arrivo.
Ne consegue che se l'uguaglianza sociale deve essere realizzata d'imperio ciò può avvenire solo a prezzo della libertà e della meritocrazia, così come avveniva nella vecchia Unione Sovietica dove tutti erano uguali, statisticamente allineati e ugualmente sudditi di un potere politico onnipotente e padrone, che impartiva ordini sul che fare, che non fare, dove andare e dove non andare, chi essere e chi non essere.
Il fatto che il potere politico nazionale - sollecitato e incalzato dalla tecnoburocrazia europea, e ad essa complice - vada ripristinando "diritti di nascita" che non sono più legati alla casta, al censo o al titolo nobiliare ma al sesso di ciascun individuo è quindi un regresso grave rispetto a quell'ideale democratico che ormai possiamo cominciare a mettere tra le buone cose del passato.
Conforta sapere - a proposito delle reazioni cui si accennava all'inizio - che tra le isolate voci di dissenso rispetto a questa deriva antidemocratica si sia alzata anche quella autorevole di Antonio Salvi, Preside della Libera Università Mediterranea "Jean Monnet" e ordinario di finanza aziendale, il quale con un articolo pubblicato nei giorni scorsi ha definito le quote rosa «una beffa inutile e dannosa», oltre che intimamente illiberale ed autoritaria, argomentando la presa di posizione con ragionati e competenti argomenti di buon senso.
Condivisibilissima soprattutto la sua riflessione generale: «non se ne può più dell'agire politicamente corretto, di comportamenti equi e sostenibili» e, aggiungerei personalmente, del falso mito egualitario.
Ma se da un lato è confortante sapere che le riflessioni critiche e le voci di dissenso sui metodi di «lotta alle disuguaglianze» (un comandamento ad alta digeribilità spirituale) vanno lentamente - ma troppo lentamente - crescendo nella società civile, è del tutto sconfortante osservare come il mondo politico, quasi nella sua interezza, sia completamente immerso in questa grottesca pianificazione di stampo socialista.
Se, infatti, il tema della lotta alle disuguaglianze è la ragione di essere della sinistra - come Norberto Bobbio ha reso evidente anche alla più ostinata "destra sociale" - non altrettanto dovrebbe dirsi per il campo avverso, dove la battaglia politica contro l'omologazione dei cittadini e il dirigismo politico dovrebbe essere una stella polare.
Si fa quindi fatica a collocare l'On. le Lella Golfo, pasionaria delle quote rosa e prima firmataria della legge 120, in un panorama politico dotato di qualche senso, coerenza e riconoscibilità.
Sintomatica della confusione ideologica che anima questa parlamentare è la sua risentita risposta all'articolo di cui prima, nella quale - oltre all'abituale intemerata sul maschilismo, che fa sempre brodo - si legge: «...credo sia un sacrosanto dove­re della politica intervenire quando i "normali" meccanismi di mercato produ­cono storture, introducendo correttivi in direzione del bene comune e del miglio­ramento della struttura produttiva.»
Quando una cosa del genere la dice Fassina - responsabile economico del PD, che tornerebbe volentieri a nazionalizzare le imprese e socializzare le perdite - lo si può capire; ma se la dice la Golfo, no.
Evidentemente, la Golfo è andata alla stessa scuola economica di Fassina; ma allora non si capisce cosa ci stia a fare nel centrodestra.
L'On. le Golfo non è tuttavia la sola del suo schieramento ad alimentare la confusione, considerato che la legge sulle quote rosa è stata votata dalla maggioranza dei suoi colleghi di partito e di coalizione.
Quindi, di quale centrodestra stiamo parlando?
E quali pessime conclusioni trarne?
Quando avvertiamo - come sempre più spesso capita - che la democrazia è messa in pericolo, che ci stiamo avvicinando pericolosamente al pensiero unico, quando vediamo ridursi gli spazi di dissenso e di libertà, quando capiamo che il momento del voto va perdendo gradualmente di significato e che la contesa politica è un teatrino stucchevole impersonato da personaggi inadatti e confusi (se non peggio), quando all'incapacità degli eletti si aggiunge l'indifferenza degli elettori, quando l'irrazionalità dell'antipolitica prende il sopravvento sulla razionalità delle scelte, quando comprendiamo di essere governati da luoghi distanti e inaccessibili che lavorano per la sovietizzazione strisciante dei rapporti sociali ed economici, non chiediamoci semplicemente chi sia ad attentare alla democrazia.
Chiediamoci, piuttosto, chi sia mai che potrà impedirne il tracollo.

Continua: "L'uguaglianza sociale è nemica della democrazia"
venerdì 10 agosto 2012

Meglio una pausa





Mettiamola così: le considerazioni che seguiranno hanno valenza "interna", nel senso che non sono rivolte ad una platea indiscriminata di lettori ma solo ad una parte circoscritta, che è anche quella più frequente ed abituale in questo blog.
Lo scopo non è quello di assumere atteggiamenti polemici - di cui nessuno sente il bisogno - o professorali, che sarebbe anche peggio.
Ma, semmai, di promuovere una riflessione più attenta sull'utilizzo di concetti e terminologie che, ad avviso di chi scrive (ossia, me), sembrano a volte buttati un po' alla rinfusa dentro a quel calderone primordiale che rimane, a tutt'oggi, la questione maschile nelle sue diverse e (a volte) contraddittorie declinazioni internettiane.
Che - è bene ricordarlo - sono pressoché le uniche esistenti in materia.
Non darò, quindi, nessun tipo di risalto a questo articolo, eviterò di pubblicizzarlo sui social network come d'abitudine faccio e lo lascerò galleggiare nella ridotta attenzione della "stanca" estiva affinché raggiunga chi deve raggiungere - se ci riesce ed ammesso che si voglia essere raggiunti - senza squilli di tromba o rullio di fanfare.
In realtà, questa specie di comunicazione mirata sarebbe anche di un certo interesse generale trattando dei fondamenti stessi della «questione maschile», della sua cornice teorica e dei suoi presupposti di valore; tuttavia, se non si è maturato un minimo sindacale di competenze sulla materia, di conoscenze specifiche utili ad ampliare la prospettiva di senso della tematica in esame, se, insomma, non si hanno le mani in pasta, come si dice in questi casi, il rischio è quello di fare discorsi incomprensibili e lontani dal sentire comune.

Non dovrebbero essere tra questi neofiti, comunque, i lettori a cui mi rivolgo, dal momento che sto parlando di alcuni frequentatori di un forum sulla condizione maschile - e, contemporaneamente, anche di questo blog - che si è dato, per l'appunto, l'impegnativo nome di «questionemaschile.org» e tratta di questi temi in modo abituale e costante.
A quanto pare, negli ultimi tempi il sito in questione ha subito un restyling, cambiando denominazione, grafica ed altro.
Essendo un forum tematico, tra le novità osservate c'è anche una presentazione introduttiva dei problemi lì in discussione che rappresenta, in qualche modo, la "linea editoriale" seguita, il focus sul quale sono concentrati gli obiettivi, il minimo comune denominatore dei partecipanti.
Il che, per venire direttamente al punto, è condensato nella seguente formulazione verbale: «una radicale critica al femminismo, alla ricerca di un nuovo egualitarismo».
Questi gli asseriti scopi di quel forum e dei suoi partecipanti.
Questo, soprattutto, il senso che si vorrebbe dare in quel forum alla questione maschile.
Al netto della rima, utile per sostituire nelle intenzioni un "ismo" ad un altro, c'è di che restare oltremodo perplessi.
Dico, non tanto per il concetto di «egualitarismo» che, di norma, viene utilizzato per indicare la degenerazione ideologica del principio di uguaglianza nella sua caricatura populistica e giacobina.
Dico proprio per la contraddizione inscritta in quella formulazione: cosa sarebbero i femminismi se non la ricerca di un nuovo egualitarismo tra i sessi?
Di cosa si parla quando si parla delle misure di ingegneria sociale - quote rosa, legislazioni di vantaggio, particolari tutele giuridiche al mondo femminile eccetera - volte a realizzare forzatamente "la parità tra uomini e donne"?
In che modo possono essere contestati i femminismi con la proposta di un «nuovo egualitarismo» che vorrebbe andare a sostituire il loro egualitarismo nuovo?
Boh, tutte domande senza una risposta conciliabile con quell'idea di questione maschile piuttosto bizzarra contenuta nel messaggio introduttivo di uno dei principali forum in materia.
Avrei capito si fosse scritto: «una radicale critica al femminismo, alla ricerca di un nuovo equilibrio tra i sessi» (nel rispetto - aggiungo io - delle rispettive differenze antropologiche).
Ma non c'è scritto così; c'è scritto proprio egualitarismo e basta.
Senza speranza.
Resta inteso che tutte le opinioni meritano rispetto.
Quindi anche quella.
Ce n'è più che abbastanza, comunque, per assecondare la voglia di staccare la spina.
Meglio andare per un po' in pausa estiva.
Saluti
Continua: "Meglio una pausa"
lunedì 30 luglio 2012

Nel mirino






Buona o cattiva che sia, la notizia è che questo piccolo blog disperso nella rete come una barchetta nel vasto oceano, frequentato da un pubblico di nicchia interessato ai temi della questione maschile e quindi sostanzialmente inascoltato e irrilevante rispetto ai grandi flussi della comunicazione mediatica, che di questione maschile non vuole proprio sentir parlare, questa piccola voce isolata - dicevamo - riesce, comunque, a dare fastidio pur nelle sue infinitesimali dimensioni.
Da quali risonanze mediatiche possano arrivare certi segnali, da quale eco rimbalzino le reazioni e quali preoccupazioni possano suscitare i messaggi nella bottiglia che da qui si gettano nella corrente rispetto a chi ha ben altre attenzioni, seguito e indici d'ascolto rimane uno di quei misteri che è bene accogliere come la parte buona della notizia.
Comunque sia, il fatto è che ho ricevuto una comunicazione personale, tramite posta elettronica, da quella Barbara Spinelli di cui ho scritto in alcune occasioni.
Ne ho scritto non perché sia interessato alla sua persona - ci mancherebbe - ma in quanto personaggio pubblico e pubblicamente impegnato come "femminista" di punta sullo scenario nazionale; ne ho scritto perché interessato alle sue idee o, meglio, perché interessato a contrastare le sue idee femministe.
Idee e opinioni politiche che riguardano anche me - in quanto uomo - dato che vorrebbero incasellarmi pregiudizialmente tra i sospettabili di violenza ed altre nefandezze - in quanto uomo - secondo un'assurda logica che attribuisce meriti e demeriti, peccati originali e innocenze originali, virtù ed infamie in base all'identità sessuale: in quanto uomo e in quanto donna.
Quella stessa logica, altrettanto assurda, che spacca il mondo come una mela per separare l'umanità tra soggetti inermi per definizione, le femmine, e soggetti dominanti per definizione, i maschi, e da ciò fa discendere la necessità che i soggetti inermi vengano considerati incolpevoli e giustificabili sempre e comunque, mentre quelli dominanti colpevoli e ingiustificabili sempre e comunque.
Ce n'è più che abbastanza per sentirsi minacciati nella propria intima natura maschile da un pregiudizio inaccettabile e combattere quelle strampalate idee - peraltro non prive di oscuri precedenti storici - con tutti i mezzi leciti a disposizione.
E' ciò che faccio, nel mio piccolo.
Visto lo spiraglio d'attenzione che si è venuto a determinare per ragioni imperscrutabili, ne approfitto tuttavia per rispondere direttamente e pubblicamente alla Spinelli, la quale leggendo queste pagine ha minacciato ritorsioni legali.
Le dirò, quindi, che non ho alcuna difficoltà a rimuovere dall'articolo Il femminicidio è una scellerata bugia la sua foto (peraltro pubblicamente reperita con una modesta ricerchina sul web) e alcuni vocaboli, che lei percepisce come offensivi (pur non essendolo), come potrà accertare lei stessa.
Non ho alcuna difficoltà ad accogliere la sua "richiesta" dal momento che nulla cambia nel merito delle idee lì sostenute le quali, è bene rammentarlo ancora, non investono la sua persona in quanto tale ma la sua figura pubblica, le sue opinioni (quelle sì, personali) e le sue battaglie politiche antimaschili.
Rimane la possibilità che lei voglia portare a processo le mie idee (anche se solo a pronunciarla una cosa simile lascia già il retrogusto del regime totalitario, dei tribunali del popolo, della criminalizzazione del dissenso).
In tal caso sappia che non arretro di un millimetro.
Non solo perché ho dalla mia la Costituzione della Repubblica italiana, che garantisce - ad oggi e speriamo anche in futuro - libertà di pensiero e di parola.
Ma anche perché non ci fossero i principi dello stato di diritto ad assicurare le mie libertà io le praticherei comunque, ancora di più e ancora più convintamente rispetto a chi le vorrebbe negare per i propri malsani progetti di ingegneria sociale.
Pertanto sappia che continuerò a considerare ed a definire, anche pubblicamente, il femminicidio una scellerata bugia negli stessi esatti termini e con le medesime argomentazioni riportate nell'articolo.
Ai quali, anzi, ne aggiungerei degli altri.
Il termine "femminicidio" è una figura retorica mutuata dal più ampio termine "genocidio" che, secondo le stesse definizioni dell'ONU - che lei ben conosce - significa il tentativo di annientamento, in tutto o in parte, di un gruppo sociale.
Lascio giudicare a chi legge se sia in atto nulla di simile nella nostra realtà o se non sia un modo per far credere all'opinione pubblica che esista qualcosa che non esiste, e per assecondare e fomentare sino a grandezze illogiche e parossistiche un vittimismo femminile senza più argini, confini e ragionevolezza.
Se non sia, per dirla in altre e più dirette parole, una mistificazione ideologica che parla un linguaggio contrario alla realtà delle cose per finalità politiche.
Lei è responsabile di questo.
Ma non la cito in giudizio per queste idee.
Mi basta contestarle, contrastarle e contraddirle pubblicamente perché la gente se ne renda consapevole.
Pertanto, essere preso di mira da lei, stare nel centro del suo mirino non mi spaventa neanche un po'.
Anzi, significa che i miei argomenti, a differenza dei suoi, sono buoni argomenti.
Mi stia bene....
Continua: "Nel mirino"
giovedì 19 luglio 2012

Cultura antimaschile e paternità forzate





I torti e le umilianti sperequazioni che gli uomini sono costretti a subire nei tribunali civili (e spesso anche penali) in sede di separazione o divorzio rappresentano, ad oggi, la parte più esposta e socialmente evidente di una diffusissima cultura antimaschile che permea i rapporti umani, giuridici e politici prevalenti.
Come già evidenziato in diverse occasioni, questi fenomeni sono tuttavia solo la punta di un iceberg, sotto la linea di galleggiamento (e di visibilità) del quale si nasconde la parte più corposa ed ingombrante dei principi che le ideologie politiche ostili al “maschio” (femminismo, culturalismo ed egualitarismo su tutte) hanno riversato nella cultura corrente, nel diritto codificato e nelle pratiche usuali di common law.
Se, infatti, la negazione dei diritti alla paternità sta alimentando, in concreto, un malessere sociale sempre più ampio e numericamente significativo, non altrettanto può dirsi, ad esempio, per la situazione diametralmente opposta: ossia, la possibilità di esercitare il diritto al disconoscimento di paternità in tutti quei casi in cui la paternità stessa è dubitabile se non, addirittura, palesemente falsa.
Oppure - caso meno ai limiti ma non per questo meno rilevante - quando il singolo non ha scelto di diventare padre e non si sente pronto per questa delicata responsabilità ma, a differenza di quanto è concesso alle donne con il c.d. “parto anonimo”, non può sottrarsi in alcun modo alla paternità non voluta.
In realtà, queste situazioni – più frequenti di quanto non si pensi – arrivano all’attenzione dell’opinione pubblica quasi esclusivamente quando ad esserne coinvolti sono personaggi di grande popolarità, come gli attori o i calciatori.
E’ questo il caso della diatriba innescatasi sul noto caso Balotelli-Fico, che sembra ripercorrere lo stesso copione mediatico in cui finì coinvolto, a suo tempo, un campione altrettanto “trasgressivo” e discusso come Diego Armando Maradona.
Trattandosi di persone facoltose e socialmente privilegiate, la percezione generale è che la tegola non faccia poi così male e, quindi, l’attenzione verso i principi di equità in gioco viene automaticamente distratta verso il puro e semplice pettegolezzo da parrucchiera.
Eppure, situazioni di questo tipo possono investire - ed investono - qualunque uomo, di qualunque estrazione sociale e con qualunque disponibilità economica tra le mani, anche quando non se ne dispone affatto; si tratta di principi giuridici ed etici che riguardano tutti, non solo i paperoni del calcio, ma questo non viene evidenziato.
Bene ha fatto, dunque, Marco Faraci a riproporre la questione di ordine generale prendendo a prestito, con un articolo specifico, la vicenda personale di Balotelli per estendere le relative considerazioni sino a riconoscerne all’interno la negazione dei «diritti riproduttivi» maschili come presupposto culturale e giuridico vigente.
A qualunque donna è consentito ope legis disconoscere il figlio appena nato lasciando che venga dato in adozione (pare siano circa 400 l’anno i casi su circa tremila abbandoni materni), mentre a qualunque uomo questa possibilità è giuridicamente preclusa, tranne casi eccezionali.
Se a ciò si aggiunge l’assoluta irrilevanza della figura e della scelta maschile in materia di aborto, lo sbilanciamento e la sperequazione dei diritti riproduttivi tra maschi e femmine ha del clamoroso, quanto e molto più delle problematiche dei padri separati.
Eppure, questa generale cittadinanza di serie B rimane confinata sotto la linea di galleggiamento dell’evidenza - come si diceva - nell’oblio e nella sottovalutazione da parte dello stesso mondo maschile, che se ne accorge solo quando ne subisce individualmente gli effetti.
Ci sarebbe dunque poco da aggiungere a quanto efficacemente sostenuto da Faraci nel merito della questione, se non fosse che, per uno strano gioco di casualità, non stessi elaborando in questi giorni analoghe considerazioni sulla base di una recente sentenza della Corte di Cassazione inerente la stessa materia.
In quest’altro caso si tratta della domanda di disconoscimento di paternità presentata da un uomo che aveva scoperto, in epoca successiva alla nascita di una bambina, di non esserne il vero genitore, in quanto la moglie si era sottoposta a fecondazione eterologa nel contesto delle procedure di fecondazione assistita a cui la coppia si era da tempo rivolta.
Va ricordato che la fecondazione eterologa - ossia, resa possibile da un donatore anonimo, terzo alla coppia - è espressamente vietata dal nostro ordinamento, ex articolo 4, comma 3, della legge 19 febbraio 2004, n. 40 (recante norme in materia di procreazione medicalmente assistita) e pur non potendosi considerare, nel caso di specie, una forma di infedeltà muliebre è qualcosa che comunque gli assomiglia molto.
Inoltre, a quanto si legge nella sentenza n. 11644 del 23 febbraio scorso, il padre pro-forma sarebbe venuto a conoscenza dell'iniziativa unilaterale della donna in tempi successivi al parto, a seguito di "voci" che lo avrebbero indotto ad accertare, tramite specifici controlli clinici, la propria sterilità assoluta.
Appurato di non poter essere il padre che avrebbe voluto essere, l'uomo si è visto contestare, in giudizio, il mancato rispetto dei tempi burocratici per l'esercizio del disconoscimento, equiparato con un'alchimia interpretativa della Cassazione alle ipotesi di decadenza dall'azione di disconoscimento previste, dall'art. 244 del codice civile, in un anno.
Al danno concreto per l'uomo deve aggiungersi la beffa più generale, per cui dal Sole24ore si è salutato questo pronunciamento come un ampliamento dello spettro normativo delle ipotesi di disconoscimento di paternità, tra le quali ora deve aggiungersi anche quella della fecondazione eterologa per il padre inconsapevole.
Poco importa, a quei commentatori, che le contorsioni giuridico-burocratiche della Cassazione abbiano prodotto, per l'ennesima volta e nonostante le affermazioni di principio astratte, una vittima delle paternità forzate, di volta in volta estorte per via giudiziale.
Su quell'uomo peserà per tutta la vita una paternità non voluta perché non vera, perché così hanno deciso i tribunali del "regno".
In nessuna parte della sentenza, ad un'attenta lettura, viene presa in considerazione la posizione materiale, psicologica ed esistenziale di quell'uomo, anche alla luce del fondamentale principio di ragionevolezza e dei criteri etici su cui si fonda questo principio (per non voler parlare di "diritto naturale").
E se tutto questo non è il frutto di una cultura antimaschile che ritiene i diritti e gli interessi maschili di rango inferiore a quelli femminili, sacrificabili ed irrilevanti sino al pratico annullamento, non saprei come diversamente descriverlo.


Annotazione a margine
Non mi trovo molto d'accordo, sia detto comunque marginalmente, sull'affermazione di Marco Faraci secondo la quale «per un bambino non esiste un diritto a prescindere a nascere con due genitori» perché, invece, ritengo che quel "diritto" esiste e sarebbe anche cogente, a mio modo di vedere.
Non è un diritto nel senso tecnico del termine e lo possiamo chiamare anche diversamente - vantaggio, possibilità più favorevole, corrispondenza ai bisogni infantili, naturalezza della situazione, completezza dell'habitat familiare o come si vuole - ma esiste in tutte queste denominazioni che, pur non potendosi incasellare all'interno di forme prescrittive, definiscono lo specifico interesse del nascituro.
Una cosa è stabilire modelli giuridici fondati sull'equità, altra cosa è stabilire l'insussistenza di situazioni ottimali.
Che continuano a sembrarmi le migliori, soppesati tutti gli interessi in gioco.

Continua: "Cultura antimaschile e paternità forzate"
venerdì 22 giugno 2012

Chi ce l'ha più lungo





Non ricordo esattamente dove l'ho letto - poco tempo fa - e chi abbia espresso questo concetto.
Ricordo solo che doveva trattarsi di una manager, di quelle raccomandate dallo Stato per occupare poltrone nei cda delle società per azioni; oppure una giornalista, che parlava delle riunioni di redazione; o, forse, ancora, doveva trattarsi di una di quelle politiche pescate dal nulla che parlava delle riunioni di partito o roba del genere.
Poco importa chi fosse e di quale contesto si lamentasse.
La cosa rilevante è che - manager, giornalista, politicante o cos'altro fosse - commentava con queste parole la sua partecipazione ai consessi di cui sopra: «in queste riunioni - lamentava la sedicente derelitta - gli uomini sembra che facciano sempre a chi ce l'ha più lungo».
Faro della Vittoria - Trieste
Il faro con il raggio più lungo d'Europa
Caspita, mica è poco.
Talché, stando ai canoni uno dovrebbe presumibilmente inorridire alla sola idea e allargarsi in uno sguardo colmo di gratitudine, ammirazione e speranza per cotanta saggezza femminile diffusa a mezzo stampa.
Saggezza che, com'è noto, non può fare a chi ce l'ha più lungo per mancanza di instrumentum atto allo scopo ma che - così sembra doversi desumere - anche ce l'avesse per sopravvenuti cambi chirurgici di stagione non lo farebbe mai e poi mai in virtù di sé stessa.
Saggezza che, quindi, dovrebbe evidentemente ascriversi alla mancanza dell'instrumentum il quale, per sua intima natura, sembra in grado di ottenebrare la mente del titolare e da instrumentum sementis (o instrumentum copulandi) si trasformerebbe nel più banale e sozzo instrumentum diaboli.
Infatti, i più illuminati tra gli illuminati - e non solo tra le povere e miserande donne in carriera - hanno particolarmente in odio la barbarie fallocratica, dove con fallocrazia deve intendersi qualcosa di assolutamente indeterminato (io ancora non ho capito che significa) ma che deve, con ogni evidenza, avere a che fare con la semplice titolarità originaria del fallo (l'instrumentum di cui sopra) perché si realizzi l'odiata barbarie.
Bene.
Senza saperlo, quel giorno la poveretta in questione aveva messo il ditino, saggio (forse) ma sprovveduto assai, tra le pieghe di una sua inadeguatezza personale (ma anche collettiva, in quanto donna) ritenendola - e spacciandola - al contrario, per una forza (o, se si preferisce, spacciandola appunto per una forma di solidale e universalistica saggezza).
Quella sua metafora dal significato così immediatamente intuitivo, infatti, era la colorita traduzione di una incapacità - o di un'avversione ideologicamente coltivata - ad accettare le regole della competizione.
Com-pe-ti-zio-ne, esatto.
Infatti la tizia aveva ragione, senza ombra di dubbio; noi uomini abbiamo l'attitudine naturale a misurarci l'uno con l'altro.
Da ragazzi con le misure del pisello, da giovani con le prestazioni sportive e con il numero e la qualità di scopate "vinte", da adulti con le rivalità che scaturiscono dalla vita sociale, economica e di relazione, da vecchi con l'insipienza delle illusioni giovanili e con la generale mancanza di saggezza; nel mezzo, a condimento di tutto questo, c'è l'amore per l'avventura, il rischio, l'agone ed il primato.
E c'è la capacità, tutta maschile, di darsi delle "regole di ingaggio".
Altro che barbarie!
Senza tutta questa fallocrazia - se questo è il suo significato - non ci sarebbero stati sviluppo e civiltà, nessuno avrebbe cercato i propri limiti, nessuno li avrebbe superati, nessuno sarebbe stato in grado di misurarsi con le forze ostili della natura, con le difficoltà a volte insormontabili del pensiero astratto e della scienza, con la scarsità delle risorse, con le sfide della tecnica, e i migliori non sarebbero mai emersi dal buio indistinto della massa.
Saremmo ancora materia bruta timidamente nascosta nel fogliame di un mondo selvaggio.
Ma guardateli i capannelli di persone che socializzano e guardate come tendono, spontaneamente, a dividersi tra affinità maschili ed affinità femminili.
Quando conversano tra loro, attraendosi, le femmine cercano sempre rassicurazioni reciproche e affettuose conferme, mirano a stabilire il "giusto per tutti", una misura collettiva in cui le differenze individuali scompaiano, qualcosa di superiore a cui aderire; l'oggetto del loro interesse non è mai divisivo ma comunitario.
Quando siamo noi maschi ad intrattenerci nella discussione, al contrario, tendiamo sempre a dividerci tra chi la pensa in un modo e chi nell'altro; per questo l'oggetto prevalente del nostro interesse è spesso lo sport o la politica, dove le differenze individuali emergono marcatamente e senza scampo, anche se in modo più o meno controllato.
Nessuno più di coloro che seguono, trattano e studiano la questione maschile dovrebbe esserne consapevole.
I femminismi, pur con tutte le loro divisioni teoriche, hanno creato, consolidato e cementato la solidarietà tra donne; al punto tale che da destra o da sinistra, dall'alto o dal basso che vengano, finiscono per essere sempre solidali su tutto ciò che le riguarda, un muro di gomma.
I movimenti maschili o quelli dei padri separati, al contrario, riescono a dividersi su tutto, l'individualismo regna sovrano e ognuno cerca di fare il capo di sé stesso; un insieme disorganizzato e multiforme di pennuti capitribù, ciascuno convinto di essere il migliore, il più ganzo, il più dotato, di avercelo più lungo degli altri, appunto.
A me tutto questo non dispiace, lo considero il prezzo necessario da pagare alla competitività maschile, a condizione che conduca prima o poi alla selezione dei migliori senza arenarsi nella pura e semplice anarchia.
Bisogna, tuttavia, anche saper riflettere su ciò che si contrappone in alternativa al principio della competitività.
Che poi ha un nome definito e si chiama principio della cooperazione.
Due principi - uno maschile, l'altro femminile - su cui si dividono, da decenni, le riflessioni filosofiche, storiografiche e politologiche che aspirano ad assegnare all'uno o all'altra il primato morale.
La società competitiva conduce al darwinismo sociale lamentano gli uni.
La società cooperativa non porta da nessuna parte
, rispondono con buone e documentate ragioni gli altri.
Senza avvedersi che tanto la competizione quanto la cooperazione sono ingredienti entrambi necessari alla vita degli esseri umani.
Ma ciascuna nel proprio ambito.
Sicché quella tizia da cui siamo partiti non avrebbe dovuto chiedersi come mai gli uomini facciano sempre a gara a chi ce l'ha più lungo.
Doveva più opportunamente chiedersi: «...che cavolo ci faccio io, animo sensibile e cooperativo, in un luogo di quotidiana competizione....?»






N.B. - Per alcuni giorni mi assenterò dal web, salvo occasionali e imprevedibili incursioni.
Sandro, Denker o Rita, potendolo, sono pregati di curare la moderazione approvando quei commenti, non ancora inseriti in white list, che non siano manifestamente ostruzionistici o belluini.
In caso di loro impossibilità rinvio la moderazione al mio rientro.
Continua: "Chi ce l'ha più lungo"
lunedì 11 giugno 2012

Non è più tempo di belle maniere





Il garbo nobiliare e composto con cui Fabio Nestola – esponente di spicco dell’associazione Adiantum – ha replicato all'ultima aggressione ideologica verso il mondo maschile, condotta con l’abituale ferocia argomentativa dalla ormai onnipresente Barbara Spinelli, sarebbe da applausi.
Dico sarebbe – uso il condizionale – per due motivi.
Il primo è che c’è una certa incongruenza di fondo tra l’aggressione e la reazione; un po’ come se a qualcuna che ti urla in faccia che c'hai la depravazione inesorabilmente inscritta nel DNA tu rispondessi con il sopracciglio alzato: «signora, lei mi fa torto».
Il secondo è che c’è un difetto di prospettiva generale, a mio giudizio, in una parte degli argomenti addotti da Nestola.
Ma prima di inoltrarci nel commento vediamo - a beneficio di chi fosse all’oscuro della querelle in atto - di cosa si tratta.
E’ in dirittura d'arrivo al Senato della Repubblica il disegno di legge 957 in materia di nuovo affido condiviso e, di conseguenza, l’associazione di sinistra “giuristi democratici” – cellula della potente lobby femminista italiana che agisce, tra l’altro, come referente nazionale del famigerato CEDAW dell’ONU - ha ripreso ad alzare le barricate contro il provvedimento con particolare e rinnovata veemenza.
La tesi sostenuta dalle femministe si fonda sull'abituale e ben sperimentato dogma rivoluzionario della violenza di genere.
Dato che il mondo si divide(rebbe) tra oppressori (al maschile) ed oppresse (al femminile), la lotta di classe rende necessario (dicono loro) che l'ordinamento giuridico vada deformato con l'inibizione dei diritti maschili anche in materia di affidamento dei figli e il contestuale ampliamento a dismisura dei diritti femminili; quindi, no all'affido condiviso - che sarebbe persino incostituzionale, a loro parere - in nessuna forma, in nessun modo e per nessuna ragione al mondo.
Tanta mirabilia argomentativa la si potrà meglio “apprezzare” dalla presa di posizione ufficiale apparsa sul loro sito a firma, appunto, della pasionaria Spinelli e sulla stampa (Il Manifesto) a firma Laura Betti.
Al manicheismo irrazionale e distorto di questo settore lobbistico, tutt’altro che inascoltato o marginale (anzi....), ha fatto riscontro, appunto, la sola, unica e perciò già flebile replica oxfordiana di Fabio Nestola il quale, dal sito di Adiantum, parla educatamente di «informazione pilotata» sulla violenza di genere.
Con questa espressione (informazione pilotata) volendo presumibilmente fare riferimento alla pratica della "disinformatzia", quella strategia comunicativa elaborata scientificamente nella Russia sovietica dei bei tempi andati, quando la manipolazione dell’opinione pubblica ottenuta con la diffamazione sistematica dell'avversario (o nemico) era la regola dell'internazionalismo rivoluzionario e l’amore per la verità dei fatti un crimine politico ai danni del popolo da punire con il gulag.

Ciò posto, voglio sgomberare subito il campo da un potenziale equivoco.
Al netto dell'incongruenza di cui dicevamo prima, lo stile pacato e tollerante di Nestola è veramente da applausi, nel senso pieno dell'espressione e senza alcuna ironia; rimanere civili in un contesto di barbarie ideologica e di intolleranza giacobina quale quella esibita dalle femministe è un segno di grande forza maschile, un insegnamento di stile e compostezza.
Ma forse non è più tempo di belle maniere.
Non lo dico io, lo dice ad esempio Luisa Muraro che, guarda tu il caso, è femminista di punta del c.d. "pensiero della differenza" ed ha scritto un libro - Dio è violent - con il quale giustifica l'idea di un ritorno al terrore rivoluzionario e, quindi, alla violenza politica, soprattutto se pensata e agita dalle donne (è per questo che non precisa se Dio sarebbe violento o violenta).
Lo dice la Spinelli che accusa impunemente tutti gli uomini di indegnità morale e materiale.
Lo dice la teoria della violenza di genere che non è un corredario statistico scientificamente inoppugnabile, tutt'altro, ma una riproposizione del conflitto di classe ri-orientato su nuove coordinate sociali.
In realtà, dietro al combinato disposto delle tesi delle spinelli, delle muraro e delle betti - delle femministe, insomma - si cela un principio semplice semplice, destinato a non tramontare mai.
Il machiavellico fine che giustifica i mezzi.
Poco importa della verità se l'obiettivo è rovesciare le condizioni sociali.
Per rovesciare le condizioni sociali, nella rivoluzione femminista la diffamazione è lo strumento cardine e la violenza di genere il precipitato teorico da utilizzare come randello purificatore.
E' sulla base di queste considerazioni, dunque, che la tesi difensiva di Nestola - esiste anche la violenza fisica femminile, non solo quella maschile - a me sembra una resa incondizionata all'idea del conflitto di classe.
Perché qui non si tratta di stabilire chi sia più violento tra maschi e femmine e con quale frequenza, dato che, com'è evidente, la mano di una donna non sarà mai tanto pesante ed intimidatoria come quella di un uomo.
Si tratta di stabilire se la violenza fisica - che esiste, va contrastata e combattuta senza riserve, quando è vera - sia l'unica forma di violenza, di sopraffazione o di cattiveria possibile tra gli esseri umani.
O se ne esistano anche altre forme quali, ad esempio, negare ai padri l'affetto dei figli, ridurli sul lastrico, inventarsi violenze inesistenti anche per questi scopi (ma non solo per questi), fare del vittimismo isterico continuativo sul piano sociale al solo scopo di diffamare un'intera categoria umana e quindi lucrarne i relativi vantaggi politici, giuridici e personali.
Si tratta anche di stabilire una volta per tutte se faccia più male uno schiaffo o una calunnia, se il primo sia più immorale della seconda e se non sia il caso di condannare e combattere tanto l'uno quanto l'altra con la severità che rispettivamente meritano.
I fatti ci dicono che in questo tipo di violenze sottili, immateriali e senza l'uso delle mani molte donne sono vere e proprie maestre, e non da oggi ma oggi più di sempre.
E che, quindi, quella teoria della violenza di genere è una falsità inaccettabile e folle, in quanto non esiste nessuna classe sociale in posizione di supremazia rispetto all'altra su base sessuale ma solo singoli individui che abusano degli strumenti di cui dispongono - e che non sono solo fisici - per affermare il proprio volere ai danni dell'altro.
Come è inaccettabile - dovrebbe essere inaccettabile per ogni persona onesta, personalmente e intellettualmente - che sulla base di questa mistificazione ideologica si cerchi di condizionare e dirigere decisioni politiche che dovrebbero dichiarare, de iure, una colpevolezza congenita degli uomini a fronte di un'innocenza congenita delle donne.
Ma tutto questo Fabio Nestola non lo dice o lo dice solo in parte.
E, allora, con tutta la stima che ho di lui e che pubblicamente gli tributo, io dico anche a lui che non è più tempo di belle maniere e di tentennamenti ideologici.
E' tempo di fermezza e verità.
Continua: "Non è più tempo di belle maniere"
mercoledì 11 aprile 2012

Verso le presidenziali americane

Dale O'Leary è l'autrice del libro «Maschi o femmine - la guerra del genere» che, tra i primi, ha dato pubblica denuncia delle strategie poste in essere dalle lobby femministe e omosessuali per imporre l'ideologia di genere nelle legislazioni del mondo occidentale, attraverso la penetrazione sistematica e capillare di grandi istituzioni internazionali come l'ONU e l'UNICEF e nella comunità intellettuale.
Dale O'Laery

Nella prospettiva delle elezioni che dovranno eleggere, il prossimo autunno, il nuovo presidente degli Stati Uniti, la O'Leary è stata intervistata dal settimanale Tempi, fornendo un quadro assai significativo della posta in gioco.
Ciò che a prima vista potrebbe apparire lontano dai nostri interessi ci riguarda, in prospettiva, molto da vicino, essendo la vecchia Europa culturalmente colonizzata e condizionata dai miti d'oltreoceano in molti modi, a cominciare dal mito ginecocratico.
Appare più che utile qui proporre il testo integrale dell'intervista, di particolare importanza anche per una corretta inquadratura delle problematiche correlate alla questione maschile, evidenziando in neretto le parti di maggiore interesse.
Le domande poste nell'intervista sono sottolineate, le risposte della O'Leary in corsivo.
La fonte è riportata in calce.


«Obama è un marxista, vuole togliere tutti i diritti a chi non la pensa come lui»


«Non c'è dubbio. La burocrazia delle Nazioni Unite, come anche la maggioranza delle sue Ong è devota alla causa dei diritti sessuali. Ma ora c'è chi li vuole imporre. Parlo di Barack Obama». Ad affermarlo a tempi.it è Dale O'Leary, medico da sempre in prima linea nelle battaglie per la difesa della famiglia naturale e della vita. Fu lei a capire come le lobby Lgbt e quelle abortiste si muovevano all'interno delle Nazioni Unite.
Queste lobby hanno condotto ai principi di Yogyakarta, che stabiliscono che in natura non esiste alcun sesso.
Danno a ciascuno la libertà di definirsi uomo/donna/gay/transessuale
, ottenendo così tutti i diritti sessuali e matrimoniali desiderati. Questi principi, presentati al Consiglio Onu per i Diritti Umani del 26 marzo 2007, sono stati presi in considerazione anche dal Consiglio d'Europa nel documento “Diritti Umani e Identità di Genere”, scritto nel luglio del 2009. La conseguenza del diritto a fare sesso con chiunque senza limitazioni, ne implica poi altri, come quello alla contraccezione e all'aborto su richiesta. Le sue estreme conseguenze sono poi la poligamia e la pedofilia.

Come questo programma influenza le politiche degli Stati?
Le Nazioni Unite stanno cercando di imporre questi diritti all'America Latina, all'Africa e al mondo islamico. Ma siccome quest'ultimo non riceve aiuti dall'Onu è stato in grado di reagire. Sfortunatamente, però, gli stati del Sud-America e quelli dell'Africa sub-sahariana sono ricattati dagli Stati che li finanziano: in particolare dall'amministrazione Obama. L'ambasciatrice americana presso El Salvador, nominata dal presidente degli Stati Uniti, ha scritto una documento in cui chiedeva che i diritti sessuali fossero introdotti nel Paese. Questo è solo un esempio di quello che Obama sta facendo dappertutto.

Perché il suo governo ha deciso di farsi promotore di questi diritti?
I promotori dei diritti sessuali hanno lavorato anni per diffondere la loro mentalità all'interno dell'Onu. Nel 1994 alla conferenza del Cairo, alla quale molti movimenti contrari all'ideologia gender si recarono ammoniti del pericolo da Giovanni Paolo II, mi accorsi di come avessero usato tutte le armi possibili per raggiungere i posti di potere a loro necessari. Mi tornò in mente quando una mia amica mi aveva raccontato di una conferenza sulle donne e il potere in Usa, in cui si spiegava che occorreva iniziare a lavorare per occupare posti importanti: il governo non aveva bisogno delle donne in generale, ma di quelle d'accordo con la visione libertina della sessualità e del genere sì. Raccomandavano anche di inserirsi in posizioni in cui si fosse in grado di assumere persone in accordo con la propria idea: il che significava l'introduzione al potere di soli gay, lesbiche, femministe radicali e abortisti. Dopo anni ecco realizzato il progetto dall'amministrazione Obama che ha fatto en plein, assumendo praticamente solo chi proviene da questo mondo. Così è passato anche il mandato del dipartimento della salute sull'obbligo di tutti gli istituti a pagare per la contraccezione e l'aborto dei propri dipendenti.

Obama sta anche cercando di eliminare l'obiezione di coscienza.
È importante fare una distinzione: quella tra un liberal americano e un marxista. I liberal sono per la tolleranza, credono che ognuno possa pensarla come vuole. I marxisti invece hanno una sola visione: ci sono gli oppressi e gli oppressori. Per loro non bisogna solamente dare diritti agli oppressi, ma togliere anche tutti i diritti agli oppressori. L'intera vita di Obama è associata al marxismo. Questa è anche l'idea del movimento dei diritti sessuali.

Ma Obama non ha mai parlato apertamente di nemici da combattere.
Se si leggono attentamente i suoi discorsi invece si nota benissimo la sua linea. È evidente lo stampo della teologia della liberazione, con il marxismo applicato al cristianesimo. Ora, poi, il presidente sta togliendo diritti a chi la pensa diversamente da lui, perciò quello in cui crede non si vede più solo a parole ma nei fatti.

I cittadini si stanno accorgendo del pericolo?
Si accorgono che Obama non è un americano: insulta gli inglesi, fa politiche centriste e contrarie a Israele.

Gli americani saranno costretti a sposare questa ideologia?
Penso che la violenza sia più chiara di un tempo: Obama sta ribaltando tutto, sta accentrando i poteri. Così la popolazione se ne può accorgere meglio. Penso alla Conferenza episcopale della Chiesa cattolica, agli evangelici, ad alcuni ebrei. Non hanno mai combattuto come stanno facendo ora. Non è mai successo, poi, che gli evangelici si unissero ai cattolici, dichiarando addirittura di sentirsi «più cattolici che mai». E neppure che sostenessero un candidato cattolico come Rick Santorum.

Pensa che riusciranno a cambiare le cose?
Solo se i repubblicani riuscissero a mandare a casa Obama e a ottenere la maggioranza in Senato. Questa è la prima battaglia del partito. Una battaglia molto dura, di cui, però, si ha più coscienza che mai. La destra americana ha capito che deve prendere posti nei media, che deve muoversi per educare la gente a comprendere quanto sta avvenendo: non c'è giorno che non cerchino di spiegare quello che Obama sta facendo e anche Santorum è su questa linea.

L'obiettivo, quindi, è la vittoria dell'italo-americano.
L'obiettivo dei conservatori è uno: unire le forze per battere Obama. Credo che Santorum sia provvidenziale nel far capire all'America quello che sta succedendo. Servisse anche a far vincere un altro repubblicano sarà un successo comunque. Romney, Santorum, Gingrich sono tutte persone solide. Certamente ogni repubblicano ne predilige uno, ma quando vengono paragonati ad Obama non c'è preferenza che tenga. Spero che con il duro lavoro che si sta facendo, con la preghiera e l'aiuto di Dio si riesca a tornare indietro: perché questi quattro anni con Obama sono stati terribili, per l'America e per tutto l'Occidente.

Crede che chi lo ha votato nelle scorse elezioni cambierà idea?
Sicuramente parte dei cattolici lo farà, ne conosco alcuni. Anche certi Afro-americani hanno dichiarato che non lo voteranno più e persino molti ebrei. Gli ebrei sono al 90 per cento democratici, ma i tradimenti di Obama non li lascia indifferenti.

di Benedetta Frigerio
13 marzo 2012

Fonte: Tempi
Continua: "Verso le presidenziali americane"