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domenica 25 novembre 2012

Di pagliacciata in pagliacciata





Non c’è peggior cieco di chi non vuole vedere e non c’è peggior sordo di chi non vuole sentire.
Questa massima popolare è talmente vera che ne abbiamo grandi quantitativi di conferme storiche e quotidiane, tanto nel passato prossimo e remoto, quanto nel più immediato presente.
Prendiamo l'ultima, per comodità.
Stefano Zecchi, che è firma autorevole del Giornale e commentatore sicuramente non omologato alla political correctness dominante, ha scritto che «...la legge sul femminicidio è una pagliacciata per far discu­tere».
Non solo.
Ha anche aggiunto, in uno scarto improvviso di serietà rispetto al tema, che «la distinzione di genere in un omicidio è la violazione di un principio etico fondamen­ta­le su cui si costruisce la convivenza civile in una democrazia».
Il duo delle meraviglie
Il giornalista commenta in questo modo la recente proposta di legge delle due parlamentari "moderate" - Bongiorno e Carfagna - con la quale vorrebbero introdurre nell'ordinamento giuridico l'aggravante estrema del c.d. "femminicidio" nei casi di omicidio o tentato omicidio di donne a sfondo passionale.
Epperò, secondo Zecchi la proposta sarebbe tanto grave ma talmente poco seria, come direbbe provocatoriamente Flaiano, che parlare, ragionare o commentare in modo più approfondito un disegno di legge che viola l'elementare principio della pari dignità di tutti i cittadini - o, se si preferisce, del pari valore etico della vita maschile rispetto a quella femminile - significherebbe «dare troppo peso a una pagliacciata di due deputate in attesa di voto».
Insomma, il femminicidio è una panzana da qualunque parte la si voglia osservare - sostiene Zecchi, esattamente come sosteniamo convintissimamente anche noi - ma a differenza nostra lui dice che è una panzana a cui non è il caso di dare eccessiva importanza, da non sopravvalutare, che non merita quasi alcuna attenzione.
Si conferma il medesimo atteggiamento anche da altri siti e blog, nei quali si riconosce che la proposta di legge è «un orrore giuridico e un'idea allucinante» ma che attraverso questo tipo di iniziative la «...Carfagna, in fondo, continua a fare quello che ha sempre fatto: spettacolo» - punto e basta.
Questi opinionisti commettono un drammatico errore di valutazione sottostimando, come la maggior parte degli uomini, il peso, la pervasività ed il potere raggiunto e gestito da quella multiforme corrente di pensiero che siamo soliti definire, per brevità, femminismo.
Essi probabilmente ignorano - voglio sperare - che non sono solo la Bongiorno e la Carfagna a parlare di femminicidio, anzi loro sono solo le ultime due arrivate di una lunga schiera che va discettando di femminicidi in parlamento, nel governo, sulla stampa, su tutti i media, in Europa, presso l'ONU, e che non più tardi dello scorso mese di settembre ha festeggiato, su un tema intimamente correlato e coerente con la teoria del femminicidio, la sottoscrizione del trattato di Istanbul da parte della maggioranza dei 47 paesi che formano la Commissione europea.
Insomma, è davvero molto ma molto più di una «pagliacciata» che si vorrebbe gettare da un lato: è roba grossa e pesante, è un'idea malsana che ha già attecchito in profondità in una parte tutt'altro che minoritaria dell'opinione pubblica e del ceto politico, è un'aggressione deliberata e palese allo stato di diritto che si va imponendo a colpi di trattati internazionali e proposte legislative per mezzo mondo.
Ma i commentatori di ogni ordine e grado, anche quando si rivelano molto più ragionevoli e liberi mentalmente di altri, scansano quest'idea come se fosse una semplice mosca fastidiosa e niente più.
In realtà anche lo stesso concetto di femminicidio è solo l'ultimo arrivato in una galleria degli orrori che i femminismi vanno allestendo da decenni impunemente, l'ultima pagliacciata in ordine di apparizione tra moltissime altre.
Ricordate quella cultura fatta di slogan insensati come: il compagno è la prima causa di morte delle donne, ne ammazzano di più gli uomini del cancro o degli incidenti stradali, la violenza è la prima causa di morte delle donne in una certa fascia d'età....eccetera?
Ecco, ciascuno di quegli slogan e di quelle descrizioni della realtà sociale sono una pagliacciata molto più falsa, posticcia e grottesca dello stesso femminicidio, ma circolano liberamente e da anni - con il loro oscuro carico di colpevolizzazione del mondo maschile - senza che nessuno si sia mai preso la briga di verificare, di entrare nel merito statistico, di contestare o semplicemente di pensarci e di ragionarci sopra.
Altre mosche noiose a cui non dare troppo peso.
Con la differenza che di pagliacciata in pagliacciata si è arrivati al femminicidio e non è un fatto casuale.
Per niente.
Per giunta, di pagliacciata in pagliacciata oggi si celebra la giornata internazionale per l'eliminazione della violenza sulle donne con descrizioni, resoconti, vittimismi e ululati mediatici che fanno apparire il nostro mondo come una specie di girone infernale dantesco nel quale le femmine sono state date in pasto ad una genìa di demoni di sesso maschile.
Un'altra pagliacciata che si aggiunge alle altre nell'indifferenza dichiarata dei commentatori, dei pensatori occasionali o di professione e della becera e umorale opinione pubblica, supinamente disposta ad ingoiare ogni stupidaggine, purché ripetuta un numero di volte sufficiente a pompare l'isteria di massa.

Fatto per comodità l'esempio più recente di come si possa essere ciechi e sordi alla barbarie che avanza andiamo alla ricerca di qualche precedente storico, tra i tanti possibili.
Potremmo citare il popolo tedesco, ad esempio, che all'indomani della sconfitta bellica ha reagito quasi con sorpresa alle accuse di avere violato in maniera sistematica e spesso atroce i più elementari diritti umani durante la guerra mondiale da loro stessi scatenata.
Stando ai resoconti d’epoca, sembra che i più fossero come tornati allo stato di veglia uscendo da una sorta di condizione ipnotica che impediva loro di vedere, sentire e capire; tutti disattenti e distratti, si giustificarono in massa sostenendo che non sapevano, che non immaginavano, che si limitavano ad obbedire.
In realtà, la maggior parte di loro, pur sapendo grosso modo come andavano le cose, non aveva nessuna intenzione di vedere e capire, vuoi per inerzia, vuoi per convenienza, vuoi per acquiescenza, vuoi soprattutto per quella complicità subdola e nascosta che passa sotto il nome di indifferenza.
E quindi erano ciechi e sordi alle violenze sugli ebrei e sui popoli conquistati, erano ciechi e sordi all'eugenetica, erano ciechi e sordi alle teorie della razza ariana ed erano ciechi e sordi alla follia devastatrice che si manifestava nei discorsi deliranti di conquista del mondo di Adolfo Hitler.
Un intero popolo di sordo-ciechi inconsapevoli.
Un po' come Zecchi e gli altri commentatori, facili all'alzata di spalle, all'acquiescenza superficiale, all'alibi della pagliacciata e, soprattutto, a quella complicità subdola e nascosta che passa sotto il nome di indifferenza.
Pensare che poi nella circostanza è venuto meno anche quell'abituale riparo di tanti soloni che la sanno sempre più lunga degli altri.
C'è un femminismo buono e un femminismo cattivo - dicono col ditino alzato e con l'aria della rassicurazione scema - c'è quello estremistico e quello moderato, quello totalitario e quello liberale, quello delirante e quello ragionante, quello tossico e quello potabile.
Poi se gli fai notare che il femminicidio lo invoca la Carfagna tanto quanto la Spinelli, la Bongiorno tanto quanto la Terragni, le brigate rosse tanto quanto la Santanché, la strega nocciola tanto quanto la fata turchina, allora si rifugiano nell'indifferenza, nel «chi se ne frega» falsamente superiore, nell'alzata di spalle, nella pagliacciata che risolve tutti i mali per esorcismo.
Che però, di pagliacciata in pagliacciata, da un'indifferenza all'altra, da un non vedevo a un non sentivo, si trasforma spesso in tragedia.
Come la storia insegna ciclicamente ai tanti soloni da cui siamo sempre circondati.
Sfortunatamente.
Continua: "Di pagliacciata in pagliacciata"
giovedì 5 maggio 2011

Tutta colpa del maschilismo




Le definizioni della realtà, la nostra socialità, la nostra stessa autocoscienza, ciò che genericamente chiamiamo cultura, tutto questo si fonda e si realizza nel linguaggio.
Se non potessimo declinare a parole concetti astratti come libertà, dovere o giustizia sarebbe impossibile tradurli in immagini disegnate o comunicarli a gesti e, quindi, dare loro vita, significato e senso comune.
Pertanto poche altre cose come le parole, il loro significato corrente e la consuetudine del loro utilizzo illustrano meglio lo spirito del tempo nel quale viviamo; quello Zeitgeist che, volenti o nolenti, condiziona e definisce la nostra vita associata.
Tra le molte parole che caratterizzano il nostro tempo e ne definiscono maggiormente la distanza con altri momenti storici ce n’è una, in particolare, che ricorre con particolare insistenza nelle più disparate occasioni; quella parola è “maschilismo”.
L’etimo di questo termine è nebuloso dovendosi far coincidere, non tanto per l’origine quanto per la sistematica penetrazione nel linguaggio quotidiano, con la storia del femminismo; e sempre a quest’ultimo movimento deve ascriversi la pletora di significati a cui vorrebbe dare vita e declinazione.
Maschilismo si rivela, infatti, una parola multiuso; un grimaldello verbale con il quale scardinare il senso delle cose a piacimento.
Stando all’autorevole sito Treccani questo termine, «coniato sul modello di femminismo, è usato per indicare polemicamente l’adesione a quei comportamenti e atteggiamenti (personali, sociali, culturali) con cui i maschi in genere, o alcuni di essi, esprimerebbero la convinzione di una propria superiorità nei confronti delle donne sul piano intellettuale, psicologico, biologico, ecc. e intenderebbero così giustificare la posizione di privilegio da loro occupata nella società e nella storia.»
Rileva, immediatamente, la funzione “polemica” del termine; polemica già contenuta nella definizione stessa che presuppone – non si sa bene in base a quale assunto storiografico acclarato – che i maschi godrebbero (indebitamente, è implicito) di una posizione di privilegio nella società e nella storia. Un banale computo, anche a spanne, delle morti, delle mutilazioni, dei sacrifici e dei rischi personali sopportati dagli uomini per cause di guerra, di rapporto con la materia bruta, di lavoro quotidiano e per le responsabilità che si sono sempre assunti, preservandone le donne, parla di ben altro che di condizione storiche di privilegio.
Eppure, nonostante questa pregiudiziale di partenza, ancora tutta da dimostrare nel suo significato effettivo, ciò che altrettanto rileva in questa definizione accademica è l’assoluta inattualità del concetto.
Ciò a cui dovrebbe contrapporsi “polemicamente” questo termine è, infatti, l’antica concezione dell’uomo e della donna esposta - nientemeno che nel IV° sec. A.C. – da Aristotele, nell’Etica Nicomachea e nella Politica, dove l’antico filosofo sosteneva che «il maschio è per natura superiore, mentre la femmina è inferiore, il maschio comanda, la femmina invece ubbidisce».
Aristotele tendeva a riconoscere, in tal modo, quelle differenze naturali che la tecnologia del tempo non occultava dietro ad un comodo pulsante elettronico; si trattava di sopravvivere in epoche difficili e violente e le donne, in questo, non erano sufficientemente attrezzate dalla natura.
Se si riesce a capire che anche le parole di Aristotele vanno contestualizzate alla propria epoca – risalente a 2.400 anni fa circa - nulla quaestio; piaccia o non piaccia il valore sociale della donna era, in quelle condizioni, largamente inferiore a quello maschile.
Ma il vero e grande paradosso è che il concetto di maschilismo non nasce e si afferma in quel contesto o nel successivo, bensì nella nostra comodissima epoca di uguaglianze forzate e di parità imposte per legge.
Veniamo, infatti, ai dati concreti dell’attualità, all’interno dei quali il senso di quella definizione ufficiale da dizionario trasmuta per dare luogo a costrutti semantici del tutto estranei ai suoi fondamenti.
Prendiamo, ad esempio, Anna Finocchiaro che, in un’intervista del 2006 si lamentava di non essere stata eletta Presidente della Repubblica: colpa del maschilismo – diceva lei – evidentemente convinta di essere la migliore dei migliori. Non le passava neanche per la testa che si sarebbe potuto scegliere altro o che altri fossero più adatti di lei.
Passiamo poi a quell’altra povera dimenticata della Carfagna; in un’intervista recente si dichiara “vittima del maschilismo” perché – secondo lei – le sue bizze sulla vicenda Bocchino e sulla politica condotta a Napoli dal suo partito sono state fatte passare per “capriccio femminile”. Fossi stata un uomo, sostiene, questo non sarebbe successo.
Poi, si viene a scoprire che la relazione con il prode Bocchino era vera e non inventata.
Attenzione, non stiamo parlando delle casalinghe di Voghera, icone della donna media sideralmente distante dal potere; eppure, nonostante ciò, entrambe queste campionesse del vittimismo militante riescono a dare al termine maschilismo il significato confacente alle proprie aspettative, ad utilizzarlo in modo strumentale.
La summa teologica dell’utilizzo proteiforme e strumentale dell’alibi maschilismo è, tuttavia, esemplarmente riassunto nelle considerazioni di una blogger – una delle tante in materia – che, guardando alla composizione delle testate giornalistiche on-line ha scoperto che lì non ricorre la parità statistica tra i sessi.
Horribile dictu, considerando che una norma non scritta, ma largamente praticata dai cultori del progresso egualitario, imporrebbe (ma sempre di imposizione "democratica" si tratterebbe) che la "società perfetta" debba essere simmetricamente composta, in tutti i suoi settori, di donne e di uomini in identica misura.
Di chi la colpa di questa trasgressione infame, secondo la blogger Giovanna Cosenza?
Lei, sinceramente e democraticamente, il beneficio del dubbio lo consente, ponendo la questione in termini interrogativi.
Giovanna Cosenza
Ma il sospetto è forte perché «il nuovo giornalismo on-line....appare a volte più maschilista della già molto maschilista politica italiana» - se stiamo a quanto scrive lei.
Insomma, siamo ben oltre il semplice sospetto; è una pratica certezza mascherata da dubbio.
Ora, mi piacerebbe chiedere alla blogger come mai lei non vada a perlustrare analoghe disparità statistiche tra gli elettricisti, ad esempio, o tra i falegnami o i tornitori. Perché nessuno ritiene questi settori d'attività "maschilisti"?
Ma, al di là delle incongruenze, la lamentazione della Cosenza si allinea a quelle di coloro che ritengono maschilista una distribuzione asimmetrica delle funzioni sociali, indipendentemente dalle ragioni che le hanno prodotte e che le determinano.
Naturalmente gli esempi al riguardo potrebbero essere infiniti, anche stando alle sole dichiarazioni pubbliche ricavabili da giornali, siti o blog.
Sulla base di questi soli tre esempi elementari cerchiamo, comunque, di ricostruire il significato di una parola utilizzata, con ogni evidenza, per mascherare quell'abituale surplus di vittimismo tipicamente femminile, legittimato e promosso dal femminismo.
Secondo la Finocchiaro, non attribuirle la carica di Presidente della Repubblica è stato un atto di maschilismo; l'idea che possano essere scelti altri al suo posto non la considera per nulla in quanto, evidentemente, lei si ritiene una spanna sopra a tutti gli altri.
In questo senso maschilismo è tutto ciò che contraddice le pretese di superiorità femminile.
Secondo la Carfagna, invece, maschilismo è ciò che induce chi le sta intorno a dubitare della sua coerenza politica; il fatto che, poi, lei si dimostri effettivamente coerente o incoerente sembra essere secondario.
In quest'altro senso maschilismo è ciò che si contrappone alla sua pretesa di immunità da valutazioni e giudizi, in quanto donna.
Secondo la Cosenza, infine, maschilismo è tutto ciò che non prevede la perfetta parità statistica a livello sociale (con i limiti e i distinguo di comodità già detti).
In questo terzo senso è maschilista tutto ciò che si identifica con il merito effettivo e con l'impegno individuale - fatto di fatica e sacrifici - a raggiungere posizioni di rilievo.
Come si può vedere, ognuna di queste tre testimonial delle presunte discriminazioni femminili utilizza il vocabolo "maschilismo" per trasferire le responsabilità dal livello individuale a quello astrattamente sociale (o socio-culturale); un sociologismo, insomma.
Un pò come quando si diceva che se la gente ruba o delinque la "colpa" è della società, mica una responabilità personale del singolo tizio.
Allo stesso modo, gli insuccessi, le inadeguatezze, i fallimenti o le incapacità femminili non sono da attribuirsi alla singola donna; è tutta colpa del maschilismo.
Non staremo a misurare la distanza che esiste tra la definizione ufficiale di maschilismo e la sua declinazione effettiva nel frasario quotidiano.
Mi limiterò ad osservare - dopo questo breve tragitto nelle strategie di affermazione femminile - che se diamo credito al senso ufficiale della parola, non mi sento e non sono un maschilista neanche volendolo.
Ma se stiamo alle storture di senso ed al mistificante trasferimento di responsabilità da una parte all'altra con cui viene utilizzato questo termine, mi proclamo, orgogliosamente e fermamente, maschilista a tutti gli effetti; dalla testa ai piedi.

Continua: "Tutta colpa del maschilismo"
martedì 3 maggio 2011

La fabbrica delle buone intenzioni




Dammi il cinque, recita lo slogan della campagna pubblicitaria con la quale telefono azzurro invita a sostenerlo finanziariamente nel momento che andremo a spuntare la casella del 5 per mille.
Che ci costa?
Con un piccolo tratto di penna avremo fatto la nostra buona azione annuale e ci sentiremo più in pace con noi stessi e con il mondo perché avremo sentito di avere lottato per il bene contro il male.
La sera andremo pure a dormire con il sorriso sulle labbra.
Del resto come fai a dire di no?
Più che un’associazione privata di volontari telefono azzurro è un ente morale, un’istituzione della buona coscienza universale, un condensato di nobiltà che si erge a difesa dei più deboli e degli indifesi: i bambini.
Sennonché tutti conosciamo quel vecchio proverbio che dice che la strada dell’inferno è lastricata di buone intenzioni.
Si tratta di una massima che appartiene alla saggezza popolare ma che fa parte anche dell’interpretazione delle vicende umane elaborate dalla “cultura alta”.
E’ nota, ad esempio, la celebre considerazione di un gigante del pensiero contemporaneo quale è Karl Popper, il quale, nel suo “Miseria dello storicismo” scrive che: «è un comportamento arrogante tentare di portare il paradiso sulla terra, giacché in tal modo riusciremo solo a trasformare la terra in un inferno».
Ma anche Oscar Wilde, in termini più provocatori, ha detto qualcosa di simile, con il suo aforisma «le buone intenzioni sono state la rovina del mondo. I soli che hanno compiuto qualche cosa nel mondo sono stati coloro che non avevano nessuna intenzione».
Sembra che si stia parlando, tra gli altri possibili casi, proprio di telefono azzurro e, allora veniamo al punto dolente della questione.
Si dà il caso che telefono azzurro non è solo lastricato di buone intenzioni ma è una fabbrica di buone intenzioni, che ha pure raddoppiato la sua produzione da quando ha stipulato una convenzione con quell’ente morale di beneficenza strabica che è il Dipartimento per le pari opportunità; come ci informa adiantum.
Non sappiamo che parte abbia avuto l’apparato propagandistico della Carfagna nell’occasione ma, come diceva Andreotti, a pensare male si fa peccato ma non si sbaglia.
Sta di fatto che l’immagine pubblicitaria con la quale questa associazione richiede contributi è un atto d’accusa nei confronti del padre.
«Ogni giorno mio papà torna a casa, mi prende un braccio, mi dà un calcio e mi dice che sono stupido»; questo il testo della campagna contro le violenze sui bambini, adeguatamente corretto nelle parti sensibili, come a dire che oltre alle violenze papà ci metterebbe anche l’intimidazione e la paura.
Il povero bambino non è vittima della violenza, è vittima di papà che è un orco.
E’ questo il messaggio lanciato da telefono azzurro in combutta con il noto Dipartimento antimaschile della Carfagna.
Perché, dunque, le buone intenzioni – che, certo, non mancano neanche in questa campagna – conducono all’inferno?
Per la semplice ragione che chi lotta per il bene, chi si sente investito/a della missione sacrale di salvare il mondo, ha necessità di discriminarlo dal male, di identificarlo chiaramente per distinguersi e mettersi dalla "parte giusta"; in breve, ha necessità di costruire il suo nemico, di personificarlo.
Anche per telefono azzurro, quindi, il mostro abituale è papà; benché i dati dicano completamente il contrario.
Infatti, quando si parla di violenze contro i bambini si evoca sempre l’immagine dell’orco; mica quella della strega che, invece, nel doloroso fenomeno della violenza contro i bambini è il personaggio più frequente ed oscuro.
Su questo, anzi, telefono azzurro tace.
Allora lo sai che c’è, caro telefono azzurro?
C’è che il mio 5 per mille lo darò per cause che non abbiano come scopo – diretto o indiretto - la costruzione di pregiudizi generali e di colpevolezze presunte.
Anzi, lo darò sicuramente alle vittime di questa sbilenca ed unilaterale concezione del bene e del male: le associazioni dei padri separati.
Di certo non andrà a te.
Ed invito tutti coloro che seguono ed hanno a cuore la questione maschile a fare altrettanto.


Appendice


Apprendiamo ora, grazie alla notizia che ne ha dato il sito Comunicazione di Genere, che l'associazione telefono azzurro, accogliendo le numerose rimostranze sollevate dall'originaria locandina pubblicitaria, ne ha modificato il contenuto con una nuova, duplice e più equilibrata versione




Va dato atto all'associazione in parola di avere dimostrato buon senso e rispetto nel comprendere le contestazioni mosse.
Va anche salutato con favore il fatto inedito che si incominci a riconoscere l'esistenza di una sensibilità maschile - troppo spesso misconosciuta nella sua dignità - e che la voce degli uomini, grazie anche all'impegno  delle numerose associazioni che se ne sono assunte il carico, cominci finalmente a trovare l'ascolto che merita.

6 maggio 2011

Continua: "La fabbrica delle buone intenzioni"