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lunedì 15 ottobre 2012

La mamma è sempre la mamma?






Il diluvio di commenti, articoli, prese di posizione, giudizi, talk show, periti veri o improvvisati, moralismi e moralisti, esercitazioni retoriche, urla e grida in diretta o in differita suggerirebbero di astenersi dal partecipare a questo tiro alla fune collettivo che sembra essere diventata l'arcinota vicenda di Leonardo, il ragazzino conteso di Cittadella.
La morbosa smania di partecipazione ai commenti di un evento che ha diviso gli italiani tra innocentisti e colpevolisti, tra partigiani di una famiglia o dell'altra, tra sostenitori della PAS e suoi detrattori, tra questo e quello, tra sopra e sotto ha, infatti, un suo significato che sembra travalicare l'episodio in sé.
Pertanto di quello voglio parlare, piuttosto che immergermi nelle profondità abissali del vero e del falso, del torto e della ragione, del giusto e dell'ingiusto; insomma, nei meandri labirintici del processo mediatico.
Ciò che mi interessa è, invece, la risonanza mediatica del processo in corso.
Quella che ormai da giorni ci ripropone, come uno spettro ricorrente, quel video scomposto e drammatico come un reportage di guerra.
Di questa insistenza ottusa, reiterata all'eccesso, immancabilmente seguita dal profluvio di opinioni che dovrebbero ripristinare, restaurare, ricomporre la serenità perduta; di questa insistenza che appare come il gioco compulsivo di una società prigioniera della sua nevrosi nascosta, che di tanto in tanto si svela con i sintomi sfacciati di un'incontenibile bulimia mediatica.
Tutto questo mi fa pensare spontaneamente ad un'altra sintomatologia altrettanto mediatica dell'attuale: quella che seguì con ricostruzioni, processi televisivi, incursioni peritali e psichiatriche, modellini in scala ed esperti di varia natura e tipologia alla tristissima vicenda di Cogne.
La morte del piccolo, sfortunato Samuele e la condanna - quasi in una sorta di diretta, settimana per settimana, giorno per giorno, minuto per minuto - della madre; l'incredibile scoperta che sgomentò l'Italia tutta precipitandola in un'allucinata, interrogativa incertezza.
Certo, le due vicende sono completamente diverse, non si trattasse del fatto che riguardano in entrambi i casi bambini e mamme.
Ma più che degli abusi o delle violenze o dell'impotenza minorile, il tratto comune - quello che sembra sollecitare l'armamentario della nevrosi e spinge a ricostruire, a risentire, a rivedere, a riconsiderare, a riformulare, in un ciclo senza traguardo apparente - è quello delle madri.
In quanto donne, in quanto madri, in quanto custodi della vita, della pace e del bene, a quanto si dice.
A differenza dei padri, fonti di ogni male, a quanto si dice.
Eppure, alla fine, la dissonanza cognitiva con la quale si devono fare i conti ci piomba addosso durante una trasmissione tivvù, con un video, una notizia, un resoconto, delle urla registrate.
E allora si corre ai ripari.
Per questo si costruiscono modellini della villetta, si risentono le urla del video, si scandaglia un terreno che sembrava privo di anfratti, di crepacci, di trappole, magari si organizzano anche fiaccolate e veglie cittadine.
Per questo si fa un gran parlare, un gran partecipare, un gran pontificare da tutti i canali della comunicazione in un'assordante sarabanda.
Perché la mamma è sempre la mamma!
O no....?

Episodi del genere, quando deve intervenire la polizia, quando scattano le manette e le coercizioni, quando il Tribunale non è più dalla parte della Mamma - e ce ne vuole perché questo succeda - qualche dubbio, in fondo in fondo, te lo lasciano.
Lo so che sembra inaccettabile, la violazione di un tabù, una bestemmia in Chiesa, il sovvertimento dell'ordine morale.
Ma la mamma, allora, non è sempre la mamma.
Non in tutti i casi.
Sono i proverbi ad averci ingannato o è qualcosa d'altro?
Come è possibile che un ragazzino venga strappato dalle braccia amorevoli della Mamma?
Come si può arrivare a concepire qualcosa di simile?
Come può ritenersi preferibile il Papà alla Mamma?
E' sciokkante, vero?
Per questo non si smette più di parlarne, di guardare la tivvù, di cercare la risposta dall'esperto, dal talk show, dal dotto illuminato che ci riporti in pace con la Mamma.
La realtà è più difficile dell'illusione ma dobbiamo farci i conti, anche in occasioni così difficili da mandare giù.
Allora corrono gli esperti, gli psicologi, i curatori dell'anima ed i meccanici del cervello, oltre ai professionisti della famiglia che è diventata, appunto, una roba da affidare a gente esperta.
Perché c'è qualcosa che davvero non possiamo ammettere, a noi stessi, agli altri, al mondo ed alla vita.
Che una mamma abbia torto, sia inadatta, inadeguata, persino pericolosa o malsana per i figli.
Perché la Mamma è sempre la Mamma!
O no....?

Allora provate a rovesciare la situazione e pensate a tutti quei papà dalle cui braccia i figli sono stati strappati a viva forza, a cura delle madri, degli assistenti sociali, dei magistrati, degli psichiatri, degli ordini forensi, dei professionisti della famiglia e delle guardie in divisa.
Insomma, da tutti gli stessi attori protagonisti e comprimari - le medesime figure, con le stesse prerogative e ragioni - della questione di Cittadella, con gli stessi esiti, le stesse modalità d'intervento, le identiche forzature.
E godetevi il relativo, pacifico ed incontaminato silenzio.
Ecco ciò di cui volevo parlare, Leonardo permettendo.
Continua: "La mamma è sempre la mamma?"
mercoledì 14 dicembre 2011

Come volevasi dimostrare




Le infuocate polemiche suscitate da un recente articolo di Camillo Langone su Libero quotidiano.it possono essere prese a unità di misura per dimostrare almeno tre cose.
Camillo Langone
La prima è che quando i numeri e le statistiche evidenziano dati di realtà che alle femministe ed ai femministi dispiacciono, se ne imbroglia il significato sino a trasformarne il senso logico, secondo quel noto principio strategico di derivazione marxista per il quale se i fatti contraddicono la teoria tanto peggio per i fatti.
La seconda è che per trasformare la realtà uniformando i fatti alla teoria c’è comunque bisogno che lo facciano le strutture di potere, i sacerdoti della pianificazione sociale, i progettisti della vita collettiva; insomma, si legittima l'intrusione della politica nei meandri della vita privata, con lo sconfortante e triste risultato di far subire agli individui velleitarie sperimentazioni sociologiche a caro prezzo.
La terza è che la natura umana può essere forzata e costretta quanto si vuole dai demiurghi della politica manipolativa, ma superata una certa soglia, la natura di cui siamo composti non fa altro che presentarci un altro tipo di conto, che sarà tanto più salato quanto più avremo spostato artificialmente quei confini ai quali siamo naturalmente destinati.

Per spiegarmi meglio, la realtà osservata e descritta da Langone non è solo il già noto e preoccupante calo demografico europeo - e italiano in particolare – con indici di natalità che nel nostro Paese hanno raggiunto il livello di decremento stabile della popolazione autoctona di 1,32 figli per donna.
A questo dato il giornalista aggiunge quelli di altre ricerche demografiche, secondo le quali gli indici di bassa fertilità sono direttamente correlati agli indici di scolarizzazione femminile; laddove sono più alte le opportunità di studiare e prepararsi ad un eventuale inserimento qualificato nel mondo del lavoro, lì le donne smettono di fare figli o posticipano sine die la prima gravidanza, spesso sino ai limiti estremi delle possibilità biologiche.
Riassumendo molto, si potrebbe concludere che il drastico calo della natalità è intimamente, chiaramente e statisticamente correlato ad alti livelli di emancipazione femminile; più le donne mirano all'indipendenza personale, meno figli fanno.
Anche questo è uno di quei fatti che tutti sapevamo perfettamente già a livello intuitivo, ma che - Langone ci ricorda semplicemente questo - è stato anche avvalorato e suffragato da specifiche indagini di demografia comparata.
Insomma, è un po' come se tu vai dal medico e quello ti conferma che, effettivamente, se continui a scolarti mezza bottiglia di whisky al giorno sei destinato a crepare di mal di fegato; poi, se tu vuoi liberamente crepare di mal di fegato è affar tuo ma non puoi certo negare l'esistenza della correlazione tra i due fatti, perché il medico - con la sua scienza, non con le sue opinioni personali - te lo ha certificato dati alla mano.

Le reazioni, dicevamo.
La prima, quella che Langone ancora non aveva smesso di battere sui tasti ed era già arrivata sulle colonne del Fatto quotidiano, è il «no, non è vero» di cui alla nostra prima dimostrazione.
Mica è vero che il prezzo dell'emancipazione femminile è il drastico calo delle nascite, ma potrebbe anche essere - dice il solerte articolista di sinistra, testualmente - «...che le donne più acculturate rimangono nubili perché non trovano uomini sufficientemente interessanti.»
Popper li ha chiamati «schemi secondari»; ossia, imbrogliare le carte inventandosi teorie strampalate e indimostrabili pur di contraddire un'evidenza di ricerca conclamata ma scomoda.
Insensato, sciaguratamente aleatorio ma completamente verificabile al relativo link e più che dimostrativo di un certo modo artefatto e manipolativo di interpretazione dei dati abitualmente praticato a sinistra (questo lo dice l'autorevole e progressista Ricolfi, non io).
Selvaggia Lucarelli
La seconda reazione, meno infantile della prima ma non per questo più ragionevole, è il classico richiamo alla stampella dei poteri pubblici, interpretato per l'occasione da Selvaggia Lucarelli dalle stesse colonne di Libero.
A differenza dello sconclusionato femminista del Fatto, la show-girl in formato giornalistico lo ammette: «...noi donne facciamo meno figli per preservare quell’irrinunciabile diritto alla libertà (di studiare, lavorare ed essere individui) che con fatica ci siamo conquistate.»
Dimenticandosi però di ricordare che il prezzo di questa libertà femminile è a carico di tutti, perché naturalmente ciò che la Lucarelli vorrebbe come garanzia per non dover scegliere tra essere madre o essere altro è più welfare; quindi più tasse e balzelli, più vincoli burocratici, più ragnatele normative e, soprattutto, più debito pubblico in un contesto nel quale l'intera Europa sta per implodere esattamente di questo male.
Facile, insomma, fare le emancipate sulle spalle degli altri; difficile esserlo veramente contando sulle proprie forze (...do you remember Costanza Miriano?), senza invocare continuamente mamma-stato, pianificazioni sociali di favore o mutazioni antropologiche maschili ideologicamente pilotate.
Il terzo elemento dimostrativo traspare, neanche troppo velatamente, dalle reazioni osservate nel loro complesso come elemento comune e unificante.
Tacciare una ricerca demografica di "maschilismo" significa rinunciare a voler capire che le procedure della ricerca non sono mosse da intenti autoritari ma da quelli ideologicamente neutrali della conoscenza, compreso quel «conosci te stesso/a» socratico che spaventa tanto le femministe e quella strana, patetica e desolante genia che sono i femministi.
Ora, si possono confondere facilmente i fatti con le opinioni, spesso torna pure comodo; ciò non toglie che i fatti restano fatti e le opinioni restano nel limbo delle interpretazioni soggettive in qualità di opinioni, appunto.
E il fatto è, indubitabilmente, che la nostra è una società invecchiata, con un futuro problematico e incerto e senza un adeguato ricambio generazionale, perché le donne hanno messo la maternità agli ultimi posti della loro graduatoria di valori; il che non è certo colpa del "maschilismo" ma delle loro scelte soggettive.
Ma, come ricorda Langone, il principio dell'horror vacui non consente alla natura di rimanere inerte ad aspettare la maturazione dei popoli; semplicemente li sostituisce con popolazioni più prolifiche e meno problematiche, che è esattamente quello che sta succedendo qui in Italia.
A qualcuno tutto questo dà motivi di preoccupazione?
A me no, perché sono come quello che preferisce consapevolmente crepare di mal di fegato piuttosto che barattare la propria libertà con qualche tecnica di sopravvivenza socio-sanitaria.
Ciò che invece mi preoccupa, ma non a livello sociale, bensì a livello personale, sono le ladre di sperma.
Quelle alla Liz Jones che parlano candidamente della «corsa segreta alla maternità, quando non si ha più vent’anni né trenta, quando non si credeva che all’improvviso sarebbe esplosa una bomba nel cervello» e, quindi, trovano normale rubare lo sperma di nascosto per colmare quel vuoto che la natura non riesce proprio a tollerare.
Ecco, quelle non solo mi preoccupano, ma mi indignano e le considero personaggi inquietanti e indegni.
Perché hanno barattato la propria dignità, la propria onestà e la propria autenticità con una tecnica di affermazione personale.
E si nascondono dietro al femminismo come giustificazione di tutto.
Come volevasi dimostrare, appunto.
Continua: "Come volevasi dimostrare"
martedì 22 giugno 2010

Promiscuità obbligatoria e consumismo

Vuoi o non vuoi, il vasto tema dei mutamenti intervenuti, da quasi mezzo secolo in qua, nel rapporto tra i sessi e negli equilibri della coppia e della famiglia, a causa del femminismo, continua ad alimentare dubbi e riflessioni critiche - soprattutto tra le donne - e continua ad orbitare intorno alle medesime considerazioni, quasi alla ricerca della via d'uscita da un labirinto.
Ancora una volta - come abbiamo già visto in questa sede - è la scrittrice Susanna Tamaro a lanciare il sasso nello stagno dell'infelicità femminile.
Ed ancora una volta - come abbiamo ancora già visto in questa sede - il sintomo è quello delle madri che uccidono i propri figli; problematica che, tra l'altro, sarà oggetto di un reportage della trasmissione "Vanguard", in onda domani, mercoledì 23 giugno alle 21.10,  sul canale 130 di Sky (Current Tv), come ci informa ed illustra con statistiche a corredo il Corriere.
Le tesi della Tamaro non sono nuove; l'omologazione femminile ai modelli di comportamento maschili avrebbe reciso il legame di senso tra sessualità e procreazione, dando luogo ad una società "pornografizzata" popolata da modelli femminili tuttosesso, che collocano la maternità in coda alle priorità della vita, in perenne ed irrisolta contrapposizione tra un io proiettato nell'autoaffermazione edonistica ed un sé naturale che trova la propria ragione profonda nello "spirito della maternità". 

"Gli effetti della promiscuità obbligatoria - scrive tra l'altro la Tamaro -, uniti alla forza plasmante del consumismo, ci hanno subdolamente privato della nostra natura più profonda, trasformandoci in affannati cloni del modello maschile. Ma anche all’uomo non è andata molto meglio: privato di un vero femminile, si è sentimentalizzato, perdendo quelle prerogative positive implicite nella sua natura paterna e virile. Noi stesse per anni abbiamo in fondo voluto ignorare la nostra natura perché ad essa associavamo un’idea culturale di fragilità, di rassegnazione e di sottomissione che mal si conciliava con il nostro desiderio di libertà e di emancipazione."
Ma quello che la Tamaro non dice - pur lasciandolo trasparire quasi velatamente - è che l'adesione a modelli maschili di comportamento da parte delle donne non è espressione di un'emulazione astratta ed acefala (promiscuità obbligatoria e consumismo), ma l'effetto lacerante di una battaglia per l'uguaglianza formale; la contabilità sindacale dei diritti, dei doveri, delle parità e delle disparità.
In una parola, l'esito di questa ibridazione dei caratteri sessuali, a svantaggio delle une e degli altri, trova la propria origine nel femminismo che, negando la naturale differenza tra i sessi, ha fatto e continua a fare del modello androgino, ad identica intercambiabilità sociale, un vessillo di libertà.
Non lo dice esplicitamente - la Tamaro - ma lo si capisce talmente bene che non tarda la risposta dalle stesse colonne del Corriere, con un articolo di Lea Melandri che invoca, non a caso, le "madri tuttofare" come giustificazione delle patologie della maternità.
Ancora una volta la contabilità asettica e sindacalizzata prevale, secondo la Melandri, su ogni altra considerazione di merito, dal momento che - scrive la professoressa - "basterebbero le poche, realistiche considerazioni che Maria Luisa Agnese fa, su altre pagine del Corriere, a proposito della "madri tuttofare", dell'enorme mole di ore di lavoro (gratuito) che le donne fanno ogni giorno più degli uomini, della necessità che i padri imparino «a capire cosa vuol dire accudire un bambino e ad acclimatarsi con le acrobazie quotidiane cui sono costrette da subito le mamme con la nuova creatura»."
Quanto queste giustificazioni possano bastare a spiegare il fenomeno delle madri assassine è materia su cui ognuno può formarsi liberamente un'opinione.
Ciò che, invece, sfugge ad entrambe le contendenti, ad avviso di chi scrive, è esattamente quel concetto di "potere" su cui si gioca gran parte dell'antagonismo femminile agli uomini;  ed il fatto che anche il sesso, con buona pace delle anime belle e candide, può essere uno straordinario strumento di potere.
Chi sia a detenere lo scettro del potere in questa sfera è, anche in questa caso, materia su cui ognuno può formarsi liberamente un'opinione, senza necessità di suggerimenti.
Ma quando al potere di dare la vita si contrappone il potere, autoreferenziale, di dominare la scena sociale, con lo strumento sessuale e senza, gli esiti possono essere, come si vede, del tutto imprevisti ed anche drammaticamente inautentici.
Che sia lì il problema....?




P.S.  - per i pochi ma (spero) affezionati lettori abituali del blog,  segnalo che le prossime settimane ci potrà essere un rallentamento nella pubblicazione di nuovi articoli, causa impegni personali.





Continua: "Promiscuità obbligatoria e consumismo"
martedì 6 aprile 2010

Madri assassine

Questo nuovo articolo segue, a stretto giro di ruota, quello immediatamente precedente sul tema dell'aborto, con una linea di continuità che non è frutto del caso, ma un percorso di riflessione su quella fonte di inquietudini e di insofferenza psicologica che sembra essere diventato, oggi, il ruolo materno per molte donne; la sindrome di Medea.
Non solo. Osservando i diversi accenti posti dalla stampa intorno a fenomeni di identica (se non superiore) gravità morale, si rende possibile misurare tangibilmente l'asimmetria di giudizio con la quale vengono connotati gli atti di violenza femminili rispetto a quelli maschili.
Infatti, mentre da un lato prosegue tambureggiante l'opera di colpevolizzazione indiscriminata del mondo maschile ad ogni singolo episodio di cronaca - si prenda ad esempio il titolo "sparato" in prima pagina sul Messaggero di oggi: "Donne vittime dei partner violenti" - dall'altro lato, non altrettanta attenzione e severità di giudizio viene posta, dai media e dalla pubblica opinione, su di un fenomeno - l'infanticidio - che, al contrario, dovrebbe investire di responsabilità e di  "colpe" specifiche il mondo femminile.
Eppure sembra che ce ne sarebbe un gran bisogno.
Questo è quanto sostiene, infatti, L'Associazione Matrimonialisti Italiani che, in un articolo pubblicato sul sito dell'Adnkronos, lancia un allarme sociale ignorato (forse, non a caso) dal resto della stampa italiana e dalle principali fonti mediatiche.
Il 90% degli infanticidi commessi in Italia - dichiara l'Avv. to Gian Ettore Gassani, presidente dell'AMI, in base alle statistiche criminali - è commesso dalle madri e le cifre complessive parlano di un fenomeno di dimensioni allarmanti: "dal 1970 al 2008 ci sono stati 378 omicidi di bambini, con una media di circa 10 ogni anno. Le madri sono autrici soprattutto fino ai sei anni di età, i padri tra i 7 e i 12 anni. Ma il numero effettivo dei piccoli soppressi appena nati (ascrivibili 'all'intervento materno', n.d.e.) è incalcolabile".
Indicativo - ad avviso di chi scrive - è anche il fatto che la maggioranza degli infanticidi avviene nel Nord Italia (48.9%) mentre diminuisce nel Centro (24.3%) nel Sud (17.8%) e nelle isole (12%); sembra obiettivamente difficile ignorare l'evidente correlazione tra fenomeno dell'infanticidio e livello di emancipazione femminile riscontrabile nelle diverse "Italie" di cui è composto il nostro Paese.
Motivo di ulteriore allarme è rappresentato dalle migliaia di referti medici - si legge ancora nell'articolo - conseguenti a traumi infantili censiti come incidenti domestici, ma verosimilmente riconducibili ad atti di violenza.
Per questi atti tragici non si titola, tuttavia, da nessuna testata "Bambini vittime delle madri violente", con una condanna generalizzata e generalizzante dell'intera categoria femminile.

Quasi a voler rendere una drammatica conferma quotidiana, si legge quest'oggi sul Corriere del nuovo caso avvenuto ad Arcene (provincia di Bergamo) dove è stato rinvenuto, nel parcheggio di una discoteca, il corpicino senza vita di un neonato avvolto in una coperta ed abbandonato sul selciato.
Sintomatico, anche in questo caso, il singolare commento rilasciato dal Sindaco del luogo il quale, chissà sulla base di quali elementi, ha dichiarato che "...È un dramma nel dramma, un dramma sia per il piccolo, che per la madre che in qualche modo è stata costretta ad abbandonarlo".
Come fa il Sindaco a sapere che la madre "è stata costretta ad abbandonarlo"?
Sulla base di quali valutazioni etiche si pone sullo stesso piano il gesto malsano di una donna che ancora non si conosce e di cui non si sa nulla con la soppressione di una vita inerme?



Del resto, il giustificazionismo a tutti i costi nei riguardi della violenza femminile - quando è lei e non lui a vestire i panni del carnefice che abusa del più debole - è pane quotidiano, come ci insegnano le teatralizzazioni mediatiche del delitto di Cogne, le diagnosi immediate di depressione post-partum e tutti gli altri ombrelli sotto i quali il "male" commesso dalle donne è messo invariabilmente al riparo.
Identici sforzi di comprensione umana, senza essere neanche portata a questi eccessi, non è però riservata al "male" commesso dagli uomini; quello non ammette giustificazioni di sorta.
Sullo stesso registro si è mossa anche la scrittrice Grazia Verasani la quale, con il suo libro "From Medea", ne ha fatto materia di analogo pietismo; sembra se ne trarrà anche un film per consolidare, evidentemente, l'acquiescenza ed il giustificazionismo psico-sociale verso la violenza materna.
Personalmente ritengo che il femminismo e l'egualitarismo di genere abbia prodotto e continui a produrre guasti gravi e drammatici nelle coscienze femminili, i cui effetti sono visibili e tangibili, con tutto il carico della loro tragicità, nel fenomeno crescente dell'infanticidio da parte delle madri.
Quando si corrompe il naturale corso dell'istinto materno, in nome di un'autoaffermazione narcisistica ed egocentrica a cui molte donne sembrano essersi votate, gli effetti possono essere anche questi.
Continua: "Madri assassine"