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giovedì 19 luglio 2012

Cultura antimaschile e paternità forzate





I torti e le umilianti sperequazioni che gli uomini sono costretti a subire nei tribunali civili (e spesso anche penali) in sede di separazione o divorzio rappresentano, ad oggi, la parte più esposta e socialmente evidente di una diffusissima cultura antimaschile che permea i rapporti umani, giuridici e politici prevalenti.
Come già evidenziato in diverse occasioni, questi fenomeni sono tuttavia solo la punta di un iceberg, sotto la linea di galleggiamento (e di visibilità) del quale si nasconde la parte più corposa ed ingombrante dei principi che le ideologie politiche ostili al “maschio” (femminismo, culturalismo ed egualitarismo su tutte) hanno riversato nella cultura corrente, nel diritto codificato e nelle pratiche usuali di common law.
Se, infatti, la negazione dei diritti alla paternità sta alimentando, in concreto, un malessere sociale sempre più ampio e numericamente significativo, non altrettanto può dirsi, ad esempio, per la situazione diametralmente opposta: ossia, la possibilità di esercitare il diritto al disconoscimento di paternità in tutti quei casi in cui la paternità stessa è dubitabile se non, addirittura, palesemente falsa.
Oppure - caso meno ai limiti ma non per questo meno rilevante - quando il singolo non ha scelto di diventare padre e non si sente pronto per questa delicata responsabilità ma, a differenza di quanto è concesso alle donne con il c.d. “parto anonimo”, non può sottrarsi in alcun modo alla paternità non voluta.
In realtà, queste situazioni – più frequenti di quanto non si pensi – arrivano all’attenzione dell’opinione pubblica quasi esclusivamente quando ad esserne coinvolti sono personaggi di grande popolarità, come gli attori o i calciatori.
E’ questo il caso della diatriba innescatasi sul noto caso Balotelli-Fico, che sembra ripercorrere lo stesso copione mediatico in cui finì coinvolto, a suo tempo, un campione altrettanto “trasgressivo” e discusso come Diego Armando Maradona.
Trattandosi di persone facoltose e socialmente privilegiate, la percezione generale è che la tegola non faccia poi così male e, quindi, l’attenzione verso i principi di equità in gioco viene automaticamente distratta verso il puro e semplice pettegolezzo da parrucchiera.
Eppure, situazioni di questo tipo possono investire - ed investono - qualunque uomo, di qualunque estrazione sociale e con qualunque disponibilità economica tra le mani, anche quando non se ne dispone affatto; si tratta di principi giuridici ed etici che riguardano tutti, non solo i paperoni del calcio, ma questo non viene evidenziato.
Bene ha fatto, dunque, Marco Faraci a riproporre la questione di ordine generale prendendo a prestito, con un articolo specifico, la vicenda personale di Balotelli per estendere le relative considerazioni sino a riconoscerne all’interno la negazione dei «diritti riproduttivi» maschili come presupposto culturale e giuridico vigente.
A qualunque donna è consentito ope legis disconoscere il figlio appena nato lasciando che venga dato in adozione (pare siano circa 400 l’anno i casi su circa tremila abbandoni materni), mentre a qualunque uomo questa possibilità è giuridicamente preclusa, tranne casi eccezionali.
Se a ciò si aggiunge l’assoluta irrilevanza della figura e della scelta maschile in materia di aborto, lo sbilanciamento e la sperequazione dei diritti riproduttivi tra maschi e femmine ha del clamoroso, quanto e molto più delle problematiche dei padri separati.
Eppure, questa generale cittadinanza di serie B rimane confinata sotto la linea di galleggiamento dell’evidenza - come si diceva - nell’oblio e nella sottovalutazione da parte dello stesso mondo maschile, che se ne accorge solo quando ne subisce individualmente gli effetti.
Ci sarebbe dunque poco da aggiungere a quanto efficacemente sostenuto da Faraci nel merito della questione, se non fosse che, per uno strano gioco di casualità, non stessi elaborando in questi giorni analoghe considerazioni sulla base di una recente sentenza della Corte di Cassazione inerente la stessa materia.
In quest’altro caso si tratta della domanda di disconoscimento di paternità presentata da un uomo che aveva scoperto, in epoca successiva alla nascita di una bambina, di non esserne il vero genitore, in quanto la moglie si era sottoposta a fecondazione eterologa nel contesto delle procedure di fecondazione assistita a cui la coppia si era da tempo rivolta.
Va ricordato che la fecondazione eterologa - ossia, resa possibile da un donatore anonimo, terzo alla coppia - è espressamente vietata dal nostro ordinamento, ex articolo 4, comma 3, della legge 19 febbraio 2004, n. 40 (recante norme in materia di procreazione medicalmente assistita) e pur non potendosi considerare, nel caso di specie, una forma di infedeltà muliebre è qualcosa che comunque gli assomiglia molto.
Inoltre, a quanto si legge nella sentenza n. 11644 del 23 febbraio scorso, il padre pro-forma sarebbe venuto a conoscenza dell'iniziativa unilaterale della donna in tempi successivi al parto, a seguito di "voci" che lo avrebbero indotto ad accertare, tramite specifici controlli clinici, la propria sterilità assoluta.
Appurato di non poter essere il padre che avrebbe voluto essere, l'uomo si è visto contestare, in giudizio, il mancato rispetto dei tempi burocratici per l'esercizio del disconoscimento, equiparato con un'alchimia interpretativa della Cassazione alle ipotesi di decadenza dall'azione di disconoscimento previste, dall'art. 244 del codice civile, in un anno.
Al danno concreto per l'uomo deve aggiungersi la beffa più generale, per cui dal Sole24ore si è salutato questo pronunciamento come un ampliamento dello spettro normativo delle ipotesi di disconoscimento di paternità, tra le quali ora deve aggiungersi anche quella della fecondazione eterologa per il padre inconsapevole.
Poco importa, a quei commentatori, che le contorsioni giuridico-burocratiche della Cassazione abbiano prodotto, per l'ennesima volta e nonostante le affermazioni di principio astratte, una vittima delle paternità forzate, di volta in volta estorte per via giudiziale.
Su quell'uomo peserà per tutta la vita una paternità non voluta perché non vera, perché così hanno deciso i tribunali del "regno".
In nessuna parte della sentenza, ad un'attenta lettura, viene presa in considerazione la posizione materiale, psicologica ed esistenziale di quell'uomo, anche alla luce del fondamentale principio di ragionevolezza e dei criteri etici su cui si fonda questo principio (per non voler parlare di "diritto naturale").
E se tutto questo non è il frutto di una cultura antimaschile che ritiene i diritti e gli interessi maschili di rango inferiore a quelli femminili, sacrificabili ed irrilevanti sino al pratico annullamento, non saprei come diversamente descriverlo.


Annotazione a margine
Non mi trovo molto d'accordo, sia detto comunque marginalmente, sull'affermazione di Marco Faraci secondo la quale «per un bambino non esiste un diritto a prescindere a nascere con due genitori» perché, invece, ritengo che quel "diritto" esiste e sarebbe anche cogente, a mio modo di vedere.
Non è un diritto nel senso tecnico del termine e lo possiamo chiamare anche diversamente - vantaggio, possibilità più favorevole, corrispondenza ai bisogni infantili, naturalezza della situazione, completezza dell'habitat familiare o come si vuole - ma esiste in tutte queste denominazioni che, pur non potendosi incasellare all'interno di forme prescrittive, definiscono lo specifico interesse del nascituro.
Una cosa è stabilire modelli giuridici fondati sull'equità, altra cosa è stabilire l'insussistenza di situazioni ottimali.
Che continuano a sembrarmi le migliori, soppesati tutti gli interessi in gioco.

Continua: "Cultura antimaschile e paternità forzate"
martedì 6 dicembre 2011

Tanto tuonò che piovve





Dunque, ci siamo.
Passo dopo passo, lacrimuccia dopo lacrimuccia, lamento dopo lamento, invocazione rosa dopo invocazione rosa, per il mondo maschile sta cominciando a grandinare pure – non solo, ma pure, anche - in materia di lavoro dipendente.
E non finirà tanto presto.
Alla data e all’ora in cui sto scrivendo non si conosce ancora l’articolato del famigerato decreto legge adottato dal governo Monti – che sarà pubblicato in G.U. probabilmente solo domani - recante disposizioni urgenti per la crescita, l’equità, il consolidamento dei conti pubblici, la promozione e la tutela della concorrenza e per lo sviluppo industriale e infrastrutturale del Paese.
Ma una cosa è certa.
In quel testo sono previste agevolazioni fiscali per le imprese che assumeranno stabilmente giovani ma soprattutto donne; si parla di deducibilità integrale dell’IRAP-lavoro, in favore delle aziende, che va dai diecimila ai quindicimila euro circa per ogni assunzione privilegiata, per un valore complessivo di 1 miliardo di euro l’anno sino al 2014 (la programmazione è canonicamente triennale, poi si vedrà).
Se la vogliamo vedere sotto un’altra angolazione, significa che buona parte degli uomini di età superiore ai 35 anni - a meno che non abbiano competenze specialistiche, capacità insostituibili, raccomandazioni particolari o chissà quali altre qualità nascoste - sono tagliati fuori dal mercato del lavoro.
Una vera e propria pianificazione sociale degna del politburo sovietico, che non mancherà, anche in questo caso come in quello, di creare sacche di privilegio in contrapposizione stabile ad altrettante sacche di disagio.
Tutto ciò, in nome di una concezione assurda della cittadinanza per cui la società va suddivisa, pregiudizialmente, tra soggetti forti come gli uomini - che devono essere ostacolati nelle loro possibilità – e soggetti deboli, come le donne, che invece devono essere agevolate, sostenute, supportate, raccomandate, vezzeggiate e coccolate dai poteri pubblici e dalla politica ufficiale.
Anche in questo caso, infatti, la parola magica dietro la quale si nasconde la smania di pianificazione è la parola equità - come avevamo già indicato in una precedente riflessione sullo stesso tema – la quale infatti dà bella mostra di sé sia nel titolo del decreto legge, sia nel frasario ripetutamente utilizzato in queste ore da Monti e dai suoi ministri.
L’equità è l’atteggiamento tipico di chi ha qualcosa da distribuire; il genitore si mostra equo verso i figli trattandoli allo stesso modo, perché i figli dipendono dalle elargizioni e dalla benevolenza del genitore.
Se un atteggiamento del genere lo assume lo Stato - il cui compito non è distribuire risorse ma mettere tutti i cittadini in condizione di partire alla pari (partire, non arrivare...) per raggiungerle e conquistarle con le proprie forze – si chiama paternalismo; anzi più propriamente, si chiama maternalismo, vista anche l'attitudine alla lacrima facile dei neo-governanti.
Ed il cittadino torna (o rimane) nell’antico ruolo del suddito che dipende dalla benevolenza arbitraria del potere, piuttosto che far dipendere le proprie fortune dai propri meriti e dalle proprie capacità effettive.
Quella cosa sacrosanta e benefica per il mondo maschile e per la società nel suo insieme che si chiama "meritocrazia" rimane un traguardo agognato, irraggiungibile e sempre più lontano.
In buona sostanza, ciò che sta succedendo ormai da anni in danno dei padri separati e dei loro diritti si riproporrà, mutatis mutandis ma con una logica del tutto analoga, sul mercato del lavoro; e c’è da prevedere, sin da ora, che quegli uomini che si troveranno – in quanto colpevoli di essere nati con il sesso sbagliato – senza un lavoro stabile entro una certa soglia della vita andranno ad ingrossare le fila dei reietti sociali, dei barboni e, per amore o per forza, anche delle consorterie criminali.
Ma non finisce neanche qui.
Come abbiamo cominciato a vedere in occasioni precedenti e come ha esposto in modo più che esauriente ed efficace Marco Faraci in un suo recente articolo, il prossimo diluvio arriverà attraverso la c.d. “fiscalità sessuata”; ossia, un altro modo per agevolare le donne ed ostacolare la vita degli uomini, stavolta attraverso la leva fiscale diretta.

A questo punto della storia mi chiedo cosa altro debbano fare, quali altre misure vessatorie debbano essere adottate perché il mondo maschile si accorga del vuoto che si sta aprendo, volutamente e in nome dell’assurdo principio dell’equità sociale imposta per via legislativa, sotto i nostri piedi.
Per certi aspetti comincio anche a credere che chi si assoggetta ad angherie politiche e giuridiche così reiterate, insistite e prolungate senza fiatare, senza avere nulla da eccepire e senza la benché minima reazione o sussulto d'amor proprio, in fondo si merita ciò che gli succede.
Il cruccio è che senti di non far parte di questa massa di rimbambiti cronici e ti aspetti che alla tua voce di dissenso se ne aggiunga qualche altra.
Invece, se non tutto, quasi tutto tace.
Nel peggiore dei modi possibili.

Teste di cazzo....



N.B. - chiedo scusa per l'esclamazione conclusiva che nasce dal cervello e dal cuore.
Padroneggiare entrambi non è facile come sembra.


Continua: "Tanto tuonò che piovve"
venerdì 15 luglio 2011

Come complicarsi la vita sapendo di doverlo fare per forza

Comincerei col guardare al bicchiere mezzo pieno.
Dovrebbe essere abbastanza evidente – ma non sempre pare che lo sia – che, se non si passa dal momento della protesta al momento della proposta, la questione maschile continuerà a rimanere nelle posizioni marginali di partenza senza riuscire a fare il benché minimo passo in avanti.
Per questo motivo, nel nostro piccolo abbiamo cominciato a fornire spunti di riflessione sugli istituti legislativi intorno ai quali sarebbe necessario intervenire in sede politica, mettendo quantomeno i singoli problemi sul tappeto perché se ne cominci a ragionare, qui o altrove, nella maniera più ampia, autonoma ed articolata possibile.
Tra le altre, abbiamo preso in esame anche la problematica dell’assegno di mantenimento e dell’assegno divorzile conseguenti a separazioni e divorzi, con una proposta esplicita - e volutamente provocatoria - di abrogazione pura e semplice dell’art. 156 del codice civile; ossia, la soppressione definitiva di qualunque ipotesi di mantenimento economico che una parte deve all'altra, a seguito della separazione e/o dell'eventuale divorzio (fermi restando, ovviamente, gli obblighi giuridici e morali nei confronti dei figli).

E’ intervenuto sulla stessa materia – e questo è il bicchiere mezzo pieno – anche Marco Faraci, con un articolo pubblicato nei giorni scorsi dal sito Libertiamo.
La proposta in materia di Marco, che ricalca quella già circolante anche tra alcune associazioni di padri separati, riguarda invece l’introduzione nell’ordinamento civilistico dei patti pre-matrimoniali, la cui adozione dovrebbe portare - ex se o per via esplicitamente abrogativa - alla “dismissione” ed al sostanziale superamento dei mantenimenti accordati dal giudice.
Si tratterebbe, in buona sostanza, di un trasferimento preventivo della potestà decisionale dalla mano pubblica (la legge e il tribunale) a quella privata (i neo-sposi), nel quadro di quella dottrina secondo la quale il matrimonio, pur non potendosi rigorosamente iscrivere nella categoria dei contratti, rimane pur sempre un “negozio giuridico” in cui la libera determinazione preventiva delle parti assumerebbe la sostanza di lex specialis.
Il trattamento di fine rapporto, se ammettiamo questa definizione giuslavorista della separazione, sarebbe pertanto disciplinato in origine dall'ipotizzato strumento pattizio, rendendo prefissati, certi e vincolanti gli esiti patrimoniali di un'eventuale rottura coniugale.
Per farla semplice, un contratto come gli altri con tanto di clausole di rescissione.

Di questa soluzione, i cui contenuti specifici sono illustrati in modo più che pregevole ed esaustivo nell’articolo che commentiamo, ognuno può farsi la propria idea; espongo le mie considerazioni personali, con ciò passando ad osservare e descrivere anche il bicchiere mezzo vuoto che vedo.
La concezione del matrimonio a termine – osserva Marco Faraci – è diventata mentalità diffusa, tanto che l’eventualità di un’unione coniugale che nasca con le premesse scritte della sua stessa conclusione va considerata, allo stato, come un dato di normalità corrente.
E’ uno dei diversi tributi - aggiungerei - che si paga al declino dell’etica del sacrificio e della responsabilità, per la sua sostanziale incompatibilità con le predominanti esigenze soggettive dell’ego radicale ed autoreferenziale; declino che ispira il corso contemporaneo della vita sociale e di relazione.
Volenti o nolenti, tuttavia, la realtà sembra essere proprio questa; ma è proprio questa la realtà che ci piace difendere e conservare?
Nella proposta dei patti pre-matrimoniali c’è, con ogni evidenza, una certa idea di famiglia – e, quindi, una certa idea di società – che antepone il valore delle libertà individuali ad una concezione, anche minima e non invasiva, di bene comune; ma c’è anche di più.
Viene ad essere investito anche il ruolo e la funzione della politica, nel senso che si tratta di accordarsi se compito della classe dirigente sia quello di assecondare passivamente le tendenze in atto e gli umori della c.d. società civile - limitando la propria funzione alla notarile registrazione dei mutamenti sociali in corso - o se il suo compito sia qualcosa più di questo; magari, quello di dare un indirizzo generale in base anche ad altri valori che non siano, in maniera prevalente ed esclusiva, le libertà dell’individuo e i suoi diritti soggettivi.
C’è il valore della stabilità familiare, per la continuità affettiva ed educativa che garantisce ai bambini; c’è il valore della funzione di welfare sussidiario che la famiglia può garantire al posto del macchinoso e costoso apparato pubblico; c’è, non da ultimo, il valore dell’autenticità e della profondità dei rapporti umani, che non possono essere ridotti a mero negoziato quotidiano senza rimanere amputati della loro parte più viva e migliore.
Non è necessario e neanche utile essere cattolici fondamentalisti per osservare il politeismo dei valori in gioco; il rischio che vedo è, semmai, quello della riduzione della complessità a monoteismo valoriale.

Se formulo queste obiezioni di merito alla proposta di Marco non è certo per vis polemica nei suoi confronti; al contrario.
Tornando al bicchiere mezzo pieno da cui siamo partiti, considero il suo contributo all'avvio di un dibattito costruttivo su questi temi quanto di più prezioso ed utile ci possa essere.
La questione maschile è, tra le altre cose, un processo di consapevolezza crescente che si nutre - deve nutrirsi, a mio avviso - di riflessioni, approfondimenti, proposte, tentativi, osservazioni, confronti, idee e convinzioni, anche a costo di andare a toccare quelle differenze di approccio "ideologico" con le quali, inevitabilmente, ciascuno di noi interpreta le cose e le organizza nella propria esperienza.
Il momento del no è la parte più facile; è nel momento del sì che nascono le difficoltà, le distinzioni e le potenziali divisioni.
C'è chi vuole andare da una parte, chi dall'altra, chi preferisce rimanere fermo.
Qualcuno potrebbe obiettare che in questo modo si complica maledettamente la vita di una questione già complicata per sua natura.
Ad una simile obiezione risponderei che è vero; si tratta di una complicazione ma che è un passaggio obbligato, un sentiero da intraprendere per forza se non si vuole rimanere al palo.
Non per stabilire chi sta da una parte e chi dall'altra, non per andare a caccia delle possibili divergenze ma per lavorare ad una presa di coscienza e ad una chiarezza del quadro d'insieme, senza la quale si è, comunque, disarmati.
E per trovare, alla fine, ogni utile elemento di convergenza, di coesione e di forza comune.
Perché se non lo si cerca non lo si trova sicuramente.
Continua: "Come complicarsi la vita sapendo di doverlo fare per forza"
martedì 5 aprile 2011

Altre asimmetrie di trattamento giuridico




Seguendo una politica già attuata in altri momenti in questo sito - mirante a fornire, sin dove possibile, elementi informativi ragionati e commentati sui temi della questione maschile, anche di provenienza esterna al blog - pubblico, con l'autorizzazione dell'autore, Marco Faraci, il suo articolo in materia di iniziative giuridiche carcerarie che, more solito, prevede agevolazioni e vantaggi per le detenute madri ma non altrettanto per i detenuti padri.
Mi corre l'obbligo di menzionare - obtorto collo - anche la fonte della pubblicazione, a margine dell'articolo.




Liberare le detenute madri, dimenticandosi dei detenuti padri.
di Marco Faraci


E’ stato approvato da pochi giorni il disegno di legge 2568 intitolato “Modifiche al codice di procedura penale e alla legge 26 luglio 1975, n. 354, e altre disposizioni a tutela del rapporto tra detenute madri e figli minori”.
Il ddl, con relatrice la sen.Gallone, rafforza le tutele per le madri detenute rispetto al precedente quadro normativo. Le principali novità prevedono l’innalzamento da tre a sei anni di età del periodo nel quale il figlio può restare con la madre detenuta e la possibilità per la madre di scontare la detenzione in un istituto a custodia attenuata (ICAM) o agli arresti domiciliari. In più la donna potrà visitare il figlio, anche oltre i sei anni, in caso di malattia o di ricovero ospedaliero, secondo tempi e modalità permessi dal giudice.

Il sostegno ad una riforma che andasse a favorire la condizione delle madri dietro le sbarre è stato bipartisan, anche se i Radicali ed il centro-sinistra hanno espresso critiche alla formulazione finale della legge, astenendosi nel voto finale al Senato. Le valutazioni negative riguardano il fatto che gli ICAM permangano sotto l’amministrazione penitenziaria ed il fatto che resti nebuloso il percorso di effettiva realizzazione e messa a regime di tali istituti e delle case protette per la detenzione domiciliare.
In definitiva le forze politiche si sono divise tra chi considera sufficiente la legge approvata e chi avrebbe voluto una legge che si spingesse anche oltre a difesa dei diritti delle detenute madri.
Nessuno invece ha portato l’attenzione su uno degli aspetti apparentemente più evidenti della normativa, cioè il fatto che ceteris paribus i padri siano esclusi dai benefici conferiti alle madri. Il padre, in base alla legge, risulta una sorta di “genitore residuale”, che può accedere a benefici solamente nel caso “la madre sia deceduta o assolutamente impossibilitata a dare assistenza alla prole”.
Del resto, malgrado ragioni di opportunità abbiano spesso suggerito di inquadrare il tema delle detenute madri come una questione di diritti dei bambini, è in realtà abbastanza evidente che le leggi sull’argomento sono percepite e vissute dalla politica in primo luogo come leggi “per le donne”.
Non è un caso che la legge Finocchiaro del 2001 sia stata varata l’8 marzo e che anche quest’anno la nuova riforma facesse parte del “pacchetto 8 marzo ”, al pari delle quote rosa nei CdA, anche se poi ragioni tecniche hanno fatto slittare l’approvazione di qualche giorno. E’ chiaro che, in questa logica, per i papà non ci può essere molto posto.
Vi è, peraltro, una certa ipocrisia in politiche per le “pari opportunità” che da un lato stigmatizzino il persistere nel nostro paese di una suddivisione tradizionale dei ruoli di genere e dall’altro riaffermino l’identità della donna quale genitore prioritario e prevalente per la cura dei figli, ogni volta che da tale condizione possano scaturire dei vantaggi.
La legge approvata continua ad essere apertamente discriminatoria nei confronti degli uomini carcerati che si trovano privati della possibilità di un contatto con i propri figli, alle medesime condizioni che invece sono consentite alle donne. E’ una una violazione palese dell’art. 3 della Costituzione ed al tempo stesso compromette le prerogative del ruolo genitoriale così come riconosciute dall’art. 30 della Carta.
Va detto che l’attuale asimmetria di genere non è sostenibile neppure in nome dell’interesse del bambino.
Dal punto di vista del minore, infatti, se il “focus” è il suo diritto a non trascorrere la propria infanzia dietro le sbarre, è evidente che tale esigenza potrebbe essere assicurata anche attraverso strumenti alternativi rispetto alla scarcerazione della madre – come ad esempio l’affidamento ad altri membri della famiglia o se, questo non si rivela possibile, a coppie che si rendano disponibili.
Se invece il “focus” è sul diritto del bambino a mantenere un rapporto di contatto diretto con il genitore, come si può pensare che questo rapporto debba riguardare solamente la mamma?
Si tratterebbe, evidentemente, di una violazione dei principi che negli ultimi anni si è sempre più cercato di affermare nel dibattito politico-culturale a proposito del superamento della cristallizzazione dei ruoli nell’ambito della famiglia ed a proposito della riabilitazione dell’importanza della funzione paterna anche a livello di accudimento diretto.
In questo senso, ad esempio, la legge 54/2006 sull’affido condiviso ha affermato il principio del diritto del minore ad un rapporto “equilibrato e continuativo” con entrambi i genitori, un diritto soggettivo ed indisponibile che – come si legge nella proposta Tarditi che ha dato origine alla 54/2006 – è “da collocare nell’ambito dei diritti della personalità”.
E’ interessante notare come il fenomeno dei detenuti padri sia numericamente molto più importante di quello delle detenute madri e come quindi la rilevanza sociale di una strategia di riavvicinamento tra gli uomini dietro le sbarre ed i loro figli sarebbe notevole. Alcune analisi evidenziano, tra l’altro, come il mantenimento del rapporto tra padri carcerati e figli diminuisca per i primi la probabilità di recidività, per i secondi il rischio di disadattamento.
In definitiva, al di là della breve fase dell’allattamento, è difficile individuare ragioni sostenibili per discriminare la posizione dei padri e delle madri, salvo contraddire in modo evidente il percorso sociale e normativo verso nuovi paradigmi genitoriali e di rapporto tra i generi.
O i “benefici” per i genitori rappresentano un vulnus all’impianto del sistema penale compromettendo tanto la valenza punitiva tanto quella di deterrenza della sanzione o rappresentano, al contrario, un elemento di umanizzazione della pena e di valorizzazione del suo elemento rieducativo.
Nel primo caso il problema della legittimità e della “sostenibilità” dei benefici verrebbe a porsi con i medesimi contorni anche per le detenute madri. Nel secondo caso, invece, la possibilità di accedere ad una detenzione attenuta od alla scarcerazione dovrebbe essere estesa ai padri, anche nell’ottica di un percorso per il loro reinserimento sociale.
Purtroppo la politica è lo specchio di un paese che risponde a riflessi umorali – che da un lato sente forte il fascino di visioni giustizialiste e securitarie, dall’altro si commuove di fronte all’immagine della mamma con il bimbo in braccio.
Eppure bisogna andare oltre ed affrontare problematiche come questa non su basi emotive, bensì avendo come bussola i diritti individuali ed il principio dell’uguaglianza davanti alla legge.

5 aprile 2011

Fonte: Libertiamo

Continua: "Altre asimmetrie di trattamento giuridico"
martedì 9 novembre 2010

No alle quote rosa - appelli nel vuoto o ritardi politici?

Dunque, con buona pace di ogni principio meritocratico effettivo - del quale, pure, l'attuale maggioranza di governo ha fatto un proprio vessillo politico e programmatico - il Parlamento si accinge a discutere l'introduzione, in via definitiva, di "quote rosa" nei consigli d'amministrazione delle società per azioni, con il placet condizionato (ma non troppo) del Ministro Tremonti.
La proposta di legge, approvata in Commissione Finanze, viaggia in Parlamento con il sostegno bipartisan dei due partiti maggiori, in totale assenza di un qualunque distinguo di merito e di un qualunque contraddittorio politico.
La potente lobby rosa, trasversale ai partiti, incoraggiata e sostenuta da quasi tutti i media come se si trattasse di un'associazione di beneficenza, ha messo a segno un altro grosso punto a proprio vantaggio; detta al contrario ma con identico significato, la potente ed intangibile lobby rosa ha messo a segno un altro punto a svantaggio del mondo maschile per farsi spazio ai suoi danni (...altro che beneficenza).
A sorprendere non è più, ormai, né il silenzio passivo e succube dell'uomo medio di fronte all'arrembaggio femminile ai "mejo posti" che si vuole garantire ex lege; né il cocciuto silenzio dei liberali e dei liberisti di ogni ordine e grado politico di fronte ad una forma di assistenzialismo pubblico che introdurrebbe ricette di "socialismo di fatto” nel tessuto economico, tali da burocratizzare le libere scelte degli azionisti e recintarne l'autonomia di gestione all'interno di prescrizioni statali calate dall'alto.
A queste forme di silenzio masochistico (nel primo caso) e di silenzio colpevolmente contraddittorio (nel secondo) siamo, purtroppo, abituati dopo decenni di lavaggio sociale del cervello con candeggina mediatica rosa (leggasi vittimismo), che sembra avere trasformato il significato originale delle cose politiche sino ad una tinta unica, indistinta ed incolore.
Se persino una testata come L'Occidentale - organo della Fondazione Magna Carta, i cui riferimenti culturali sarebbero, a loro dire, quelli del liberalismo conservatore - pubblica con disinvoltura articoli che inneggiano alle quote rosa, allora vuol dire che siamo arrivati, alla fine, alla famosa notte in cui le vacche politiche sono tutte grigie allo stesso modo.
E' per questo motivo che spiccano, in un quadro tanto desolante di conformismo generalizzato ed acritico sul tema, i pur timidi messaggi controcorrente che A. De Nicola dal Sole 24ore e Marco Faraci dal sito Libertiamo hanno lanciato nel pneuma della rappresentanza maschile, politica e mediatica.
Il primo denuncia da subito i rischi a cui si sottopone ricordando che "gli uomini prudenti, per paura di sembrare avversari del progresso, non scrivono mai articoli di questo genere"; lui lo ha fatto, va reso merito al suo coraggio, ma va anche osservata la straordinaria cautela con la quale sembra muoversi in un territorio dichiaratamente ostile, invece che nel vasto, aperto spazio della libertà d'espressione.
De Nicola non potrebbe essere più chiaro: le quote rosa sono un nuovo modo di definire e legittimare la vecchia “raccomandazione politica” estendendola ad un’intera categoria sociale (le donne); ossia di creare una nuova casta privilegiata (le “gonne dorate” pare le chiamino in Norvegia) e di falsificare, in tal modo, le dinamiche sociali ed economiche.
Marco Faraci, ancora più direttamente e coraggiosamente, richiama l’attenzione sul fatto che "già negli organismi politici elettivi è sbagliato parlare di 'sotto (o sovra) rappresentazione' di uno dei due sessi, in quanto, da Costituzione, gli eletti non rappresentano i cittadini del proprio sesso, bensì la Nazione tutta. Ma meno che mai il concetto di 'sotto (o sovra) rappresentazione' può avere senso in economia. In economia ciascuno si rappresenta da sé – ed appare quanto meno bizzarro affermare che chi si trova in una determinata 'posizione' rappresenti gli altri."
A fare le spese di questo provvedimento di coartazione delle volontà individuali saranno, inoltre, quegli uomini che si vedranno superati solo in ragione del proprio sesso; vittime sacrificali sull'altare del politicamente corretto elevato a sistema giuridicamente vincolante.
Tutte le osservazioni ed i rilievi mossi dai due autori contro le quote rosa hanno solida fondatezza, si ispirano a criteri di condivisibilissimo buon senso e denunciano come meglio non si potrebbe ciò che, laddove realizzato, significherebbe un artificioso spostamento di possibilità, sic et simpliciter, da una categoria che si adopera molto per la propria crescita sociale (gli uomini) ad un'altra che non si "sciupa davvero troppo" per crescere socialmente (le donne) ma che si ritroverà a disposizione, in forza di un semplice provvedimento autoritativo, posizioni di rilievo e di prestigio assicurate.
Sarebbe del tutto condivisibile anche l'appello finale di Faraci, il quale osserva che "è urgente, pertanto, mobilitarsi per una risposta politica e culturale alle affirmative actions", nella consapevolezza che "il salto di qualità normativo...l'introduzione di elementi di diritto sessuato" nel nostro ordinamento rappresentano una soglia di non ritorno verso un'alterazione grave degli equilibri sociali.
Tutto condivisibile e giusto, se non fosse che l'appello, le contestazioni ed i rilievi di fatto e di diritto cadono in un desolante vuoto di consensi e di attenzione generale; come è possibile, allora, che le ottime ragioni cui abbiamo fatto cenno non trovano rappresentanza politica? per quale oscuro motivo le ragioni femminili vengono sistematicamente anteposte a quelle maschili, come se il nostro mondo fosse ancora l'ottocentesca realtà di Sibilla Aleramo? perché neanche tra le forze che si richiamano alla conservazione ed alla tradizione si ritrovano punti di dissenso rispetto all'aberrante misura delle quote rosa?
La domanda è impegnativa ed occupa, con la sua centralità, buona parte degli articoli che andiamo dedicando alla questione maschile, in un modo o nell'altro; una prima, iniziale risposta di merito, tuttavia, possiamo cominciare ad abbozzarla e si tratta di partire da lontano, lì dove, forse, il problema ha la sua origine, l'Europa.
Dimentichiamo, infatti, molto spesso che la sovranità delle nostri istituzioni nazionali è una sovranità limitata sin dal lontano 7 febbraio 1992 quando, a Maastricht, i plenipotenziari del nostro Paese sottoscrissero, con gli altri, il Trattato istitutivo dell'Unione Europea.
Nella versione consolidata (comprensiva degli aggiornamenti intervenuti da allora), al Titolo I° delle disposizioni comuni, si legge (art. 2) "L'Unione si fonda sui valori del rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell'uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze. Questi valori sono comuni agli Stati membri in una società caratterizzata dal pluralismo, dalla non discriminazione, dalla tolleranza, dalla giustizia, dalla solidarietà e dalla parità tra donne e uomini."
Si osserva, poi, all'articolo 3, 3° comma, del trattato: "L'Unione combatte l'esclusione sociale e le discriminazioni e promuove la giustizia e la protezione sociali, la parità tra donne e uomini, la solidarietà tra le generazioni e la tutela dei diritti del minore."
E ancora, l'articolo 23 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea recita ancora più perentoriamente: "La parità tra donne e uomini deve essere assicurata in tutti i campi, compreso in materia di occupazione, di lavoro e di retribuzione. Il principio della parità non osta al mantenimento o all'adozione di misure che prevedano vantaggi specifici a favore del sesso sottorappresentato."
Per il momento sembra opportuno evidenziare, quindi, che le decisioni di merito sono state già prese altrove, i parlamenti nazionali sono chiamati solo a dare applicazione ai principi ed alle direttive europee e, in questo modo, ogni forma di dissenso rispetto alle c.d. problematiche di genere (espressione insensata in quanto il genere non esiste, esiste il sesso) è stata già tacitata a suo tempo; la saracinesca è ormai chiusa.
Forse si arriva solo con colpevole ritardo a comprendere quanto si è demandato ad organismi lontani geograficamente, culturalmente e politicamente, non solo da noi ma dall'intera realtà.
Questo ci sembra, per ora, solo un buon inizio per tornare a ragionare di quote rosa senza sorprendersi dell'inerzia politica generale circa i suoi significati concreti; è poco forse ma, forse, si tratta di ripartire proprio da lì.
Continua: "No alle quote rosa - appelli nel vuoto o ritardi politici?"