Madri assassine

Questo nuovo articolo segue, a stretto giro di ruota, quello immediatamente precedente sul tema dell'aborto, con una linea di continuità che non è frutto del caso, ma un percorso di riflessione su quella fonte di inquietudini e di insofferenza psicologica che sembra essere diventato, oggi, il ruolo materno per molte donne; la sindrome di Medea.
Non solo. Osservando i diversi accenti posti dalla stampa intorno a fenomeni di identica (se non superiore) gravità morale, si rende possibile misurare tangibilmente l'asimmetria di giudizio con la quale vengono connotati gli atti di violenza femminili rispetto a quelli maschili.
Infatti, mentre da un lato prosegue tambureggiante l'opera di colpevolizzazione indiscriminata del mondo maschile ad ogni singolo episodio di cronaca - si prenda ad esempio il titolo "sparato" in prima pagina sul Messaggero di oggi: "Donne vittime dei partner violenti" - dall'altro lato, non altrettanta attenzione e severità di giudizio viene posta, dai media e dalla pubblica opinione, su di un fenomeno - l'infanticidio - che, al contrario, dovrebbe investire di responsabilità e di  "colpe" specifiche il mondo femminile.
Eppure sembra che ce ne sarebbe un gran bisogno.
Questo è quanto sostiene, infatti, L'Associazione Matrimonialisti Italiani che, in un articolo pubblicato sul sito dell'Adnkronos, lancia un allarme sociale ignorato (forse, non a caso) dal resto della stampa italiana e dalle principali fonti mediatiche.
Il 90% degli infanticidi commessi in Italia - dichiara l'Avv. to Gian Ettore Gassani, presidente dell'AMI, in base alle statistiche criminali - è commesso dalle madri e le cifre complessive parlano di un fenomeno di dimensioni allarmanti: "dal 1970 al 2008 ci sono stati 378 omicidi di bambini, con una media di circa 10 ogni anno. Le madri sono autrici soprattutto fino ai sei anni di età, i padri tra i 7 e i 12 anni. Ma il numero effettivo dei piccoli soppressi appena nati (ascrivibili 'all'intervento materno', n.d.e.) è incalcolabile".
Indicativo - ad avviso di chi scrive - è anche il fatto che la maggioranza degli infanticidi avviene nel Nord Italia (48.9%) mentre diminuisce nel Centro (24.3%) nel Sud (17.8%) e nelle isole (12%); sembra obiettivamente difficile ignorare l'evidente correlazione tra fenomeno dell'infanticidio e livello di emancipazione femminile riscontrabile nelle diverse "Italie" di cui è composto il nostro Paese.
Motivo di ulteriore allarme è rappresentato dalle migliaia di referti medici - si legge ancora nell'articolo - conseguenti a traumi infantili censiti come incidenti domestici, ma verosimilmente riconducibili ad atti di violenza.
Per questi atti tragici non si titola, tuttavia, da nessuna testata "Bambini vittime delle madri violente", con una condanna generalizzata e generalizzante dell'intera categoria femminile.

Quasi a voler rendere una drammatica conferma quotidiana, si legge quest'oggi sul Corriere del nuovo caso avvenuto ad Arcene (provincia di Bergamo) dove è stato rinvenuto, nel parcheggio di una discoteca, il corpicino senza vita di un neonato avvolto in una coperta ed abbandonato sul selciato.
Sintomatico, anche in questo caso, il singolare commento rilasciato dal Sindaco del luogo il quale, chissà sulla base di quali elementi, ha dichiarato che "...È un dramma nel dramma, un dramma sia per il piccolo, che per la madre che in qualche modo è stata costretta ad abbandonarlo".
Come fa il Sindaco a sapere che la madre "è stata costretta ad abbandonarlo"?
Sulla base di quali valutazioni etiche si pone sullo stesso piano il gesto malsano di una donna che ancora non si conosce e di cui non si sa nulla con la soppressione di una vita inerme?



Del resto, il giustificazionismo a tutti i costi nei riguardi della violenza femminile - quando è lei e non lui a vestire i panni del carnefice che abusa del più debole - è pane quotidiano, come ci insegnano le teatralizzazioni mediatiche del delitto di Cogne, le diagnosi immediate di depressione post-partum e tutti gli altri ombrelli sotto i quali il "male" commesso dalle donne è messo invariabilmente al riparo.
Identici sforzi di comprensione umana, senza essere neanche portata a questi eccessi, non è però riservata al "male" commesso dagli uomini; quello non ammette giustificazioni di sorta.
Sullo stesso registro si è mossa anche la scrittrice Grazia Verasani la quale, con il suo libro "From Medea", ne ha fatto materia di analogo pietismo; sembra se ne trarrà anche un film per consolidare, evidentemente, l'acquiescenza ed il giustificazionismo psico-sociale verso la violenza materna.
Personalmente ritengo che il femminismo e l'egualitarismo di genere abbia prodotto e continui a produrre guasti gravi e drammatici nelle coscienze femminili, i cui effetti sono visibili e tangibili, con tutto il carico della loro tragicità, nel fenomeno crescente dell'infanticidio da parte delle madri.
Quando si corrompe il naturale corso dell'istinto materno, in nome di un'autoaffermazione narcisistica ed egocentrica a cui molte donne sembrano essersi votate, gli effetti possono essere anche questi.