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sabato 8 dicembre 2012

Sulla violenza femminile






Il postino suona ad un campanello, poi ad un altro e ad un altro ancora, ma oltre a consegnare le lettere si intrattiene con le varie casalinghe annoiate che gli offrono disinvoltamente del cibo e (forse) le proprie grazie. Una volta tornato a casa il postino si ritrova con la moglie la quale, davanti al rifiuto del marito di mangiare i suoi manicaretti, gli rompe un bicchiere in testa in modo feroce.
Non è la scena di un film o una vicenda di cronaca, ma la rapida sequenza di una pubblicità televisiva che, a mia memoria, qualche tempo fa reclamizzava una gomma da masticare.
Si tratta in realtà solo di un esempio, tra i molti possibili, di come la rappresentazione della violenza femminile sia non solo ammessa senza problemi in numerosi contesti mediatici, ma anche utilizzata con una certa disinvoltura in quella fabbrica di luoghi comuni che è il mondo della pubblicità.
Una ricerca mirata su youtube può dare conferma di quanto dico e, comunque, la gamma degli esempi è molto più vasta.
Non sembra necessario scomodare titoli, autori o attori di situazioni in cui una qualche lei, sempre arrabbiata con un qualunque lui, tira ceffoni, getta bevande in faccia, sbraita, scalcia, minaccia, spintona, aggredisce, mortifica, urla e strepita; in alcuni casi spara e uccide, in altri si limita ad assassinare l’amor proprio dell'altro, come nella famosa scena dell’orgasmo simulato di Meg Ryan (non a caso diventato una scena cult) o nella comicità ossessivamente misandrica della Littizzetto (non a caso diventata personaggio cult).
Di casi simili ne incontriamo quotidianamente, nei film e nelle fiction, nei racconti e nelle cronache, nella vita comune e, appunto, anche nelle banali pubblicità a cui siamo oramai avvezzi.
Ben lontano dal suscitare contrarietà o fastidio, la donna che schiaffeggia, colpisce, umilia e maltratta gli uomini è infatti un modello ben radicato, popolare e vincente, costantemente alimentato da una rabbia verso il «maschio» sempre viva ed attuale, sempre giustificata in qualche modo diretto o indiretto ed apparentemente inestinguibile.
Se poi la violenza femminile ha anche risvolti comici che ridicolizzano la figura maschile, aggiungendo al danno anche la beffa, allora tanto meglio; l’effetto sarà per molti/e ancora più gratificante e completo, praticamente un trionfo.
Sin qui i termini di un (ri)sentimento sociale molto comune ma non altrettanto chiaro nelle sue intime (e in qualche caso sadiche) ragioni particolari; ma, soprattutto, un fenomeno volutamente ignorato dalla cultura egemone, anche nelle sue dimensioni e profondità generali.
Si deve, quindi, sicuramente essere riconoscenti agli autori dell’Indagine conoscitiva sulla violenza verso il maschile - pubblicato sulla Rivista di Criminologia, Vittimologia e Sicurezza, nei giorni scorsi - per avere quantomeno cominciato ufficialmente ad intaccare quel tabù pressoché intangibile che è rappresentato dallo stereotipo dominante della donna vittima.
I risultati dell'indagine condotta con i metodi del sondaggio, poi tradotti in cifre e percentuali statistiche, rivelano infatti una realtà femminile molto diversa e decisamente molto meno angelicata e vittimizzata di quanto si vorrebbe.
Il dato che impressiona maggiormente, tra i molti disponibili al relativo link, è che tutti i 1.058 soggetti maschili in età adulta intervistati nel contesto della ricerca hanno dichiarato di avere subito, almeno una volta, qualche violenza fisica da parte di una donna (item A8); ossia tutti - nessuno escluso, prima o poi, e lo confermo anche personalmente - hanno (abbiamo) avuto a che fare con i modi maneschi e intolleranti di una qualche tizia dai nervi bollenti, modi resi ancora più insopportabili dalla pratica impunità dietro alla quale si esprimono e si riparano questo tipo di escandescenze femminili.
Ma non solo di violenza fisica si tratta, in quanto la ricerca esamina anche altre situazioni che lasciano sbalorditi per l'ampiezza e la profondità del fenomeno dichiarato: il 63,1% del campione ha sostenuto di aver subito almeno un episodio di violenza fisica, il 48,7% violenza sessuale, il 77,2% violenza psicologica o economica e il 31,9% di aver subito almeno un atto persecutorio nel corso della propria vita.
Le proiezioni statistiche conclusive dicono che a fronte dei 14 milioni di donne sottoposte ad abusi e violenze - come si va raccontando da diversi anni - ci sarebbero pertanto circa 5 milioni di uomini sottoposti a violenze fisiche, quasi 4 milioni di uomini sottoposti a violenze sessuali, oltre 6 milioni di uomini violentati psicologicamente e oltre 2 milioni e mezzo di uomini che hanno subito atti persecutori.
Naturalmente, le dimensioni eclatanti di questi numeri (tutti considerati) inducono a più di qualche perplessità.
Prima delle quali è quella che abbiamo già espresso a suo tempo quando, richiamando l'attenzione sull'artificioso e deformante presupposto ideologico dell'uguaglianza tra i sessi, abbiamo sostenuto che il punto nodale non è «stabilire chi sia più violento tra maschi e femmine e con quale frequenza, dato che, com'è evidente, la mano di una donna non sarà mai tanto pesante ed intimidatoria come quella di un uomo».
Mettersi a competere con il mondo femminile (e femminista) sul piano del vittimismo non appare, in questo come in altri casi, un'idea né particolarmente brillante, né particolarmente dignitosa.
Ma se è vero che la violenza femminile non raggiunge lo stesso grado di pericolosità potenziale di quella maschile, tranne che in rari casi criminali, questo non significa affatto che la donna media non sia capace di risentimento, odio e violenza come un uomo; anzi, sicuramente di più, in quanto a differenza di ogni uomo ogni donna sembra essere socialmente esonerata dall'esercizio obbligatorio e disciplinante del self-control.
Che è poi in effetti l'elemento che emerge con particolare forza dall'indagine, laddove si consideri che la percezione dominante degli intervistati - con la quale si devono comunque fare i conti - è quella di un mondo femminile che si atteggia al rapporto con l'altro sesso con una libertà di comportamenti pressoché assoluta ed un senso del rispetto assai raro; entrambi presupposti di una violenza auto-indulgente che trova nell'inferiorità fisica una giustificazione per esprimersi senza tanti limiti e senza tanti riguardi.
Il che è ovviamente inaccettabile.
Resta un'ultima considerazione a riguardo dell'entità delle cifre.
Se è vero che i dati appaiono gonfiati oltremisura - comunque distanti dalla nostra percezione ordinaria della realtà - è altrettanto vero che questa stessa incongruenza dovrebbe riguardare, a maggior ragione, la più attrezzata ricerca sulla violenza contro le donne condotta nel 2006 dall'ISTAT (quella che avrebbe fissato in 14 milioni, appunto, il numero delle "vittimizzate"); ciò in ragione del fatto che identiche sono le modalità d'approccio al problema, identici gli strumenti euristici utilizzati (ossia, le ipotesi qualitative d'indagine) nonché la metodologia di raccolta dei dati attraverso interviste guidate.
In una sorta di inattesa legge del contrappasso, la tanto invocata parità di genere conduce insomma ad un bivio obbligato: o la definizione "extralarge" di violenza viene presa per buona in assoluto, tanto per i maschi quanto per le femmine, portando così alla descrizione di un mondo dominato dagli abusi e dalle sopraffazioni nelle forme dell'apocalisse quotidiana; oppure le metodologie e le categorie d'indagine sociologica utilizzate tanto per la ricerca ISTAT del 2006 quanto per l'attuale indagine conoscitiva sono oggettivamente inadeguate e prive della necessaria calibratura e solidità scientifica.
Nel qual caso dovrebbe essere la stessa nozione di violenza ad essere ripensata, pur nella consapevolezza della sua irriducibile complessità, per depurarla delle enormi scorie ideologiche, formalistiche e vittimistiche da cui appare obiettivamente gravata, ed essere nuovamente misurata con gli occhi puliti della scoperta e gli strumenti adeguati del rigore scientifico.


Continua: "Sulla violenza femminile"
venerdì 9 novembre 2012

Se il progresso è una patologia





Mi capita sempre così quando sfoglio un settimanale, vado in ansia.
Non è per le cattive notizie, le sciagure, i disastri o roba simile, che sono piuttosto raccontate con tanto di particolari dai cronisti dell’informazione quotidiana.
E’ proprio la mercanzia dei settimanali - o dei quindicinali o dei mensili o dei periodici comunque denominati che si occupano di attualità, costume e cultura - che mi compulsa il sistema nervoso.
Insomma, quella parte della cosiddetta informazione che non fa cronaca, ma opinione e tendenza e che ci vorrebbe informare su come cambia il mondo e perché.
Che sembrerebbero, sì, informazioni pure quelle ma non sono fatti accertati, bensì generalmente pronostici, ipotesi allo studio, alla peggio congetture buttate lì; insomma teorie, supposizioni, a volte profezie sinistre.
Se il sospetto è che si tratti della famigerata self-fulfilling prophecy teorizzata da Merton (la profezia che si autoavvera) forse non siamo così lontani dal vero.
Una cosa del tipo: «stai attento che potrebbe succedere questo oppure quello o quell'altro» e tu senti, mentre leggi, che in qualche modo devi farti trovare preparato, non puoi farti cogliere in fuorigioco, non puoi più dire non lo sapevo - sempre ammesso che la teoria sia corretta (ma tanto domani non se ne ricorderà più nessuno se era corretta o meno) - e pertanto cominci ad adattarti alla prospettiva assecondando l'eventualità "come se fosse vera".
Quindi, contribuendo in qualche modo alla sua realizzazione, se non diretta quantomeno indiretta, nelle sue conseguenze.
Prendi il settimanale Panorama di questa settimana, ad esempio, e non fai che registrare una divinazione dietro l’altra.
A Rosarno, provincia di Reggio Calabria, pagina 23, si preannuncia una nuova rivolta degli immigrati per la raccolta delle arance; niente di certo ma comunque probabile che succeda dopo il suggerimento.
A pagina 37 si ipotizza una maxifusione prossima ventura tra Intesa SanPaolo e Unicredit e - tanto per non farsi cogliere di sorpresa sugli scenari economici - a seguire si prefigurano le linee guida per uscire dalla empasse della fondazione San Raffaele, nel mentre si scrutano anche le cordate all'orizzonte per rilevare l’Ansaldo dalla Finmeccanica.
Anche qui niente di certo, né tantomeno probabile, solo ipotesi.
Più avanti si fanno scommesse sul successore di Sarkoszy nella destra francese mentre per gli “scenari mondo” si preavvisa che, dopo New York, ci saranno molte altre città costiere candidate a finire sott'acqua, per tremila miliardi di dollari di danni prevedibili e 40 milioni di persone a rischio.
Certezze? zero!
Veniamo ancora messi al corrente del fatto (ossia, non proprio un fatto ma tutt'al più un antefatto, naturalmente presunto) che l’Argentina va incontro ad un nuovo default e, a parte questo, per la buona coscienza “social” di noi tutti, dobbiamo sapere che ci sarebbe un modo di sapere (e non è un gioco di parole) che impronta lasciamo sull'ambiente da qui al futuro.
Tutto disgraziatamente aleatorio pure qua ma intanto chi deve regolarsi di conseguenza si regoli.
Ancora non avevano fatto il nuovo presidente degli USA, al martedì di uscita del settimanale, che già gli avevano apparecchiato la domanda delle domande: «e adesso Mr. president?»
Dico, dateci il tempo di conoscere il nome, almeno, che così la faccenda si fa isterica.
Per non parlare dei «prossimi dieci anni del dragone» con una gamma inesauribile di interrogativi irrisolti sul domani della Cina che va affrontando il XVIII° congresso del partito comunista: più export o più consumi interni? favorire le banche di stato o quelle private? ampliare la libertà di circolazione o no? ….e via almanaccando così dei fattacci loro per illuderci di poterli controllare o, comunque, di poterci adattare noi ai loro cambiamenti in forma preventiva da qui alla prossima decade.
Perché poi l'ossessione che traspare da tanti sforzi previsionali è quella del controllo degli avvenimenti, della cancellazione del caso dalla vita, della rigorosa pianificazione del futuro.
Non fai in tempo a riprenderti dalle premonizioni mondiali di breve medio periodo, osservate da questa specie di palla di vetro a comparsa settimanale, che precipiti nelle trasformazioni tecnologiche e scientifiche, con ripercussioni sul sociale se non addirittura sul personale, senza speranza di pause.
Così ti rendi consapevole, da pagina 58 a pagina 66, che tramite internet puoi scoprire se ti ama o non ti ama, che perfezionisti si nasce e non si diventa, che esistono le lampadine intelligenti e che gli antibiotici potrebbero diventare il nuovo spauracchio del millennio.
Mentre leggi la realtà ti cambia davanti agli occhi con una velocità tale che, se alzi lo sguardo dalla rivista e ti guardi intorno, le tue cose abituali di tutti i giorni, magari comprate da poco e pure di ultima generazione, sembrano già modernariato.
Il presente insomma non esiste quasi più in quella pubblicazione, perché è quasi tutto in proiezione futura, premonizione, divinazione, sforzo di prevedere cosa saremo e cosa faremo domani e dopodomani.
Una sorta di grande fratello indiretto, con l'occhio vigile, innescato dal terrore collettivo dell'ignoto che si prospetta davanti a noi.
Il mito del progresso, per chi se ne nutre, consiste in questo: che tutto sia previsto, osservato, controllato e che nulla sia lasciato al caso.
Che è anche un delirio di onnipotenza, a pensarci bene, cioè una sintomatologia di chiara matrice patologica.
Ora, mi si potrà obiettare che se voglio essere semplicemente informato, senza accendere ipoteche sul futuro e farmi venire il coccolone, potrei tranquillamente limitarmi alla lettura dei quotidiani.
Il che sarebbe in parte vero ma solo in parte.
Intanto perché non è di come mi sento personalmente che volevo ragionare, quello semmai è un indizio da cui sono partito.
In secondo luogo, perché persino i più preparati faticano a distinguere i fatti dalle congetture anche nei quotidiani (e non è un bel traguardo per il mondo dell'informazione, nell'epoca delle convinzioni scientifiche asseritamente positive).
In terzo e più decisivo momento, però, è perché la prova del nove arriva sempre, per qualunque periodico e per qualunque sistema informativo, che lo si voglia o meno; il che succede inevitabilmente quando ci si deve esprimere al tempo presente.
Quotidiano, settimanale o semestrale che sia, nessuno può esimersi infatti dal rendicontare il dibattito politico in corso e le novità sul tappeto in materia pubblica.
Ed è qui che casca l'asino mentre il futurismo dell'avvenire controllato getta la propria sciocca maschera esteriore.
Allora realizzi che la materia del contendere attuale è la medesima di Quintino Sella, il quale introdusse la "lesina delle spese", rispetto a Giovanni Giolitti il quale a sua volta volle tassare maggiormente i ricchi con la sua fiscalità progressiva.
Oggi le belle statuine si chiamano Oscar Giannino e Niki Vendola, tra gli altri, ma la sostanza è sempre quella, pari pari, ad oltre un secolo e passa di distanza.
Quindi, cos'è cambiato realmente nelle idee che animano le questioni pubbliche?
Nulla.
E cosa è cambiato nei bisogni umani da un secolo o da dieci secoli a questa parte?
Nulla.
E quindi che cavolo significa progresso?
Nulla di preciso, a pensarci bene, ma genericamente che il nostro futuro sarà composto da tante self-fulfilling prophecies belle e confezionate.
C'è chi lo trova rassicurante?
Forse sì, ma io lo trovo ansiogeno.
Chi sta messo peggio?
Continua: "Se il progresso è una patologia"
lunedì 15 ottobre 2012

La mamma è sempre la mamma?






Il diluvio di commenti, articoli, prese di posizione, giudizi, talk show, periti veri o improvvisati, moralismi e moralisti, esercitazioni retoriche, urla e grida in diretta o in differita suggerirebbero di astenersi dal partecipare a questo tiro alla fune collettivo che sembra essere diventata l'arcinota vicenda di Leonardo, il ragazzino conteso di Cittadella.
La morbosa smania di partecipazione ai commenti di un evento che ha diviso gli italiani tra innocentisti e colpevolisti, tra partigiani di una famiglia o dell'altra, tra sostenitori della PAS e suoi detrattori, tra questo e quello, tra sopra e sotto ha, infatti, un suo significato che sembra travalicare l'episodio in sé.
Pertanto di quello voglio parlare, piuttosto che immergermi nelle profondità abissali del vero e del falso, del torto e della ragione, del giusto e dell'ingiusto; insomma, nei meandri labirintici del processo mediatico.
Ciò che mi interessa è, invece, la risonanza mediatica del processo in corso.
Quella che ormai da giorni ci ripropone, come uno spettro ricorrente, quel video scomposto e drammatico come un reportage di guerra.
Di questa insistenza ottusa, reiterata all'eccesso, immancabilmente seguita dal profluvio di opinioni che dovrebbero ripristinare, restaurare, ricomporre la serenità perduta; di questa insistenza che appare come il gioco compulsivo di una società prigioniera della sua nevrosi nascosta, che di tanto in tanto si svela con i sintomi sfacciati di un'incontenibile bulimia mediatica.
Tutto questo mi fa pensare spontaneamente ad un'altra sintomatologia altrettanto mediatica dell'attuale: quella che seguì con ricostruzioni, processi televisivi, incursioni peritali e psichiatriche, modellini in scala ed esperti di varia natura e tipologia alla tristissima vicenda di Cogne.
La morte del piccolo, sfortunato Samuele e la condanna - quasi in una sorta di diretta, settimana per settimana, giorno per giorno, minuto per minuto - della madre; l'incredibile scoperta che sgomentò l'Italia tutta precipitandola in un'allucinata, interrogativa incertezza.
Certo, le due vicende sono completamente diverse, non si trattasse del fatto che riguardano in entrambi i casi bambini e mamme.
Ma più che degli abusi o delle violenze o dell'impotenza minorile, il tratto comune - quello che sembra sollecitare l'armamentario della nevrosi e spinge a ricostruire, a risentire, a rivedere, a riconsiderare, a riformulare, in un ciclo senza traguardo apparente - è quello delle madri.
In quanto donne, in quanto madri, in quanto custodi della vita, della pace e del bene, a quanto si dice.
A differenza dei padri, fonti di ogni male, a quanto si dice.
Eppure, alla fine, la dissonanza cognitiva con la quale si devono fare i conti ci piomba addosso durante una trasmissione tivvù, con un video, una notizia, un resoconto, delle urla registrate.
E allora si corre ai ripari.
Per questo si costruiscono modellini della villetta, si risentono le urla del video, si scandaglia un terreno che sembrava privo di anfratti, di crepacci, di trappole, magari si organizzano anche fiaccolate e veglie cittadine.
Per questo si fa un gran parlare, un gran partecipare, un gran pontificare da tutti i canali della comunicazione in un'assordante sarabanda.
Perché la mamma è sempre la mamma!
O no....?

Episodi del genere, quando deve intervenire la polizia, quando scattano le manette e le coercizioni, quando il Tribunale non è più dalla parte della Mamma - e ce ne vuole perché questo succeda - qualche dubbio, in fondo in fondo, te lo lasciano.
Lo so che sembra inaccettabile, la violazione di un tabù, una bestemmia in Chiesa, il sovvertimento dell'ordine morale.
Ma la mamma, allora, non è sempre la mamma.
Non in tutti i casi.
Sono i proverbi ad averci ingannato o è qualcosa d'altro?
Come è possibile che un ragazzino venga strappato dalle braccia amorevoli della Mamma?
Come si può arrivare a concepire qualcosa di simile?
Come può ritenersi preferibile il Papà alla Mamma?
E' sciokkante, vero?
Per questo non si smette più di parlarne, di guardare la tivvù, di cercare la risposta dall'esperto, dal talk show, dal dotto illuminato che ci riporti in pace con la Mamma.
La realtà è più difficile dell'illusione ma dobbiamo farci i conti, anche in occasioni così difficili da mandare giù.
Allora corrono gli esperti, gli psicologi, i curatori dell'anima ed i meccanici del cervello, oltre ai professionisti della famiglia che è diventata, appunto, una roba da affidare a gente esperta.
Perché c'è qualcosa che davvero non possiamo ammettere, a noi stessi, agli altri, al mondo ed alla vita.
Che una mamma abbia torto, sia inadatta, inadeguata, persino pericolosa o malsana per i figli.
Perché la Mamma è sempre la Mamma!
O no....?

Allora provate a rovesciare la situazione e pensate a tutti quei papà dalle cui braccia i figli sono stati strappati a viva forza, a cura delle madri, degli assistenti sociali, dei magistrati, degli psichiatri, degli ordini forensi, dei professionisti della famiglia e delle guardie in divisa.
Insomma, da tutti gli stessi attori protagonisti e comprimari - le medesime figure, con le stesse prerogative e ragioni - della questione di Cittadella, con gli stessi esiti, le stesse modalità d'intervento, le identiche forzature.
E godetevi il relativo, pacifico ed incontaminato silenzio.
Ecco ciò di cui volevo parlare, Leonardo permettendo.
Continua: "La mamma è sempre la mamma?"
venerdì 7 settembre 2012

La tirannia del sentimento






In un’intervista radiofonica di qualche giorno fa, Paolo Villaggio ha espresso un’opinione personale che ha suscitato scandalo e indignazione pressoché generalizzati.
Le paralimpiadi di Londra – avrebbe detto il comico – sono uno spettacolo triste, un’esaltazione delle disgrazie.
Non è stato il solo.
In un’altra trasmissione di Radio International Bologna il giornalista Gianfranco Civolani avrebbe detto qualcosa di molto simile: non guardo le paralimpiadi perché non voglio vedere persone con tre teste o quattro gambe.

In men che non si dica, tanto l’una quanto l’altra opinione – abbastanza simili nei contenuti - sono state prontamente subissate dalla marea montante di un’opinione pubblica inferocita per essere ricacciate senza appello nell’oblio del “non si dice”.
Le reazioni insistite, protratte per diverse ore a Radio International, avrebbero persino indotto Civolani a profondersi in sentite scuse pubbliche per avere offeso la sensibilità comune.
Al comico che ha inventato lo stereotipo dello sfigato per antonomasia - il rag. Fantozzi - che sulle disgrazie quotidiane messe in burletta ha fondato la propria fortuna artistica non si poteva chiedere altrettanto.
Dal canto loro i media, pilotando attentamente e senza dubbi di sorta il sentire popolare, continuano a proporci le storie edificanti di atleti disabili che vincono le loro battaglie sportive con il sorriso sulle labbra - come quegli altri - e mostrano con orgoglio la medaglia conquistata davanti alle telecamere, proprio come quegli altri.
Il mondo della luce, insomma, starebbe vincendo ancora una volta contro quello delle tenebre, ed ogni minimo dubbio riguardante la discutibile spettacolarizzazione di gesti incompleti, di corpi menomati e di difficoltà motorie stentatamente in competizione è stato eticamente spazzato via.
A prima vista sembrerebbe anche una vittoria del bel sentimento sulla ragione: come si può svilire la gioia di una partecipazione sportiva a persone già colpite così duramente dalla sfortuna?
Chi si azzarderebbe a sparare sulla croce rossa?

Dunque tutto bene, se non fosse che dentro questi piccoli, marginali episodi dell’ideologia spicciola di tutti i giorni si cela una tirannia profonda: quella dei buoni sentimenti sui sentimenti autentici.
.....e qui mi fermo, perché tutto il resto sarebbe da discutere all'infinito.
Tranne che per una cosa, che mi sembra doveroso evidenziare.
Dare effettività al principio di non discriminazione in questo caso - anche in questo caso - produce effetti perversi e surreali.

Continua: "La tirannia del sentimento"
mercoledì 29 agosto 2012

Il corretto stile di vita





Desta inquietudine e sgomento scoprire, al rientro dalle vacanze, che il governo dei professori va incalzando il Parlamento per introdurre discipline finalizzate ad uniformare «il corretto stile di vita» dei cittadini verso un modello unico e conclusivo.
Queste le precise parole utilizzate dal Ministro Balduzzi: «il corretto stile di vita».
Va premesso, però e prima di tutto il resto, che il vento del moralismo salutista investe l'intero mondo occidentalizzato e detta tendenze rigorose su scala planetaria.
Qualche giorno fa è arrivata la notizia che la Nuova Zelanda va imponendo, per legge, il divieto di fumo ai minori di diciotto anni, seppure con ritardo rispetto ai salutisti più intransigenti. Infatti, in America i fumatori di tutte le età pare siano stati messi all’indice ormai da diverso tempo, a differenza dei cocainomani e degli alcolizzati che, invece, sono tollerati di buon grado in tutto il nuovo mondo e anche oltre; nei film americani è normale ci siano personaggi dediti alle droghe ed alle sbronze ma è vivamente sconsigliato - se non espressamente proibito - proporre sul grande schermo protagonisti con la sigaretta in mano.
Perbenismo contemporaneo, stupido come tutti i perbenismi.
In Francia le bevande gassate sono state tassate poco tempo fa, per la salute e la gioia sociale di grandi e piccini.
In Messico, tanto per restare in tema, sembra che i ciccioni paghino il prezzo del biglietto maggiorato sui trasporti pubblici, perché così imparino a scofanarsi di fetide calorie.
Sono ormai numerosi, ancora, i paesi che impongono caschetti protettivi per andare in bicicletta, sugli sci, sui pattini, sulle moto, sui sidecar e - last but not least - c'è chi li vorrebbe anche all'interno delle macchine per maggiore protezione.
Che dire poi dei vegetariani, diffusi come un morbo, che predicano una religione pagana della sacralità della vita animale, dimenticando che molte di queste specie sono carnivori come noi umani? Faranno diventare erbivori anche loro?
E così facendo, su questo sentiero folle, la strada del salutismo coatto collettivo è ben tracciata a tutte le latitudini e a noi non resta che seguire come pecore mansuete la retta via tracciata da altri che non si sa mai chi sono.
Per non rimanere indietro rispetto a tanto progresso mondiale che avanza a falcate ampie, il nostro governo ha quindi passato l’estate a studiare inasprimenti fiscali specificamente mirati sui consumi di prodotti che “fanno male alla salute": tabacco, alcol, bibite zuccherate eccetera.
E' il bentornato governativo dalle vacanze.
Con la stessa logica, a breve, potremmo ritrovarci una sovrattassa pedagogica sul lardo di Colonnata o sulla finocchiona toscana; ma sempre per il nostro bene, ovviamente, e magari in prossimità del Natale, 'che il consumo è più confacente al clima e comunque bisogna essere più sani e più buoni.
Non basta così però.
Si vanno anche discutendo, proprio in questi giorni, misure per rieducare le persone dedite al gioco delle slot-machine, in quanto presuntivamene affette da una sindrome tutta nuova, appassionatamente ideata da qualche pseudo-scienziato della psiche per proiettarci con la "giusta" paura di noi stessi nel nuovo millennio: la ludopatia, l'hanno intitolata, il demone del gioco.
Ad ogni buon conto, per non sbagliarsi si discetta tecnicamente anche sulla "corretta" distanza di sicurezza psicologica delle sale giochi da scuole, Chiese, centri anziani ed ospedali; si sa che prevenire le tentazioni è meglio che curare il peccato.
Sui carburanti - quei prodotti altrettanto demoniaci derivati dal petrolio, che inquinano l’aria per l’inutile e dannoso carosello della mobilità su gomma – si è abbattuto l’ennesimo colpo di scure delle accise proprio in concomitanza con gli esodi ed i controesodi estivi. Un salasso - ma con un ritorno di buona salute, dicono alcuni - come quello dei cerusici medievali, fatto con le sanguisughe.
Il risultato è che ad andare in vacanza sono rimasti in pochi, con buona pace dell'industria turistica, della ripresa dei consumi interni e dello sviluppo economico che, a queste condizioni, non è davvero sostenibile da nessuno, ambiente e ambientalisti sciroccati a parte.
A Taranto, sempre in tema d'ambientalismo, un’iniziativa della magistratura (e dei sindacati) sta infine mettendo a repentaglio la produzione dell’acciaio – e con essa tutti i relativi posti di lavoro, nell’ordine delle migliaia – perché le polveri disperse delle lavorazioni inquinano e fanno male; quindi, il diritto alla salute precede e prevale sul diritto alla sopravvivenza alimentare.
Meglio crepare di fame ma senza malattie sulla coscienza; questo il principio etico di fondo adottato dai custodi del nostro sacralizzato e socializzato benessere collettivo.
Una cuccagna salutista dietro l’altra, insomma, in linea con l’Europa e il mondo civilizzato dell’occidente post-umano, nel quale un'imprecisata congrega di cervelloni si è presa la briga di dettarci «il corretto stile di vita» a cui, volenti o nolenti, ci dovremmo uniformare poco per volta.
La Grande Mamma dei poteri pubblici, solerte e desiderosa di potersi rendere utile a tutti con le proprie apprensioni appiccicose, non poteva che fregarsi le mani davanti a tanta prospettiva di potere sui propri figli/sudditi; sicché è piena di preoccupazioni ansiose per quei poveri cittadini che non sanno quello che fanno, che si crogiolano irresponsabilmente nei propri vizi insalubri, che non mettono la maglia di lana come detta il regolamento interministeriale del «corretto stile di vita».
Come potremmo fare senza qualcuno che pensi al posto nostro?
Che faremmo senza la nostra Grande Mamma pubblica?
Essa ci vuole in piena forma fisica sino a tarda età, tirati, lucidi e scattanti come giovani marmotte e ci detta le regole di comportamento della vita sana; magari povera, limitata e triste, però sana.
Il Buonanima, a suo tempo, si limitava a dire che libro e moschetto facevano il fascista perfetto; poi ognuno poteva mangiare, bere, fumare e fare quello che più gli aggradava, nell'alveo del lecito, compreso andare a sollazzarsi nei bordelli o gozzovigliare allegramente nelle osterie.
Insomma vivere, come riusciva meglio a ciascuno.
Invece questi fanno sul serio.
Ad onor del vero bisogna dire che voci in controtendenza se ne sono alzate, in queste sinistre circostanze attuali, confortandoci sul fatto che la pazzia del pedagogismo pubblico, delle "politiche educative”, del «corretto stile di vita» imposto dall'alto, non è inevitabilmente contagiosa, come può sembrare a prima vista.
Piero Ostellino – una delle più stimabili di queste voci libere – lo ha scritto con grande chiarezza sul Corriere di qualche giorno fa e vale la pena leggerselo da cima a fondo.
Nicola Porro c'è andato giù ancora più pesante, chiamando le cose con il loro nome: «Che razza di Stato è - si è chiesto - quello che attraverso la leva fiscale vuole imporre stili di vita corretti? Si chiama Stato etico e totalitario.»
Anche le sue considerazioni faranno bene a parecchi/e e, quindi, lo consiglio vivamente a tutti i lettori senza stare a ripetere cose già scritte con grande e maggiore efficacia di quanto potrei fare io.
Tuttavia, oltre a tutto lo strazio di cui sopra, qualcosa che non mi torna come dovrebbe ci sta ancora e provo a tirarla fuori.
Sintetizzando: ma chi cavolo è che passa le sue notti insonni e le sue giornate estive a studiare «il corretto stile di vita» per tutti? chi gli ha conferito questo incarico e sulla base di quale mandato popolare?
Qui la risposta si fa più allarmante della domanda, in quanto le sinistre figure vanno ricercate in quell'area di sovrapposizione tra un certo mondo della politica - quello animato da solidaristico e salvifico spirito missionario - e certo mondo della ricerca scientifica, sovrappopolato da sapientoni convinti di avere in tasca la teoria giusta della «buona vita».
Buona vita che, pertanto, nella loro ottica si riduce alla corretta esecuzione di una tecnica prefissata (da loro stessi!) che i politici zelanti si affrettano a depositare in norma vincolante.
Per dirla altrimenti, la forbice tra ceti dirigenti e popolino, tra sapere specialistico e sapere comune, tra proceduralità e buon senso, tra tecnicismi e tradizione si è divaricata al punto tale - ci hanno convinto che il gap sia diventato talmente incolmabile - che siamo stati tutti degradati al rango di minorati; un popolo bue da accudire, da accompagnare al pascolo, da sottoporre a controlli periodici di buona salute, da tenere tranquillo nelle stalle climatizzate e, naturalmente, da mungere per bene.
Come i bovini dipendono dal fattore, noi ci stiamo adattando a dipendere dai super-esperti politicizzati che ci dicono come dobbiamo vivere, cosa dobbiamo mangiare, come trascorrere il tempo libero, come scopare, dove andare, che pensare, che dire, che non dire, come lavarsi e come rilassarsi.
Beh...a fronte di tutto questo mi associo a quanto invocato da Nicola Porro: «rivendico il diritto alla panza!».
.......e in culo al «corretto stile di vita»!

Continua: "Il corretto stile di vita"