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mercoledì 14 novembre 2012

Movimento femminista per la parità genitoriale






Correvano gli ultimi giorni di luglio dello scorso anno quando da questo blog si salutava la nascita del movimento femminile per la parità genitoriale come «una novità positiva e benaugurante».
Ebbene, prima di tutto chiedo subito scusa ai miei lettori per l'imprudente e frettolosa valutazione di allora: mi sbagliavo.
Rileggendo quelle considerazioni si potranno ricordare i perché di un movimento, con tanto di "femminile" in primo piano, che si costituiva allo scopo di spalleggiare le battaglie civili dei padri separati.
Non erano, in realtà, questioni di principio a motivare quella nascita ma la convenienza pratica e il vissuto personale delle partecipanti.
Ciononostante, era lecito presumere che, motivazioni a parte, quell'alleanza avrebbe aggiunto qualche freccia in più all'arco degli uomini sottoposti al massacro giudiziale delle separazioni, non fosse altro che per la stragrande attenzione riservata dal mondo politico e tribunalizio ai desiderata ed alle esigenze femminili.
Nella vita effettiva di quel gruppo si è assistito tuttavia ad un lento, graduale ma inesorabile scivolamento verso il dominio interno di una minoranza rumorosa, in maniera del tutto analoga a quella cui è assoggettata la realtà di questo paese più o meno da sempre.
Avete presente la capacità di condizionamento della vita economica e politica che la CGIL - ed in particolare la FIOM - esercita da decenni con i suoi veti, le manifestazioni, gli scioperi, le occupazioni, le mobilitazioni e tutto il resto?
Quella minoranza che tiene in pugno la totalità dello stivale con i suoi diktat, al punto tale che Marchionne, esasperato, sta decidendo di portarsi via la più grande e importante azienda italiana mandandoci tutti a quel paese?
Ecco, qualcosa di simile - mutatis mutandis, com'è ovvio - caratterizza la vita di quello che, per coerenza, dovrebbe oggi definirsi più propriamente «movimento femminista per la parità genitoriale».
Banale questione di forma, dite voi?
Niente affatto, è questione di solida sostanza.
Provate voi stessi a mettere in discussione, in quel gruppo, dogmi intangibili e principi evidentemente non negoziabili come la parità, l'uguaglianza, la libertà libertaria (quella senza vincoli responsabilizzanti) e la negazione delle differenze antropologiche e sessuali tra gli esseri umani che possano, ad esempio, ricondurre a ruoli e funzioni naturali come quello del papà e della mamma.
Insomma, a mettere semplicemente in discussione la mentalità femminista/politically correct/libertaria/...e dde sinistra che dal sessantotto in avanti ha fatto in questo paese il bello e il cattivo tempo a suo completo piacimento.
Formalmente ve lo lasceranno fare ma sostanzialmente la minoranza rumorosa si mobiliterà nella piazza virtuale, trattandovi come un appestato infettivo da mettere in quarantena.
Provate ancora a ricordare che i disastri giudiziali che oggi sopportano i padri separati sono la conseguenza di quella logica di redistribuzione sociale in favore dei soggetti deboli, tra i quali il mondo femminile si è stabilmente insediato ormai da decenni avvalendosi delle più svariate forme di vittimismo che si possano concepire, grazie ai femminismi di ogni forma, colore, aspetto e natura.
«Naaaaaaaaaa....» - vi sentirete rispondere, con questa sfilza completa di argomenti messi in fila uno dietro l'altro.
E sapete perché?
Perché in un certo blog denominato femminismo a sud - affettuosamente ribattezzato fas per le amiche e gli amici ...dde sinistra - hanno finalmente cominciato a capire che la stanno facendo fuori dal vaso in modo esasperante e nauseante da troppi anni.
E allora tutta quella che è rimasta fuori dal vaso la ignorano, quella che continua a colare non la prendono neanche in considerazione, ma soprattutto dichiarano tabù ogni critica ai femminismi perché un paio di tizie su qualche decina di milioni hanno improvvisamente cominciato a farla dentro.
Senza neanche vergognarsi di avere sporcato fino ad ora.
Un film grottesco e surreale che sembra uscito dalla penna di Kafka.
Con queste straordinarie referenze da sventolare ai quattro angoli delle terre emerse, il sindacalismo femminista, quello del conteggio dei tempi di poppata da mercanteggiare con le passate dell'aspirapolvere e i cambi di pannolino, si è talmente ben radicato nel movimento in questione che il binomio «parità genitoriale» nel nome del gruppo sta ad indicare esattamente questo, in definitiva.
Che ogni uomo deve sapersi mammizzare e femminilizzare, per consentire alla madre di suo figlio di realizzarsi autonomamente nella vita, nel lavoro e nella società come donna perfettamente emancipata e indipendente ; da sé stesso, da suo figlio e da tutti quanti.
Sfortunatamente, questa riduzione della figura maschile a strumento indiretto e passivo dell'affermazione egotica femminile - la riduzione a maschietto devoto e casalingo felice - intercetta un problema ben più drammatico ed assillante che i padri separati sono chiamati ad affrontare sulla propria pelle: quello della deprivazione coattiva dell'affetto dei figli che comprime e oscura, per molti di loro, ogni altra considerazione.
Non bisogna essere particolarmente svegli per capire che chi vive una mancanza grave e dolorosa è disposto a tutto pur di poterla colmare.
Sicché, pur di rivedere i figli e poterli riabbracciare, tanti sono persino disposti a farsi fare il lavaggio del cervello secondo le moralizzazioni maschili di massa del femminismo progressista e....dde sinistra, salvo accorgersi in futuro che gli avranno strappato via pure l'anima per il proprio tornaconto.
Quando forse sarà troppo tardi.
Naturalmente questa è la mia opinione, comunque maturata in diversi mesi di osservazione del fenomeno, ed ognuno rimane lapalissianamente libero di farsi tutte le illusioni che preferisce e di seguire le mode e le ideologie che gli aggradano.
Comunque sia, un'ultima annotazione si rende molto più che necessaria; direi comicamente inevitabile.
Ci sono state esercitazioni di sdegno e di indignazione che le esponenti del movimento in questione hanno sprecato, nei tempi passati, nei confronti di siti femministi come la 27ma ora o similari, a causa delle censure e delle intolleranze riscontrate in quelle correnti di pensiero.
L'incoerenza è femmina da sempre, ma per contraddizioni di queste dimensioni esorbitanti bisognava immaginare "folgorazioni sulla via di Damasco" - scivolando verso sud - che nei primi giorni di luglio dell'anno scorso era impossibile prevedere.
In qualche modo credo di essere giustificabile.
Io sì......




N.B. - per obbligo di trasparenza, resta inteso che - salvo censure preventive - questo articolo sarà postato nella pagina del MFPG dal momento che si parla di loro; dopo di che, per obbligo altrettanto evidente di coerenza conseguente, mi dissocerò da quel gruppo in maniera definitiva.

Continua: "Movimento femminista per la parità genitoriale"
lunedì 15 ottobre 2012

La mamma è sempre la mamma?






Il diluvio di commenti, articoli, prese di posizione, giudizi, talk show, periti veri o improvvisati, moralismi e moralisti, esercitazioni retoriche, urla e grida in diretta o in differita suggerirebbero di astenersi dal partecipare a questo tiro alla fune collettivo che sembra essere diventata l'arcinota vicenda di Leonardo, il ragazzino conteso di Cittadella.
La morbosa smania di partecipazione ai commenti di un evento che ha diviso gli italiani tra innocentisti e colpevolisti, tra partigiani di una famiglia o dell'altra, tra sostenitori della PAS e suoi detrattori, tra questo e quello, tra sopra e sotto ha, infatti, un suo significato che sembra travalicare l'episodio in sé.
Pertanto di quello voglio parlare, piuttosto che immergermi nelle profondità abissali del vero e del falso, del torto e della ragione, del giusto e dell'ingiusto; insomma, nei meandri labirintici del processo mediatico.
Ciò che mi interessa è, invece, la risonanza mediatica del processo in corso.
Quella che ormai da giorni ci ripropone, come uno spettro ricorrente, quel video scomposto e drammatico come un reportage di guerra.
Di questa insistenza ottusa, reiterata all'eccesso, immancabilmente seguita dal profluvio di opinioni che dovrebbero ripristinare, restaurare, ricomporre la serenità perduta; di questa insistenza che appare come il gioco compulsivo di una società prigioniera della sua nevrosi nascosta, che di tanto in tanto si svela con i sintomi sfacciati di un'incontenibile bulimia mediatica.
Tutto questo mi fa pensare spontaneamente ad un'altra sintomatologia altrettanto mediatica dell'attuale: quella che seguì con ricostruzioni, processi televisivi, incursioni peritali e psichiatriche, modellini in scala ed esperti di varia natura e tipologia alla tristissima vicenda di Cogne.
La morte del piccolo, sfortunato Samuele e la condanna - quasi in una sorta di diretta, settimana per settimana, giorno per giorno, minuto per minuto - della madre; l'incredibile scoperta che sgomentò l'Italia tutta precipitandola in un'allucinata, interrogativa incertezza.
Certo, le due vicende sono completamente diverse, non si trattasse del fatto che riguardano in entrambi i casi bambini e mamme.
Ma più che degli abusi o delle violenze o dell'impotenza minorile, il tratto comune - quello che sembra sollecitare l'armamentario della nevrosi e spinge a ricostruire, a risentire, a rivedere, a riconsiderare, a riformulare, in un ciclo senza traguardo apparente - è quello delle madri.
In quanto donne, in quanto madri, in quanto custodi della vita, della pace e del bene, a quanto si dice.
A differenza dei padri, fonti di ogni male, a quanto si dice.
Eppure, alla fine, la dissonanza cognitiva con la quale si devono fare i conti ci piomba addosso durante una trasmissione tivvù, con un video, una notizia, un resoconto, delle urla registrate.
E allora si corre ai ripari.
Per questo si costruiscono modellini della villetta, si risentono le urla del video, si scandaglia un terreno che sembrava privo di anfratti, di crepacci, di trappole, magari si organizzano anche fiaccolate e veglie cittadine.
Per questo si fa un gran parlare, un gran partecipare, un gran pontificare da tutti i canali della comunicazione in un'assordante sarabanda.
Perché la mamma è sempre la mamma!
O no....?

Episodi del genere, quando deve intervenire la polizia, quando scattano le manette e le coercizioni, quando il Tribunale non è più dalla parte della Mamma - e ce ne vuole perché questo succeda - qualche dubbio, in fondo in fondo, te lo lasciano.
Lo so che sembra inaccettabile, la violazione di un tabù, una bestemmia in Chiesa, il sovvertimento dell'ordine morale.
Ma la mamma, allora, non è sempre la mamma.
Non in tutti i casi.
Sono i proverbi ad averci ingannato o è qualcosa d'altro?
Come è possibile che un ragazzino venga strappato dalle braccia amorevoli della Mamma?
Come si può arrivare a concepire qualcosa di simile?
Come può ritenersi preferibile il Papà alla Mamma?
E' sciokkante, vero?
Per questo non si smette più di parlarne, di guardare la tivvù, di cercare la risposta dall'esperto, dal talk show, dal dotto illuminato che ci riporti in pace con la Mamma.
La realtà è più difficile dell'illusione ma dobbiamo farci i conti, anche in occasioni così difficili da mandare giù.
Allora corrono gli esperti, gli psicologi, i curatori dell'anima ed i meccanici del cervello, oltre ai professionisti della famiglia che è diventata, appunto, una roba da affidare a gente esperta.
Perché c'è qualcosa che davvero non possiamo ammettere, a noi stessi, agli altri, al mondo ed alla vita.
Che una mamma abbia torto, sia inadatta, inadeguata, persino pericolosa o malsana per i figli.
Perché la Mamma è sempre la Mamma!
O no....?

Allora provate a rovesciare la situazione e pensate a tutti quei papà dalle cui braccia i figli sono stati strappati a viva forza, a cura delle madri, degli assistenti sociali, dei magistrati, degli psichiatri, degli ordini forensi, dei professionisti della famiglia e delle guardie in divisa.
Insomma, da tutti gli stessi attori protagonisti e comprimari - le medesime figure, con le stesse prerogative e ragioni - della questione di Cittadella, con gli stessi esiti, le stesse modalità d'intervento, le identiche forzature.
E godetevi il relativo, pacifico ed incontaminato silenzio.
Ecco ciò di cui volevo parlare, Leonardo permettendo.
Continua: "La mamma è sempre la mamma?"
giovedì 19 luglio 2012

Cultura antimaschile e paternità forzate





I torti e le umilianti sperequazioni che gli uomini sono costretti a subire nei tribunali civili (e spesso anche penali) in sede di separazione o divorzio rappresentano, ad oggi, la parte più esposta e socialmente evidente di una diffusissima cultura antimaschile che permea i rapporti umani, giuridici e politici prevalenti.
Come già evidenziato in diverse occasioni, questi fenomeni sono tuttavia solo la punta di un iceberg, sotto la linea di galleggiamento (e di visibilità) del quale si nasconde la parte più corposa ed ingombrante dei principi che le ideologie politiche ostili al “maschio” (femminismo, culturalismo ed egualitarismo su tutte) hanno riversato nella cultura corrente, nel diritto codificato e nelle pratiche usuali di common law.
Se, infatti, la negazione dei diritti alla paternità sta alimentando, in concreto, un malessere sociale sempre più ampio e numericamente significativo, non altrettanto può dirsi, ad esempio, per la situazione diametralmente opposta: ossia, la possibilità di esercitare il diritto al disconoscimento di paternità in tutti quei casi in cui la paternità stessa è dubitabile se non, addirittura, palesemente falsa.
Oppure - caso meno ai limiti ma non per questo meno rilevante - quando il singolo non ha scelto di diventare padre e non si sente pronto per questa delicata responsabilità ma, a differenza di quanto è concesso alle donne con il c.d. “parto anonimo”, non può sottrarsi in alcun modo alla paternità non voluta.
In realtà, queste situazioni – più frequenti di quanto non si pensi – arrivano all’attenzione dell’opinione pubblica quasi esclusivamente quando ad esserne coinvolti sono personaggi di grande popolarità, come gli attori o i calciatori.
E’ questo il caso della diatriba innescatasi sul noto caso Balotelli-Fico, che sembra ripercorrere lo stesso copione mediatico in cui finì coinvolto, a suo tempo, un campione altrettanto “trasgressivo” e discusso come Diego Armando Maradona.
Trattandosi di persone facoltose e socialmente privilegiate, la percezione generale è che la tegola non faccia poi così male e, quindi, l’attenzione verso i principi di equità in gioco viene automaticamente distratta verso il puro e semplice pettegolezzo da parrucchiera.
Eppure, situazioni di questo tipo possono investire - ed investono - qualunque uomo, di qualunque estrazione sociale e con qualunque disponibilità economica tra le mani, anche quando non se ne dispone affatto; si tratta di principi giuridici ed etici che riguardano tutti, non solo i paperoni del calcio, ma questo non viene evidenziato.
Bene ha fatto, dunque, Marco Faraci a riproporre la questione di ordine generale prendendo a prestito, con un articolo specifico, la vicenda personale di Balotelli per estendere le relative considerazioni sino a riconoscerne all’interno la negazione dei «diritti riproduttivi» maschili come presupposto culturale e giuridico vigente.
A qualunque donna è consentito ope legis disconoscere il figlio appena nato lasciando che venga dato in adozione (pare siano circa 400 l’anno i casi su circa tremila abbandoni materni), mentre a qualunque uomo questa possibilità è giuridicamente preclusa, tranne casi eccezionali.
Se a ciò si aggiunge l’assoluta irrilevanza della figura e della scelta maschile in materia di aborto, lo sbilanciamento e la sperequazione dei diritti riproduttivi tra maschi e femmine ha del clamoroso, quanto e molto più delle problematiche dei padri separati.
Eppure, questa generale cittadinanza di serie B rimane confinata sotto la linea di galleggiamento dell’evidenza - come si diceva - nell’oblio e nella sottovalutazione da parte dello stesso mondo maschile, che se ne accorge solo quando ne subisce individualmente gli effetti.
Ci sarebbe dunque poco da aggiungere a quanto efficacemente sostenuto da Faraci nel merito della questione, se non fosse che, per uno strano gioco di casualità, non stessi elaborando in questi giorni analoghe considerazioni sulla base di una recente sentenza della Corte di Cassazione inerente la stessa materia.
In quest’altro caso si tratta della domanda di disconoscimento di paternità presentata da un uomo che aveva scoperto, in epoca successiva alla nascita di una bambina, di non esserne il vero genitore, in quanto la moglie si era sottoposta a fecondazione eterologa nel contesto delle procedure di fecondazione assistita a cui la coppia si era da tempo rivolta.
Va ricordato che la fecondazione eterologa - ossia, resa possibile da un donatore anonimo, terzo alla coppia - è espressamente vietata dal nostro ordinamento, ex articolo 4, comma 3, della legge 19 febbraio 2004, n. 40 (recante norme in materia di procreazione medicalmente assistita) e pur non potendosi considerare, nel caso di specie, una forma di infedeltà muliebre è qualcosa che comunque gli assomiglia molto.
Inoltre, a quanto si legge nella sentenza n. 11644 del 23 febbraio scorso, il padre pro-forma sarebbe venuto a conoscenza dell'iniziativa unilaterale della donna in tempi successivi al parto, a seguito di "voci" che lo avrebbero indotto ad accertare, tramite specifici controlli clinici, la propria sterilità assoluta.
Appurato di non poter essere il padre che avrebbe voluto essere, l'uomo si è visto contestare, in giudizio, il mancato rispetto dei tempi burocratici per l'esercizio del disconoscimento, equiparato con un'alchimia interpretativa della Cassazione alle ipotesi di decadenza dall'azione di disconoscimento previste, dall'art. 244 del codice civile, in un anno.
Al danno concreto per l'uomo deve aggiungersi la beffa più generale, per cui dal Sole24ore si è salutato questo pronunciamento come un ampliamento dello spettro normativo delle ipotesi di disconoscimento di paternità, tra le quali ora deve aggiungersi anche quella della fecondazione eterologa per il padre inconsapevole.
Poco importa, a quei commentatori, che le contorsioni giuridico-burocratiche della Cassazione abbiano prodotto, per l'ennesima volta e nonostante le affermazioni di principio astratte, una vittima delle paternità forzate, di volta in volta estorte per via giudiziale.
Su quell'uomo peserà per tutta la vita una paternità non voluta perché non vera, perché così hanno deciso i tribunali del "regno".
In nessuna parte della sentenza, ad un'attenta lettura, viene presa in considerazione la posizione materiale, psicologica ed esistenziale di quell'uomo, anche alla luce del fondamentale principio di ragionevolezza e dei criteri etici su cui si fonda questo principio (per non voler parlare di "diritto naturale").
E se tutto questo non è il frutto di una cultura antimaschile che ritiene i diritti e gli interessi maschili di rango inferiore a quelli femminili, sacrificabili ed irrilevanti sino al pratico annullamento, non saprei come diversamente descriverlo.


Annotazione a margine
Non mi trovo molto d'accordo, sia detto comunque marginalmente, sull'affermazione di Marco Faraci secondo la quale «per un bambino non esiste un diritto a prescindere a nascere con due genitori» perché, invece, ritengo che quel "diritto" esiste e sarebbe anche cogente, a mio modo di vedere.
Non è un diritto nel senso tecnico del termine e lo possiamo chiamare anche diversamente - vantaggio, possibilità più favorevole, corrispondenza ai bisogni infantili, naturalezza della situazione, completezza dell'habitat familiare o come si vuole - ma esiste in tutte queste denominazioni che, pur non potendosi incasellare all'interno di forme prescrittive, definiscono lo specifico interesse del nascituro.
Una cosa è stabilire modelli giuridici fondati sull'equità, altra cosa è stabilire l'insussistenza di situazioni ottimali.
Che continuano a sembrarmi le migliori, soppesati tutti gli interessi in gioco.

Continua: "Cultura antimaschile e paternità forzate"
lunedì 19 marzo 2012

La giornata della memoria





Ciao papà, anche se non sei più tra noi sono sicuro che puoi sentire quello che voglio dirti.
Non mi piace mettere in piazza le cose personali, la sfera degli affetti, dei ricordi e dei rimpianti alla quale appartieni e non lo farò neanche stavolta.
Lo stile confessionale non si addice né a me né a te, ed anche per questo ci siamo sempre capiti al volo, in un modo o nell'altro, senza troppe chiacchiere di contorno.
Oggi, però, ricorre una celebrazione che tu ben consideravi, già da allora, come una beffarda presa in giro dei sentimenti maschili.
Si celebra ancora oggi la figura del Papà in un mondo che da decenni lo va umiliando, denigrando e colpevolizzando sino alla prostrazione.
Una celebrazione schizofrenica e indecorosamente carica di finzioni, una mascherata carnevalesca che, dato il tema, dovrebbe dare la nausea per la distanza che c'è tra il celebrato ufficiale e il vissuto effettivo.
Se fossi qui ti piacerebbe ancora meno di quanto ti piacesse allora.
Tu hai cominciato ad avvertire i morsi della canèa in quelle atmosfere stralunate degli anni settanta, quando ti sei improvvisamente trovato sul banco degli accusati; ma non per qualche reato o per motivi seri, solo in qualità di padre.
Ti sei sentito rinfacciare il tuo senso dell'autorità, la tua concezione tradizionale della famiglia, il tuo spirito di sacrificio onesto che ti portava a lavorare spesso sino a notte fonda; eri un "padre assente", cominciarono a dirti, come se fosse una colpa sfamare con la propria fatica un'intera famiglia.
Se volevi tutti a tavola all'ora prevista, educati e composti, eri un fascista repressivo.
Dato che mettevi regole - com'è giusto che sia, in ogni luogo e in ogni tempo - eri affetto dalla sindrome del maschilista patriarcale.
Le cose, da quando avevi cominciato a viverle sulla tua pelle, sono peggiorate e di molto.
I padri sono diventati un accessorio ininfluente nell'ambito familiare; se c'è bene, se non c'è, tanto meglio.
L'ostilità nei confronti del mondo maschile è raddoppiata e per moltiplicarla ancora vanno raccontando falsità abnormi. Tra le tante, la più frequente è che i mariti, i compagni e i fidanzati sarebbero la prima causa di morte delle donne; una panzana talmente folle che se fosse perpetrata verso qualunque altra categoria umana farebbe fremere di indignazione l'intera opinione pubblica.
Invece niente.
La famiglia, quella a cui tu tenevi tanto e che ci ha fatto crescere sani, dove non c'è mai mancato nulla, dove si trovava rifugio, riposo e calore, l'hanno fatta diventare una giostra da parco divertimenti; per farcela digerire con tutte le sue porte girevoli hanno cominciato a descrivere la famiglia del passato come un museo degli orrori.
Da qualche tempo poi il padre è stato reso persino fungibile nella memoria e nell'identità dei figli; basta che la madre lo sostituisca con un altro ed anche il cognome può essere cancellato e sostituito insieme alla presenza fisica ed affettiva dell'originale.
Dicono che serve ad adeguare le «nuove realtà familiari» all'evoluzione dei tempi.
Una giustificazione untuosa e scivolosa come le nuove realtà familiari.
In realtà, siamo arrivati all'usa e getta della figura paterna
che ti farebbe storcere la bocca ancora più di quanto, già allora, ti facessero soffrire certe cose.
No, questa non è una giornata di festeggiamenti.
Può essere però una giornata di ricordi, una giornata della memoria da sbattere sul muso di tutto questo stupido ed inebetito nuovo che avanza.
Ed è per questo che oggi ti voglio ricordare e voglio farlo pubblicamente.
Voglio raccontare quanto bene ci hai sempre voluto e quanto hai sacrificato di te stesso in nome di questo bene.
Quanto hai saputo rimanere stabile nella tua fermezza, in silenzio, tra tante grida scomposte e isteriche, tra tante difficoltà, tra tante critiche.
Quante certezze hai saputo trasmettermi con il tuo esempio personale.
Quanto peso hai saputo sostenere sulle spalle senza che te ne sia mai stato riconosciuto il merito.
Voglio raccontare di quanto bene se ne è andato, con te, quella brutta mattina che una telefonata mi ha raggiunto dall'ospedale.
Voglio raccontare quanto male hanno fatto a te e a tutti i padri e quanto ne continuano a fare.
E lo voglio fare nel giorno di questa oscena pagliacciata celebrativa.

Tu sei andato via in silenzio, così come hai vissuto, per non disturbare nessuno.
Ma non te ne sei mai andato veramente.
Rimani nel mio cuore, nella mia memoria, nel mio essere, perché ho imparato a conoscere ed a capire il mondo grazie a te ed a crescere grazie al tuo esempio.

Non so quanti potranno ancora avere questa fortuna.
Non trovo altre parole oltre ad un insignificante "grazie".
Ma tu sai cosa voglio dire.
Noi ci capiamo....

tuo figlio

Continua: "La giornata della memoria"
venerdì 30 dicembre 2011

Sul principio d'autorità




Appartengo ad una generazione che già non si alzava più in piedi quando il professore faceva ingresso nell’aula, non mi sono mai rivolto a qualcuno usando l’appellativo "eccellenza” ed ho imparato sin da ragazzo a declinare consapevolmente i miei diritti di cittadinanza al cospetto di qualunque autorità pubblica; sia che si trattasse di una commissione di concorso, dell’anagrafe tributaria o di una pattuglia della stradale.
Tutto questo è un bene o un male?
Erano migliori dei nostri quei tempi in cui per atto di deferenza ci si alzava all'ingresso dell’insegnante o durante i quali, per lo stesso motivo, i modi e i toni davanti ad un pubblico ufficiale si affievolivano sino a rasentare la sottomissione? e quelle generazioni precedenti vivevano veramente meglio di oggi? era davvero quella una società più armoniosa e “libera” dell'attuale?
Questi interrogativi - per nulla scontati per come potrebbe apparire a prima vista - sono stati riproposti da Marcello Veneziani con un articolo apparso sul Giornale proprio in questi giorni di festa e di crisi, dal titolo: «Ci serve autorità per essere liberi».
Lo spunto è la recensione di un saggio del 1942 – «La nozione di autorità», di Alexandre Kojève, ora riproposto dalla Adelphi - sulla quale Veneziani innesta una riflessione sull'odierna decadenza del principio d'autorità, il cui inesausto declino dal '68 in poi corrisponde in pari misura a quello subito dalla figura paterna nei processi educativi e formativi intrafamiliari (qui la forte correlazione del tema in argomento con la questione maschile più generale).

Il nucleo centrale intorno a cui si snoda il ragionamento di Veneziani è che «l’autorità è un bisogno vitale di ogni società» in quanto l'autorità svolge una insostituibile funzione di guida della comunità, necessaria a preservarla dallo smarrimento dell'anomia e dal caos conseguente.
Sin qui appare pacificamente condivisibile l'assioma secondo cui ogni organizzazione sociale necessita di una classe dirigente, di leadership autorevoli, di gerarchie strutturate allo scopo e perciò capaci di elaborare ed amministrare il corpus normativo di riferimento, sia esso domestico, politico, tecnico, scientifico o morale/religioso.
Che si tratti della famiglia, di un'impresa economica, di un'istituzione accademica, di un partito, di una comunità territoriale o dello Stato, l'esigenza di dotarsi di norme di condotta utili al perseguimento degli scopi comuni implica la necessità inderogabile di un centro regolativo, ossia di una testa che dia coordinamento ed indirizzo all'intero corpo sociale, e di un adeguato sistema sanzionatorio inteso a far rispettare le norme.
E' altrettanto condivisibile, senza riserve, l'idea che le gerarchie di merito, di capacità e di valore tra gli individui esistono - eccome se esistono - e che ne andrebbero recuperati il senso, la misura ed il peso sociale a beneficio di tutti.
Ma, a quale autorità pensa Veneziani - dopo la lettura del saggio di Kojève - e quale la disciplina che essa dovrebbe amministrare?
Lo precisa lui stesso, quando scrive che: «l’autorità è pure ciò che distingue un leader da un esecutore (oggi diremmo un tecnico). Perché il tecnico è esperto di mezzi, autorità è invece chi sa commisurare i mezzi ai fini. Tecnologico uno, teleologica l’altra.».
Dunque si parla dell'autorità pubblica, del ceto politico e non dell'autorità del magister; può essere ricompresa anche l'autorità genitoriale o quella sacerdotale, entrambi chiamati a commisurare i mezzi ai fini, ma la dimensione "pubblica" della leadership politica appare quella propriamente chiamata in causa.
Anche per ciò che concerne la disciplina da amministrare l'articolo non lascia spazio a dubbi: «quando diciamo che mancano le guide o gli educatori, i modelli e i punti di riferimento, le classi dirigenti o le vere élite, parafrasiamo il bisogno di autorità».
Qui, venendo al nodo della questione, smetto di essere in sintonia con le tesi di Veneziani nella maniera più netta.
Questo investimento di funzioni educative, esemplari e pedagogiche nell'autorità pubblica, infatti, riduce la dimensione del cittadino comune a quella di un minus habens, qualcuno da condurre per mano verso direzioni prefissate, secondo una delega di potere decisionale che riduce e comprime la volontà autonoma dell'individuo ai minimi termini.
Dalla culla alla tomba, secondo una nota formula, l'autorità assume così le forme di un ente tutoriale e il cittadino quelle di un assistito cronico o di un deviante da rieducare.
Si ripropone, insomma, in questa definizione dell'autorità quella soverchiante logica della sovraordinazione della società all'individuo, del potere alla persona, del pubblico al privato, per cui gli elementi costitutivi della "libertà" quali l'autonomia e la responsabilità soggettiva si riducono alla loro misera e illusoria parvenza, se non alla loro sistematica negazione.
In realtà, le funzioni educative, esemplari e pedagogiche appartengono al genitore - nei momenti di competenza all'insegnante - e niente affatto al leader o ai suoi emissari pubblici, in quanto il destinatario di queste funzioni è il minore, il bambino o il ragazzo che in casa o a scuola necessita di autorità, in quanto necessita di disciplinare le proprie energie.
A differenza di questo, alla persona adulta, che deve riconoscersi capace di autonoma e consapevole responsabilità, la disciplina della convivenza non è imposta unilateralmente da un leader di partito ma dalla legge, com'è giusto che sia; un'autorità impersonale e aperta alle trasformazioni democratiche alla quale anche «l'autorità» di cui parla Veneziani deve sottostare.
Si chiama stato di diritto in un contesto di democrazia liberale.

Sicché, per dare risposta agli interrogativi iniziali direi che si tratta di distinguere correttamente tra l'autorità paternalistica ed assistenziale che si rivolge al fanciullo per assecondarne il corretto sviluppo psico-fisico e quella che, al contrario, si rivolge all'adulto formato e maturo, coinvolgendolo responsabilmente nei processi pubblici decisionali.
Penso, quindi, che i tempi in cui ci si alzava dal banco in segno di disciplina e rispetto nei confronti del professore fossero migliori degli attuali, senza ombra di dubbio, in quanto ponevano docente e discente nel corretto rapporto gerarchico, didattico ed educativo.
Penso, invece, che i tempi in cui ci si rivolgeva a qualche viceré dei poteri pubblici con il cappello in mano, invocando favori e non diritti, come sudditi e non come cittadini, fossero infinitamente peggiori.
Penso anche che l'autorità di cui Veneziani lamenta il declino sia da intendersi, più propriamente, come l'autorità educativa paterna nel nucleo familiare, la cui assenza sempre più frequente nei contesti familiari frantumati oggi riconosciamo nelle deboli e oscillanti psicologie giovanili, terreno fertile per qualunque autorità sostitutiva a condizione che non imponga regole e disciplina.
Ma qui il discorso si amplierebbe in maniera eccessiva rispetto alle premesse.
Non credo, comunque, che serva più autorità nel potere per essere liberi nella sfera pubblica.
Ma credo che sia, piuttosto, l'autorità paterna negli anni dell'educazione e della formazione quella di cui la società ha un bisogno vitale; e che serva come fondamento essenziale per essere più liberi nella sfera personale e, quindi, ovunque.


Continua: "Sul principio d'autorità"