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martedì 18 settembre 2012

L'uguaglianza sociale è nemica della democrazia






Prima di commentare le reazioni suscitate dalle insistenti iniziative con le quali la commissaria europea alla Giustizia, Viviane Reding, vuole portare al 40% le quote rosa nei consigli d’amministrazione delle società per azioni pubbliche e di quelle private quotate nei mercati borsistici dei paesi aderenti alla UE, qualche premessa non guasta.
Viviane Reding
Va tenuto presente che dallo scorso mese di agosto è già in vigore, qui in Italia, il famigerato provvedimento Golfo-Mosca (dal nome delle due relatrici della legge 120/2011) che impone nella misura del 30% la "presenza femminile" nei cda in questione, provvedimento che andrà a regime dal 2015 e sin da ora nella misura di un quinto dei consiglieri; ne abbiamo già parlato in altri momenti e suggerisco una rivisitazione retrospettiva di quelle considerazioni alla luce degli attuali sviluppi.
Il testo normativo ha formalmente efficacia decennale (una bizzarria tecnico-giuridica) ma difficilmente si tornerà indietro.
Infatti dall'Europa, come detto, non paghi di questa forzatura si vuole alzare ancora l'asticella - ed anche questo, da qui, è stato previsto e denunciato - dopo di che sarà alzata ancora e ancora sino alla fatidica e artificiosa «uguaglianza di genere» prevista nei trattati.
Si tratta, con ogni evidenza, di misure di ingegneria sociale, finalizzate a modificare d'imperio «la diseguale ripartizione del potere tra i sessi», che tuttavia vengono realizzate in plateale disprezzo di due principi fondamentali delle democrazie liberali: il principio della libertà d'impresa ed il principio del merito individuale.
A questi due valori basilari del pensiero liberale classico, con cui la vecchia e ormai impolverata classe della borghesia riuscì a trasformare pacificamente un ordine sociale ingessato nei diritti di nascita, si contrappone oggi un generico principio dell'uguaglianza sociale, inconciliabile nella sua essenza tanto con il primo, quanto con il secondo di quei valori.
In realtà, in natura l'uguaglianza non esiste, neanche tra i gemelli omozigoti tra i quali c'è sempre quello più intelligente, più estroverso, più dinamico o più intraprendente dell'altro.
Tutto ciò ha delle evidenti ricadute anche sul piano dei rapporti sociali ed economici, dove "l'uguaglianza" - che è un costrutto idealtipico e, in alcuni casi, utopico - per essere conseguita deve essere imposta autoritativamente dal potere politico.
Naturalmente non bisogna confondere il concetto di uguaglianza sociale con quello, politicamente neutro, di uguaglianza dei cittadini davanti alla legge, che è cosa completamente diversa.
Né andrebbe manipolato il concetto di uguaglianza nelle opportunità sociali - una parità che ha senso democratico solo alle posizioni di partenza - con la conta numerica dell'uguaglianza alle posizioni di arrivo.
Ne consegue che se l'uguaglianza sociale deve essere realizzata d'imperio ciò può avvenire solo a prezzo della libertà e della meritocrazia, così come avveniva nella vecchia Unione Sovietica dove tutti erano uguali, statisticamente allineati e ugualmente sudditi di un potere politico onnipotente e padrone, che impartiva ordini sul che fare, che non fare, dove andare e dove non andare, chi essere e chi non essere.
Il fatto che il potere politico nazionale - sollecitato e incalzato dalla tecnoburocrazia europea, e ad essa complice - vada ripristinando "diritti di nascita" che non sono più legati alla casta, al censo o al titolo nobiliare ma al sesso di ciascun individuo è quindi un regresso grave rispetto a quell'ideale democratico che ormai possiamo cominciare a mettere tra le buone cose del passato.
Conforta sapere - a proposito delle reazioni cui si accennava all'inizio - che tra le isolate voci di dissenso rispetto a questa deriva antidemocratica si sia alzata anche quella autorevole di Antonio Salvi, Preside della Libera Università Mediterranea "Jean Monnet" e ordinario di finanza aziendale, il quale con un articolo pubblicato nei giorni scorsi ha definito le quote rosa «una beffa inutile e dannosa», oltre che intimamente illiberale ed autoritaria, argomentando la presa di posizione con ragionati e competenti argomenti di buon senso.
Condivisibilissima soprattutto la sua riflessione generale: «non se ne può più dell'agire politicamente corretto, di comportamenti equi e sostenibili» e, aggiungerei personalmente, del falso mito egualitario.
Ma se da un lato è confortante sapere che le riflessioni critiche e le voci di dissenso sui metodi di «lotta alle disuguaglianze» (un comandamento ad alta digeribilità spirituale) vanno lentamente - ma troppo lentamente - crescendo nella società civile, è del tutto sconfortante osservare come il mondo politico, quasi nella sua interezza, sia completamente immerso in questa grottesca pianificazione di stampo socialista.
Se, infatti, il tema della lotta alle disuguaglianze è la ragione di essere della sinistra - come Norberto Bobbio ha reso evidente anche alla più ostinata "destra sociale" - non altrettanto dovrebbe dirsi per il campo avverso, dove la battaglia politica contro l'omologazione dei cittadini e il dirigismo politico dovrebbe essere una stella polare.
Si fa quindi fatica a collocare l'On. le Lella Golfo, pasionaria delle quote rosa e prima firmataria della legge 120, in un panorama politico dotato di qualche senso, coerenza e riconoscibilità.
Sintomatica della confusione ideologica che anima questa parlamentare è la sua risentita risposta all'articolo di cui prima, nella quale - oltre all'abituale intemerata sul maschilismo, che fa sempre brodo - si legge: «...credo sia un sacrosanto dove­re della politica intervenire quando i "normali" meccanismi di mercato produ­cono storture, introducendo correttivi in direzione del bene comune e del miglio­ramento della struttura produttiva.»
Quando una cosa del genere la dice Fassina - responsabile economico del PD, che tornerebbe volentieri a nazionalizzare le imprese e socializzare le perdite - lo si può capire; ma se la dice la Golfo, no.
Evidentemente, la Golfo è andata alla stessa scuola economica di Fassina; ma allora non si capisce cosa ci stia a fare nel centrodestra.
L'On. le Golfo non è tuttavia la sola del suo schieramento ad alimentare la confusione, considerato che la legge sulle quote rosa è stata votata dalla maggioranza dei suoi colleghi di partito e di coalizione.
Quindi, di quale centrodestra stiamo parlando?
E quali pessime conclusioni trarne?
Quando avvertiamo - come sempre più spesso capita - che la democrazia è messa in pericolo, che ci stiamo avvicinando pericolosamente al pensiero unico, quando vediamo ridursi gli spazi di dissenso e di libertà, quando capiamo che il momento del voto va perdendo gradualmente di significato e che la contesa politica è un teatrino stucchevole impersonato da personaggi inadatti e confusi (se non peggio), quando all'incapacità degli eletti si aggiunge l'indifferenza degli elettori, quando l'irrazionalità dell'antipolitica prende il sopravvento sulla razionalità delle scelte, quando comprendiamo di essere governati da luoghi distanti e inaccessibili che lavorano per la sovietizzazione strisciante dei rapporti sociali ed economici, non chiediamoci semplicemente chi sia ad attentare alla democrazia.
Chiediamoci, piuttosto, chi sia mai che potrà impedirne il tracollo.

Continua: "L'uguaglianza sociale è nemica della democrazia"
giovedì 19 luglio 2012

Cultura antimaschile e paternità forzate





I torti e le umilianti sperequazioni che gli uomini sono costretti a subire nei tribunali civili (e spesso anche penali) in sede di separazione o divorzio rappresentano, ad oggi, la parte più esposta e socialmente evidente di una diffusissima cultura antimaschile che permea i rapporti umani, giuridici e politici prevalenti.
Come già evidenziato in diverse occasioni, questi fenomeni sono tuttavia solo la punta di un iceberg, sotto la linea di galleggiamento (e di visibilità) del quale si nasconde la parte più corposa ed ingombrante dei principi che le ideologie politiche ostili al “maschio” (femminismo, culturalismo ed egualitarismo su tutte) hanno riversato nella cultura corrente, nel diritto codificato e nelle pratiche usuali di common law.
Se, infatti, la negazione dei diritti alla paternità sta alimentando, in concreto, un malessere sociale sempre più ampio e numericamente significativo, non altrettanto può dirsi, ad esempio, per la situazione diametralmente opposta: ossia, la possibilità di esercitare il diritto al disconoscimento di paternità in tutti quei casi in cui la paternità stessa è dubitabile se non, addirittura, palesemente falsa.
Oppure - caso meno ai limiti ma non per questo meno rilevante - quando il singolo non ha scelto di diventare padre e non si sente pronto per questa delicata responsabilità ma, a differenza di quanto è concesso alle donne con il c.d. “parto anonimo”, non può sottrarsi in alcun modo alla paternità non voluta.
In realtà, queste situazioni – più frequenti di quanto non si pensi – arrivano all’attenzione dell’opinione pubblica quasi esclusivamente quando ad esserne coinvolti sono personaggi di grande popolarità, come gli attori o i calciatori.
E’ questo il caso della diatriba innescatasi sul noto caso Balotelli-Fico, che sembra ripercorrere lo stesso copione mediatico in cui finì coinvolto, a suo tempo, un campione altrettanto “trasgressivo” e discusso come Diego Armando Maradona.
Trattandosi di persone facoltose e socialmente privilegiate, la percezione generale è che la tegola non faccia poi così male e, quindi, l’attenzione verso i principi di equità in gioco viene automaticamente distratta verso il puro e semplice pettegolezzo da parrucchiera.
Eppure, situazioni di questo tipo possono investire - ed investono - qualunque uomo, di qualunque estrazione sociale e con qualunque disponibilità economica tra le mani, anche quando non se ne dispone affatto; si tratta di principi giuridici ed etici che riguardano tutti, non solo i paperoni del calcio, ma questo non viene evidenziato.
Bene ha fatto, dunque, Marco Faraci a riproporre la questione di ordine generale prendendo a prestito, con un articolo specifico, la vicenda personale di Balotelli per estendere le relative considerazioni sino a riconoscerne all’interno la negazione dei «diritti riproduttivi» maschili come presupposto culturale e giuridico vigente.
A qualunque donna è consentito ope legis disconoscere il figlio appena nato lasciando che venga dato in adozione (pare siano circa 400 l’anno i casi su circa tremila abbandoni materni), mentre a qualunque uomo questa possibilità è giuridicamente preclusa, tranne casi eccezionali.
Se a ciò si aggiunge l’assoluta irrilevanza della figura e della scelta maschile in materia di aborto, lo sbilanciamento e la sperequazione dei diritti riproduttivi tra maschi e femmine ha del clamoroso, quanto e molto più delle problematiche dei padri separati.
Eppure, questa generale cittadinanza di serie B rimane confinata sotto la linea di galleggiamento dell’evidenza - come si diceva - nell’oblio e nella sottovalutazione da parte dello stesso mondo maschile, che se ne accorge solo quando ne subisce individualmente gli effetti.
Ci sarebbe dunque poco da aggiungere a quanto efficacemente sostenuto da Faraci nel merito della questione, se non fosse che, per uno strano gioco di casualità, non stessi elaborando in questi giorni analoghe considerazioni sulla base di una recente sentenza della Corte di Cassazione inerente la stessa materia.
In quest’altro caso si tratta della domanda di disconoscimento di paternità presentata da un uomo che aveva scoperto, in epoca successiva alla nascita di una bambina, di non esserne il vero genitore, in quanto la moglie si era sottoposta a fecondazione eterologa nel contesto delle procedure di fecondazione assistita a cui la coppia si era da tempo rivolta.
Va ricordato che la fecondazione eterologa - ossia, resa possibile da un donatore anonimo, terzo alla coppia - è espressamente vietata dal nostro ordinamento, ex articolo 4, comma 3, della legge 19 febbraio 2004, n. 40 (recante norme in materia di procreazione medicalmente assistita) e pur non potendosi considerare, nel caso di specie, una forma di infedeltà muliebre è qualcosa che comunque gli assomiglia molto.
Inoltre, a quanto si legge nella sentenza n. 11644 del 23 febbraio scorso, il padre pro-forma sarebbe venuto a conoscenza dell'iniziativa unilaterale della donna in tempi successivi al parto, a seguito di "voci" che lo avrebbero indotto ad accertare, tramite specifici controlli clinici, la propria sterilità assoluta.
Appurato di non poter essere il padre che avrebbe voluto essere, l'uomo si è visto contestare, in giudizio, il mancato rispetto dei tempi burocratici per l'esercizio del disconoscimento, equiparato con un'alchimia interpretativa della Cassazione alle ipotesi di decadenza dall'azione di disconoscimento previste, dall'art. 244 del codice civile, in un anno.
Al danno concreto per l'uomo deve aggiungersi la beffa più generale, per cui dal Sole24ore si è salutato questo pronunciamento come un ampliamento dello spettro normativo delle ipotesi di disconoscimento di paternità, tra le quali ora deve aggiungersi anche quella della fecondazione eterologa per il padre inconsapevole.
Poco importa, a quei commentatori, che le contorsioni giuridico-burocratiche della Cassazione abbiano prodotto, per l'ennesima volta e nonostante le affermazioni di principio astratte, una vittima delle paternità forzate, di volta in volta estorte per via giudiziale.
Su quell'uomo peserà per tutta la vita una paternità non voluta perché non vera, perché così hanno deciso i tribunali del "regno".
In nessuna parte della sentenza, ad un'attenta lettura, viene presa in considerazione la posizione materiale, psicologica ed esistenziale di quell'uomo, anche alla luce del fondamentale principio di ragionevolezza e dei criteri etici su cui si fonda questo principio (per non voler parlare di "diritto naturale").
E se tutto questo non è il frutto di una cultura antimaschile che ritiene i diritti e gli interessi maschili di rango inferiore a quelli femminili, sacrificabili ed irrilevanti sino al pratico annullamento, non saprei come diversamente descriverlo.


Annotazione a margine
Non mi trovo molto d'accordo, sia detto comunque marginalmente, sull'affermazione di Marco Faraci secondo la quale «per un bambino non esiste un diritto a prescindere a nascere con due genitori» perché, invece, ritengo che quel "diritto" esiste e sarebbe anche cogente, a mio modo di vedere.
Non è un diritto nel senso tecnico del termine e lo possiamo chiamare anche diversamente - vantaggio, possibilità più favorevole, corrispondenza ai bisogni infantili, naturalezza della situazione, completezza dell'habitat familiare o come si vuole - ma esiste in tutte queste denominazioni che, pur non potendosi incasellare all'interno di forme prescrittive, definiscono lo specifico interesse del nascituro.
Una cosa è stabilire modelli giuridici fondati sull'equità, altra cosa è stabilire l'insussistenza di situazioni ottimali.
Che continuano a sembrarmi le migliori, soppesati tutti gli interessi in gioco.

Continua: "Cultura antimaschile e paternità forzate"
mercoledì 14 dicembre 2011

Come volevasi dimostrare




Le infuocate polemiche suscitate da un recente articolo di Camillo Langone su Libero quotidiano.it possono essere prese a unità di misura per dimostrare almeno tre cose.
Camillo Langone
La prima è che quando i numeri e le statistiche evidenziano dati di realtà che alle femministe ed ai femministi dispiacciono, se ne imbroglia il significato sino a trasformarne il senso logico, secondo quel noto principio strategico di derivazione marxista per il quale se i fatti contraddicono la teoria tanto peggio per i fatti.
La seconda è che per trasformare la realtà uniformando i fatti alla teoria c’è comunque bisogno che lo facciano le strutture di potere, i sacerdoti della pianificazione sociale, i progettisti della vita collettiva; insomma, si legittima l'intrusione della politica nei meandri della vita privata, con lo sconfortante e triste risultato di far subire agli individui velleitarie sperimentazioni sociologiche a caro prezzo.
La terza è che la natura umana può essere forzata e costretta quanto si vuole dai demiurghi della politica manipolativa, ma superata una certa soglia, la natura di cui siamo composti non fa altro che presentarci un altro tipo di conto, che sarà tanto più salato quanto più avremo spostato artificialmente quei confini ai quali siamo naturalmente destinati.

Per spiegarmi meglio, la realtà osservata e descritta da Langone non è solo il già noto e preoccupante calo demografico europeo - e italiano in particolare – con indici di natalità che nel nostro Paese hanno raggiunto il livello di decremento stabile della popolazione autoctona di 1,32 figli per donna.
A questo dato il giornalista aggiunge quelli di altre ricerche demografiche, secondo le quali gli indici di bassa fertilità sono direttamente correlati agli indici di scolarizzazione femminile; laddove sono più alte le opportunità di studiare e prepararsi ad un eventuale inserimento qualificato nel mondo del lavoro, lì le donne smettono di fare figli o posticipano sine die la prima gravidanza, spesso sino ai limiti estremi delle possibilità biologiche.
Riassumendo molto, si potrebbe concludere che il drastico calo della natalità è intimamente, chiaramente e statisticamente correlato ad alti livelli di emancipazione femminile; più le donne mirano all'indipendenza personale, meno figli fanno.
Anche questo è uno di quei fatti che tutti sapevamo perfettamente già a livello intuitivo, ma che - Langone ci ricorda semplicemente questo - è stato anche avvalorato e suffragato da specifiche indagini di demografia comparata.
Insomma, è un po' come se tu vai dal medico e quello ti conferma che, effettivamente, se continui a scolarti mezza bottiglia di whisky al giorno sei destinato a crepare di mal di fegato; poi, se tu vuoi liberamente crepare di mal di fegato è affar tuo ma non puoi certo negare l'esistenza della correlazione tra i due fatti, perché il medico - con la sua scienza, non con le sue opinioni personali - te lo ha certificato dati alla mano.

Le reazioni, dicevamo.
La prima, quella che Langone ancora non aveva smesso di battere sui tasti ed era già arrivata sulle colonne del Fatto quotidiano, è il «no, non è vero» di cui alla nostra prima dimostrazione.
Mica è vero che il prezzo dell'emancipazione femminile è il drastico calo delle nascite, ma potrebbe anche essere - dice il solerte articolista di sinistra, testualmente - «...che le donne più acculturate rimangono nubili perché non trovano uomini sufficientemente interessanti.»
Popper li ha chiamati «schemi secondari»; ossia, imbrogliare le carte inventandosi teorie strampalate e indimostrabili pur di contraddire un'evidenza di ricerca conclamata ma scomoda.
Insensato, sciaguratamente aleatorio ma completamente verificabile al relativo link e più che dimostrativo di un certo modo artefatto e manipolativo di interpretazione dei dati abitualmente praticato a sinistra (questo lo dice l'autorevole e progressista Ricolfi, non io).
Selvaggia Lucarelli
La seconda reazione, meno infantile della prima ma non per questo più ragionevole, è il classico richiamo alla stampella dei poteri pubblici, interpretato per l'occasione da Selvaggia Lucarelli dalle stesse colonne di Libero.
A differenza dello sconclusionato femminista del Fatto, la show-girl in formato giornalistico lo ammette: «...noi donne facciamo meno figli per preservare quell’irrinunciabile diritto alla libertà (di studiare, lavorare ed essere individui) che con fatica ci siamo conquistate.»
Dimenticandosi però di ricordare che il prezzo di questa libertà femminile è a carico di tutti, perché naturalmente ciò che la Lucarelli vorrebbe come garanzia per non dover scegliere tra essere madre o essere altro è più welfare; quindi più tasse e balzelli, più vincoli burocratici, più ragnatele normative e, soprattutto, più debito pubblico in un contesto nel quale l'intera Europa sta per implodere esattamente di questo male.
Facile, insomma, fare le emancipate sulle spalle degli altri; difficile esserlo veramente contando sulle proprie forze (...do you remember Costanza Miriano?), senza invocare continuamente mamma-stato, pianificazioni sociali di favore o mutazioni antropologiche maschili ideologicamente pilotate.
Il terzo elemento dimostrativo traspare, neanche troppo velatamente, dalle reazioni osservate nel loro complesso come elemento comune e unificante.
Tacciare una ricerca demografica di "maschilismo" significa rinunciare a voler capire che le procedure della ricerca non sono mosse da intenti autoritari ma da quelli ideologicamente neutrali della conoscenza, compreso quel «conosci te stesso/a» socratico che spaventa tanto le femministe e quella strana, patetica e desolante genia che sono i femministi.
Ora, si possono confondere facilmente i fatti con le opinioni, spesso torna pure comodo; ciò non toglie che i fatti restano fatti e le opinioni restano nel limbo delle interpretazioni soggettive in qualità di opinioni, appunto.
E il fatto è, indubitabilmente, che la nostra è una società invecchiata, con un futuro problematico e incerto e senza un adeguato ricambio generazionale, perché le donne hanno messo la maternità agli ultimi posti della loro graduatoria di valori; il che non è certo colpa del "maschilismo" ma delle loro scelte soggettive.
Ma, come ricorda Langone, il principio dell'horror vacui non consente alla natura di rimanere inerte ad aspettare la maturazione dei popoli; semplicemente li sostituisce con popolazioni più prolifiche e meno problematiche, che è esattamente quello che sta succedendo qui in Italia.
A qualcuno tutto questo dà motivi di preoccupazione?
A me no, perché sono come quello che preferisce consapevolmente crepare di mal di fegato piuttosto che barattare la propria libertà con qualche tecnica di sopravvivenza socio-sanitaria.
Ciò che invece mi preoccupa, ma non a livello sociale, bensì a livello personale, sono le ladre di sperma.
Quelle alla Liz Jones che parlano candidamente della «corsa segreta alla maternità, quando non si ha più vent’anni né trenta, quando non si credeva che all’improvviso sarebbe esplosa una bomba nel cervello» e, quindi, trovano normale rubare lo sperma di nascosto per colmare quel vuoto che la natura non riesce proprio a tollerare.
Ecco, quelle non solo mi preoccupano, ma mi indignano e le considero personaggi inquietanti e indegni.
Perché hanno barattato la propria dignità, la propria onestà e la propria autenticità con una tecnica di affermazione personale.
E si nascondono dietro al femminismo come giustificazione di tutto.
Come volevasi dimostrare, appunto.
Continua: "Come volevasi dimostrare"
martedì 6 dicembre 2011

Tanto tuonò che piovve





Dunque, ci siamo.
Passo dopo passo, lacrimuccia dopo lacrimuccia, lamento dopo lamento, invocazione rosa dopo invocazione rosa, per il mondo maschile sta cominciando a grandinare pure – non solo, ma pure, anche - in materia di lavoro dipendente.
E non finirà tanto presto.
Alla data e all’ora in cui sto scrivendo non si conosce ancora l’articolato del famigerato decreto legge adottato dal governo Monti – che sarà pubblicato in G.U. probabilmente solo domani - recante disposizioni urgenti per la crescita, l’equità, il consolidamento dei conti pubblici, la promozione e la tutela della concorrenza e per lo sviluppo industriale e infrastrutturale del Paese.
Ma una cosa è certa.
In quel testo sono previste agevolazioni fiscali per le imprese che assumeranno stabilmente giovani ma soprattutto donne; si parla di deducibilità integrale dell’IRAP-lavoro, in favore delle aziende, che va dai diecimila ai quindicimila euro circa per ogni assunzione privilegiata, per un valore complessivo di 1 miliardo di euro l’anno sino al 2014 (la programmazione è canonicamente triennale, poi si vedrà).
Se la vogliamo vedere sotto un’altra angolazione, significa che buona parte degli uomini di età superiore ai 35 anni - a meno che non abbiano competenze specialistiche, capacità insostituibili, raccomandazioni particolari o chissà quali altre qualità nascoste - sono tagliati fuori dal mercato del lavoro.
Una vera e propria pianificazione sociale degna del politburo sovietico, che non mancherà, anche in questo caso come in quello, di creare sacche di privilegio in contrapposizione stabile ad altrettante sacche di disagio.
Tutto ciò, in nome di una concezione assurda della cittadinanza per cui la società va suddivisa, pregiudizialmente, tra soggetti forti come gli uomini - che devono essere ostacolati nelle loro possibilità – e soggetti deboli, come le donne, che invece devono essere agevolate, sostenute, supportate, raccomandate, vezzeggiate e coccolate dai poteri pubblici e dalla politica ufficiale.
Anche in questo caso, infatti, la parola magica dietro la quale si nasconde la smania di pianificazione è la parola equità - come avevamo già indicato in una precedente riflessione sullo stesso tema – la quale infatti dà bella mostra di sé sia nel titolo del decreto legge, sia nel frasario ripetutamente utilizzato in queste ore da Monti e dai suoi ministri.
L’equità è l’atteggiamento tipico di chi ha qualcosa da distribuire; il genitore si mostra equo verso i figli trattandoli allo stesso modo, perché i figli dipendono dalle elargizioni e dalla benevolenza del genitore.
Se un atteggiamento del genere lo assume lo Stato - il cui compito non è distribuire risorse ma mettere tutti i cittadini in condizione di partire alla pari (partire, non arrivare...) per raggiungerle e conquistarle con le proprie forze – si chiama paternalismo; anzi più propriamente, si chiama maternalismo, vista anche l'attitudine alla lacrima facile dei neo-governanti.
Ed il cittadino torna (o rimane) nell’antico ruolo del suddito che dipende dalla benevolenza arbitraria del potere, piuttosto che far dipendere le proprie fortune dai propri meriti e dalle proprie capacità effettive.
Quella cosa sacrosanta e benefica per il mondo maschile e per la società nel suo insieme che si chiama "meritocrazia" rimane un traguardo agognato, irraggiungibile e sempre più lontano.
In buona sostanza, ciò che sta succedendo ormai da anni in danno dei padri separati e dei loro diritti si riproporrà, mutatis mutandis ma con una logica del tutto analoga, sul mercato del lavoro; e c’è da prevedere, sin da ora, che quegli uomini che si troveranno – in quanto colpevoli di essere nati con il sesso sbagliato – senza un lavoro stabile entro una certa soglia della vita andranno ad ingrossare le fila dei reietti sociali, dei barboni e, per amore o per forza, anche delle consorterie criminali.
Ma non finisce neanche qui.
Come abbiamo cominciato a vedere in occasioni precedenti e come ha esposto in modo più che esauriente ed efficace Marco Faraci in un suo recente articolo, il prossimo diluvio arriverà attraverso la c.d. “fiscalità sessuata”; ossia, un altro modo per agevolare le donne ed ostacolare la vita degli uomini, stavolta attraverso la leva fiscale diretta.

A questo punto della storia mi chiedo cosa altro debbano fare, quali altre misure vessatorie debbano essere adottate perché il mondo maschile si accorga del vuoto che si sta aprendo, volutamente e in nome dell’assurdo principio dell’equità sociale imposta per via legislativa, sotto i nostri piedi.
Per certi aspetti comincio anche a credere che chi si assoggetta ad angherie politiche e giuridiche così reiterate, insistite e prolungate senza fiatare, senza avere nulla da eccepire e senza la benché minima reazione o sussulto d'amor proprio, in fondo si merita ciò che gli succede.
Il cruccio è che senti di non far parte di questa massa di rimbambiti cronici e ti aspetti che alla tua voce di dissenso se ne aggiunga qualche altra.
Invece, se non tutto, quasi tutto tace.
Nel peggiore dei modi possibili.

Teste di cazzo....



N.B. - chiedo scusa per l'esclamazione conclusiva che nasce dal cervello e dal cuore.
Padroneggiare entrambi non è facile come sembra.


Continua: "Tanto tuonò che piovve"
giovedì 4 agosto 2011

Basta con le "discriminazioni positive"





Il 26 luglio scorso la Camera dei Deputati ha rigettato, a maggioranza, un disegno di legge di iniziativa del Partito Democratico con il quale si è cercato di introdurre nell’ordinamento speciali misure di tutela per le persone omosessuali e transessuali.
Anna Paola Concia
Il provvedimento all'esame prevedeva di integrare l’articolo 61 del codice penale con l’aggiunta di una nuova ed ulteriore circostanza aggravante, oltre a quelle già previste dalla norma in vigore, che in sede giudiziaria avrebbe comportato un aggravio delle pene per i reati commessi a causa di «motivi di omofobia e transfobia, intesi come odio e discriminazione in ragione dell’orientamento sessuale di una persona».
L’iniziativa, fortemente sostenuta dalla lobby omosessuale - com'è evidente e risaputo - è stata respinta per ragioni di incompatibilità con la Carta Costituzionale e per ragioni di civiltà giuridica, in quanto, in ultima analisi, è stata giustamente ritenuta in contraddizione con il principio di eguaglianza dei cittadini davanti alla legge e con il principio generale di tassatività delle norme penali (nullum crimen, nulla poena sine lege).
In pratica, secondo il principio di eguaglianza – che tutti conosciamo nel suo senso generale: la legge è uguale per tutti – non si può (rectius: non si potrebbe) trattare in maniera diversificata i cittadini sul piano giuridico, in ragione di motivi legati al sesso, alla razza, alla lingua, alla religione, alle opinioni politiche, alle condizioni personali e sociali.
Ossia, per nessun motivo, compresi quelli fantomatici relativi al c.d. «orientamento sessuale».
Il principio di tassatività, invece, prevede che le norme definiscano con sufficiente chiarezza la fattispecie di reato, per impedire che una descrizione approssimativa e generica della condotta sanzionabile conferisca agli organi giudicanti uno spazio discrezionale troppo ampio e, quindi, cada nell'arbitrio soggettivo del singolo magistrato.
A quest'ultimo riguardo, appare di chiara evidenza come fondare un’aggravante di pena su un elemento psicologico deducibile solo con uno sforzo interpretativo astratto equivale, in tutto e per tutto, a legittimare “processi alle intenzioni” simili, per analogia logica e procedurale, alle "sante inquisizioni" di medievale memoria.
Nella migliore delle ipotesi dovrebbe essere il reo confesso - poniamo che si tratti di un caso di aggressione con lesioni personali, di minacce o di ingiurie - a chiarire in sede processuale di avere agito con il movente dell'odio nei confronti degli omosessuali. Il semplice buon senso ci dice che nessun essere senziente si darebbe la zappa sui piedi da solo e, pertanto, la presunta omofobia in base alla quale sarebbe stato commesso il reato verrebbe ad essere desunta mediante un procedimento di ricostruzione della personalità dell'imputato, che costituirebbe non più un processo al fatto di reato ma un processo alla psicologia dell'imputato, al suo modo di essere e di vedere le cose. Una riduzione della libertà personale dell'individuo all'interno di un pensiero unico, dogmatico e senza deviazioni; inquisitorio, appunto.
Sin qui la cronaca delle vicende parlamentari sulle quali la stampa ha fornito informazioni più che esaustive e dettagliate.
Non ci dilungheremo più del necessario, quindi, sulle questioni dottrinali, né sulle reazioni ovviamente differenziate, nei modi e nei toni, che hanno fatto pubblicamente seguito al rigetto della proposta normativa.
Gay Pride
Ciò che, invece, ci interessa mettere in evidenza è che si è trattato di uno dei pochi tentativi andato a vuoto - molti dei quali, però, riusciti - di introdurre nel diritto codificato una nuova, stramaledetta «discriminazione positiva».
Si tratta della malsana idea secondo la quale alcune categorie sociali ritenute deboli e discriminate - se non addirittura oppresse, nell'anno di grazia 2011, nella civile e progredita Italia - dovrebbero essere portate in condizioni di parità con le altre mediante discriminazioni alla rovescia, sia che esse significhino specialissime tutele come nel caso di specie, sia che si tratti di legislazioni di favore, differenziate da quelle a cui sono assoggettati tutti gli altri e studiate ad hoc per la categoria specifica interessata.
Questa logica di partizione schematica della società, fondata sulla suddivisione pregiudiziale tra buoni e cattivi, tra forti e deboli, tra avvantaggiati e svantaggiati, avrebbe origine, secondo alcuni, nell'America delle battaglie civili in favore delle categorie sociali discriminate - neri, immigrati, donne, omosessuali, eccetera - con la denominazione ufficiale di "affirmative actions"; ossia, azioni o discriminazioni positive tese a parificare tutti con tutti, avvantaggiando legislativamente le "categorie protette" a svantaggio delle altre.
In realtà, nel nostro ordinamento la distinzione tra eguaglianza formale (di fronte alla legge) ed eguaglianza sostanziale (il livellamento sociale pianificato) affonda le proprie radici nel 2° capoverso dell'art. 3 della Cost. e nelle interpretazioni estensive che ne hanno dato, nel tempo, tanto la Suprema Corte di Cassazione quanto la stessa Corte Costituzionale, con sentenze che, sin dagli anni sessanta, hanno fatto giurisprudenza in materia.
Il comma in questione afferma che «è compito della Repubblica (ossia, della classe politica e dei poteri pubblici, n.d.r.) rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana...eccetera».
In base a questa affermazione di principio, da molti ritenuta il fondamento costituzionale dello stato sociale ed assistenziale, discriminazioni positive sui generis sono state già largamente adottate nel nostro Paese dal dopoguerra in avanti.
Speciali provvidenze in favore degli agricoltori meridionali, fiscalità di vantaggio per i terremotati, edilizia agevolata per i meno abbienti, pensioni di riversibilità e molto altro ancora.
Il caso, tuttavia, più eclatante e sintomatico riguarda gli invalidi civili, ai quali da decenni sono assicurate quote riservate nei concorsi pubblici, pensionamenti vitalizi ed altre forme di beneficio legale; misure tese ad alleviare le loro oggettive difficoltà.
Quando quelle difficoltà ci sono, perché sappiamo tutti molto bene quali assurdi abusi siano stati e vengano ancora compiuti in nome di quell'alta e nobile idealità solidaristica: falsi ciechi, falsi storpi, falsi invalidi.
Ma non vogliamo mettere in discussione questo genere di assistenze.
Ciò che preme sottolineare è che donne ed omosessuali - le categorie più insistenti nel dichiararsi discriminate e vittimizzate - aspirano a protezioni sociali analoghe a quelle degli invalidi, dei terremotati, dei contadini meridionali degli anni cinquanta.
La cosa sorprendente è che questa volta la discriminazione di vantaggio gli sia stata negata dalla stessa classe politica che ha legalizzato quote rosa, finanziamenti agevolati all'imprenditoria femminile e molte altre cose dello stesso genere.
Ma non bisogna sorprendersi più di tanto, è solo questione di tempo.
Basterà che le sinistre tornino ad essere maggioranza parlamentare, ad assumere il governo del Paese ed anche gli omosessuali diventeranno una «categoria protetta», come le donne e gli invalidi civili.
Nessun dubbio.




N.B. - Com'è intuitivamente evidente, nel periodo estivo la pubblicazione di nuovi articoli subirà un fisiologico rallentamento, per riprendere a pieno ritmo tra qualche settimana.
Buone vacanze a tutti i lettori.
Continua: "Basta con le "discriminazioni positive""