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mercoledì 16 marzo 2011

Quote rosa anche su wikipedia?



Il 15 gennaio scorso, l'arcinota wikipedia – l’enciclopedia collaborativa on line a contenuto libero, fondata da Larry Sanger (poi dissociatosi dall'impresa) e Jimmy Wales - ha compiuto dieci anni.
Jimmy Wales
In questo breve arco di tempo la sua crescita è stata tumultuosa: è il 5° sito internet più visitato al mondo con 410 milioni di connessioni giornaliere e si compone di 17 milioni di articoli, in 270 lingue diverse, redatti ed aggiornati dagli stessi utenti, secondo il principio collettivista della condivisione senza esclusive.
Chi scrive ha fatto parte (nel suo piccolo) dell’immenso popolo di redattori del sistema enciclopedico, dopo aver postato liberamente la voce «misandria», nell’edizione italiana che, sino a quel momento - era l'anno 2005, all'incirca -, non contemplava ancora l’esistenza di questo lemma. A tutt’oggi la voce è ancora lì, praticamente nella medesima stesura originale, solo integrata da alcuni contributi altrettanto volontari.
Si potrebbe testimoniare, quindi, che il geniale meccanismo partecipativo sembrerebbe funzionare al meglio, tanto da garantire incondizionata libertà di accesso, pluralismo dei contenuti e, dunque, una partecipazione effettivamente “democratica” da parte di chiunque.
Eppure non è tutto oro quello che luccica, come dice il vecchio adagio.
Per un verso, il libero accesso e l'assenza di controlli di merito non può garantire in alcun modo sulla buona fede dei partecipanti. Nel tempo si sono andate, infatti, moltiplicando le burle enciclopediche contrabbandate da quel sito, come quella in cui è incappata, da ultima il 10 maggio scorso, Ségolène Royal, già avversaria di Sarkozy nell'ultima corsa all'Eliseo. La poveretta ha citato la storia esemplare di un nobile personaggio del XIX° secolo tratta da wikipedia - Léon Robert de L'Astran - per commemorare ufficialmente la giornata nazionale contro lo schiavismo. Peccato che il personaggio e la sua altruistica vicenda in favore dei deportati africani fossero stati inventati di sana pianta ed inseriti su wikipedia da uno studente fantasioso e burlone, solo qualche tempo prima.
«Era una storia così bella...» - si sarebbe giustificata l'incauta e superficiale dirigente della gauche francese.

Ségolène Royal
Per l'altro verso, però, i contenuti enciclopedici non si limitano ad essere semplici definizioni lessicali o nozionismi ideologicamente indifferenti ma sono anche definizioni mutevoli della realtà storica, sociale, antropologica ed economica, perennemente soggette alla variabilità ed eterogeneità dei punti di vista; il terreno dell'opinabile, per dirla più facile.
Qui wikipedia rivela un'attenzione ai contenuti molto più accorta ed un volto decisamente meno democratico ed "aperto a tutti i saperi" di quanto vorrebbe far credere; quantomeno sull'occhiuto sito italiano.
«In wikipedia - ha scritto A. Gnocchi sul Giornale del 23 novembre scorso - esiste un problema di manipolazione del consenso [che rende].....Il sapere "democratico" di wikipedia(...) un aggiornamento digitale del maoismo».
Forse Gnocchi esagera, ma lo fa citando nomi, situazioni e dati di fatto; chiunque si azzardi ad intervenire sulla storiografia ufficiale della "resistenza italiana" o in favore del libero mercato, in opposizione alla vulgata dominante nel sito, può subire sospensioni e radiazioni da parte di solerti ed attentissimi (nel caso) administrators pronti alla bisogna. Per questo motivo è stato radiato definitivamente da wikipedia, per l'appunto, lo storico E. Mastrangelo - caporedattore di storiainrete.com - che si era azzardato a definire "guerra civile" ciò che si è verificato in Italia all'indomani dell'8 settembre 1943; ossia, una posizione storiografica quasi consolidata tra gli studiosi, ma incrollabilmente invisa ad una certa parte politica.
Non starò a dire quale, perché la risposta è in re ipsa.
Il sapere scritto e divulgato su wikipedia non è dunque tanto democratico come sembra, ma la risultante dei gruppi di pressione che detengono l'egemonia culturale nel sito, tra i quali sembra vengano anche scelti gli amministratori deputati a custodire l'ortodossia del pensiero, attraverso la limitazione del dissenso o la sua diretta censura.
Sulla base di un terreno così fertile alla manipolazione ideologica della conoscenza ed al suo orientamento in una certa direzione - piuttosto che all'accoglimento di tutte le posizioni - c'è chi ha cominciato ad interrogarsi sull'effettiva consistenza del punto di vista femminile nello scibile wikipediano, arrivando alla scottante verifica che il mondo femminile non sembra poi così interessato alla costruzione del sapere.
Solo il 15% dei redattori è di sesso femminile e la cosa appare in tutta la sua evidenza proprio nelle voci destinate (come Sex'n the city o gli stilisti di moda) ad un pubblico femminile, decisamente sottosviluppate rispetto a tematiche speculari ma d'interesse maschile.
Sue Gardner
Naturalmente si è gridato subito "alla disuguaglianza".
Secondo altre fonti, la percentuale sarebbe ancora inferiore - al 13% - tanto da portare qualcuno a definire wikipedia addirittura «un concentrato di potere maschile».
«E' politicamente scorretto - si leggeva sul Giornale il 2 febbraio scorso - far notare che, anche dove non ci sia ostacolo, le donne scelgano di non far sentire la propria voce. Non si può tirare in ballo il solito soffitto di vetro...wikipedia è free, libera, senza limiti.»
Invece di trarne le logiche conclusioni che uomini e donne sono diversamente orientati nella vita, Sue Gardner, direttrice della fondazione Wikimedia, vuole introdurre le quote rosa anche sul sito dell'accesso libero e della partecipazione su base volontaria.
La sua battaglia è portare la quota percentuale femminile al 25% entro il 2015, anche se non si capisce come vorrebbe farlo senza alterare la libertà di partecipazione e di espressione, vessillo distintivo (evidentemente solo apparente) di wikipedia.
Eleonora Barbieri sul Giornale l'ha definita «L'ultima follia femminista».
Il vero problema è che si tratta di una follia contagiosa e senza più alcun tipo di delimitazione; nessuno sembra scandalizzarsi di quote riservate anche nel sapere.
I primi dieci anni di wikipedia sono andati come sono andati; aspettiamoci tempi peggiori perché la libertà di pensiero sembra destinata a scarseggiare in misura crescente sotto l'egemonia opprimente dell'egualitarismo.
Continua: "Quote rosa anche su wikipedia?"
martedì 15 febbraio 2011

Prostitute, venerabili, zerbini e “femmine alfa”

Leggere gli avvenimenti sociali e politici degli ultimi tempi attraverso una stampa non completamente omologata al pensiero unico progressista consente di osservare una trasformazione in atto già da qualche tempo.
Femmine alfa
Si tratta di un mutamento di prospettiva per il quale va maturando gradualmente nel sentire di molti la convinzione che non è sempre “giusto” – anzi, a volte non lo è affatto - quel principio radicatosi nella coscienza collettiva dal sessantotto in avanti, secondo il quale il mondo si divide pregiudizialmente in buoni e cattivi in funzione del sesso, della posizione sociale e del potere politico e/o economico posseduto da singoli e gruppi.
Allo stesso modo vanno man mano perdendo consistenza i corollari di quel principio che prevedono che la sola informazione, le sole opinioni, persino la sola satira “corrette” ed ammissibili, sarebbero quelle di sinistra; che il solo giornalismo “serio ed attendibile” sarebbe quello di sinistra; che la sola filmografia di livello sarebbe quella “impegnata” a sinistra; che l’unica salvezza dall’anomia e dall’imbarbarimento sociale starebbe nel “paternalismo di Stato” di sinistra; che la sola politica “morale”, quindi degna di pubblica militanza, sarebbe quella orientata a ribaltare i rapporti di potere per condurre deboli e marginalizzati ai vertici della società; insomma ancora e solo quella di sinistra.
Questo insieme di convincimenti a metà strada tra l’etica e la politica va mostrando crepe sempre più ampie e si tratta di crepe nell’edificio della cultura e delle filosofie politiche di fondo che hanno dominato la scena intellettuale degli ultimi quarant’anni.

Proprio da queste crepe politiche sembrano uscite le manifestazioni delle donne di domenica scorsa, di cui abbiamo anticipato i temi nell’articolo precedente, traendone, alla prova dei fatti, le più nitide e chiare conferme.
Che le contraddizioni ci fossero ancora prima dello svolgimento lo documentano gli innumerevoli distinguo, ma e però che hanno preceduto le piazzate e non solo dal fronte berlusconiano.
E’ stato, però, con il farsi effettivo della protesta che tutti i dubbi preventivi hanno mostrato la loro attualità, mettendo scandalosamente a nudo (è proprio il caso di dire) le incongruenze, i vittimismi, i moralismi strumentali e le giustificazioni di comodo che hanno accompagnato un’idea di “dignità femminile” messa a dura prova da altre donne; da quelle protagoniste “libere ed emancipate” degli scandali sessuali contro i quali si intendeva, non si sa bene in che modo, in che senso e con quali valutazioni di merito specifico, protestare.
Se, come ebbe modo di dichiarare Veronica Lario, ci sarebbero delle «vergini che si offrono in pasto al drago» nessuno è riuscito a capire di quali vergini parlasse – dato che di vergini in circolazione non se ne vede davvero traccia - e, soprattutto, a quale verginità morale femminile che non sia stata sconfessata, nei modi peggiori, dalle intercettazioni telefoniche e dai bonifici bancari.
No comment
Così come non si è capito cosa stessero a fare nella manifestazione, a quale titolo, con quale condivisione e con quali aspettative gli ombrellini rossi delle prostitute organizzate accanto alle mogli frustrate, Concita De Gregorio accanto alle suore agostiniane, Susanna Camusso troneggiante sul palco e quei poveri zerbini maschi con il tutto rosa.

Perché, poi, la manifestazione è riuscita nel miracolo logico più improbabile: quello di mantenere “il corpo delle donne” in bilico tra la redditività da capitale delle più spregiudicate e le pretese di venerazione mistica delle più fanatizzate.
E’ questo il risultato più rilevante della manifestazione che segna un passaggio epocale; cioè, l'equilibrismo di sempre tra prostituzione e neomoralismo femminista.
Nel mezzo - secondo l’abitualmente pessima M.L. Rodotà, figlia di cotanto padre – tra imprenditrici di sé stesse e predicatrici apologetiche di sé stesse, si sarebbero scorte persino le “femmine alfa”, riconoscibili dal fatto che dicono parolacce, imprecano, forse sputano e bestemmiano anche, ma in nome del progresso; quelle toste, insomma, mica fronzoli, tacchi alti e trucco come le donne di tutti i giorni.
E’ l’Italia diversa, è l’Italia migliore, è l’Italia delle donne alfa che, a giorni alterni, combatte per le povere vittime dell’Olgettina o forse contro; ancora non è chiaro ma di sicuro combatte solo per sé stessa, nel modo più autoreferenziale che sia immaginabile.
Vorrebbe essere l’Italia del futuro in rosa che, però, ancora non si decide tra santa e puttana.

Ad ogni modo un riconoscimento Berlusconi lo merita senz’altro; quello di essere riuscito a condensare, contro sé stesso, un caravanserraglio dalla composizione tanto scombinata e illogica facendo saltare fuori tutte le contraddizioni delle buone contro i cattivi che ci trasciniamo dagli anni settanta.
Se questo non è un risultato…..

Continua: "Prostitute, venerabili, zerbini e “femmine alfa”"
sabato 5 febbraio 2011

Intorno al sexygate

Tiziano/a Scarpa
Tra le moltissime scempiaggini che continuano a volteggiare intorno al presunto sexygate del Presidente del Consiglio – di cui questo link al Giornale offre un significativo ed esilarante campionario – la più comica mi è sembrata quella che sarebbe stata pronunciata da tale Tiziano Scarpa, di professione scrittore, il quale, intervistato per la speciale occasione da Repubblica, ha reso noto con queste parole il suo stato d’animo politico-emotivo per la vicenda: «…se fossi una donna sarei incazzata. E siccome sono una donna, perché come tutti dentro di me c'è un po' di maschio e un po' di femmina, sono molto incazzata anch'io».
Convinto (e convinta, un po’ e un po’) da qualche teoria psicologica all'ingrosso di avere dentro di sé quel po’ di femmina incazzata pure senza avere mai avuto una mestruazione in vita sua, Scarpa annuncia così la sua partecipazione – quantomeno emozionale, se non personale – alle manifestazioni che le sinistre hanno indetto per il prossimo 13 febbraio, allo scopo di rivendicare, come sembra, “la dignità delle donne”.
Dico 'come sembra' perché, intendiamoci, non sfugge a nessuno che l’occasione sarà, semmai, un altro dei tanti modi trasversi ed indiretti con i quali vanno cercando, da anni, di abbattere la maggioranza di centrodestra.
Se persino un comunista duro e puro come Piero Sansonetti ammonisce - con l’onesto appello a fermare la deriva moralistica, sottoscritto dalle pagine de gli Altri - che non tutti i fini politici giustificano i mezzi impiegati, l'evidenza della questione è palmare.
Ma, a parte questo, come abbiamo già osservato in un altro momento, il merito della contrapposizione che sarà urlata su piazza porterà, alla fine della fiera e comunque la si voglia mettere, al medesimo risultato. La manifestazione vorrà essere, in ogni caso, quella della parte politicamente corretta contro quella scorretta, del paese sano contro quello malato, dei migliori contro i peggiori, dei buoni contro i cattivi, del bene contro il male; quindi, delle donne contro gli uomini.
Stanno venendo, in questo caso, al pettine tutti i nodi e le contraddizioni e le forzature di senso etico con le quali si affronta, da sempre, il tema della prostituzione e il suo rapporto con la dignità femminile.
Scrive, infatti, Lea Melandri sempre dalle pagine de gli Altri: «Trasformate in merce di scambio, oggetti di piacere, trastullo del sovrano, ma pur sempre donne che hanno scelto di essere in quel luogo, di fare della loro bellezza una fonte di guadagno. Si può dire che scegliere non significa di per sé essere libere di scegliere ma.......bla bla bla»
Eccola la contorsione ideologica, l'inghippo concettuale grazie al quale si ribalta il senso della questione e si esonera la donna da qualunque responsabilità personale; "si può dire che scegliere non significa di per sé essere libere di scegliere". Ma allora che vuol dire.....?
Trasformate da chi, se lo hanno scelto loro stesse?
Ha spiegato qualcuno alla Melandri che non si sta parlando di nigeriane clandestine ma di figlie di mamma nostrana soddisfatte e viziatelle?
Quand'è che si ha scelta senza avere, al tempo stesso e per definizione, libertà di scelta?
Di quale libertà condizionata va almanaccando senza senso Lea Melandri?
Lei non si avventura ulteriormente su un terreno tanto sconclusionato - com'è normale che sia per chi si arrabatta sugli specchi - ma ci possiamo arrivare per nostro conto mettendo insieme i pezzi sfrangiati e senza basi dell'indignazione popolare tanto al chilo che mobilita le donne progressiste e i tipi alla Scarpa.
Non sarà sfuggito ai più attenti, infatti, che in questi giorni e su questo tema si va facendo, dagli stessi pulpiti di sinistra che porteranno in piazza la "dignità delle donne" - come se fosse una rivendicazione politica collettiva e non un fatto personale - un uso a dir poco inquietante del termine "modelli".
Ruby
E' talmente connaturato al DNA di chi tiene il cervello a sinistra che gli individui non posseggano una propria autonomia di pensiero e che, pertanto, debbano essere pilotati da "modelli" di comportamento decisi da qualcuno per tutti, che tutto ciò che accade nella vita pubblica e privata dovrebbe, secondo loro, essere ricondotto ad una modellistica universale.
Sono modelli sbagliati, si affannano a ripetere, come se il popolo bue non avesse altra aspirazione che quella di assomigliare ad un modello.
E' questa la concezione dell'individuo, maschile o femminile che sia, che anima i loro ragionamenti collettivizzati; l'individuo va indottrinato all'interno di un modello che deve essere civico, solidale, morale secondo canoni imposti dalla loro cultura egemone.
La dignità delle donne, questo bene collettivo indistinto, diventa così l'occasione per riformulare un codice della moralità su basi politiche; ossia, una mostruosità etica del tutto analoga a quella della "sexkoplagen" svedese, per la quale «vendere sesso non è reato (e neanche peccato) comprarlo sì».
La dignità delle donne che scenderà in piazza il prossimo 13 febbraio sarà quella di chi vuole lo Stato etico, spacciando come "progressista" la riduzione dell'individuo e delle libertà personali a colpi di decreto legge.
A quest'ultimo riguardo merita, infine, una sottolineatura in rosso l'ennesima stridente contraddizione dei moralizzatori di sinistra, anch'essa colta e denunciata dall'onestà intellettuale - che gli va riconosciuta - di uno come Sansonetti.
Quelle e quelli che oggi starnazzano il loro "basta" - senza spiegare a cosa di preciso dicano basta; alla prostituzione? - sono le stesse e gli stessi che dal sessantotto in poi, a cominciare dai femminismi, hanno cavalcato tutti i temi del libertinaggio sessuale chiamandoli "libertà" e arrivando a portare in Parlamento personaggi come cicciolina e luxuria; le stesse e gli stessi che vanno rivendicando, da sempre, l'inalienabile diritto della donna all'espressione del proprio corpo, alle minigonne, alla vita bassa e alle mutande in vista.
Gli stessi e le stesse che predicano l'annientamento dei valori e delle tradizioni familiari.
Oggi, questi moralizzatori laici, queste sacerdotesse in servizio permanente effettivo della doppia morale femminile, dicono basta senza rendersi conto che lo stanno dicendo a sé stessi ed a sé stesse.

Continua: "Intorno al sexygate"
martedì 2 novembre 2010

Il significato politico di Mister B

Oramai dovrebbe essere sufficientemente chiaro.
Piaccia o non piaccia, la grande, dirompente forza politica di Silvio Berlusconi non sta né nel suo potere economico, né in quello mediatico o televisivo.
berlusconi1O, meglio, entrambi questi fattori potrebbero essere, di per sé, significativi ma rimarrebbero, comunque, assolutamente insufficienti per spiegare le affermazioni elettorali ottenute nell'arco di oltre un quindicennio, se non fossero sostenuti e corroborati da un messaggio politico che è tipico della persona (da qui, forse, il suo invocato carisma) e - solo in parte minimale - del suo schieramento; schieramento che, nella maggior parte dei suoi membri di ogni ordine e grado, sembra non essersi ancora reso pienamente consapevole di cosa si tratti.
Quella grande, dirompente forza politica di Berlusconi, ciò che lo rende familiare e vicino almeno ad un italiano su tre in pianta stabile, di fronte alla quale i suoi avversari paiono disarmati di idee e di argomenti può essere definita con un'espressione di moda, ma declinata al contrario: "political uncorrectness".
Berlusconi incarna, come mai nessuno prima (e probabilmente dopo) di lui, quell'insofferenza pronunciata a voce alta e senza tremori nella voce verso il conformismo imposto dalla cultura del "politically correct" (ciò che si può dire e, quindi, pensare e ciò che non si può dire e, quindi, non si può pensare).
Una cultura con pretese egemoniche sulla società e sulle coscienze individuali, come ha evidenziato Luca Ricolfi - non un bieco reazionario, ma un intellettuale organico alle sinistre, benché dotato di rara intelligenza critica e di rara onestà intellettuale - nell'ambito della sua teorizzazione sul "complesso dei migliori".
Scriveva, più sinteticamente ma altrettanto efficacemente, lo stesso Ricolfi su La Stampa di soli due anni fa:
"Nella cultura italiana i luoghi comuni della sinistra «politicamente corretta» sono diffusi in modo leggero ma capillare. Per molti cittadini progressisti o illuminati se voti Forza Italia come minimo sei un affarista, un mafioso, o un abbindolato. Se voti Lega sei una persona rozza, egoista e intollerante. Se voti i post-fascisti non hai diritto di sedere al desco dei veri democratici. Se sei di sinistra e ti capita di comprare il Giornale ti guardano come se avessi acquistato un rotocalco pornografico."
Berlusconi, dobbiamo sapercelo dire con chiarezza, ha lacerato e continua a lacerare, con i suoi comportamenti pubblici ma soprattutto privati, quel diaframma di perbenismo politicamente mascherato che nutre il "razzismo etico" delle sinistre di cui, altrettanto efficacemente, scriveva Marcello Veneziani alcuni anni fa; concetto sulla base del quale lo stesso Ricolfi avrebbe poi scritto, a proposito del suo stesso schieramento politico, il libro "Perché siamo antipatici".
Per dirla più brevemente, Mister B incarna e condensa su di sé, come nessun altro è mai riuscito a fare nell'ultimo ventennio di vita politica, l'alternativa alla pretesa egemonia culturale (prima ancora che politica) della sinistra; lo fa nei modi rozzi e grossolani di cui sappiamo, lo fa nei modi che fanno contrarre in smorfie di disgusto il benpensante-tipo contemporaneo, lo fa eccedendo nei comportamenti; lo fa in modo "politicamente scorretto", nel vero senso di questa espressione, ma lo fa e lo rivendica come parte della propria libertà di essere così com'è, senza correzioni imposte da altri.
Questa elementare, sintetica considerazione di carattere culturale - prima ancora che politico - dovrebbe, ad avviso di chi scrive, spingere ad alcune riflessioni di carattere più generale anche coloro che si occupano di questione maschile.
Si prenda la vicenda di questi ultimi giorni, che vede Berlusconi al centro di nuove, furenti polemiche, cavalcate dai suoi avversari con argomentazioni che si collocano a metà strada tra l’avversione etico-morale per l’uomo e la malcelata avversione per ciò che esso rappresenta in termini antropologici: la vicenda “Ruby”.
Non è affatto un caso che gli strali, spesso pretestuosi, che si abbattono sul premier siano rivolti all'uomo - al suo modo personale di essere "maschio", alla virilità guascona vera o presunta - prima ancora che rivolgersi ai suoi atti politici ufficiali sui quali, risultati politici alla mano, la presa sull'opinione pubblica delle opposizioni appare obiettivamente scarsa.
Si prenda, ancora, l'esternazione pubblica di queste ultime ore - "meglio le belle ragazze che essere gay" - già fonte di mille polemiche, non ancora sopite quelle su Ruby, che il PdC affronta a viso aperto; la sensazione netta è che Berlusconi dica a voce alta quello che molti italiani pensano senza avere il coraggio di dire e si tratta di cose che hanno a che fare anche con la maschilità e con il modo che dovrebbe essere considerato politicamente corretto di essere uomini, secondo alcuni.
Giusto-sbagliato? Condivisibile-non condivisibile?
Ognuno potrà darsi le interpretazioni che vuole ma rimane, fermo e fisso, il fatto che se non fosse Berlsuconi ad incarnare questa avversione spontanea al gran frullatore del pensiero e del modo unico di stare al mondo, soprattutto con riferimento alla condizione maschile, nessun altro, ad oggi, sembra in grado di poterlo fare.
Ultima annotazione, per nulla marginale rispetto al ragionamento accennato; non si conoscono, ad oggi, i termini esatti dell'affaire "Ruby" se non attraverso le forzature e le deformazioni informative che la stampa di sinistra ha costruito ad arte, sin dal primo istante, senza svolgere accurate verifiche o attendere conferme di merito.
In preda ad una sorta di isteria compulsivamente anti-berlusconiana, c’è chi si è prodigato a tratteggiare, nell’immediatezza delle prime notizie trapelate dagli ambienti giudiziari, scenari dionisiaco-orgiastici, dando credito a potenziali accuse di sfruttamento della prostituzione – se non, addirittura, di pedofilia – che avrebbero dovuto vedere coinvolto il premier, direttamente o indirettamente, in combutta con personalità dello spettacolo e di rilievo del centrodestra.
Scenari non verificati e strumentalmente branditi come una clava mediatica – tanto da essere ripresi anche dalla stampa estera – ma che sarebbero, poi, stati smentiti nelle ore successive dalla stessa Ruby con la nota telefonata diffusa, naturalmente, solo da alcuni organi di informazione e non da altri.
Questa metodica di fare presa sull’opinione pubblica, appare abbastanza evidente, segue la stessa logica operativa mediante la quale i femminismi di ogni estrazione conducono da sempre le proprie battaglie politiche anti maschili; quasi una specie di marchio di fabbrica del modo di rappresentare la realtà a sinistra che, a secondo delle opportunità politico-strategiche, oscilla tra il catastrofismo moralistico, il catastrofismo sociale, il catastrofismo ambientalista e il catastrofismo economico e che, nel caso dei femminismi, si esprime, appunto, attraverso una descrizione della realtà femminile altrettanto catastrofica ed asseritamente  insopportabile, seguendo la stessa falsariga descrittiva e politicamente operativa.
In definitiva, anche la costruzione mediatica di una "presunzione di colpevolezza" nei confronti del Berlusconi uomo ci riguarda, in qualche modo, tutti, in quanto e se uomini.


Continua: "Il significato politico di Mister B"