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martedì 18 settembre 2012

L'uguaglianza sociale è nemica della democrazia






Prima di commentare le reazioni suscitate dalle insistenti iniziative con le quali la commissaria europea alla Giustizia, Viviane Reding, vuole portare al 40% le quote rosa nei consigli d’amministrazione delle società per azioni pubbliche e di quelle private quotate nei mercati borsistici dei paesi aderenti alla UE, qualche premessa non guasta.
Viviane Reding
Va tenuto presente che dallo scorso mese di agosto è già in vigore, qui in Italia, il famigerato provvedimento Golfo-Mosca (dal nome delle due relatrici della legge 120/2011) che impone nella misura del 30% la "presenza femminile" nei cda in questione, provvedimento che andrà a regime dal 2015 e sin da ora nella misura di un quinto dei consiglieri; ne abbiamo già parlato in altri momenti e suggerisco una rivisitazione retrospettiva di quelle considerazioni alla luce degli attuali sviluppi.
Il testo normativo ha formalmente efficacia decennale (una bizzarria tecnico-giuridica) ma difficilmente si tornerà indietro.
Infatti dall'Europa, come detto, non paghi di questa forzatura si vuole alzare ancora l'asticella - ed anche questo, da qui, è stato previsto e denunciato - dopo di che sarà alzata ancora e ancora sino alla fatidica e artificiosa «uguaglianza di genere» prevista nei trattati.
Si tratta, con ogni evidenza, di misure di ingegneria sociale, finalizzate a modificare d'imperio «la diseguale ripartizione del potere tra i sessi», che tuttavia vengono realizzate in plateale disprezzo di due principi fondamentali delle democrazie liberali: il principio della libertà d'impresa ed il principio del merito individuale.
A questi due valori basilari del pensiero liberale classico, con cui la vecchia e ormai impolverata classe della borghesia riuscì a trasformare pacificamente un ordine sociale ingessato nei diritti di nascita, si contrappone oggi un generico principio dell'uguaglianza sociale, inconciliabile nella sua essenza tanto con il primo, quanto con il secondo di quei valori.
In realtà, in natura l'uguaglianza non esiste, neanche tra i gemelli omozigoti tra i quali c'è sempre quello più intelligente, più estroverso, più dinamico o più intraprendente dell'altro.
Tutto ciò ha delle evidenti ricadute anche sul piano dei rapporti sociali ed economici, dove "l'uguaglianza" - che è un costrutto idealtipico e, in alcuni casi, utopico - per essere conseguita deve essere imposta autoritativamente dal potere politico.
Naturalmente non bisogna confondere il concetto di uguaglianza sociale con quello, politicamente neutro, di uguaglianza dei cittadini davanti alla legge, che è cosa completamente diversa.
Né andrebbe manipolato il concetto di uguaglianza nelle opportunità sociali - una parità che ha senso democratico solo alle posizioni di partenza - con la conta numerica dell'uguaglianza alle posizioni di arrivo.
Ne consegue che se l'uguaglianza sociale deve essere realizzata d'imperio ciò può avvenire solo a prezzo della libertà e della meritocrazia, così come avveniva nella vecchia Unione Sovietica dove tutti erano uguali, statisticamente allineati e ugualmente sudditi di un potere politico onnipotente e padrone, che impartiva ordini sul che fare, che non fare, dove andare e dove non andare, chi essere e chi non essere.
Il fatto che il potere politico nazionale - sollecitato e incalzato dalla tecnoburocrazia europea, e ad essa complice - vada ripristinando "diritti di nascita" che non sono più legati alla casta, al censo o al titolo nobiliare ma al sesso di ciascun individuo è quindi un regresso grave rispetto a quell'ideale democratico che ormai possiamo cominciare a mettere tra le buone cose del passato.
Conforta sapere - a proposito delle reazioni cui si accennava all'inizio - che tra le isolate voci di dissenso rispetto a questa deriva antidemocratica si sia alzata anche quella autorevole di Antonio Salvi, Preside della Libera Università Mediterranea "Jean Monnet" e ordinario di finanza aziendale, il quale con un articolo pubblicato nei giorni scorsi ha definito le quote rosa «una beffa inutile e dannosa», oltre che intimamente illiberale ed autoritaria, argomentando la presa di posizione con ragionati e competenti argomenti di buon senso.
Condivisibilissima soprattutto la sua riflessione generale: «non se ne può più dell'agire politicamente corretto, di comportamenti equi e sostenibili» e, aggiungerei personalmente, del falso mito egualitario.
Ma se da un lato è confortante sapere che le riflessioni critiche e le voci di dissenso sui metodi di «lotta alle disuguaglianze» (un comandamento ad alta digeribilità spirituale) vanno lentamente - ma troppo lentamente - crescendo nella società civile, è del tutto sconfortante osservare come il mondo politico, quasi nella sua interezza, sia completamente immerso in questa grottesca pianificazione di stampo socialista.
Se, infatti, il tema della lotta alle disuguaglianze è la ragione di essere della sinistra - come Norberto Bobbio ha reso evidente anche alla più ostinata "destra sociale" - non altrettanto dovrebbe dirsi per il campo avverso, dove la battaglia politica contro l'omologazione dei cittadini e il dirigismo politico dovrebbe essere una stella polare.
Si fa quindi fatica a collocare l'On. le Lella Golfo, pasionaria delle quote rosa e prima firmataria della legge 120, in un panorama politico dotato di qualche senso, coerenza e riconoscibilità.
Sintomatica della confusione ideologica che anima questa parlamentare è la sua risentita risposta all'articolo di cui prima, nella quale - oltre all'abituale intemerata sul maschilismo, che fa sempre brodo - si legge: «...credo sia un sacrosanto dove­re della politica intervenire quando i "normali" meccanismi di mercato produ­cono storture, introducendo correttivi in direzione del bene comune e del miglio­ramento della struttura produttiva.»
Quando una cosa del genere la dice Fassina - responsabile economico del PD, che tornerebbe volentieri a nazionalizzare le imprese e socializzare le perdite - lo si può capire; ma se la dice la Golfo, no.
Evidentemente, la Golfo è andata alla stessa scuola economica di Fassina; ma allora non si capisce cosa ci stia a fare nel centrodestra.
L'On. le Golfo non è tuttavia la sola del suo schieramento ad alimentare la confusione, considerato che la legge sulle quote rosa è stata votata dalla maggioranza dei suoi colleghi di partito e di coalizione.
Quindi, di quale centrodestra stiamo parlando?
E quali pessime conclusioni trarne?
Quando avvertiamo - come sempre più spesso capita - che la democrazia è messa in pericolo, che ci stiamo avvicinando pericolosamente al pensiero unico, quando vediamo ridursi gli spazi di dissenso e di libertà, quando capiamo che il momento del voto va perdendo gradualmente di significato e che la contesa politica è un teatrino stucchevole impersonato da personaggi inadatti e confusi (se non peggio), quando all'incapacità degli eletti si aggiunge l'indifferenza degli elettori, quando l'irrazionalità dell'antipolitica prende il sopravvento sulla razionalità delle scelte, quando comprendiamo di essere governati da luoghi distanti e inaccessibili che lavorano per la sovietizzazione strisciante dei rapporti sociali ed economici, non chiediamoci semplicemente chi sia ad attentare alla democrazia.
Chiediamoci, piuttosto, chi sia mai che potrà impedirne il tracollo.

Continua: "L'uguaglianza sociale è nemica della democrazia"
lunedì 25 luglio 2011

Le chiamano "pari opportunità" ma sono dispari




L'ingresso delle donne nei diversi corpi armati, militari o di polizia, presenti nel nostro Paese è un dato acquisito ed è da molti ritenuto indicativo del fatto che - laddove poste in condizioni di pari opportunità con gli uomini alle posizioni di partenza - le donne sarebbero in grado di fare le stesse cose, svolgere le stesse funzioni e conseguire i medesimi risultati, anche in quei difficili settori di attività.
Le tante donne in divisa che si vedono oggi, soprattutto sulle riviste e nelle fiction televisive, vengono salutate da alcune/i come uno dei traguardi delle pari opportunità democraticamente raggiunto e consolidato dai fatti.
Ma il tutto si fonda, essenzialmente, su una monumentale finzione collettiva.
Finzione che è, peraltro, duplice: da un lato consiste nel credere o nel far credere che in quelle posizioni di partenza ad essere valutato e misurato sia il merito effettivo della persona, indipendentemente dal sesso e sulla base di parametri identici ed oggettivi per tutti.
La famosa ma inesistente uguaglianza di fatto.
Dall'altro, consiste nel credere o nel far credere che, una volta superata la selezione prevista per il reclutamento, sia uomini che donne andranno a svolgere le stesse funzioni sul campo.
La famosa ma inesistente uguaglianza di diritto.
Quanto a questo secondo aspetto della finzione collettiva, basterebbe ricordare che la diversa operatività tra uomini e donne in uniforme è espressamente prevista dalle norme in vigore, che sottraggono in larghissima misura le donne dai compiti più rischiosi e impegnativi; tra le forze di polizia, ad esempio, è esplicitamente previsto, nella legge 121/1982 di riforma, l'esonero femminile dai compiti di ordine pubblico (manifestazioni di piazza, disordini allo stadio, vigilanza nei cortei politici etc.).
Altre considerazioni di merito sulle donne militari le abbiamo già affrontate nell'articolo «La metà di tutto».
Quanto al primo aspetto della finzione, abbiamo ricevuto tra i commenti la testimonianza diretta - ictu oculi, per così dire - di un partecipante all'ultimo concorso per 1.600 Allievi Agenti della Polizia di Stato, che si è svolto recentemente.
Così come lo abbiamo ricevuto lo proponiamo con particolare risalto - acquisito il consenso indiretto dell'autore, che ringraziamo - per il notevole valore testimoniale in materia.
Naturalmente, per consentire l'accesso di queste donne ai posti in concorso sono stati "scartati" e sacrificati altrettanti uomini, con ogni probabilità più meritevoli e adatti ad occupare quelle funzioni.
Come si potrà constatare, tanto alle posizioni di partenza (selezioni, reclutamenti, concorsi) quanto alle posizioni di arrivo (quote rosa in politica ed economia) il mondo delle donne è ben lontano dal poter raggiungere alcuna parità o uguaglianza effettiva.
Si tratta solo di una categoria assistita dai poteri pubblici.
Questa la monumentale finzione.
Del resto, la pari dignità è qualcosa di completamente diverso dall'uguaglianza e con essa ha poco a che fare.

«Promemoria del concorso 1600 Allievi Agenti 2010/11 della polizia di
stato. Il promemoria riguarda le prove psicoattitudinali svoltesi nel
mese di Luglio 2011. Ogni giornata prevedeva un gruppo di 60 persone
circa, questo resoconto quindi tiene conto dall’esperienza personale di
uno solo di questi gruppi, pur rimanendo identiche le modalità e tempi
di svolgimento.

1. Prove di efficienza fisica differenziate tra uomini e donne: La prova
di corsa è risultata alquanto dubbia, in quanto gran parte delle donne
mostravano una manifesta impreparazione atletica, constatabile anche
visivamente a causa della forma fisica sicuramente non rientrante nei
canoni del peso forma.

Molte di loro, pur dovendo affrontare la prova dei 1000m piani in 4’45” a
differenza dei colleghi uomini che avevano in limite in 4’15”,non hanno tenuto
sicuramente un passo idoneo per il superamento della prova. Nessuna di
loro è risultata non idonea alla prova, considerando che solo una decina
di candidate hanno dimostrato una preparazione idonea. Molte delle
suddette, si sono anche permesse di insultare i candidati maschili
mentre osservavano le prove, in quanto alle donne era stato concesso di
partire per prime, in previsione del fatto che la prova si sarebbe poi
prolungata nelle ore più calde della giornata.(E’ da considerare che chi
aveva già sostenuto la prova poteva osservare le altre batterie della
corsa stando seduto sotto un gazebo all’ombra attrezzato per
l’occasione). Si potrebbe anche ragionare sul fatto che la migliore
delle candidate femminili non sarebbe rientrata nel tempo minimo dei
candidati maschili, in quanto classificatasi prima con 4’18”.
Il salto in alto ha visto scartati 3 uomini e 0 donne. Altezza prevista per le donne 90cm. Altezza prevista per gli uomini 110cm. Per chi è un minimo esperto del settore,
capirà come 20 cm possano fare la differenza in uno sport di questo
tipo.

Per quanto riguarda le prove di forza invece, sollevamento alla sbarra e
piegamenti, risultano un mistero in quanto le prove femminili si sono
“tenute esclusivamente a porte chiuse”, a differenza di quelle maschili
ovviamente di pubblico dominio.

A prescindere dal fatto che ritengo che sostenere una prova sotto lo
sguardo di un pubblico che ti osserva sia completamente diverso dal
sostenerlo in separata sede al riparo da sguardi “indaganti” magari di
un sesso opposto al nostro. Mi sembra obbligatorio riportare per
ammissione di alcune candidate stesse, che le donne sono state agevolate
nell’espletamento delle prove di forza.

1. Gli esaminatori aiutavano le donne sostenendole sui fianchi durante i
sollevamenti alla sbarra, ed era loro concesso lo stacco con slancio
da terra per effettuare la prima trazione. (Donne 2 trazioni per
superamento. Uomini 5 trazioni per superamento)
2. Gli esaminatori contavano con estrema
sufficienza il numero massimo di piegamenti alle donne.
(10 flessioni per le donne. 15 flessioni per gli uomini).
Prove di accertamento fisico:
Anche qui la disparità di trattamento è emersa violentemente fin dai
primi momenti, in quanto alle candidate ci si riferiva con “donne” ai
candidati con l’appellativo di “maschietti”. Le dottoresse che poi
esaminavano gli aspiranti per la valutazione medica generale della
vista, peso altezza, patologie generali, erano definite dalle candidate
stesse “acide”. Si dimostravano infatti scortesi ed arroganti, prive del
tutto di tatto e professionalità. Va considerato inoltre che alle donne
chiaramente è stata concessa una commissione medica del tutto
femminile, mentre agli uomini una commissione mista composta per lo più
dalla commissione femminile con l’aggiunta di un collega maschile.»
Continua: "Le chiamano "pari opportunità" ma sono dispari"
lunedì 11 luglio 2011

La metà di tutto

Finalmente una buona notizia.
Presi come siamo dalla nostra inveterata, brutale e invereconda misoginia, tempo addietro ci siamo spinti ad interpretare l’atteggiamento comune della donna media contemporanea come un «voglio tutto» capriccioso ed infantile.
Forse qualche lettore abituale lo ricorderà: il bancone del gelataio, la pretenziosità femminile e il solerte, zelante paternalismo delle istituzioni di ogni ordine e grado che si affrettano ad accontentarla in tutti i modi come si fa con i bambini; anzi, molto più di come si fa con i bambini a cui, al contrario, si insegnano i limiti e la moderazione.

Bene, stavolta dobbiamo ammetterlo, ci sbagliavamo.
Ciò che vogliono le donne – questo tormentone quotidiano che corre in circolo tra cinema, tivvù e piazze della politica - non è proprio tutto-tutto, non sono così esagerate.
Vogliono il 50% lordo, vogliono fare ai mezzi; le donne vogliono la metà di tutto.
A dichiararlo e certificarlo, in nome e per conto dell’universo femminile nella sua indistinta e monolitica totalità, è quel nuovo fenomeno politico-mediatico di marca neofemminista che si va mettendo in vetrina - sul web, nelle piazze e sui giornali – intonando il noto slogan “se non ora quando”.
Ultima vetrina ufficiale, la tre giorni di Siena del decorso fine settimana.
Le donne in stato di mobilitazione permanente, racconta la cronaca dell’evento senese, «…non vogliono il Ministero delle pari opportunità, ma l’Economia, gli Interni e la Difesa, e anche il Primo Ministro se non il Quirinale, dopo Napolitano. Non vogliono quote ma “la metà di tutto”. E forse qualcosa di più.»

Beh, tutto sommato è una buona notizia.
Era ora, finalmente, che si facesse ai mezzi di tutto, dove però tutto sta per tutto, naturalmente.
Non tutto quello che sta da lì a là, tutto di questo ma non tutto di quello, tutto ciò che sta sopra ma non tutto ciò che sta sotto.
Tutto significa proprio tutto nella lingua italiana e in quel tutto non ci stanno solo i ministeri, le cariche e gli onori; ci stanno tantissime altre cose.
Ci stanno le morti bianche, per esempio.
Nelle statistiche dei caduti sul lavoro il soffitto di cristallo è più duro e resistente che mai, perché la parte del leone la fanno sempre gli uomini con quel 90% abbondante di incidenti mortali; era ora che si andasse ad un riequilibrio di queste statistiche in nome della parità sessuale.
Ci stanno anche i lavori pericolosi, quelli che possono portare ad invalidità permanenti, morti bianche a parte; ed anche lì cominciare a vedere qualche donna con qualche dito di meno, con qualche cicatrice addosso o con le stampelle significherà che ad essere risparmiati saranno stati altrettanti uomini.
Ci stanno i caduti e i feriti sui fronti caldi dei conflitti esteri e lì la questione è particolarmente strana.
Figure femminili nel mondo militare se ne vedono in continuazione, sempre in primo piano nelle foto ufficiali, nei reportage televisivi e nei cerimoniali; poi, però, tra le vittime degli attentati in Afghanistan, in Iraq e negli altri luoghi di tensione internazionale non ne trovi neanche una, benché negli ultimi anni i caduti tra i militari italiani si contino nell’ordine delle centinaia. Che strano mistero!
La metà di tutto comporterà anche questa quota della metà, immaginiamo.
Ci stanno, ancora, le sentenze di separazione e divorzio, l'applicazione quotidiana del diritto di famiglia vigente, dove più che altrove il principio della “metà di tutto” sarebbe davvero benedetto.
Che si vada al 50% effettivo dell’affidamento dei figli, degli oneri di mantenimento, dell’usufrutto della dimora familiare, beffe legislative e giudiziarie dell’affido condiviso a parte.
Certo, a nessuno (forse) piace la disgrazia altrui, ma se proprio l’esito di una separazione deve andare ad ingrossare le fila dei barboni e delle mense della Caritas, sembra più che giusto che a mettersi in fila siano tante donne quanti uomini.

Insomma, senza stare ad elencare ancora le varie vicende esistenziali che ci riguardano tutti, in un modo o nell’altro, di settori da portare ad un riequilibrio statistico tra i sessi ce ne sono davvero tanti.
Quindi, che le neofemministe proclamino questo sacrosanto principio di parità non può non essere considerato una buona notizia e - bisogna proprio dirlo di fronte a tanta nobiltà di intenti - avere pensato che l’atteggiamento di fondo femminile fosse un pretenzioso e ingiustificato «voglio tutto» non ci fa onore.
Adesso si tratterà solo di stare a vedere con quanta coerenza le senonoraquando in stato di mobilitazione permanente rivendicheranno l’invocato principio.
Che c’è, c'avete dei dubbi….?
Continua: "La metà di tutto"
martedì 21 giugno 2011

La partecipazione politica femminile






Sono ormai diversi anni che sentiamo ripetere, in modo talmente insistito da risultare quasi ossessivo, che nel nostro Parlamento e nelle istituzioni ci sono poche donne.
Normalmente, quando ci si trova di fronte ad un fenomeno documentato da un semplice conteggio numerico, oltre a prenderne atto ci si dovrebbe interrogare sulle cause del fenomeno stesso.
Mantide
Se in un grande fiume si riscontra una scarsa presenza di pesci, normalmente non ci si limita a denunciarne l’assenza cercando di ripopolarlo a tutti i costi, ma si mettono in opera le possibili indagini scientifiche per trovare delle spiegazioni fondate ed, eventualmente, dei rimedi ragionevoli.
Dentro al fiume della politica, invece, non si guarda tanto per il sottile e non si ritiene utile arrivare ad una migliore comprensione del fenomeno; si ritiene, al contrario, doveroso provvedere al “ripascimento” femminile dell’ambiente a viva forza, ignorando deliberatamente le possibili cause come se esse non contassero affatto.
Il primo e fondamentale interrogativo che ci si dovrebbe porre è, infatti, se la scarsa presenza femminile in Parlamento corrisponda ad una minor partecipazione generale delle donne alle vicende pubbliche e, quindi, ad un disinteresse “ordinario” della donna media per questo genere di affari.
Nessuno si chiede come mai tra piloti, meccanici ed ingegneri della formula uno non si trovi una donna che sia una; si dà per scontato che si tratti di un prevalente interesse maschile e che, quindi, la donna media se ne disinteressi in quanto attività che non corrispondono alle proprie inclinazioni naturali.
Nel caso della partecipazione politica, invece, questi elementari principi di buon senso perdono di valore e tutto ciò che ad alcuni/e basta sapere è che il dato numerico non corrisponde all’obiettivo prefissato della parità statistica, senza starsi a dare troppe ed ulteriori spiegazioni.
Ulteriore problema è che, anche quando c’è chi si pone un certo tipo di domande, se le risposte ottenute non risulteranno in linea con la tesi preconcetta della “discriminazione femminile”, tanto le domande quanto le risposte trovate saranno occultate dietro ad una cortina di omertoso, imbarazzato silenzio.
Quanti sono al corrente, infatti, che l’ISTAT ha condotto una specifica ricerca sulla partecipazione politica e quanti hanno saputo, per via mediatica o in qualunque altro modo, dei risultati così ottenuti?
Stefania Prestigiacomo
Anche questa ricerca – come quelle sulla violenza e le molestie sessuali – è stata commissionata a suo tempo dall’allora Ministero per le Pari Opportunità (oggi Dipartimento) allo scopo di avvalorare la tesi della discriminazione femminile.
Contrariamente a quelle ricerche, manipolate metodologicamente per ottenere i risultati voluti, questa però non si è prestata ad alcun tipo di manipolazione essendo strutturata su un questionario rigido ed oggettivo; contrariamente a quelle ricerche che vennero sparate sulle prime pagine di tutti i giornali e da tutti i media come una notizia destinata a produrre uno shock sociale, di questa non si ebbe alcuna risonanza giornalistica.
Il perché è presto detto: quella rilevazione, che fotografava l’Italia del 2005 (quindi, non molto diversa dall’attuale), metteva in chiara e lampante evidenza un disinteresse diffuso del mondo femminile nei confronti della politica.
O, per dirla più direttamente, la sostanziale e prevedibile consequenzialità logica tra bassa partecipazione femminile media alle cose della politica e scarsa presenza femminile tra i banchi del Parlamento.
Questo fatto è tanto vero che la stessa Linda Laura Sabbadini – direttore pro tempore dell’ISTAT nel ramo di ricerca – fu costretta a parlare, forse obtorto collo, di «differenze marcate» nel rapporto che uomini e donne hanno, appunto, con la vita politica, esprimendosi ancora più esplicitamente con questi termini: «Nonostante le donne di oggi studino e lavorino molto più che in passato, i dati suggeriscono chiaramente come la politica venga percepita da molte donne come una dimensione lontana dai propri interessi.»
Ecco qualche dato a conforto, estratto dalle tavole dei dati che compendiano i risultati, liberamente consultabili ai rispettivi link:
se la percentuale degli uomini che non si informano mai di politica è pari al 16,9% della popolazione, quella femminile è pari al 32,1%
se la percentuale degli uomini che si informano tutti i giorni di politica è pari al 39,4% della popolazione, quella femminile scende al 26,3%
se la percentuale degli uomini che non parla mai di politica è pari al 24,1% della popolazione, quella femminile è pari al 43,6%
se la percentuale degli uomini che aveva partecipato ad un comizio negli ultimi 12 mesi dalla rilevazione era pari al 9,3% della popolazione, quella femminile scendeva al 4,6%
se la percentuale degli uomini che svolge attività gratuita per un partito è pari al 2,6% della popolazione, quella femminile scende allo 0,8%

La mole di dati, disaggregati per età, occupazione, posizione sociale e residenza geografica fornisce ulteriori e più accurati elementi di analisi; tuttavia, già queste risultanze fotografano, con percentuali doppie o più che doppie, ciò che tutti già sapevamo per intuitiva esperienza comune.
Particolarmente indicativo, però, dello spirito con il quale è stata condotta questa ricerca – fallimentare, del resto, per gli scopi implicitamente perseguiti - è il primo item con il quale il questionario è stato proposto.
Prima ancora di capire cosa tenesse le donne lontane dalla politica – ossia la loro stessa indole – si chiedeva l’opinione su come dovrebbe essere la percentuale di donne nel Parlamento e motivo per cui la percentuale dovrebbe essere più alta; a tale scopo sono state indicate alcune risposte precostituite tra cui:
- le donne devono essere maggiormente rappresentate
- le donne hanno delle qualità che le rendono più capaci degli uomini
- le donne portano più idee nuove, punti di vista diversi
- le donne conoscono meglio alcuni problemi

Ovviamente, l’eco di queste "opinioni soggettive" ha avuto il sopravvento sull’oggettività del resto della ricerca, tanto che continuiamo a sentirlo – con tutto il suo carico di vittimismo femminile inalterato – ancora oggi.
Continua: "La partecipazione politica femminile"
mercoledì 16 marzo 2011

Quote rosa anche su wikipedia?



Il 15 gennaio scorso, l'arcinota wikipedia – l’enciclopedia collaborativa on line a contenuto libero, fondata da Larry Sanger (poi dissociatosi dall'impresa) e Jimmy Wales - ha compiuto dieci anni.
Jimmy Wales
In questo breve arco di tempo la sua crescita è stata tumultuosa: è il 5° sito internet più visitato al mondo con 410 milioni di connessioni giornaliere e si compone di 17 milioni di articoli, in 270 lingue diverse, redatti ed aggiornati dagli stessi utenti, secondo il principio collettivista della condivisione senza esclusive.
Chi scrive ha fatto parte (nel suo piccolo) dell’immenso popolo di redattori del sistema enciclopedico, dopo aver postato liberamente la voce «misandria», nell’edizione italiana che, sino a quel momento - era l'anno 2005, all'incirca -, non contemplava ancora l’esistenza di questo lemma. A tutt’oggi la voce è ancora lì, praticamente nella medesima stesura originale, solo integrata da alcuni contributi altrettanto volontari.
Si potrebbe testimoniare, quindi, che il geniale meccanismo partecipativo sembrerebbe funzionare al meglio, tanto da garantire incondizionata libertà di accesso, pluralismo dei contenuti e, dunque, una partecipazione effettivamente “democratica” da parte di chiunque.
Eppure non è tutto oro quello che luccica, come dice il vecchio adagio.
Per un verso, il libero accesso e l'assenza di controlli di merito non può garantire in alcun modo sulla buona fede dei partecipanti. Nel tempo si sono andate, infatti, moltiplicando le burle enciclopediche contrabbandate da quel sito, come quella in cui è incappata, da ultima il 10 maggio scorso, Ségolène Royal, già avversaria di Sarkozy nell'ultima corsa all'Eliseo. La poveretta ha citato la storia esemplare di un nobile personaggio del XIX° secolo tratta da wikipedia - Léon Robert de L'Astran - per commemorare ufficialmente la giornata nazionale contro lo schiavismo. Peccato che il personaggio e la sua altruistica vicenda in favore dei deportati africani fossero stati inventati di sana pianta ed inseriti su wikipedia da uno studente fantasioso e burlone, solo qualche tempo prima.
«Era una storia così bella...» - si sarebbe giustificata l'incauta e superficiale dirigente della gauche francese.

Ségolène Royal
Per l'altro verso, però, i contenuti enciclopedici non si limitano ad essere semplici definizioni lessicali o nozionismi ideologicamente indifferenti ma sono anche definizioni mutevoli della realtà storica, sociale, antropologica ed economica, perennemente soggette alla variabilità ed eterogeneità dei punti di vista; il terreno dell'opinabile, per dirla più facile.
Qui wikipedia rivela un'attenzione ai contenuti molto più accorta ed un volto decisamente meno democratico ed "aperto a tutti i saperi" di quanto vorrebbe far credere; quantomeno sull'occhiuto sito italiano.
«In wikipedia - ha scritto A. Gnocchi sul Giornale del 23 novembre scorso - esiste un problema di manipolazione del consenso [che rende].....Il sapere "democratico" di wikipedia(...) un aggiornamento digitale del maoismo».
Forse Gnocchi esagera, ma lo fa citando nomi, situazioni e dati di fatto; chiunque si azzardi ad intervenire sulla storiografia ufficiale della "resistenza italiana" o in favore del libero mercato, in opposizione alla vulgata dominante nel sito, può subire sospensioni e radiazioni da parte di solerti ed attentissimi (nel caso) administrators pronti alla bisogna. Per questo motivo è stato radiato definitivamente da wikipedia, per l'appunto, lo storico E. Mastrangelo - caporedattore di storiainrete.com - che si era azzardato a definire "guerra civile" ciò che si è verificato in Italia all'indomani dell'8 settembre 1943; ossia, una posizione storiografica quasi consolidata tra gli studiosi, ma incrollabilmente invisa ad una certa parte politica.
Non starò a dire quale, perché la risposta è in re ipsa.
Il sapere scritto e divulgato su wikipedia non è dunque tanto democratico come sembra, ma la risultante dei gruppi di pressione che detengono l'egemonia culturale nel sito, tra i quali sembra vengano anche scelti gli amministratori deputati a custodire l'ortodossia del pensiero, attraverso la limitazione del dissenso o la sua diretta censura.
Sulla base di un terreno così fertile alla manipolazione ideologica della conoscenza ed al suo orientamento in una certa direzione - piuttosto che all'accoglimento di tutte le posizioni - c'è chi ha cominciato ad interrogarsi sull'effettiva consistenza del punto di vista femminile nello scibile wikipediano, arrivando alla scottante verifica che il mondo femminile non sembra poi così interessato alla costruzione del sapere.
Solo il 15% dei redattori è di sesso femminile e la cosa appare in tutta la sua evidenza proprio nelle voci destinate (come Sex'n the city o gli stilisti di moda) ad un pubblico femminile, decisamente sottosviluppate rispetto a tematiche speculari ma d'interesse maschile.
Sue Gardner
Naturalmente si è gridato subito "alla disuguaglianza".
Secondo altre fonti, la percentuale sarebbe ancora inferiore - al 13% - tanto da portare qualcuno a definire wikipedia addirittura «un concentrato di potere maschile».
«E' politicamente scorretto - si leggeva sul Giornale il 2 febbraio scorso - far notare che, anche dove non ci sia ostacolo, le donne scelgano di non far sentire la propria voce. Non si può tirare in ballo il solito soffitto di vetro...wikipedia è free, libera, senza limiti.»
Invece di trarne le logiche conclusioni che uomini e donne sono diversamente orientati nella vita, Sue Gardner, direttrice della fondazione Wikimedia, vuole introdurre le quote rosa anche sul sito dell'accesso libero e della partecipazione su base volontaria.
La sua battaglia è portare la quota percentuale femminile al 25% entro il 2015, anche se non si capisce come vorrebbe farlo senza alterare la libertà di partecipazione e di espressione, vessillo distintivo (evidentemente solo apparente) di wikipedia.
Eleonora Barbieri sul Giornale l'ha definita «L'ultima follia femminista».
Il vero problema è che si tratta di una follia contagiosa e senza più alcun tipo di delimitazione; nessuno sembra scandalizzarsi di quote riservate anche nel sapere.
I primi dieci anni di wikipedia sono andati come sono andati; aspettiamoci tempi peggiori perché la libertà di pensiero sembra destinata a scarseggiare in misura crescente sotto l'egemonia opprimente dell'egualitarismo.
Continua: "Quote rosa anche su wikipedia?"
giovedì 10 marzo 2011

Tra destra e sinistra

«Ci vorrà un soggetto politico finalmente e compiutamente liberale per traghettare l'idea che privilegiare le donne come "raccomandate di Stato" è ingiusto, sbilanciato e vessatorio nei confronti della controparte maschile, ritenuta sempre sacrificabile - e non solo nei consigli d'amministrazione - in quanto asseritamente "più forte".»


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Dunque, seguendo un copione che va in scena ormai da molti anni, anche il decorso 8 marzo ha portato nella cascina del mondo femminile un ulteriore accumulo di fieno, oltre alle usuali mimose, al rito elogiativo del Capo dello Stato ed a tutto il resto.
La celebrazione non si è svolta nelle piazze dove, anzi, il flop della partecipazione femminile è stato obiettivamente clamoroso; né si è svolta più di tanto sui giornali o sui media, dove si sono avvicendate voci più o meno autorevoli nel consueto tira e molla tra fautrici imperterrite della "festa della donna", dubbiose in bilico perenne e contrarie dichiarate.
Si è svolta, però, nei palazzi delle istituzioni; lì sì che si è svolta e con dovizia di festeggiamenti, quasi a confermare quel divario crescente tra politica e società civile non appena si esce dalle dispute ideologiche astratte sino ad una loro traduzione di merito sui fatti concreti.
E' stato, infatti, approvato in sede referente dalla Commissione Finanze del Senato - con un solo giorno di ritardo sul ruolino di marcia programmato, guarda caso, all'8 marzo - il provvedimento che introduce le "quote rosa" nei C.d.A delle società quotate (regime privatistico, si noti bene) con il 20% dei posti garantiti alle titolari dell'importante qualifica di "donna" a partire dal 2012 ed il 30% dal 2015. L'iter parlamentare ora è, sostanzialmente, in discesa e si può dire che, ormai, sulla questione il dado è tratto e molto difficilmente si tornerà indietro.
Per evitare possibili stravolgimenti da parte di un'Assemblea meno incline all'entusiasmo femminilista dei membri della Commissione, è stato conferito allo stesso organo la sede redigente e tutto potrebbe risolversi in quella sede.
Ne avevamo già anticipato i temi qualche tempo fa ed ora siamo all'epilogo parlamentare.
Come regalo politico per "la festa della donna" non c'è davvero male; come investimento propagandistico da spendere sull'ampio bacino elettorale colorato di rosa, pure.
Lella Golfo
 E, infatti, a spenderselo saranno tutti i lati della barricata, visto che il provvedimento è, come si potrebbe dire nel caso, "tripartisan" con l'On. le Lella Golfo (PdL) come prima firmataria, la Germontani (FLi) relatrice ed un testo unificato a quello, pressoché identico, dell'On. Le Alessia Mosca (PD).
Quest'ultima potrebbe solo lamentarsi di essere stata scippata, dal centrodestra, di una delle parole d'ordine tipiche dell'ideologia del suo schieramento: uguaglianza forzata imposta dallo Stato.
Il che starebbe a significare che, in fondo, tra destra e sinistra, a conti fatti, c'è ben poca differenza e che tutte le concezioni liberali di questo mondo vanno a farsi benedire da ambo i lati.

Infatti, sulla questione specifica, nei palazzi del potere è proprio così, fatto salvo il pesante condizionamento sulle scelte di merito che eurolandia impone sul piano nazionale, nei termini a cui abbiamo fatto cenno nell'articolo precedente.
Ma è così anche fuori da quei palazzi, nel ventre profondo del Paese e a distanza di sicurezza dal politically correct degli euroburocrati?
La stampa è un indicatore abbastanza attendibile per sondare gli umori reali che serpeggiano tra i popoli dei due lati della politica italiana, soprattutto da quando il giornalismo si è liberato della maschera mitologica ed ipocrita dell'obiettività informativa .
Le testate delle sinistre, in effetti, salutano il provvedimento con grande euforia, dando spazio ad interviste ad una Finocchiaro «molto soddisfatta» e ad una Melandri che, sullo slancio, ha inviato un messaggio alla Marcegaglia parlandole di «shock positivo che colpirà il nostro sistema produttivo...».
L'Unità della De Gregorio, nonostante riesca a fare opposizione pure quando il cdx va nella sua stessa direzione, proclama che "la politica ritorna nelle mani delle donne" scrivendo, in prospettiva, il 7 marzo «...Sulle quote rosa nei CdA si va verso un accordo, dopo che il Pdl al Senato aveva bloccato tutto suscitando la rivolta delle donne per una legge presentata e votata alla Camera dai due schieramenti».
Concita De Gregorio
Insomma, a sinistra - a parti i toni rivoltosi di prammatica all'Unità - è tutto uno sventolìo di soddisfazione per un risultato politico che, appunto, sa molto di sinistra e ben poco di libertà "liberale".
Dall'altro lato, che annovera come endorsement quasi solo Il Giornale e Libero, i toni sono, invece, molto diversi; anzi, spesso diametralmente opposti.
Già Paolo Bracalini, sul Giornale del 28 ottobre scorso, aveva parlato di quote rosa nei C.d.A. come dell'ultima follia politically correct, ricordando che «...da una coalizione liberale ci si aspetterebbe più anticonformismo e coraggio nel superare i clichè pseudo-progressisti....che autorizza[no] lo Stato a ficcare il naso anche nelle scelte delle aziende private, violando la libertà di iniziativa economica e di fatto discriminando tra uguali».
A cose fatte è stato Nino Sunseri, su Libero di oggi, a sostenere che «sulle quote rosa l'Italia imita i peggiori: chi le ha introdotte è in crisi nera», ricordando come i tre paesi europei che le hanno adottate sono la già fallita Islanda, la Spagna in via di fallimento e la Norvegia che si salva dalla crisi perché «...la differenza la fanno i suoi grandi giacimenti petroliferi. Non certo le donne in consiglio». Le principali economie del mondo, USA, Giappone, Cina e Germania su tutte - ricorda il giornalista - non hanno neanche una traduzione lessicale per la formula "quote rosa".
Insomma, la stampa liberale non segue le direttive di nessuno e, sul tema, si esprime in modo estremamente critico nei confronti della parte politica che, pure, è solita sostenere, dando al tempo stesso un'idea chiara di quale sarebbe la posizione coerente con la filosofia politica comune.
Una distanza ancora maggiore tra rappresentanti e rappresentati la si registra nei sondaggi che entrambi i giornali hanno proposto on-line sul tema; pur non avendo valore assoluto di sondaggio statistico, si tratta di sondaggi degli umori dei propri lettori, i quali, evidentemente, si riconoscono nelle opinioni espresse da questa stampa.
Al momento della stesura di questo articolo, il sondaggio del Giornale fa registrare una contrarietà al provvedimento, in quanto considerato ingiusto, da parte di un abbondante 85% dei propri lettori/votanti.

Uguaglianza
Il sondaggio di Libero si ferma, invece, al 71% di contrari alle quote rosa che rimane, comunque, una maggioranza più che significativa.
Morale: il personale politico di centrodestra interpreta molto male gli umori effettivi del suo elettorato, quantomeno su un tema di ingegneria sociale egualitarista che è, da sempre, appannaggio e vessillo delle sinistre passate, presenti e future.
Se questo vuole essere un tentativo di strappare consenso agli avversari politici invadendo il loro campo, non sappiamo.
Se in nome del consenso elettorale si smerciano provvedimenti illiberali da parte di uno schieramento che si ispira e si proclama "liberale" per statuto, alla lunga tutti i nodi verranno al pettine.
C'è voluto un soggetto politico nuovo e indigesto a molti come la Lega per traghettare l'idea che l'assistenza pubblica al meridione, nell'asimmetria che ha storicamente assunto, è ingiusta, sbilanciata e vessatoria nei confronti delle aspettative di un nord ritenuto sempre sacrificabile in quanto "più forte".
Ci vorrà un soggetto politico finalmente e compiutamente liberale per traghettare l'idea che privilegiare le donne come "raccomandate di Stato" è ingiusto, sbilanciato e vessatorio nei confronti della controparte maschile, ritenuta sempre sacrificabile - e non solo nei consigli d'amministrazione - in quanto asseritamente "più forte".
Diamo tempo al tempo ed uscirà fuori; se non è certo sarà, comunque, da ora in avanti e prima o poi, sempre più probabile perché i presupposti si stanno accatastando uno sull'altro.


Continua: "Tra destra e sinistra"
martedì 1 febbraio 2011

Identità collettive - il donnismo - terza parte

[...segue]

Gustav Le Bon
L'opera di G. Le Bon potrebbe apparire superata ed inattuale per spiegare il fenomeno che abbiamo definito "donnismo", eppure non è così, quantomeno sulla base delle evidenze storiche e teoriche.
Il testo che abbiamo preso in considerazione può essere considerato il primo vero strumento critico attraverso il quale è stata resa esplicita, in chiave scientifica, la manipolabilità psicologica dei gruppi sociali per mezzo di sistemi di propaganda prolungati e sistematici e, quindi, in tal modo, la possibilità concreta di assoggettare l’opinione pubblica o parte di essa a vere e proprie forme di condizionamento del pensiero da parte di élite capaci di sollecitare le dinamiche emotive dell’identificazione comune.
L’intera storia successiva del novecento, con i suoi grandi movimenti ideologici di massa che avrebbero portato a contrapposizioni violente e bellicose di diversi “noi” rispetto ad altrettanti “loro”, sta a documentare come l’interpretazione degli avvenimenti sociali nella particolare ed innovativa (per l’epoca) chiave di lettura dell’Autore considerato avesse una sua precisa validità esplicativa e predittiva; è, inoltre, noto che i grandi demagoghi del secolo europeo (Mussolini, Hitler e, pare, lo stesso Stalin) siano stati attenti cultori delle teorie di Le Bon, traendone spunti per il successo delle proprie capacità retoriche di addomesticamento del sentimento popolare, nonché mediante il massiccio ricorso alla tecnica manipolatoria individuata come affermazione – ripetizione – contagio (si consideri, comunque, l’ossessivo risalto dato agli apparati della propaganda da ciascuno dei regimi considerati).
Gli sviluppi scientifici della psicologia sociale che ne sarebbero seguiti, pur raffinando ed ampliando temi, metodi e prospettive della ricerca, avrebbero finito poi per avvalorare sostanzialmente i capisaldi generali delle teorizzazioni in questione, senza poter arrivare a sconfessare la natura potenzialmente irrazionale ed estremistica dell’identificazione collettiva in un gruppo, il suo carattere fideistico e dogmatico, la sospensione della capacità critica individuale nella logica dell’adesione alle finalità comuni o della sottomissione ad un capo carismatico; soprattutto ed in modo particolare, senza poter arrivare a smentire il fenomeno per il quale una propaganda ben orchestrata e finalizzata a scopi politici può arrivare ad alterare persino le capacità percettive e valutative dei singoli individui, portandoli ad uniformarsi acriticamente anche a definizioni della realtà sociale deformate o grossolanamente mistificate (*).

Se ora, sulla base di questa rapidissima incursione nelle teorie che avrebbero dato origine e sviluppo alla psicologia sociale, torniamo ad analizzare il “donnismo” possiamo arrivare a trarre alcune conclusioni di ordine generale.
Sarebbe sin troppo facile affermare che il femminismo, sin dalle sue origini, nello sforzo di promuovere un astratto ed improbabile principio di eguaglianza sostanziale tra i due sessi, ha prodotto una propaganda sistematica e continuativa sul tema “donne” facendone motivo di un’identificazione collettiva nei termini esatti che, come abbiamo visto, erano stati affrontati da Le Bon nel suo “La folla psicologica”.
Facendo leva sulla dimensione emotiva della condizione femminile - descritta come un’insopportabile susseguirsi storico di discriminazioni sociali, di soprusi, di violenze, di confinamenti domestici nel “destino biologico” della maternità e di sottomissione alla volontà maschile – la propaganda femminista costruisce, dagli anni settanta in poi, una figura idealtipica di donna/vittima nella quale finirà per rispecchiarsi e riconoscersi, anche laddove ne manchino i presupposti individuali o la volontà soggettiva, la pratica totalità della popolazione femminile occidentale.
Costruisce, inoltre, un modello alternativo di identità femminile con pretese universali e generalizzanti; uno stereotipo a cui finiranno per adeguarsi – supinamente ed in modi spesso spersonalizzati e distanti dalle inclinazioni personali – intere generazioni di giovani donne. Per aderire al modello "libera ed emancipata" molte di esse entrano in conflitto con i propri bisogni più autentici di sicurezza affettiva, di maternità e di passività sessuale. Inconsapevoli di essere state condizionate ad entrare in guerra contro la propria natura - prima ancora che contro il mondo maschile, verso cui si scaglia il rancore collettivo suscitato dalla propaganda - moltissime finiranno per alimentare il mercato delle psicoterapie, il consumo di psicofarmaci e le statistiche delle dipendenze compulsive; alcune arriveranno a percepire la maternità come un ostacolo alla realizzazione personale e andranno ad incrementare sensibilmente il fenomeno abortivo, nonché quello ancora più crudele dei maltrattamenti e della soppressione dei figli.
Dai primi anni novanta - venuti meno i motivi delle rivendicazioni immediate (indipendenza, lavoro, libertà sessuale, esclusivo dominio sui diritti procreativi e sui diritti familiari) - una massiccia campagna politico-mediatica, organizzata e condotta da sacerdotesse del femminismo ben inserite nei quadri intellettuali del pensiero progressista e nelle istituzioni occidentali, vanno rielaborando una “falsa coscienza” vittimistica della condizione femminile, sino a spacciare e promuovere affermazioni false o destituite di qualunque serio fondamento che prendono di mira un nemico silenzioso, invisibile e completamente immaginario: il maschilismo.
Espressioni insensate come - "uccide più donne il partner del cancro o degli incidenti stradali" o "il femminicidio in occidente" - oppure le cifre esorbitanti della violenza sulle donne, tutte affermazioni fondate su una mistificazione a dir poco abnorme e stupefacente delle statistiche effettive, continuano a circolare da anni, seguendo la tecnica già descritta come affermazione-ripetizione-contagio. La sospensione delle capacità critiche e percettive individuali di cui tratta la psicologia sociale si assevera nell'accettazione supina ed acritica di queste false affermazioni da parte dell'opinione pubblica femminile e non solo; la ripetitività, spesso ossessiva, di queste descrizioni mistificatorie sul piano mediatico conduce, inevitabilmente, a quel contagio generale di cui parlava Le Bon e che potremmo definire come una sorta di stato ipnotico collettivo e di sospensione della capacità razionale intorno alle tematiche di merito.
Il vittimismo femminile, che con le conquiste sociali acquisite sembrava destinato ad un onesto declino, torna ad essere così fomentato manipolativamente, andando a consolidare i contorni di un'identità collettiva nella quale le differenze individuali tornano a scomparire e vanno a rinsaldare quella logica comportamentale indifferenziata che abbiamo definito "donnismo".
Sin qui le spiegazioni, in chiave di manipolazione psicologica generale, che possiamo riconoscere e "toccare con mano" nei contenuti quotidiani della cultura dominante, cosiddetta women-friendly, oltre che nei comportamenti soggettivi che abbiamo richiamato nella prima parte.
C'è, tuttavia, un altro e fondamentale aspetto che Le Bon ci ha messo a disposizione per intepretare questi fatti sociali in una prospettiva di senso generale.
Le masse (le identità collettive, diremmo noi) "...hanno - scriveva l'Autore - istinti conservatori irriducibili e, come tutti i primitivi, un rispetto feticista per le tradizioni, un orrore incosciente per le novità capaci di modificare le loro condizioni reali di vita".
A prima vista, una simile asserzione potrebbe apparire in contraddizione con la realtà dei fatti, con gli innegabili mutamenti nelle condizioni di vita della donna media occidentale e con la trasformazione degli stili esistenziali che hanno preso piede attraverso la rivoluzione femminista della società.
Ad un'osservazione più attenta, tuttavia, ci si accorge che questo non è del tutto vero e, forse, non lo è affatto.
Agli effettivi cambiamenti di status e di possibilità sociali si associa, infatti, la più ferrea conservazione dei privilegi tradizionali; a dispetto della pretesa uguaglianza sulla quale si vorrebbero rifondare i rapporti con gli uomini la stragrande maggioranza delle donne si guarda bene dal tradurre questo obiettivo in chiave personale, limitando il richiamo ai diritti egualitari ai soli casi in cui questo può tornare strumentalmente utile ai propri scopi.
Nulla, in realtà, muta nelle aspettative femminili verso il mondo maschile, basate, oggi come ieri, sul bisogno di protezione, di deferenza, di ricchezza materiale e di riconoscimento estetico; ossia, sul bisogno di sentirsi in una costante situazione di credito, in cui tutto (o quasi) le è dovuto e nulla è, da lei, dovuto a lui.
Nulla, conseguentemente, cambia nei comportamenti minuti e quotidiani nei quali la singola donna ritrova sé stessa nella situazione concreta di sempre.
Inoltre, piuttosto che adeguarsi alle regole competitive del gioco sociale nella vita di relazione, nel lavoro, in economia e nella politica, la pretesa femminile prevalente è quella di mantenere uno status privilegiato (quote rosa, corsie preferenziali, legislazioni di favore eccetera) che rappresenta l'identica versione, aggiornata in termini formali ma non sostanziali, degli antichi obblighi di ossequiosa "cavalleria" che caratterizzavano i rapporti del passato.
La richiesta di "compensazioni" che in passato erano tributate alle donne per la loro relativa marginalità sociale, oggi sono richieste a gran voce dalle donne stesse come diritti irrinunciabili nonostante il raggiunto protagonismo sociale; la pretesa apparente di fondare un'uguaglianza sostanziale al di là del sesso biologico è una fumosa ed illusoria cortina dietro la quale si cela la reale pretesa di conservazione dei nuovi ed aggiornati vantaggi che derivano dallo status di "soggetto debole e svantaggiato".
Una riformulazione dell'antica locuzione "sesso debole" contro la quale i femminismi hanno combattuto - e continuano a combattere - una guerra ideologica senza quartiere (e senza logica).
Dove sia la conservazione e dove la presunta innovazione apparirà evidente.
Per non dilungarci eccessivamente, possiamo concludere che - esattamente come aveva teorizzato il grande psicologo francese - il mondo femminile afflitto dal donnismo (quasi la totalità) è una "folla psicologica" che, quando si innesca il meccanismo del condizionamento ideologico, agisce, parla e chiede con la contraddittorietà di un'unità psichica elementare.
I cultori e le cultrici del donnismo - quelle stesse "anime belle" che sarebbero pronte a scagliarsi con la più feroce delle indignazioni contro chi generalizzasse su ebrei, negri o immigrati - non esita minimamente a concepire il mondo femminile come un tutto indifferenziato e positivo; per potersi affermare in questi termini deliranti e totalitari c'è necessità di un nemico contro cui affermarsi e sappiamo anche chi sia il nemico ed a quali generalizzazioni negative e collettivamente colpevolizzanti sia sottoposto il mondo maschile.
Se Gustav Le Bon non avesse previsto qualcosa di simile, nelle dinamiche, oltre un secolo fa ci sarebbe di che preoccuparsi; ma si tratta solo di attraversare un nuovo secolo di contrapposizioni ideologicamente costruite, camminare sulle rovine della vita privata che causerà in forme sempre più aspre e rimpiangere il momento che la distruzione irragionevole ha avuto inizio; dopo di che tutto tornerà nella normalità naturale di sempre.
E' il prezzo da pagare al nazi-femminismo ma, secondo lo psicologo francese ed anche secondo noi, è un prezzo che ad una "folla psicologica" non si dovrebbe concedere tanto facilmente.


Nota:
(*) – Si pensi, a tale riguardo, alle fondamentali ricerche sperimentali condotte nei decenni seguenti e riportate dallo psicologo sociale Solomon E. Asch, nel suo trattato “Psicologia sociale” (SEI, 2^ ed. 1981), con particolare riferimento alle deformazioni percettive prodotte sull'individuo dall'opinione o dal giudizio prevalente delle maggioranze.

Tra i molti, uno degli esperimenti illustrati al capitolo XVI prevedeva che a più individui singolarmente presi venisse chiesto di indicare quale oggetto (con evidenze dimensionali molto nette) fosse più grande di un altro, nel contesto di un gruppo il quale, a sua volta, veniva istruito a mistificare la percezione delle dimensioni oggettive ribaltando, in modo unanime, l’ovvietà della misurazione visiva nel suo contrario. Una buona parte dei soggetti esaminati nelle condizioni controllate (c.d. soggetti critici) finirono per uniformarsi al giudizio della maggioranza, arrivando a negare la banale evidenza delle misure obiettive effettivamente e soggettivamente percepite.

Un altro dato sperimentale - riguardante la sospensione del giudizio e, in particolare del giudizio morale in certe condizioni guidate - prevedeva che singoli soggetti venissero reclutati, da persone apparentemente dotate di grande autorevolezza, per partecipare a finti esperimenti scientifici; essi venivano chiamati ad eseguire compiti crudeli come premere un pulsante per mandare una scarica elettrica nel corpo di una cavia umana posta dietro ad un vetro, in modo, ovviamente, del tutto simulato, sia da parte degli scienziati fittizi, sia per quest’ultimo che recitava espressioni di sofferenza ad ogni nuova pressione del tasto. La maggior parte delle persone esaminate, inconsapevoli di essere in realtà essi stessi i soggetti sotto osservazione, eseguirono fedelmente l’incarico - seppure alcuni con grandi tensioni personali - senza rifiutarsi di causare sofferenze fisiche alla cavia-attore e senza interrogarsi sulla liceità e sulla moralità dell’esperimento.

Per brevità di trattazione si fa rinvio, per i particolari e per la mole di dati sperimentali riportati, al ponderoso testo in questione.
Continua: "Identità collettive - il donnismo - terza parte"
lunedì 20 dicembre 2010

Belle o intelligenti? La mignottocrazia - parte 2^


[…prosegue]

Empowerment femminile e progresso sociale


In effetti, secondo molti/e il termometro che riesce a dare la misurazione attuale del “progresso” sarebbe graduato principalmente sulla presenza femminile nelle diverse attività umane; sicché la prima donna arbitro, la prima donna astronauta, la prima donna presidente di Confindustria e la prima donna che ha scalato l’Everest sarebbero alcuni degli indicatori della nostra civiltà ed il suo valore aggiunto. Il concetto cardine intorno a cui ruota questa idea di “progresso” è contenuto in un termine molto utilizzato ma poco conosciuto nel suo significato proprio - il c.d. empowerment – che con il potere ha in qualche modo a che fare.
massimo d'alema e le gambe di emma marcegaglia
Volendone dare una definizione compiuta si scopre che l’abituale espressione – empowerment femminile – non è riducibile al vecchio motto femminista “più potere alle donne” ma che, da un lato, il concetto che esprime è molto più astruso di quanto non si pensi e, dall’altro, che ha un’origine, una valenza ed un’intonazione talmente politica, in un senso molto più ampio della semplice vulgata femminista, da qualificarsi, secondo coloro che lo promuovono, come sinonimo del concetto stesso di progresso.
"Empowerment – secondo una fonte autorevole - indica l'insieme di conoscenze, abilità relazionali e competenze che permettono a un singolo o a un gruppo di porsi obiettivi e di elaborare strategie per conseguirli utilizzando le risorse esistenti. Indica sia un concetto sia un processo che permette di raggiungere gli obiettivi, e si basa su due elementi principali: la sensazione di poter compiere azioni efficaci per il raggiungimento di un obiettivo, e il controllo, la capacità di percepire l'influenza delle proprie azioni sugli eventi."
In soldoni si tratta della banale “autostima” psicologica che, attraverso un complicato giro di parole, può diventare al tempo stesso obiettivo personale, programma politico, sistema di organizzazione economica, nonché progetto sociale ed educativo su vasta scala; insomma, un nuovo umanesimo su basi psicologiche, con l'intima finalità di rifondare politicamente i rapporti sociali.
Quando sentiamo parlare di empowerment femminile stiamo, quindi, parlando dell’aiutino pubblico che il mondo femminile richiede (anzi, pretende come un diritto codificato) per credere un po' di più in sé stesso e sentirsi capace (intelligente...?).
Leggiamo ancora dalla nostra fonte che “nel termine stesso empowerment è nascosta una parola ingombrante: potere (power). Non è il potere che siamo abituati a conoscere. Piuttosto che all'accezione comune di avere «potere su» qualcosa o qualcuno, bisogna pensare a un potere inteso come capacità personale, forza, energia, autopotenziamento, incremento delle proprie possibilità, il «potere di» fare, di essere. Questo «potere di» è contemporaneamente improntato all'emancipazione dell'altro, alla solidarietà e all'interdipendenza con l'altro, è immediatamente un «potere con» l'altro.”
Tutto ciò dovrebbe significare, se stiamo alla logica di questo ragionamento, che le donne che aspirano ad un autentico empowerment personale e sociale dovrebbero abbandonare la pretesa di “avere potere su qualcosa o su qualcuno” - nei termini del potere sessuale di cui si è già detto - e dovrebbero, invece, dedicarsi a quell’incremento delle proprie capacità e possibilità personali, a quel potere di fare e di essere sul piano sociale.
Ora, evidenziamo subito che di quella voglia femminile di “poter fare e di poter essere” non se ne scorge traccia in uno spettro di attività umane particolarmente ampio: cosa ne è stato, semmai siano esistite, della prima donna meccanico e della prima donna elettricista? della prima donna muratore o dell’idraulica? della gommista o della gruista? e quand’è che sentiremo parlare della prima donna che avrà ideato un nuovo canale di Suez o una nuova torre Eiffel? una nuova Divina Commedia o un nuovo paradigma scientifico?
Insomma, assodato che le prime della classe rappresentano - sempre e comunque e per definizione - delle eccezioni, chi ci sta dietro a tutte queste prime donne in ogni campo? Quelle belle o quelle intelligenti? verso cosa ci conduce questo luminoso progresso? verso ciglia perfette o verso soluzioni matematiche? verso depilazioni da dea o verso rivoluzioni scientifiche? verso labbra irresistibili o verso geniacce dell’informatica? verso vitesnelle o verso cervelli graziosamente geniali?

In realtà, la mistica dell’empowerment sembra concepita in misura fondamentale per disinnescare il rischio connesso ad una selezione dei migliori su base meritocratica; ossia, quel rischio selettivo connesso al prodursi spontaneo di gerarchie di valore umano in funzione delle capacità effettive manifestate dai singoli individui.

La trasformazione dei rapporti sociali ed economici in senso solidaristico e cooperativo, che ne vorrebbe essere lo scopo finale, dovrebbe infatti realizzarsi a discapito delle dinamiche competitive e concorrenziali che, per definizione, prevedono dei migliori e dei peggiori, dei capaci e dei meno capaci, dei più intelligenti e dei meno intelligenti.
L’empowerment politico, in buona sostanza, mira alla edificazione di una società inclusiva e rassicurante, mentre le concezioni concorrenziali – nella prospettiva dell’individualismo liberale classico - producono, per intima natura, esclusioni sociali e alti livelli di competizione per un medesimo obiettivo sociale.
gianna-nannini-vanity-fairLa mistica dell’empowerment femminile, in altre parole, non dà alcuna possibilità di soluzione al nostro interrogativo iniziale – belle o intelligenti – in quanto vorrebbe prescrivere all’origine ogni tentativo di misurazione effettiva delle capacità femminili, mediante agevolazioni e facilitazioni mirate a promuoverne l’autostima, sia sul piano individuale che su quello generale.
Donne perdenti in un confronto aperto – per così dire – non rientrano nei piani politici generali e non sono previste come possibilità.
Inoltre, dovendosi assegnare ad ogni donna un valore intellettuale più o meno prefissato, questo il paradosso, non residua altra possibilità - per emergere socialmente da quel tutto indistinto a cui l’empowerment ha ridotto il mondo femminile - che quella di affidarsi come prima anzi, assai più di quanto avvenisse in passato, alle caratteristiche esteriori della bellezza, del valore sessuale e del sex appeal; questo è un valore quantomeno misurabile e riconosciuto spontaneamente senza mediazioni politiche.
Con ciò, torniamo a passi precipitosi verso quei principi astratti della società non sessista a cui pure vogliamo dare il massimo credito ma che, per essere compiutamente realizzati, prevedono l’adozione di criteri sessisti per la selezione delle classi dirigenti; la contraddizione culturale e politica più sgangherata del nostro tempo.


Chi nasce bella non nasce povera
 

Per quanto stereotipata, la migliore conclusione possibile dopo tanto disquisire la ritroviamo bell'e pronta nella saggezza dei nostri avi, i quali, secoli addietro, avevano già raggiunto il busillis della questione con il proverbio popolare "chi nasce bella non nasce povera".
elisabetta canalisProbabilmente Paolo Guzzanti esagera quando afferma che la selezione delle nostre classi dirigenti sia oggi fondata sul sex appeal; semmai sembra più equilibrato affermare che questa selezione si fonda, in gran parte, sulla popolarità dei personaggi pubblici e la popolarità si conquista anche, massimamente sul versante femminile, coltivando il sex appeal. Allo stesso tempo, appare quantomeno singolare che Massimo Fini - proprio lui che è l'ideatore del noto neologismo "figapower" - sottovaluti contraddittoriamente un fenomeno che sembra confermare l'originalità delle sue stesse tesi.
Sta di fatto che se dopo tante considerazioni ci poniamo nuovamente l'interrogativo - belle o intelligenti? - troviamo ancora moltissime difficoltà a riconoscere nei successi femminili il primato esclusivo del secondo valore sul primo.
Naturalmente non ci sfugge affatto che questa potrebbe essere considerata una falsa antinomia; un valore non esclude l'altro e non deve necessariamente porsi nei termini oppositivi o/o ma nella più elementare sequenza logica e/e; tanto/quanto.
C'è, però, un elemento che dovrebbe essere tenuto in ferma considerazione quando si ragiona di queste cose ed è il fatto che tanto la bellezza quanto l'intelligenza sono, sì, caratteristiche innate della persona; intelligenti si nasce, non si diventa e lo stesso può dirsi (chirurgia plastica a parte) per la bellezza.
Ma sono anche qualità che devono essere coltivate perché rimangano tali e non appassiscano disperdendosi nell'apatia personale.
Da questo punto di vista possiamo dare per assodato che il mondo femminile continuerà a rimanere sistematicamente alla larga da tutte quelle attività che possano compromettere, per il rapporto immediato e diretto con la materia bruta, la conservazione della bellezza e la purezza adamantina della carnagione.
Il valore estetico continua ad essere concepito, con buona pace dei rifondatori dei rapporti sociali, come un patrimonio capace di erogare generosissimi dividendi per chi lo possiede.
Allo stesso modo, possiamo dare per scontato che si terrà a debita distanza, nella maggior parte dei casi, anche da tutti quegli impegni che possano compromettere la stabile continuità della vita di relazione alla quale si rivolge per naturale vocazione la donna media.
Per tutti questi elementari motivi dobbiamo arrivare alla definitiva conclusione che, se Dio è donna - come vorrebbe Gianna Nannini -, deve avere sicuramente affidato la Creazione dell'universo ad una ditta specializzata; non fosse mai le si potesse spezzare un'unghia...
Continua: "Belle o intelligenti? La mignottocrazia - parte 2^"
martedì 9 novembre 2010

No alle quote rosa - appelli nel vuoto o ritardi politici?

Dunque, con buona pace di ogni principio meritocratico effettivo - del quale, pure, l'attuale maggioranza di governo ha fatto un proprio vessillo politico e programmatico - il Parlamento si accinge a discutere l'introduzione, in via definitiva, di "quote rosa" nei consigli d'amministrazione delle società per azioni, con il placet condizionato (ma non troppo) del Ministro Tremonti.
La proposta di legge, approvata in Commissione Finanze, viaggia in Parlamento con il sostegno bipartisan dei due partiti maggiori, in totale assenza di un qualunque distinguo di merito e di un qualunque contraddittorio politico.
La potente lobby rosa, trasversale ai partiti, incoraggiata e sostenuta da quasi tutti i media come se si trattasse di un'associazione di beneficenza, ha messo a segno un altro grosso punto a proprio vantaggio; detta al contrario ma con identico significato, la potente ed intangibile lobby rosa ha messo a segno un altro punto a svantaggio del mondo maschile per farsi spazio ai suoi danni (...altro che beneficenza).
A sorprendere non è più, ormai, né il silenzio passivo e succube dell'uomo medio di fronte all'arrembaggio femminile ai "mejo posti" che si vuole garantire ex lege; né il cocciuto silenzio dei liberali e dei liberisti di ogni ordine e grado politico di fronte ad una forma di assistenzialismo pubblico che introdurrebbe ricette di "socialismo di fatto” nel tessuto economico, tali da burocratizzare le libere scelte degli azionisti e recintarne l'autonomia di gestione all'interno di prescrizioni statali calate dall'alto.
A queste forme di silenzio masochistico (nel primo caso) e di silenzio colpevolmente contraddittorio (nel secondo) siamo, purtroppo, abituati dopo decenni di lavaggio sociale del cervello con candeggina mediatica rosa (leggasi vittimismo), che sembra avere trasformato il significato originale delle cose politiche sino ad una tinta unica, indistinta ed incolore.
Se persino una testata come L'Occidentale - organo della Fondazione Magna Carta, i cui riferimenti culturali sarebbero, a loro dire, quelli del liberalismo conservatore - pubblica con disinvoltura articoli che inneggiano alle quote rosa, allora vuol dire che siamo arrivati, alla fine, alla famosa notte in cui le vacche politiche sono tutte grigie allo stesso modo.
E' per questo motivo che spiccano, in un quadro tanto desolante di conformismo generalizzato ed acritico sul tema, i pur timidi messaggi controcorrente che A. De Nicola dal Sole 24ore e Marco Faraci dal sito Libertiamo hanno lanciato nel pneuma della rappresentanza maschile, politica e mediatica.
Il primo denuncia da subito i rischi a cui si sottopone ricordando che "gli uomini prudenti, per paura di sembrare avversari del progresso, non scrivono mai articoli di questo genere"; lui lo ha fatto, va reso merito al suo coraggio, ma va anche osservata la straordinaria cautela con la quale sembra muoversi in un territorio dichiaratamente ostile, invece che nel vasto, aperto spazio della libertà d'espressione.
De Nicola non potrebbe essere più chiaro: le quote rosa sono un nuovo modo di definire e legittimare la vecchia “raccomandazione politica” estendendola ad un’intera categoria sociale (le donne); ossia di creare una nuova casta privilegiata (le “gonne dorate” pare le chiamino in Norvegia) e di falsificare, in tal modo, le dinamiche sociali ed economiche.
Marco Faraci, ancora più direttamente e coraggiosamente, richiama l’attenzione sul fatto che "già negli organismi politici elettivi è sbagliato parlare di 'sotto (o sovra) rappresentazione' di uno dei due sessi, in quanto, da Costituzione, gli eletti non rappresentano i cittadini del proprio sesso, bensì la Nazione tutta. Ma meno che mai il concetto di 'sotto (o sovra) rappresentazione' può avere senso in economia. In economia ciascuno si rappresenta da sé – ed appare quanto meno bizzarro affermare che chi si trova in una determinata 'posizione' rappresenti gli altri."
A fare le spese di questo provvedimento di coartazione delle volontà individuali saranno, inoltre, quegli uomini che si vedranno superati solo in ragione del proprio sesso; vittime sacrificali sull'altare del politicamente corretto elevato a sistema giuridicamente vincolante.
Tutte le osservazioni ed i rilievi mossi dai due autori contro le quote rosa hanno solida fondatezza, si ispirano a criteri di condivisibilissimo buon senso e denunciano come meglio non si potrebbe ciò che, laddove realizzato, significherebbe un artificioso spostamento di possibilità, sic et simpliciter, da una categoria che si adopera molto per la propria crescita sociale (gli uomini) ad un'altra che non si "sciupa davvero troppo" per crescere socialmente (le donne) ma che si ritroverà a disposizione, in forza di un semplice provvedimento autoritativo, posizioni di rilievo e di prestigio assicurate.
Sarebbe del tutto condivisibile anche l'appello finale di Faraci, il quale osserva che "è urgente, pertanto, mobilitarsi per una risposta politica e culturale alle affirmative actions", nella consapevolezza che "il salto di qualità normativo...l'introduzione di elementi di diritto sessuato" nel nostro ordinamento rappresentano una soglia di non ritorno verso un'alterazione grave degli equilibri sociali.
Tutto condivisibile e giusto, se non fosse che l'appello, le contestazioni ed i rilievi di fatto e di diritto cadono in un desolante vuoto di consensi e di attenzione generale; come è possibile, allora, che le ottime ragioni cui abbiamo fatto cenno non trovano rappresentanza politica? per quale oscuro motivo le ragioni femminili vengono sistematicamente anteposte a quelle maschili, come se il nostro mondo fosse ancora l'ottocentesca realtà di Sibilla Aleramo? perché neanche tra le forze che si richiamano alla conservazione ed alla tradizione si ritrovano punti di dissenso rispetto all'aberrante misura delle quote rosa?
La domanda è impegnativa ed occupa, con la sua centralità, buona parte degli articoli che andiamo dedicando alla questione maschile, in un modo o nell'altro; una prima, iniziale risposta di merito, tuttavia, possiamo cominciare ad abbozzarla e si tratta di partire da lontano, lì dove, forse, il problema ha la sua origine, l'Europa.
Dimentichiamo, infatti, molto spesso che la sovranità delle nostri istituzioni nazionali è una sovranità limitata sin dal lontano 7 febbraio 1992 quando, a Maastricht, i plenipotenziari del nostro Paese sottoscrissero, con gli altri, il Trattato istitutivo dell'Unione Europea.
Nella versione consolidata (comprensiva degli aggiornamenti intervenuti da allora), al Titolo I° delle disposizioni comuni, si legge (art. 2) "L'Unione si fonda sui valori del rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell'uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze. Questi valori sono comuni agli Stati membri in una società caratterizzata dal pluralismo, dalla non discriminazione, dalla tolleranza, dalla giustizia, dalla solidarietà e dalla parità tra donne e uomini."
Si osserva, poi, all'articolo 3, 3° comma, del trattato: "L'Unione combatte l'esclusione sociale e le discriminazioni e promuove la giustizia e la protezione sociali, la parità tra donne e uomini, la solidarietà tra le generazioni e la tutela dei diritti del minore."
E ancora, l'articolo 23 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea recita ancora più perentoriamente: "La parità tra donne e uomini deve essere assicurata in tutti i campi, compreso in materia di occupazione, di lavoro e di retribuzione. Il principio della parità non osta al mantenimento o all'adozione di misure che prevedano vantaggi specifici a favore del sesso sottorappresentato."
Per il momento sembra opportuno evidenziare, quindi, che le decisioni di merito sono state già prese altrove, i parlamenti nazionali sono chiamati solo a dare applicazione ai principi ed alle direttive europee e, in questo modo, ogni forma di dissenso rispetto alle c.d. problematiche di genere (espressione insensata in quanto il genere non esiste, esiste il sesso) è stata già tacitata a suo tempo; la saracinesca è ormai chiusa.
Forse si arriva solo con colpevole ritardo a comprendere quanto si è demandato ad organismi lontani geograficamente, culturalmente e politicamente, non solo da noi ma dall'intera realtà.
Questo ci sembra, per ora, solo un buon inizio per tornare a ragionare di quote rosa senza sorprendersi dell'inerzia politica generale circa i suoi significati concreti; è poco forse ma, forse, si tratta di ripartire proprio da lì.
Continua: "No alle quote rosa - appelli nel vuoto o ritardi politici?"