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martedì 18 settembre 2012

L'uguaglianza sociale è nemica della democrazia






Prima di commentare le reazioni suscitate dalle insistenti iniziative con le quali la commissaria europea alla Giustizia, Viviane Reding, vuole portare al 40% le quote rosa nei consigli d’amministrazione delle società per azioni pubbliche e di quelle private quotate nei mercati borsistici dei paesi aderenti alla UE, qualche premessa non guasta.
Viviane Reding
Va tenuto presente che dallo scorso mese di agosto è già in vigore, qui in Italia, il famigerato provvedimento Golfo-Mosca (dal nome delle due relatrici della legge 120/2011) che impone nella misura del 30% la "presenza femminile" nei cda in questione, provvedimento che andrà a regime dal 2015 e sin da ora nella misura di un quinto dei consiglieri; ne abbiamo già parlato in altri momenti e suggerisco una rivisitazione retrospettiva di quelle considerazioni alla luce degli attuali sviluppi.
Il testo normativo ha formalmente efficacia decennale (una bizzarria tecnico-giuridica) ma difficilmente si tornerà indietro.
Infatti dall'Europa, come detto, non paghi di questa forzatura si vuole alzare ancora l'asticella - ed anche questo, da qui, è stato previsto e denunciato - dopo di che sarà alzata ancora e ancora sino alla fatidica e artificiosa «uguaglianza di genere» prevista nei trattati.
Si tratta, con ogni evidenza, di misure di ingegneria sociale, finalizzate a modificare d'imperio «la diseguale ripartizione del potere tra i sessi», che tuttavia vengono realizzate in plateale disprezzo di due principi fondamentali delle democrazie liberali: il principio della libertà d'impresa ed il principio del merito individuale.
A questi due valori basilari del pensiero liberale classico, con cui la vecchia e ormai impolverata classe della borghesia riuscì a trasformare pacificamente un ordine sociale ingessato nei diritti di nascita, si contrappone oggi un generico principio dell'uguaglianza sociale, inconciliabile nella sua essenza tanto con il primo, quanto con il secondo di quei valori.
In realtà, in natura l'uguaglianza non esiste, neanche tra i gemelli omozigoti tra i quali c'è sempre quello più intelligente, più estroverso, più dinamico o più intraprendente dell'altro.
Tutto ciò ha delle evidenti ricadute anche sul piano dei rapporti sociali ed economici, dove "l'uguaglianza" - che è un costrutto idealtipico e, in alcuni casi, utopico - per essere conseguita deve essere imposta autoritativamente dal potere politico.
Naturalmente non bisogna confondere il concetto di uguaglianza sociale con quello, politicamente neutro, di uguaglianza dei cittadini davanti alla legge, che è cosa completamente diversa.
Né andrebbe manipolato il concetto di uguaglianza nelle opportunità sociali - una parità che ha senso democratico solo alle posizioni di partenza - con la conta numerica dell'uguaglianza alle posizioni di arrivo.
Ne consegue che se l'uguaglianza sociale deve essere realizzata d'imperio ciò può avvenire solo a prezzo della libertà e della meritocrazia, così come avveniva nella vecchia Unione Sovietica dove tutti erano uguali, statisticamente allineati e ugualmente sudditi di un potere politico onnipotente e padrone, che impartiva ordini sul che fare, che non fare, dove andare e dove non andare, chi essere e chi non essere.
Il fatto che il potere politico nazionale - sollecitato e incalzato dalla tecnoburocrazia europea, e ad essa complice - vada ripristinando "diritti di nascita" che non sono più legati alla casta, al censo o al titolo nobiliare ma al sesso di ciascun individuo è quindi un regresso grave rispetto a quell'ideale democratico che ormai possiamo cominciare a mettere tra le buone cose del passato.
Conforta sapere - a proposito delle reazioni cui si accennava all'inizio - che tra le isolate voci di dissenso rispetto a questa deriva antidemocratica si sia alzata anche quella autorevole di Antonio Salvi, Preside della Libera Università Mediterranea "Jean Monnet" e ordinario di finanza aziendale, il quale con un articolo pubblicato nei giorni scorsi ha definito le quote rosa «una beffa inutile e dannosa», oltre che intimamente illiberale ed autoritaria, argomentando la presa di posizione con ragionati e competenti argomenti di buon senso.
Condivisibilissima soprattutto la sua riflessione generale: «non se ne può più dell'agire politicamente corretto, di comportamenti equi e sostenibili» e, aggiungerei personalmente, del falso mito egualitario.
Ma se da un lato è confortante sapere che le riflessioni critiche e le voci di dissenso sui metodi di «lotta alle disuguaglianze» (un comandamento ad alta digeribilità spirituale) vanno lentamente - ma troppo lentamente - crescendo nella società civile, è del tutto sconfortante osservare come il mondo politico, quasi nella sua interezza, sia completamente immerso in questa grottesca pianificazione di stampo socialista.
Se, infatti, il tema della lotta alle disuguaglianze è la ragione di essere della sinistra - come Norberto Bobbio ha reso evidente anche alla più ostinata "destra sociale" - non altrettanto dovrebbe dirsi per il campo avverso, dove la battaglia politica contro l'omologazione dei cittadini e il dirigismo politico dovrebbe essere una stella polare.
Si fa quindi fatica a collocare l'On. le Lella Golfo, pasionaria delle quote rosa e prima firmataria della legge 120, in un panorama politico dotato di qualche senso, coerenza e riconoscibilità.
Sintomatica della confusione ideologica che anima questa parlamentare è la sua risentita risposta all'articolo di cui prima, nella quale - oltre all'abituale intemerata sul maschilismo, che fa sempre brodo - si legge: «...credo sia un sacrosanto dove­re della politica intervenire quando i "normali" meccanismi di mercato produ­cono storture, introducendo correttivi in direzione del bene comune e del miglio­ramento della struttura produttiva.»
Quando una cosa del genere la dice Fassina - responsabile economico del PD, che tornerebbe volentieri a nazionalizzare le imprese e socializzare le perdite - lo si può capire; ma se la dice la Golfo, no.
Evidentemente, la Golfo è andata alla stessa scuola economica di Fassina; ma allora non si capisce cosa ci stia a fare nel centrodestra.
L'On. le Golfo non è tuttavia la sola del suo schieramento ad alimentare la confusione, considerato che la legge sulle quote rosa è stata votata dalla maggioranza dei suoi colleghi di partito e di coalizione.
Quindi, di quale centrodestra stiamo parlando?
E quali pessime conclusioni trarne?
Quando avvertiamo - come sempre più spesso capita - che la democrazia è messa in pericolo, che ci stiamo avvicinando pericolosamente al pensiero unico, quando vediamo ridursi gli spazi di dissenso e di libertà, quando capiamo che il momento del voto va perdendo gradualmente di significato e che la contesa politica è un teatrino stucchevole impersonato da personaggi inadatti e confusi (se non peggio), quando all'incapacità degli eletti si aggiunge l'indifferenza degli elettori, quando l'irrazionalità dell'antipolitica prende il sopravvento sulla razionalità delle scelte, quando comprendiamo di essere governati da luoghi distanti e inaccessibili che lavorano per la sovietizzazione strisciante dei rapporti sociali ed economici, non chiediamoci semplicemente chi sia ad attentare alla democrazia.
Chiediamoci, piuttosto, chi sia mai che potrà impedirne il tracollo.

Continua: "L'uguaglianza sociale è nemica della democrazia"
lunedì 25 luglio 2011

Le chiamano "pari opportunità" ma sono dispari




L'ingresso delle donne nei diversi corpi armati, militari o di polizia, presenti nel nostro Paese è un dato acquisito ed è da molti ritenuto indicativo del fatto che - laddove poste in condizioni di pari opportunità con gli uomini alle posizioni di partenza - le donne sarebbero in grado di fare le stesse cose, svolgere le stesse funzioni e conseguire i medesimi risultati, anche in quei difficili settori di attività.
Le tante donne in divisa che si vedono oggi, soprattutto sulle riviste e nelle fiction televisive, vengono salutate da alcune/i come uno dei traguardi delle pari opportunità democraticamente raggiunto e consolidato dai fatti.
Ma il tutto si fonda, essenzialmente, su una monumentale finzione collettiva.
Finzione che è, peraltro, duplice: da un lato consiste nel credere o nel far credere che in quelle posizioni di partenza ad essere valutato e misurato sia il merito effettivo della persona, indipendentemente dal sesso e sulla base di parametri identici ed oggettivi per tutti.
La famosa ma inesistente uguaglianza di fatto.
Dall'altro, consiste nel credere o nel far credere che, una volta superata la selezione prevista per il reclutamento, sia uomini che donne andranno a svolgere le stesse funzioni sul campo.
La famosa ma inesistente uguaglianza di diritto.
Quanto a questo secondo aspetto della finzione collettiva, basterebbe ricordare che la diversa operatività tra uomini e donne in uniforme è espressamente prevista dalle norme in vigore, che sottraggono in larghissima misura le donne dai compiti più rischiosi e impegnativi; tra le forze di polizia, ad esempio, è esplicitamente previsto, nella legge 121/1982 di riforma, l'esonero femminile dai compiti di ordine pubblico (manifestazioni di piazza, disordini allo stadio, vigilanza nei cortei politici etc.).
Altre considerazioni di merito sulle donne militari le abbiamo già affrontate nell'articolo «La metà di tutto».
Quanto al primo aspetto della finzione, abbiamo ricevuto tra i commenti la testimonianza diretta - ictu oculi, per così dire - di un partecipante all'ultimo concorso per 1.600 Allievi Agenti della Polizia di Stato, che si è svolto recentemente.
Così come lo abbiamo ricevuto lo proponiamo con particolare risalto - acquisito il consenso indiretto dell'autore, che ringraziamo - per il notevole valore testimoniale in materia.
Naturalmente, per consentire l'accesso di queste donne ai posti in concorso sono stati "scartati" e sacrificati altrettanti uomini, con ogni probabilità più meritevoli e adatti ad occupare quelle funzioni.
Come si potrà constatare, tanto alle posizioni di partenza (selezioni, reclutamenti, concorsi) quanto alle posizioni di arrivo (quote rosa in politica ed economia) il mondo delle donne è ben lontano dal poter raggiungere alcuna parità o uguaglianza effettiva.
Si tratta solo di una categoria assistita dai poteri pubblici.
Questa la monumentale finzione.
Del resto, la pari dignità è qualcosa di completamente diverso dall'uguaglianza e con essa ha poco a che fare.

«Promemoria del concorso 1600 Allievi Agenti 2010/11 della polizia di
stato. Il promemoria riguarda le prove psicoattitudinali svoltesi nel
mese di Luglio 2011. Ogni giornata prevedeva un gruppo di 60 persone
circa, questo resoconto quindi tiene conto dall’esperienza personale di
uno solo di questi gruppi, pur rimanendo identiche le modalità e tempi
di svolgimento.

1. Prove di efficienza fisica differenziate tra uomini e donne: La prova
di corsa è risultata alquanto dubbia, in quanto gran parte delle donne
mostravano una manifesta impreparazione atletica, constatabile anche
visivamente a causa della forma fisica sicuramente non rientrante nei
canoni del peso forma.

Molte di loro, pur dovendo affrontare la prova dei 1000m piani in 4’45” a
differenza dei colleghi uomini che avevano in limite in 4’15”,non hanno tenuto
sicuramente un passo idoneo per il superamento della prova. Nessuna di
loro è risultata non idonea alla prova, considerando che solo una decina
di candidate hanno dimostrato una preparazione idonea. Molte delle
suddette, si sono anche permesse di insultare i candidati maschili
mentre osservavano le prove, in quanto alle donne era stato concesso di
partire per prime, in previsione del fatto che la prova si sarebbe poi
prolungata nelle ore più calde della giornata.(E’ da considerare che chi
aveva già sostenuto la prova poteva osservare le altre batterie della
corsa stando seduto sotto un gazebo all’ombra attrezzato per
l’occasione). Si potrebbe anche ragionare sul fatto che la migliore
delle candidate femminili non sarebbe rientrata nel tempo minimo dei
candidati maschili, in quanto classificatasi prima con 4’18”.
Il salto in alto ha visto scartati 3 uomini e 0 donne. Altezza prevista per le donne 90cm. Altezza prevista per gli uomini 110cm. Per chi è un minimo esperto del settore,
capirà come 20 cm possano fare la differenza in uno sport di questo
tipo.

Per quanto riguarda le prove di forza invece, sollevamento alla sbarra e
piegamenti, risultano un mistero in quanto le prove femminili si sono
“tenute esclusivamente a porte chiuse”, a differenza di quelle maschili
ovviamente di pubblico dominio.

A prescindere dal fatto che ritengo che sostenere una prova sotto lo
sguardo di un pubblico che ti osserva sia completamente diverso dal
sostenerlo in separata sede al riparo da sguardi “indaganti” magari di
un sesso opposto al nostro. Mi sembra obbligatorio riportare per
ammissione di alcune candidate stesse, che le donne sono state agevolate
nell’espletamento delle prove di forza.

1. Gli esaminatori aiutavano le donne sostenendole sui fianchi durante i
sollevamenti alla sbarra, ed era loro concesso lo stacco con slancio
da terra per effettuare la prima trazione. (Donne 2 trazioni per
superamento. Uomini 5 trazioni per superamento)
2. Gli esaminatori contavano con estrema
sufficienza il numero massimo di piegamenti alle donne.
(10 flessioni per le donne. 15 flessioni per gli uomini).
Prove di accertamento fisico:
Anche qui la disparità di trattamento è emersa violentemente fin dai
primi momenti, in quanto alle candidate ci si riferiva con “donne” ai
candidati con l’appellativo di “maschietti”. Le dottoresse che poi
esaminavano gli aspiranti per la valutazione medica generale della
vista, peso altezza, patologie generali, erano definite dalle candidate
stesse “acide”. Si dimostravano infatti scortesi ed arroganti, prive del
tutto di tatto e professionalità. Va considerato inoltre che alle donne
chiaramente è stata concessa una commissione medica del tutto
femminile, mentre agli uomini una commissione mista composta per lo più
dalla commissione femminile con l’aggiunta di un collega maschile.»
Continua: "Le chiamano "pari opportunità" ma sono dispari"
lunedì 11 luglio 2011

La metà di tutto

Finalmente una buona notizia.
Presi come siamo dalla nostra inveterata, brutale e invereconda misoginia, tempo addietro ci siamo spinti ad interpretare l’atteggiamento comune della donna media contemporanea come un «voglio tutto» capriccioso ed infantile.
Forse qualche lettore abituale lo ricorderà: il bancone del gelataio, la pretenziosità femminile e il solerte, zelante paternalismo delle istituzioni di ogni ordine e grado che si affrettano ad accontentarla in tutti i modi come si fa con i bambini; anzi, molto più di come si fa con i bambini a cui, al contrario, si insegnano i limiti e la moderazione.

Bene, stavolta dobbiamo ammetterlo, ci sbagliavamo.
Ciò che vogliono le donne – questo tormentone quotidiano che corre in circolo tra cinema, tivvù e piazze della politica - non è proprio tutto-tutto, non sono così esagerate.
Vogliono il 50% lordo, vogliono fare ai mezzi; le donne vogliono la metà di tutto.
A dichiararlo e certificarlo, in nome e per conto dell’universo femminile nella sua indistinta e monolitica totalità, è quel nuovo fenomeno politico-mediatico di marca neofemminista che si va mettendo in vetrina - sul web, nelle piazze e sui giornali – intonando il noto slogan “se non ora quando”.
Ultima vetrina ufficiale, la tre giorni di Siena del decorso fine settimana.
Le donne in stato di mobilitazione permanente, racconta la cronaca dell’evento senese, «…non vogliono il Ministero delle pari opportunità, ma l’Economia, gli Interni e la Difesa, e anche il Primo Ministro se non il Quirinale, dopo Napolitano. Non vogliono quote ma “la metà di tutto”. E forse qualcosa di più.»

Beh, tutto sommato è una buona notizia.
Era ora, finalmente, che si facesse ai mezzi di tutto, dove però tutto sta per tutto, naturalmente.
Non tutto quello che sta da lì a là, tutto di questo ma non tutto di quello, tutto ciò che sta sopra ma non tutto ciò che sta sotto.
Tutto significa proprio tutto nella lingua italiana e in quel tutto non ci stanno solo i ministeri, le cariche e gli onori; ci stanno tantissime altre cose.
Ci stanno le morti bianche, per esempio.
Nelle statistiche dei caduti sul lavoro il soffitto di cristallo è più duro e resistente che mai, perché la parte del leone la fanno sempre gli uomini con quel 90% abbondante di incidenti mortali; era ora che si andasse ad un riequilibrio di queste statistiche in nome della parità sessuale.
Ci stanno anche i lavori pericolosi, quelli che possono portare ad invalidità permanenti, morti bianche a parte; ed anche lì cominciare a vedere qualche donna con qualche dito di meno, con qualche cicatrice addosso o con le stampelle significherà che ad essere risparmiati saranno stati altrettanti uomini.
Ci stanno i caduti e i feriti sui fronti caldi dei conflitti esteri e lì la questione è particolarmente strana.
Figure femminili nel mondo militare se ne vedono in continuazione, sempre in primo piano nelle foto ufficiali, nei reportage televisivi e nei cerimoniali; poi, però, tra le vittime degli attentati in Afghanistan, in Iraq e negli altri luoghi di tensione internazionale non ne trovi neanche una, benché negli ultimi anni i caduti tra i militari italiani si contino nell’ordine delle centinaia. Che strano mistero!
La metà di tutto comporterà anche questa quota della metà, immaginiamo.
Ci stanno, ancora, le sentenze di separazione e divorzio, l'applicazione quotidiana del diritto di famiglia vigente, dove più che altrove il principio della “metà di tutto” sarebbe davvero benedetto.
Che si vada al 50% effettivo dell’affidamento dei figli, degli oneri di mantenimento, dell’usufrutto della dimora familiare, beffe legislative e giudiziarie dell’affido condiviso a parte.
Certo, a nessuno (forse) piace la disgrazia altrui, ma se proprio l’esito di una separazione deve andare ad ingrossare le fila dei barboni e delle mense della Caritas, sembra più che giusto che a mettersi in fila siano tante donne quanti uomini.

Insomma, senza stare ad elencare ancora le varie vicende esistenziali che ci riguardano tutti, in un modo o nell’altro, di settori da portare ad un riequilibrio statistico tra i sessi ce ne sono davvero tanti.
Quindi, che le neofemministe proclamino questo sacrosanto principio di parità non può non essere considerato una buona notizia e - bisogna proprio dirlo di fronte a tanta nobiltà di intenti - avere pensato che l’atteggiamento di fondo femminile fosse un pretenzioso e ingiustificato «voglio tutto» non ci fa onore.
Adesso si tratterà solo di stare a vedere con quanta coerenza le senonoraquando in stato di mobilitazione permanente rivendicheranno l’invocato principio.
Che c’è, c'avete dei dubbi….?
Continua: "La metà di tutto"
martedì 21 giugno 2011

La partecipazione politica femminile






Sono ormai diversi anni che sentiamo ripetere, in modo talmente insistito da risultare quasi ossessivo, che nel nostro Parlamento e nelle istituzioni ci sono poche donne.
Normalmente, quando ci si trova di fronte ad un fenomeno documentato da un semplice conteggio numerico, oltre a prenderne atto ci si dovrebbe interrogare sulle cause del fenomeno stesso.
Mantide
Se in un grande fiume si riscontra una scarsa presenza di pesci, normalmente non ci si limita a denunciarne l’assenza cercando di ripopolarlo a tutti i costi, ma si mettono in opera le possibili indagini scientifiche per trovare delle spiegazioni fondate ed, eventualmente, dei rimedi ragionevoli.
Dentro al fiume della politica, invece, non si guarda tanto per il sottile e non si ritiene utile arrivare ad una migliore comprensione del fenomeno; si ritiene, al contrario, doveroso provvedere al “ripascimento” femminile dell’ambiente a viva forza, ignorando deliberatamente le possibili cause come se esse non contassero affatto.
Il primo e fondamentale interrogativo che ci si dovrebbe porre è, infatti, se la scarsa presenza femminile in Parlamento corrisponda ad una minor partecipazione generale delle donne alle vicende pubbliche e, quindi, ad un disinteresse “ordinario” della donna media per questo genere di affari.
Nessuno si chiede come mai tra piloti, meccanici ed ingegneri della formula uno non si trovi una donna che sia una; si dà per scontato che si tratti di un prevalente interesse maschile e che, quindi, la donna media se ne disinteressi in quanto attività che non corrispondono alle proprie inclinazioni naturali.
Nel caso della partecipazione politica, invece, questi elementari principi di buon senso perdono di valore e tutto ciò che ad alcuni/e basta sapere è che il dato numerico non corrisponde all’obiettivo prefissato della parità statistica, senza starsi a dare troppe ed ulteriori spiegazioni.
Ulteriore problema è che, anche quando c’è chi si pone un certo tipo di domande, se le risposte ottenute non risulteranno in linea con la tesi preconcetta della “discriminazione femminile”, tanto le domande quanto le risposte trovate saranno occultate dietro ad una cortina di omertoso, imbarazzato silenzio.
Quanti sono al corrente, infatti, che l’ISTAT ha condotto una specifica ricerca sulla partecipazione politica e quanti hanno saputo, per via mediatica o in qualunque altro modo, dei risultati così ottenuti?
Stefania Prestigiacomo
Anche questa ricerca – come quelle sulla violenza e le molestie sessuali – è stata commissionata a suo tempo dall’allora Ministero per le Pari Opportunità (oggi Dipartimento) allo scopo di avvalorare la tesi della discriminazione femminile.
Contrariamente a quelle ricerche, manipolate metodologicamente per ottenere i risultati voluti, questa però non si è prestata ad alcun tipo di manipolazione essendo strutturata su un questionario rigido ed oggettivo; contrariamente a quelle ricerche che vennero sparate sulle prime pagine di tutti i giornali e da tutti i media come una notizia destinata a produrre uno shock sociale, di questa non si ebbe alcuna risonanza giornalistica.
Il perché è presto detto: quella rilevazione, che fotografava l’Italia del 2005 (quindi, non molto diversa dall’attuale), metteva in chiara e lampante evidenza un disinteresse diffuso del mondo femminile nei confronti della politica.
O, per dirla più direttamente, la sostanziale e prevedibile consequenzialità logica tra bassa partecipazione femminile media alle cose della politica e scarsa presenza femminile tra i banchi del Parlamento.
Questo fatto è tanto vero che la stessa Linda Laura Sabbadini – direttore pro tempore dell’ISTAT nel ramo di ricerca – fu costretta a parlare, forse obtorto collo, di «differenze marcate» nel rapporto che uomini e donne hanno, appunto, con la vita politica, esprimendosi ancora più esplicitamente con questi termini: «Nonostante le donne di oggi studino e lavorino molto più che in passato, i dati suggeriscono chiaramente come la politica venga percepita da molte donne come una dimensione lontana dai propri interessi.»
Ecco qualche dato a conforto, estratto dalle tavole dei dati che compendiano i risultati, liberamente consultabili ai rispettivi link:
se la percentuale degli uomini che non si informano mai di politica è pari al 16,9% della popolazione, quella femminile è pari al 32,1%
se la percentuale degli uomini che si informano tutti i giorni di politica è pari al 39,4% della popolazione, quella femminile scende al 26,3%
se la percentuale degli uomini che non parla mai di politica è pari al 24,1% della popolazione, quella femminile è pari al 43,6%
se la percentuale degli uomini che aveva partecipato ad un comizio negli ultimi 12 mesi dalla rilevazione era pari al 9,3% della popolazione, quella femminile scendeva al 4,6%
se la percentuale degli uomini che svolge attività gratuita per un partito è pari al 2,6% della popolazione, quella femminile scende allo 0,8%

La mole di dati, disaggregati per età, occupazione, posizione sociale e residenza geografica fornisce ulteriori e più accurati elementi di analisi; tuttavia, già queste risultanze fotografano, con percentuali doppie o più che doppie, ciò che tutti già sapevamo per intuitiva esperienza comune.
Particolarmente indicativo, però, dello spirito con il quale è stata condotta questa ricerca – fallimentare, del resto, per gli scopi implicitamente perseguiti - è il primo item con il quale il questionario è stato proposto.
Prima ancora di capire cosa tenesse le donne lontane dalla politica – ossia la loro stessa indole – si chiedeva l’opinione su come dovrebbe essere la percentuale di donne nel Parlamento e motivo per cui la percentuale dovrebbe essere più alta; a tale scopo sono state indicate alcune risposte precostituite tra cui:
- le donne devono essere maggiormente rappresentate
- le donne hanno delle qualità che le rendono più capaci degli uomini
- le donne portano più idee nuove, punti di vista diversi
- le donne conoscono meglio alcuni problemi

Ovviamente, l’eco di queste "opinioni soggettive" ha avuto il sopravvento sull’oggettività del resto della ricerca, tanto che continuiamo a sentirlo – con tutto il suo carico di vittimismo femminile inalterato – ancora oggi.
Continua: "La partecipazione politica femminile"
mercoledì 16 marzo 2011

Quote rosa anche su wikipedia?



Il 15 gennaio scorso, l'arcinota wikipedia – l’enciclopedia collaborativa on line a contenuto libero, fondata da Larry Sanger (poi dissociatosi dall'impresa) e Jimmy Wales - ha compiuto dieci anni.
Jimmy Wales
In questo breve arco di tempo la sua crescita è stata tumultuosa: è il 5° sito internet più visitato al mondo con 410 milioni di connessioni giornaliere e si compone di 17 milioni di articoli, in 270 lingue diverse, redatti ed aggiornati dagli stessi utenti, secondo il principio collettivista della condivisione senza esclusive.
Chi scrive ha fatto parte (nel suo piccolo) dell’immenso popolo di redattori del sistema enciclopedico, dopo aver postato liberamente la voce «misandria», nell’edizione italiana che, sino a quel momento - era l'anno 2005, all'incirca -, non contemplava ancora l’esistenza di questo lemma. A tutt’oggi la voce è ancora lì, praticamente nella medesima stesura originale, solo integrata da alcuni contributi altrettanto volontari.
Si potrebbe testimoniare, quindi, che il geniale meccanismo partecipativo sembrerebbe funzionare al meglio, tanto da garantire incondizionata libertà di accesso, pluralismo dei contenuti e, dunque, una partecipazione effettivamente “democratica” da parte di chiunque.
Eppure non è tutto oro quello che luccica, come dice il vecchio adagio.
Per un verso, il libero accesso e l'assenza di controlli di merito non può garantire in alcun modo sulla buona fede dei partecipanti. Nel tempo si sono andate, infatti, moltiplicando le burle enciclopediche contrabbandate da quel sito, come quella in cui è incappata, da ultima il 10 maggio scorso, Ségolène Royal, già avversaria di Sarkozy nell'ultima corsa all'Eliseo. La poveretta ha citato la storia esemplare di un nobile personaggio del XIX° secolo tratta da wikipedia - Léon Robert de L'Astran - per commemorare ufficialmente la giornata nazionale contro lo schiavismo. Peccato che il personaggio e la sua altruistica vicenda in favore dei deportati africani fossero stati inventati di sana pianta ed inseriti su wikipedia da uno studente fantasioso e burlone, solo qualche tempo prima.
«Era una storia così bella...» - si sarebbe giustificata l'incauta e superficiale dirigente della gauche francese.

Ségolène Royal
Per l'altro verso, però, i contenuti enciclopedici non si limitano ad essere semplici definizioni lessicali o nozionismi ideologicamente indifferenti ma sono anche definizioni mutevoli della realtà storica, sociale, antropologica ed economica, perennemente soggette alla variabilità ed eterogeneità dei punti di vista; il terreno dell'opinabile, per dirla più facile.
Qui wikipedia rivela un'attenzione ai contenuti molto più accorta ed un volto decisamente meno democratico ed "aperto a tutti i saperi" di quanto vorrebbe far credere; quantomeno sull'occhiuto sito italiano.
«In wikipedia - ha scritto A. Gnocchi sul Giornale del 23 novembre scorso - esiste un problema di manipolazione del consenso [che rende].....Il sapere "democratico" di wikipedia(...) un aggiornamento digitale del maoismo».
Forse Gnocchi esagera, ma lo fa citando nomi, situazioni e dati di fatto; chiunque si azzardi ad intervenire sulla storiografia ufficiale della "resistenza italiana" o in favore del libero mercato, in opposizione alla vulgata dominante nel sito, può subire sospensioni e radiazioni da parte di solerti ed attentissimi (nel caso) administrators pronti alla bisogna. Per questo motivo è stato radiato definitivamente da wikipedia, per l'appunto, lo storico E. Mastrangelo - caporedattore di storiainrete.com - che si era azzardato a definire "guerra civile" ciò che si è verificato in Italia all'indomani dell'8 settembre 1943; ossia, una posizione storiografica quasi consolidata tra gli studiosi, ma incrollabilmente invisa ad una certa parte politica.
Non starò a dire quale, perché la risposta è in re ipsa.
Il sapere scritto e divulgato su wikipedia non è dunque tanto democratico come sembra, ma la risultante dei gruppi di pressione che detengono l'egemonia culturale nel sito, tra i quali sembra vengano anche scelti gli amministratori deputati a custodire l'ortodossia del pensiero, attraverso la limitazione del dissenso o la sua diretta censura.
Sulla base di un terreno così fertile alla manipolazione ideologica della conoscenza ed al suo orientamento in una certa direzione - piuttosto che all'accoglimento di tutte le posizioni - c'è chi ha cominciato ad interrogarsi sull'effettiva consistenza del punto di vista femminile nello scibile wikipediano, arrivando alla scottante verifica che il mondo femminile non sembra poi così interessato alla costruzione del sapere.
Solo il 15% dei redattori è di sesso femminile e la cosa appare in tutta la sua evidenza proprio nelle voci destinate (come Sex'n the city o gli stilisti di moda) ad un pubblico femminile, decisamente sottosviluppate rispetto a tematiche speculari ma d'interesse maschile.
Sue Gardner
Naturalmente si è gridato subito "alla disuguaglianza".
Secondo altre fonti, la percentuale sarebbe ancora inferiore - al 13% - tanto da portare qualcuno a definire wikipedia addirittura «un concentrato di potere maschile».
«E' politicamente scorretto - si leggeva sul Giornale il 2 febbraio scorso - far notare che, anche dove non ci sia ostacolo, le donne scelgano di non far sentire la propria voce. Non si può tirare in ballo il solito soffitto di vetro...wikipedia è free, libera, senza limiti.»
Invece di trarne le logiche conclusioni che uomini e donne sono diversamente orientati nella vita, Sue Gardner, direttrice della fondazione Wikimedia, vuole introdurre le quote rosa anche sul sito dell'accesso libero e della partecipazione su base volontaria.
La sua battaglia è portare la quota percentuale femminile al 25% entro il 2015, anche se non si capisce come vorrebbe farlo senza alterare la libertà di partecipazione e di espressione, vessillo distintivo (evidentemente solo apparente) di wikipedia.
Eleonora Barbieri sul Giornale l'ha definita «L'ultima follia femminista».
Il vero problema è che si tratta di una follia contagiosa e senza più alcun tipo di delimitazione; nessuno sembra scandalizzarsi di quote riservate anche nel sapere.
I primi dieci anni di wikipedia sono andati come sono andati; aspettiamoci tempi peggiori perché la libertà di pensiero sembra destinata a scarseggiare in misura crescente sotto l'egemonia opprimente dell'egualitarismo.
Continua: "Quote rosa anche su wikipedia?"