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martedì 18 settembre 2012

L'uguaglianza sociale è nemica della democrazia






Prima di commentare le reazioni suscitate dalle insistenti iniziative con le quali la commissaria europea alla Giustizia, Viviane Reding, vuole portare al 40% le quote rosa nei consigli d’amministrazione delle società per azioni pubbliche e di quelle private quotate nei mercati borsistici dei paesi aderenti alla UE, qualche premessa non guasta.
Viviane Reding
Va tenuto presente che dallo scorso mese di agosto è già in vigore, qui in Italia, il famigerato provvedimento Golfo-Mosca (dal nome delle due relatrici della legge 120/2011) che impone nella misura del 30% la "presenza femminile" nei cda in questione, provvedimento che andrà a regime dal 2015 e sin da ora nella misura di un quinto dei consiglieri; ne abbiamo già parlato in altri momenti e suggerisco una rivisitazione retrospettiva di quelle considerazioni alla luce degli attuali sviluppi.
Il testo normativo ha formalmente efficacia decennale (una bizzarria tecnico-giuridica) ma difficilmente si tornerà indietro.
Infatti dall'Europa, come detto, non paghi di questa forzatura si vuole alzare ancora l'asticella - ed anche questo, da qui, è stato previsto e denunciato - dopo di che sarà alzata ancora e ancora sino alla fatidica e artificiosa «uguaglianza di genere» prevista nei trattati.
Si tratta, con ogni evidenza, di misure di ingegneria sociale, finalizzate a modificare d'imperio «la diseguale ripartizione del potere tra i sessi», che tuttavia vengono realizzate in plateale disprezzo di due principi fondamentali delle democrazie liberali: il principio della libertà d'impresa ed il principio del merito individuale.
A questi due valori basilari del pensiero liberale classico, con cui la vecchia e ormai impolverata classe della borghesia riuscì a trasformare pacificamente un ordine sociale ingessato nei diritti di nascita, si contrappone oggi un generico principio dell'uguaglianza sociale, inconciliabile nella sua essenza tanto con il primo, quanto con il secondo di quei valori.
In realtà, in natura l'uguaglianza non esiste, neanche tra i gemelli omozigoti tra i quali c'è sempre quello più intelligente, più estroverso, più dinamico o più intraprendente dell'altro.
Tutto ciò ha delle evidenti ricadute anche sul piano dei rapporti sociali ed economici, dove "l'uguaglianza" - che è un costrutto idealtipico e, in alcuni casi, utopico - per essere conseguita deve essere imposta autoritativamente dal potere politico.
Naturalmente non bisogna confondere il concetto di uguaglianza sociale con quello, politicamente neutro, di uguaglianza dei cittadini davanti alla legge, che è cosa completamente diversa.
Né andrebbe manipolato il concetto di uguaglianza nelle opportunità sociali - una parità che ha senso democratico solo alle posizioni di partenza - con la conta numerica dell'uguaglianza alle posizioni di arrivo.
Ne consegue che se l'uguaglianza sociale deve essere realizzata d'imperio ciò può avvenire solo a prezzo della libertà e della meritocrazia, così come avveniva nella vecchia Unione Sovietica dove tutti erano uguali, statisticamente allineati e ugualmente sudditi di un potere politico onnipotente e padrone, che impartiva ordini sul che fare, che non fare, dove andare e dove non andare, chi essere e chi non essere.
Il fatto che il potere politico nazionale - sollecitato e incalzato dalla tecnoburocrazia europea, e ad essa complice - vada ripristinando "diritti di nascita" che non sono più legati alla casta, al censo o al titolo nobiliare ma al sesso di ciascun individuo è quindi un regresso grave rispetto a quell'ideale democratico che ormai possiamo cominciare a mettere tra le buone cose del passato.
Conforta sapere - a proposito delle reazioni cui si accennava all'inizio - che tra le isolate voci di dissenso rispetto a questa deriva antidemocratica si sia alzata anche quella autorevole di Antonio Salvi, Preside della Libera Università Mediterranea "Jean Monnet" e ordinario di finanza aziendale, il quale con un articolo pubblicato nei giorni scorsi ha definito le quote rosa «una beffa inutile e dannosa», oltre che intimamente illiberale ed autoritaria, argomentando la presa di posizione con ragionati e competenti argomenti di buon senso.
Condivisibilissima soprattutto la sua riflessione generale: «non se ne può più dell'agire politicamente corretto, di comportamenti equi e sostenibili» e, aggiungerei personalmente, del falso mito egualitario.
Ma se da un lato è confortante sapere che le riflessioni critiche e le voci di dissenso sui metodi di «lotta alle disuguaglianze» (un comandamento ad alta digeribilità spirituale) vanno lentamente - ma troppo lentamente - crescendo nella società civile, è del tutto sconfortante osservare come il mondo politico, quasi nella sua interezza, sia completamente immerso in questa grottesca pianificazione di stampo socialista.
Se, infatti, il tema della lotta alle disuguaglianze è la ragione di essere della sinistra - come Norberto Bobbio ha reso evidente anche alla più ostinata "destra sociale" - non altrettanto dovrebbe dirsi per il campo avverso, dove la battaglia politica contro l'omologazione dei cittadini e il dirigismo politico dovrebbe essere una stella polare.
Si fa quindi fatica a collocare l'On. le Lella Golfo, pasionaria delle quote rosa e prima firmataria della legge 120, in un panorama politico dotato di qualche senso, coerenza e riconoscibilità.
Sintomatica della confusione ideologica che anima questa parlamentare è la sua risentita risposta all'articolo di cui prima, nella quale - oltre all'abituale intemerata sul maschilismo, che fa sempre brodo - si legge: «...credo sia un sacrosanto dove­re della politica intervenire quando i "normali" meccanismi di mercato produ­cono storture, introducendo correttivi in direzione del bene comune e del miglio­ramento della struttura produttiva.»
Quando una cosa del genere la dice Fassina - responsabile economico del PD, che tornerebbe volentieri a nazionalizzare le imprese e socializzare le perdite - lo si può capire; ma se la dice la Golfo, no.
Evidentemente, la Golfo è andata alla stessa scuola economica di Fassina; ma allora non si capisce cosa ci stia a fare nel centrodestra.
L'On. le Golfo non è tuttavia la sola del suo schieramento ad alimentare la confusione, considerato che la legge sulle quote rosa è stata votata dalla maggioranza dei suoi colleghi di partito e di coalizione.
Quindi, di quale centrodestra stiamo parlando?
E quali pessime conclusioni trarne?
Quando avvertiamo - come sempre più spesso capita - che la democrazia è messa in pericolo, che ci stiamo avvicinando pericolosamente al pensiero unico, quando vediamo ridursi gli spazi di dissenso e di libertà, quando capiamo che il momento del voto va perdendo gradualmente di significato e che la contesa politica è un teatrino stucchevole impersonato da personaggi inadatti e confusi (se non peggio), quando all'incapacità degli eletti si aggiunge l'indifferenza degli elettori, quando l'irrazionalità dell'antipolitica prende il sopravvento sulla razionalità delle scelte, quando comprendiamo di essere governati da luoghi distanti e inaccessibili che lavorano per la sovietizzazione strisciante dei rapporti sociali ed economici, non chiediamoci semplicemente chi sia ad attentare alla democrazia.
Chiediamoci, piuttosto, chi sia mai che potrà impedirne il tracollo.

Continua: "L'uguaglianza sociale è nemica della democrazia"
giovedì 19 luglio 2012

Cultura antimaschile e paternità forzate





I torti e le umilianti sperequazioni che gli uomini sono costretti a subire nei tribunali civili (e spesso anche penali) in sede di separazione o divorzio rappresentano, ad oggi, la parte più esposta e socialmente evidente di una diffusissima cultura antimaschile che permea i rapporti umani, giuridici e politici prevalenti.
Come già evidenziato in diverse occasioni, questi fenomeni sono tuttavia solo la punta di un iceberg, sotto la linea di galleggiamento (e di visibilità) del quale si nasconde la parte più corposa ed ingombrante dei principi che le ideologie politiche ostili al “maschio” (femminismo, culturalismo ed egualitarismo su tutte) hanno riversato nella cultura corrente, nel diritto codificato e nelle pratiche usuali di common law.
Se, infatti, la negazione dei diritti alla paternità sta alimentando, in concreto, un malessere sociale sempre più ampio e numericamente significativo, non altrettanto può dirsi, ad esempio, per la situazione diametralmente opposta: ossia, la possibilità di esercitare il diritto al disconoscimento di paternità in tutti quei casi in cui la paternità stessa è dubitabile se non, addirittura, palesemente falsa.
Oppure - caso meno ai limiti ma non per questo meno rilevante - quando il singolo non ha scelto di diventare padre e non si sente pronto per questa delicata responsabilità ma, a differenza di quanto è concesso alle donne con il c.d. “parto anonimo”, non può sottrarsi in alcun modo alla paternità non voluta.
In realtà, queste situazioni – più frequenti di quanto non si pensi – arrivano all’attenzione dell’opinione pubblica quasi esclusivamente quando ad esserne coinvolti sono personaggi di grande popolarità, come gli attori o i calciatori.
E’ questo il caso della diatriba innescatasi sul noto caso Balotelli-Fico, che sembra ripercorrere lo stesso copione mediatico in cui finì coinvolto, a suo tempo, un campione altrettanto “trasgressivo” e discusso come Diego Armando Maradona.
Trattandosi di persone facoltose e socialmente privilegiate, la percezione generale è che la tegola non faccia poi così male e, quindi, l’attenzione verso i principi di equità in gioco viene automaticamente distratta verso il puro e semplice pettegolezzo da parrucchiera.
Eppure, situazioni di questo tipo possono investire - ed investono - qualunque uomo, di qualunque estrazione sociale e con qualunque disponibilità economica tra le mani, anche quando non se ne dispone affatto; si tratta di principi giuridici ed etici che riguardano tutti, non solo i paperoni del calcio, ma questo non viene evidenziato.
Bene ha fatto, dunque, Marco Faraci a riproporre la questione di ordine generale prendendo a prestito, con un articolo specifico, la vicenda personale di Balotelli per estendere le relative considerazioni sino a riconoscerne all’interno la negazione dei «diritti riproduttivi» maschili come presupposto culturale e giuridico vigente.
A qualunque donna è consentito ope legis disconoscere il figlio appena nato lasciando che venga dato in adozione (pare siano circa 400 l’anno i casi su circa tremila abbandoni materni), mentre a qualunque uomo questa possibilità è giuridicamente preclusa, tranne casi eccezionali.
Se a ciò si aggiunge l’assoluta irrilevanza della figura e della scelta maschile in materia di aborto, lo sbilanciamento e la sperequazione dei diritti riproduttivi tra maschi e femmine ha del clamoroso, quanto e molto più delle problematiche dei padri separati.
Eppure, questa generale cittadinanza di serie B rimane confinata sotto la linea di galleggiamento dell’evidenza - come si diceva - nell’oblio e nella sottovalutazione da parte dello stesso mondo maschile, che se ne accorge solo quando ne subisce individualmente gli effetti.
Ci sarebbe dunque poco da aggiungere a quanto efficacemente sostenuto da Faraci nel merito della questione, se non fosse che, per uno strano gioco di casualità, non stessi elaborando in questi giorni analoghe considerazioni sulla base di una recente sentenza della Corte di Cassazione inerente la stessa materia.
In quest’altro caso si tratta della domanda di disconoscimento di paternità presentata da un uomo che aveva scoperto, in epoca successiva alla nascita di una bambina, di non esserne il vero genitore, in quanto la moglie si era sottoposta a fecondazione eterologa nel contesto delle procedure di fecondazione assistita a cui la coppia si era da tempo rivolta.
Va ricordato che la fecondazione eterologa - ossia, resa possibile da un donatore anonimo, terzo alla coppia - è espressamente vietata dal nostro ordinamento, ex articolo 4, comma 3, della legge 19 febbraio 2004, n. 40 (recante norme in materia di procreazione medicalmente assistita) e pur non potendosi considerare, nel caso di specie, una forma di infedeltà muliebre è qualcosa che comunque gli assomiglia molto.
Inoltre, a quanto si legge nella sentenza n. 11644 del 23 febbraio scorso, il padre pro-forma sarebbe venuto a conoscenza dell'iniziativa unilaterale della donna in tempi successivi al parto, a seguito di "voci" che lo avrebbero indotto ad accertare, tramite specifici controlli clinici, la propria sterilità assoluta.
Appurato di non poter essere il padre che avrebbe voluto essere, l'uomo si è visto contestare, in giudizio, il mancato rispetto dei tempi burocratici per l'esercizio del disconoscimento, equiparato con un'alchimia interpretativa della Cassazione alle ipotesi di decadenza dall'azione di disconoscimento previste, dall'art. 244 del codice civile, in un anno.
Al danno concreto per l'uomo deve aggiungersi la beffa più generale, per cui dal Sole24ore si è salutato questo pronunciamento come un ampliamento dello spettro normativo delle ipotesi di disconoscimento di paternità, tra le quali ora deve aggiungersi anche quella della fecondazione eterologa per il padre inconsapevole.
Poco importa, a quei commentatori, che le contorsioni giuridico-burocratiche della Cassazione abbiano prodotto, per l'ennesima volta e nonostante le affermazioni di principio astratte, una vittima delle paternità forzate, di volta in volta estorte per via giudiziale.
Su quell'uomo peserà per tutta la vita una paternità non voluta perché non vera, perché così hanno deciso i tribunali del "regno".
In nessuna parte della sentenza, ad un'attenta lettura, viene presa in considerazione la posizione materiale, psicologica ed esistenziale di quell'uomo, anche alla luce del fondamentale principio di ragionevolezza e dei criteri etici su cui si fonda questo principio (per non voler parlare di "diritto naturale").
E se tutto questo non è il frutto di una cultura antimaschile che ritiene i diritti e gli interessi maschili di rango inferiore a quelli femminili, sacrificabili ed irrilevanti sino al pratico annullamento, non saprei come diversamente descriverlo.


Annotazione a margine
Non mi trovo molto d'accordo, sia detto comunque marginalmente, sull'affermazione di Marco Faraci secondo la quale «per un bambino non esiste un diritto a prescindere a nascere con due genitori» perché, invece, ritengo che quel "diritto" esiste e sarebbe anche cogente, a mio modo di vedere.
Non è un diritto nel senso tecnico del termine e lo possiamo chiamare anche diversamente - vantaggio, possibilità più favorevole, corrispondenza ai bisogni infantili, naturalezza della situazione, completezza dell'habitat familiare o come si vuole - ma esiste in tutte queste denominazioni che, pur non potendosi incasellare all'interno di forme prescrittive, definiscono lo specifico interesse del nascituro.
Una cosa è stabilire modelli giuridici fondati sull'equità, altra cosa è stabilire l'insussistenza di situazioni ottimali.
Che continuano a sembrarmi le migliori, soppesati tutti gli interessi in gioco.

Continua: "Cultura antimaschile e paternità forzate"
mercoledì 14 dicembre 2011

Come volevasi dimostrare




Le infuocate polemiche suscitate da un recente articolo di Camillo Langone su Libero quotidiano.it possono essere prese a unità di misura per dimostrare almeno tre cose.
Camillo Langone
La prima è che quando i numeri e le statistiche evidenziano dati di realtà che alle femministe ed ai femministi dispiacciono, se ne imbroglia il significato sino a trasformarne il senso logico, secondo quel noto principio strategico di derivazione marxista per il quale se i fatti contraddicono la teoria tanto peggio per i fatti.
La seconda è che per trasformare la realtà uniformando i fatti alla teoria c’è comunque bisogno che lo facciano le strutture di potere, i sacerdoti della pianificazione sociale, i progettisti della vita collettiva; insomma, si legittima l'intrusione della politica nei meandri della vita privata, con lo sconfortante e triste risultato di far subire agli individui velleitarie sperimentazioni sociologiche a caro prezzo.
La terza è che la natura umana può essere forzata e costretta quanto si vuole dai demiurghi della politica manipolativa, ma superata una certa soglia, la natura di cui siamo composti non fa altro che presentarci un altro tipo di conto, che sarà tanto più salato quanto più avremo spostato artificialmente quei confini ai quali siamo naturalmente destinati.

Per spiegarmi meglio, la realtà osservata e descritta da Langone non è solo il già noto e preoccupante calo demografico europeo - e italiano in particolare – con indici di natalità che nel nostro Paese hanno raggiunto il livello di decremento stabile della popolazione autoctona di 1,32 figli per donna.
A questo dato il giornalista aggiunge quelli di altre ricerche demografiche, secondo le quali gli indici di bassa fertilità sono direttamente correlati agli indici di scolarizzazione femminile; laddove sono più alte le opportunità di studiare e prepararsi ad un eventuale inserimento qualificato nel mondo del lavoro, lì le donne smettono di fare figli o posticipano sine die la prima gravidanza, spesso sino ai limiti estremi delle possibilità biologiche.
Riassumendo molto, si potrebbe concludere che il drastico calo della natalità è intimamente, chiaramente e statisticamente correlato ad alti livelli di emancipazione femminile; più le donne mirano all'indipendenza personale, meno figli fanno.
Anche questo è uno di quei fatti che tutti sapevamo perfettamente già a livello intuitivo, ma che - Langone ci ricorda semplicemente questo - è stato anche avvalorato e suffragato da specifiche indagini di demografia comparata.
Insomma, è un po' come se tu vai dal medico e quello ti conferma che, effettivamente, se continui a scolarti mezza bottiglia di whisky al giorno sei destinato a crepare di mal di fegato; poi, se tu vuoi liberamente crepare di mal di fegato è affar tuo ma non puoi certo negare l'esistenza della correlazione tra i due fatti, perché il medico - con la sua scienza, non con le sue opinioni personali - te lo ha certificato dati alla mano.

Le reazioni, dicevamo.
La prima, quella che Langone ancora non aveva smesso di battere sui tasti ed era già arrivata sulle colonne del Fatto quotidiano, è il «no, non è vero» di cui alla nostra prima dimostrazione.
Mica è vero che il prezzo dell'emancipazione femminile è il drastico calo delle nascite, ma potrebbe anche essere - dice il solerte articolista di sinistra, testualmente - «...che le donne più acculturate rimangono nubili perché non trovano uomini sufficientemente interessanti.»
Popper li ha chiamati «schemi secondari»; ossia, imbrogliare le carte inventandosi teorie strampalate e indimostrabili pur di contraddire un'evidenza di ricerca conclamata ma scomoda.
Insensato, sciaguratamente aleatorio ma completamente verificabile al relativo link e più che dimostrativo di un certo modo artefatto e manipolativo di interpretazione dei dati abitualmente praticato a sinistra (questo lo dice l'autorevole e progressista Ricolfi, non io).
Selvaggia Lucarelli
La seconda reazione, meno infantile della prima ma non per questo più ragionevole, è il classico richiamo alla stampella dei poteri pubblici, interpretato per l'occasione da Selvaggia Lucarelli dalle stesse colonne di Libero.
A differenza dello sconclusionato femminista del Fatto, la show-girl in formato giornalistico lo ammette: «...noi donne facciamo meno figli per preservare quell’irrinunciabile diritto alla libertà (di studiare, lavorare ed essere individui) che con fatica ci siamo conquistate.»
Dimenticandosi però di ricordare che il prezzo di questa libertà femminile è a carico di tutti, perché naturalmente ciò che la Lucarelli vorrebbe come garanzia per non dover scegliere tra essere madre o essere altro è più welfare; quindi più tasse e balzelli, più vincoli burocratici, più ragnatele normative e, soprattutto, più debito pubblico in un contesto nel quale l'intera Europa sta per implodere esattamente di questo male.
Facile, insomma, fare le emancipate sulle spalle degli altri; difficile esserlo veramente contando sulle proprie forze (...do you remember Costanza Miriano?), senza invocare continuamente mamma-stato, pianificazioni sociali di favore o mutazioni antropologiche maschili ideologicamente pilotate.
Il terzo elemento dimostrativo traspare, neanche troppo velatamente, dalle reazioni osservate nel loro complesso come elemento comune e unificante.
Tacciare una ricerca demografica di "maschilismo" significa rinunciare a voler capire che le procedure della ricerca non sono mosse da intenti autoritari ma da quelli ideologicamente neutrali della conoscenza, compreso quel «conosci te stesso/a» socratico che spaventa tanto le femministe e quella strana, patetica e desolante genia che sono i femministi.
Ora, si possono confondere facilmente i fatti con le opinioni, spesso torna pure comodo; ciò non toglie che i fatti restano fatti e le opinioni restano nel limbo delle interpretazioni soggettive in qualità di opinioni, appunto.
E il fatto è, indubitabilmente, che la nostra è una società invecchiata, con un futuro problematico e incerto e senza un adeguato ricambio generazionale, perché le donne hanno messo la maternità agli ultimi posti della loro graduatoria di valori; il che non è certo colpa del "maschilismo" ma delle loro scelte soggettive.
Ma, come ricorda Langone, il principio dell'horror vacui non consente alla natura di rimanere inerte ad aspettare la maturazione dei popoli; semplicemente li sostituisce con popolazioni più prolifiche e meno problematiche, che è esattamente quello che sta succedendo qui in Italia.
A qualcuno tutto questo dà motivi di preoccupazione?
A me no, perché sono come quello che preferisce consapevolmente crepare di mal di fegato piuttosto che barattare la propria libertà con qualche tecnica di sopravvivenza socio-sanitaria.
Ciò che invece mi preoccupa, ma non a livello sociale, bensì a livello personale, sono le ladre di sperma.
Quelle alla Liz Jones che parlano candidamente della «corsa segreta alla maternità, quando non si ha più vent’anni né trenta, quando non si credeva che all’improvviso sarebbe esplosa una bomba nel cervello» e, quindi, trovano normale rubare lo sperma di nascosto per colmare quel vuoto che la natura non riesce proprio a tollerare.
Ecco, quelle non solo mi preoccupano, ma mi indignano e le considero personaggi inquietanti e indegni.
Perché hanno barattato la propria dignità, la propria onestà e la propria autenticità con una tecnica di affermazione personale.
E si nascondono dietro al femminismo come giustificazione di tutto.
Come volevasi dimostrare, appunto.
Continua: "Come volevasi dimostrare"
martedì 6 dicembre 2011

Tanto tuonò che piovve





Dunque, ci siamo.
Passo dopo passo, lacrimuccia dopo lacrimuccia, lamento dopo lamento, invocazione rosa dopo invocazione rosa, per il mondo maschile sta cominciando a grandinare pure – non solo, ma pure, anche - in materia di lavoro dipendente.
E non finirà tanto presto.
Alla data e all’ora in cui sto scrivendo non si conosce ancora l’articolato del famigerato decreto legge adottato dal governo Monti – che sarà pubblicato in G.U. probabilmente solo domani - recante disposizioni urgenti per la crescita, l’equità, il consolidamento dei conti pubblici, la promozione e la tutela della concorrenza e per lo sviluppo industriale e infrastrutturale del Paese.
Ma una cosa è certa.
In quel testo sono previste agevolazioni fiscali per le imprese che assumeranno stabilmente giovani ma soprattutto donne; si parla di deducibilità integrale dell’IRAP-lavoro, in favore delle aziende, che va dai diecimila ai quindicimila euro circa per ogni assunzione privilegiata, per un valore complessivo di 1 miliardo di euro l’anno sino al 2014 (la programmazione è canonicamente triennale, poi si vedrà).
Se la vogliamo vedere sotto un’altra angolazione, significa che buona parte degli uomini di età superiore ai 35 anni - a meno che non abbiano competenze specialistiche, capacità insostituibili, raccomandazioni particolari o chissà quali altre qualità nascoste - sono tagliati fuori dal mercato del lavoro.
Una vera e propria pianificazione sociale degna del politburo sovietico, che non mancherà, anche in questo caso come in quello, di creare sacche di privilegio in contrapposizione stabile ad altrettante sacche di disagio.
Tutto ciò, in nome di una concezione assurda della cittadinanza per cui la società va suddivisa, pregiudizialmente, tra soggetti forti come gli uomini - che devono essere ostacolati nelle loro possibilità – e soggetti deboli, come le donne, che invece devono essere agevolate, sostenute, supportate, raccomandate, vezzeggiate e coccolate dai poteri pubblici e dalla politica ufficiale.
Anche in questo caso, infatti, la parola magica dietro la quale si nasconde la smania di pianificazione è la parola equità - come avevamo già indicato in una precedente riflessione sullo stesso tema – la quale infatti dà bella mostra di sé sia nel titolo del decreto legge, sia nel frasario ripetutamente utilizzato in queste ore da Monti e dai suoi ministri.
L’equità è l’atteggiamento tipico di chi ha qualcosa da distribuire; il genitore si mostra equo verso i figli trattandoli allo stesso modo, perché i figli dipendono dalle elargizioni e dalla benevolenza del genitore.
Se un atteggiamento del genere lo assume lo Stato - il cui compito non è distribuire risorse ma mettere tutti i cittadini in condizione di partire alla pari (partire, non arrivare...) per raggiungerle e conquistarle con le proprie forze – si chiama paternalismo; anzi più propriamente, si chiama maternalismo, vista anche l'attitudine alla lacrima facile dei neo-governanti.
Ed il cittadino torna (o rimane) nell’antico ruolo del suddito che dipende dalla benevolenza arbitraria del potere, piuttosto che far dipendere le proprie fortune dai propri meriti e dalle proprie capacità effettive.
Quella cosa sacrosanta e benefica per il mondo maschile e per la società nel suo insieme che si chiama "meritocrazia" rimane un traguardo agognato, irraggiungibile e sempre più lontano.
In buona sostanza, ciò che sta succedendo ormai da anni in danno dei padri separati e dei loro diritti si riproporrà, mutatis mutandis ma con una logica del tutto analoga, sul mercato del lavoro; e c’è da prevedere, sin da ora, che quegli uomini che si troveranno – in quanto colpevoli di essere nati con il sesso sbagliato – senza un lavoro stabile entro una certa soglia della vita andranno ad ingrossare le fila dei reietti sociali, dei barboni e, per amore o per forza, anche delle consorterie criminali.
Ma non finisce neanche qui.
Come abbiamo cominciato a vedere in occasioni precedenti e come ha esposto in modo più che esauriente ed efficace Marco Faraci in un suo recente articolo, il prossimo diluvio arriverà attraverso la c.d. “fiscalità sessuata”; ossia, un altro modo per agevolare le donne ed ostacolare la vita degli uomini, stavolta attraverso la leva fiscale diretta.

A questo punto della storia mi chiedo cosa altro debbano fare, quali altre misure vessatorie debbano essere adottate perché il mondo maschile si accorga del vuoto che si sta aprendo, volutamente e in nome dell’assurdo principio dell’equità sociale imposta per via legislativa, sotto i nostri piedi.
Per certi aspetti comincio anche a credere che chi si assoggetta ad angherie politiche e giuridiche così reiterate, insistite e prolungate senza fiatare, senza avere nulla da eccepire e senza la benché minima reazione o sussulto d'amor proprio, in fondo si merita ciò che gli succede.
Il cruccio è che senti di non far parte di questa massa di rimbambiti cronici e ti aspetti che alla tua voce di dissenso se ne aggiunga qualche altra.
Invece, se non tutto, quasi tutto tace.
Nel peggiore dei modi possibili.

Teste di cazzo....



N.B. - chiedo scusa per l'esclamazione conclusiva che nasce dal cervello e dal cuore.
Padroneggiare entrambi non è facile come sembra.


Continua: "Tanto tuonò che piovve"
giovedì 4 agosto 2011

Basta con le "discriminazioni positive"





Il 26 luglio scorso la Camera dei Deputati ha rigettato, a maggioranza, un disegno di legge di iniziativa del Partito Democratico con il quale si è cercato di introdurre nell’ordinamento speciali misure di tutela per le persone omosessuali e transessuali.
Anna Paola Concia
Il provvedimento all'esame prevedeva di integrare l’articolo 61 del codice penale con l’aggiunta di una nuova ed ulteriore circostanza aggravante, oltre a quelle già previste dalla norma in vigore, che in sede giudiziaria avrebbe comportato un aggravio delle pene per i reati commessi a causa di «motivi di omofobia e transfobia, intesi come odio e discriminazione in ragione dell’orientamento sessuale di una persona».
L’iniziativa, fortemente sostenuta dalla lobby omosessuale - com'è evidente e risaputo - è stata respinta per ragioni di incompatibilità con la Carta Costituzionale e per ragioni di civiltà giuridica, in quanto, in ultima analisi, è stata giustamente ritenuta in contraddizione con il principio di eguaglianza dei cittadini davanti alla legge e con il principio generale di tassatività delle norme penali (nullum crimen, nulla poena sine lege).
In pratica, secondo il principio di eguaglianza – che tutti conosciamo nel suo senso generale: la legge è uguale per tutti – non si può (rectius: non si potrebbe) trattare in maniera diversificata i cittadini sul piano giuridico, in ragione di motivi legati al sesso, alla razza, alla lingua, alla religione, alle opinioni politiche, alle condizioni personali e sociali.
Ossia, per nessun motivo, compresi quelli fantomatici relativi al c.d. «orientamento sessuale».
Il principio di tassatività, invece, prevede che le norme definiscano con sufficiente chiarezza la fattispecie di reato, per impedire che una descrizione approssimativa e generica della condotta sanzionabile conferisca agli organi giudicanti uno spazio discrezionale troppo ampio e, quindi, cada nell'arbitrio soggettivo del singolo magistrato.
A quest'ultimo riguardo, appare di chiara evidenza come fondare un’aggravante di pena su un elemento psicologico deducibile solo con uno sforzo interpretativo astratto equivale, in tutto e per tutto, a legittimare “processi alle intenzioni” simili, per analogia logica e procedurale, alle "sante inquisizioni" di medievale memoria.
Nella migliore delle ipotesi dovrebbe essere il reo confesso - poniamo che si tratti di un caso di aggressione con lesioni personali, di minacce o di ingiurie - a chiarire in sede processuale di avere agito con il movente dell'odio nei confronti degli omosessuali. Il semplice buon senso ci dice che nessun essere senziente si darebbe la zappa sui piedi da solo e, pertanto, la presunta omofobia in base alla quale sarebbe stato commesso il reato verrebbe ad essere desunta mediante un procedimento di ricostruzione della personalità dell'imputato, che costituirebbe non più un processo al fatto di reato ma un processo alla psicologia dell'imputato, al suo modo di essere e di vedere le cose. Una riduzione della libertà personale dell'individuo all'interno di un pensiero unico, dogmatico e senza deviazioni; inquisitorio, appunto.
Sin qui la cronaca delle vicende parlamentari sulle quali la stampa ha fornito informazioni più che esaustive e dettagliate.
Non ci dilungheremo più del necessario, quindi, sulle questioni dottrinali, né sulle reazioni ovviamente differenziate, nei modi e nei toni, che hanno fatto pubblicamente seguito al rigetto della proposta normativa.
Gay Pride
Ciò che, invece, ci interessa mettere in evidenza è che si è trattato di uno dei pochi tentativi andato a vuoto - molti dei quali, però, riusciti - di introdurre nel diritto codificato una nuova, stramaledetta «discriminazione positiva».
Si tratta della malsana idea secondo la quale alcune categorie sociali ritenute deboli e discriminate - se non addirittura oppresse, nell'anno di grazia 2011, nella civile e progredita Italia - dovrebbero essere portate in condizioni di parità con le altre mediante discriminazioni alla rovescia, sia che esse significhino specialissime tutele come nel caso di specie, sia che si tratti di legislazioni di favore, differenziate da quelle a cui sono assoggettati tutti gli altri e studiate ad hoc per la categoria specifica interessata.
Questa logica di partizione schematica della società, fondata sulla suddivisione pregiudiziale tra buoni e cattivi, tra forti e deboli, tra avvantaggiati e svantaggiati, avrebbe origine, secondo alcuni, nell'America delle battaglie civili in favore delle categorie sociali discriminate - neri, immigrati, donne, omosessuali, eccetera - con la denominazione ufficiale di "affirmative actions"; ossia, azioni o discriminazioni positive tese a parificare tutti con tutti, avvantaggiando legislativamente le "categorie protette" a svantaggio delle altre.
In realtà, nel nostro ordinamento la distinzione tra eguaglianza formale (di fronte alla legge) ed eguaglianza sostanziale (il livellamento sociale pianificato) affonda le proprie radici nel 2° capoverso dell'art. 3 della Cost. e nelle interpretazioni estensive che ne hanno dato, nel tempo, tanto la Suprema Corte di Cassazione quanto la stessa Corte Costituzionale, con sentenze che, sin dagli anni sessanta, hanno fatto giurisprudenza in materia.
Il comma in questione afferma che «è compito della Repubblica (ossia, della classe politica e dei poteri pubblici, n.d.r.) rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana...eccetera».
In base a questa affermazione di principio, da molti ritenuta il fondamento costituzionale dello stato sociale ed assistenziale, discriminazioni positive sui generis sono state già largamente adottate nel nostro Paese dal dopoguerra in avanti.
Speciali provvidenze in favore degli agricoltori meridionali, fiscalità di vantaggio per i terremotati, edilizia agevolata per i meno abbienti, pensioni di riversibilità e molto altro ancora.
Il caso, tuttavia, più eclatante e sintomatico riguarda gli invalidi civili, ai quali da decenni sono assicurate quote riservate nei concorsi pubblici, pensionamenti vitalizi ed altre forme di beneficio legale; misure tese ad alleviare le loro oggettive difficoltà.
Quando quelle difficoltà ci sono, perché sappiamo tutti molto bene quali assurdi abusi siano stati e vengano ancora compiuti in nome di quell'alta e nobile idealità solidaristica: falsi ciechi, falsi storpi, falsi invalidi.
Ma non vogliamo mettere in discussione questo genere di assistenze.
Ciò che preme sottolineare è che donne ed omosessuali - le categorie più insistenti nel dichiararsi discriminate e vittimizzate - aspirano a protezioni sociali analoghe a quelle degli invalidi, dei terremotati, dei contadini meridionali degli anni cinquanta.
La cosa sorprendente è che questa volta la discriminazione di vantaggio gli sia stata negata dalla stessa classe politica che ha legalizzato quote rosa, finanziamenti agevolati all'imprenditoria femminile e molte altre cose dello stesso genere.
Ma non bisogna sorprendersi più di tanto, è solo questione di tempo.
Basterà che le sinistre tornino ad essere maggioranza parlamentare, ad assumere il governo del Paese ed anche gli omosessuali diventeranno una «categoria protetta», come le donne e gli invalidi civili.
Nessun dubbio.




N.B. - Com'è intuitivamente evidente, nel periodo estivo la pubblicazione di nuovi articoli subirà un fisiologico rallentamento, per riprendere a pieno ritmo tra qualche settimana.
Buone vacanze a tutti i lettori.
Continua: "Basta con le "discriminazioni positive""
mercoledì 25 maggio 2011

I diritti-desiderio non sono per tutti



«Ciascuno dei cosiddetti diritti dell’uomo è la negazione di altri diritti dell’uomo e, se esercitato separatamente, genera ingiustizie».
La citazione è di Michel Villey, filosofo del diritto francese le cui tesi sono richiamate nel dibattito a più voci sui cosiddetti “diritti-desiderio”, pubblicato dal sito Il Sussidiario e avviato da un corposo articolo di Guido Piffer e Tomaso Emilio Epidendio, magistrati e giuristi; dibattito tuttora in corso, con pluralità di qualificati interventi.
Nell'articolo in questione e negli altri che ne sono seguiti viene sostenuta una tesi non nuova, ma di particolare interesse se osservata dalla particolare angolatura del giurista. La tesi è che sia in corso una mutazione profonda del concetto di diritto soggettivo e dello stesso ragionamento giuridico a cui dà luogo, allo scopo di corrispondere alle aspettative della nuova antropologia egotista ed autoreferenziale così diffusa nella cultura e nelle dinamiche sociali del c.d. mondo post-moderno.
Con la secolarizzazione da un lato e la caduta delle grandi utopie laiche dall'altro, è venuta meno la possibilità teorica e pratica di pensare ad un «bene comune» come ad uno dei possibili obiettivi a cui dovrebbe tendere tanto la produzione legislativa quanto la concreta applicazione delle norme del diritto vivente.
Il politeismo dei valori, il conseguente rifluire delle singole coscienze nel privato, l'atomizzazione dei rapporti sociali che Bauman ha descritto nella società liquida, la perdita di fiducia in un futuro comune che occupa la riflessione sociologica sin dagli anni settanta, non sono affatto temi nuovi; ciò che appare come un fenomeno emergente, correlato a quelle dinamiche generali già previste e teorizzate da tempo, è il rapporto che si instaura tra cittadino e norma o, meglio, tra cittadino e diritto a seguito di quei mutamenti sociali.
Nell'epoca dei diritti-desiderio - scrivono gli autori - «si assiste alla rivendicazione come diritto di qualunque pretesa soggettiva, cioè di qualunque desiderio, espressione di una concezione dell’esistenza individualistica (ciò che esiste è solo il singolo con le proprie aspirazioni) e relativistica (non esiste nessun criterio oggettivo di giudizio esterno al soggetto).»
Si denota così un preoccupante spostamento di accenti da una concezione del diritto inteso come disciplina dei rapporti sociali – la funzione intimamente limitativa e ordinativa dello jus classico - ad un’altra concezione "ampliativa", secondo la quale funzione del diritto (inteso come corpo normativo) sarebbe quella di assicurare adeguato riconoscimento al diritto soggettivo di volta in volta ritenuto prevalente nella specifica circostanza, spesso a scapito degli altri diritti coinvolti.
Questo fatto si rende particolarmente evidente - secondo gli autori che, è bene ricordarlo, sono magistrati in servizio - nell'azione quotidiana del giudice, il quale mette sempre più frequentemente il proprio magistero al servizio di un valore ritenuto prioritario, arrivando per tale via a quell'argomentazione per diritti che, «anche a costo di forzare il dato normativo», tende essenzialmente a dare riconoscimento ad un diritto soggettivo considerato più degno di tutela degli altri coinvolti, arrecando in tal modo una lesione a questi ultimi e alla terzietà della propria funzione.
In questa prospettiva, inoltre, ciò che si va facendo più rarefatto e irriconoscibile nella dinamica dei rapporti giuridici è che ad ogni diritto soggettivo corrisponde un sistema di doveri degli altri attori sociali o, comunque, una delimitazione delle altrui libertà.
«Noi tutti - scrivono ancora Piffer ed Epidendio - siamo abituati a pensare che se affermiamo un diritto stiamo facendo qualcosa di positivo, stiamo tutelando un debole di fronte all’oppressione di una forza che vuole predominare ingiustamente. Soprattutto ci sembra che se affermiamo e quanto più affermiamo l’esistenza di diritti, tanto più estendiamo le possibilità dei soggetti a cui li attribuiamo e, quindi, facciamo qualcosa di positivo per tutti. Con l’affermazione della logica individualista del diritto-desiderio è emersa invece la portata retorica negativa del “linguaggio dei diritti”: essa occulta l’idea che trasformare ogni desiderio in diritto implica riconoscere un’enorme quantità di obblighi a carico di altri.»
La decadenza di una comune base metagiuridica nella quale andare a rintracciare "ciò che è oggettivamente giusto" - le fondamenta naturali del diritto, secondo alcune interpretazioni dottrinali - apre in tal modo la strada ad istanze particolari a scapito di altre, quando non nasconde la volontà soggettiva di modellare i fatti giuridici secondo preferenze ideologiche.
Il «bene comune» che si è smesso di cercare è, infatti, il luogo idealtipico dove contemperare le esigenze dell'individuo con quelle della società, affinché il desiderio di tizio non diventi il sacrificio di caio ed il bene di una parte sociale non si traduca nel male dell'altra.
Naturalmente, il dibattito in questione ha ben altra profondità di analisi e spessore concettuale; tuttavia, se volessimo racchiudere il senso delle tesi esposte in una definizione riassuntiva, si potrebbe dire che la denuncia ha a che fare con quell'iper-politicizzazione della sfera sociale che - oltre ad avere raggiunto e invaso la sfera privata dell'individuo, modificandone le aspettative rispetto ai pubblici poteri - alligna persino nei luoghi della neutralità ideologica per definizione, quali i tribunali e le sedi deputate alla semplice applicazione super partes delle norme in essere.
Sicché, con buona pace di quanti vanno proclamando, ormai da anni, il declino delle ideologie, ritenute semplici residuati di un novecento sorpassato dalla storia, siamo costretti ad ammettere che la logica dei valori in reciproca contrapposizione è più viva che mai; anzi, essendo entrata stabilmente nella mentalità della persona comune, acuisce quelle conflittualità sociali nelle quali la rivendicazione di un diritto dell'io o del noi si traduce nell'affermazione perentoria di un valore che si proclama superiore e prevalente, contro il disvalore incarnato dal tu o dal loro.
«C’è una sorta di aggressività - si legge in uno degli altri contributi pubblicati - che sottende la logica dei valori che spiega l’espressione tirannia dei valori: “il valore superiore ha il diritto e il dovere di sottomettere a sé il valore inferiore”. Lungi dal neutralizzare il conflitto, la logica dei valori inasprisce la lotta delle convinzioni e degli interessi, facendo scomparire ogni riguardo nei confronti del nemico, in quanto “il non-valore non gode di alcun diritto di fronte al valore”.»

Piffer ed Epidendio, in quanto giuristi conservatori, hanno in mente una casistica concreta come l'invocato diritto al matrimonio omosessuale, l'invocata abolizione del Crocifisso nelle scuole, gli invocati diritti degli immigrati, l'invocato diritto all'eutanasia e invocazioni analoghe.
Tuttavia, si potrà comprendere come sia stato leggendo l'intero dibattito - sotto la suggestione di quella citazione iniziale - che mi sia passato per la mente di immaginare il precedente articolo "Voglio tutto".
Se, infatti, c'è un terreno nel quale lo spostamento dell'attenzione giuridica dal rapporto al soggetto si dimostra più fertile e gravido di effetti tangibili, quello è sicuramente il terreno del rapporto tra i sessi.
Tornando alla sommaria elencazione dei desideri femminili che sono stati riconosciuti come diritti o ancora attendono di essere sanciti, formulata nell'articolo a cui si fa seguito e si dà chiusura, ci si accorgerà che non sono affatto distanti da quella concezione di posizione giuridica soggettiva prevalente che spesso, se non sempre, viene riconosciuta nel farsi della vicenda giuridica, a scapito di quella maschile.
Non esiste, anzi, quasi nessun altro rapporto sociale nel quale l'affermazione di diritti soggettivi abbia assunto connotazioni tanto antagonistiche, ultratutelate in sede di giudizio e pressoché prive di un corrispettivo oneroso, in termini di doveri correlati a vantaggio della controparte, quale la rivendicazione dei diritti femminili nei rapporti familiari, lavorativi, sociali, politici e persino giudiziari.
Sappiamo anche quale sia l'ideologia sottesa a questo fenomeno e la tirannia del valore che intende affermare: quello dell'uguaglianza a tutti i costi e del livellamento forzato tra un sesso e l'altro.
Sicché, se è vero, come è vero, che viviamo nell'epoca dei diritti-desiderio, è altrettanto vero che non tutti i desideri godono della medesima considerazione e delle stesse tutele, i diritti-desiderio non sono per tutti e c'è sempre qualcuno che, in nome dell'uguaglianza, "è sempre più uguale degli altri", come Orwell aveva già capito tanto e tanto tempo fa.



Continua: "I diritti-desiderio non sono per tutti"
lunedì 16 maggio 2011

Voglio tutto



Quanti di noi da bambini si sono trovati davanti al bancone del gelataio - quella strepitosa tavolozza multicolore di creme zuccherine - senza riuscire a decidersi sui gusti da farsi mettere sul cono?
Ne puoi scegliere solo due o tre, ci dicevano i genitori o la commessa, custode privilegiata di quel mondo meraviglioso al di là della vetrina.
L’unica disdetta in quella situazione bambina era dover scegliere, perché se andavi per il pistacchio verde restava fuori l'amarena rossa, il torroncino (‘che solo il nome era una tentazione) escludeva la stracciatella, la fragola rosa impediva l’accesso anche alla nocciola.
Noi, che arrivavamo appena con il naso alla vetrina del bancone, ci sporgevamo il più possibile, girando gli occhi da un capo all’altro di quel luogo della fantasia, per non dimenticare nessuna di quelle meraviglie colorate a nostra disposizione.
Certo il rito si sarebbe ripetuto presto, forse il giorno successivo se non ci facevamo venire il mal di pancia per altre ragioni. E, però, l’istinto forte del desiderio bambino ci avrebbe portato a dire «li voglio tutti» senza riuscire a capire esattamente perché si dovesse fare una selezione così ridotta – solo due o tre gusti – mentre la tentazione stava in un campionario tanto largo e disponibile di cose buone e colorate.
Non so a quanti succedesse così - ma a me capitava.
Ora, invece, mi capita di chiedermi se i bambini di oggi, per i quali le possibilità di scelta si sono moltiplicate a dismisura, abbiano le stesse tentazioni e se potranno dirsi davvero fortunati, una volta diventati adulti, di aver potuto disporre anche dei gusti mentacioccolata, cannella o “puffo” (il cinico derivato di fantastici omini blu) e delle praline e degli sciroppi di vari tipi che ai tempi della mia infanzia non erano ancora diffusi.
Gestire i propri desideri in uno scenario così ampliato di sollecitazioni e possibilità deve essere, comunque, più arduo di prima; e questo è certo.
Ma perché vado facendo queste rievocazioni degli anni infantili e supposizioni su quelli odierni?
Perché l'analogia con i tratti comportamentali tipici e legittimati della donna emancipata contemporanea calza a pennello con questa descrizione delle incontinenti voglie infantili.
«Voglio tutto» è l'imperativo categorico della donna media nella grande gelateria - sfavillante di luci, colori e possibilità - che la società mette oggi a sua disposizione sul bancone dei "diritti".
Voglio essere madre ma voglio fare anche carriera, voglio essere bella ma essere considerata bella solo quando dico io, voglio essere considerata brava ma anche aiutata con le quote rosa, voglio sospingere il desiderio maschile ma anche respingerlo a mio piacimento, voglio sposarmi ma anche restare libera, voglio il potere ma non la fatica di doverlo conquistare, voglio l'uomo tenero e sensibile ma anche forte e maschio, voglio un padre per i miei figli ma anche potermene disfare al momento giusto, voglio prostituirmi ma senza essere giudicata moralmente per questo, voglio schernire senza essere schernita, voglio essere rispettata senza rispettare; voglio tutto - insomma - senza condizione alcuna.
E' o non è, questo, un campionario degli atteggiamenti femminili più diffusi nel nostro tempo, che non trovano analogo riscontro in quelli maschili?
Per coloro che intendessero evitare di guardare in faccia la realtà senza occultarla dietro a mille giustificazionismi ricorderò semplicemente che buona parte di quelle "pretese" sono già state codificate nel diritto positivo e, comunque, legittimate al più ampio livello culturale ormai da tempo.
Ma cosa rende apparentemente del tutto legittime queste pretese? Come mai se apprendiamo sin da piccoli che "l'erba voglio cresce soltanto nel giardino del re" - imparando, in tal modo, a tradurre i nostri infantili capricci in ragionevoli aspettative da porre in relazione con quelle di altri - questo insegnamento di rispetto per l'altro da sé svanisce e perde significato e valore per il mondo femminile adulto?
Cosa cambia, in buona sostanza, tra i capricci del bambino davanti al bancone del gelataio e quelli della donna media occidentale davanti alla vetrina imbandita dei "diritti di favore" che politica, media, cultura accademica, sindacati, psicologi, magistrati, opinion leader e istituzioni internazionali si preoccupano di metterle sistematicamente a disposizione con la massima premura e deferenza possibili?
La risposta a queste domande potrebbe essere sin troppo facile e scontata: la condizione di minorità (psico - fisica) del bambino è tutelata dalle figure genitoriali che se ne prendono cura; la condizione di minorità sociale della donna (vera o falsa che sia, al momento non porremo il problema) è posta sotto la tutela di istituzioni (politiche e culturali) le quali agiscono con l'attenzione paternalistica e compensativa che si riserva ai "soggetti deboli" (o che in tal modo si autodefiniscono).
Questo genere di spiegazione è, in effetti, il mainstreaming prevalente intorno ai temi della condizione femminile.
In base a queste considerazioni si potrebbe quindi osservare che tra la condizione infantile e quella femminile cambia poco, quantomeno nella sostanza; entrambi bisognosi di particolari tutele, cambiano soltanto i soggetti - personali o istituzionali - chiamati ad esercitare questa funzione.
Tuttavia, la vera differenza da porre in rilievo è un'altra: le due forme di protezione - affettiva ed educativa l'una, politica e giuridica l'altra - conducono ad esiti completamente diversi, pur muovendo da un assunto del tutto analogo.
Mentre la cura genitoriale prevede chiare delimitazioni e confini ai desideri infantili, armonizzandoli al contesto ed indirizzandone i contenuti verso un orizzonte di sostenibilità soggettiva ed oggettiva, la "cura" del paternalismo sociale in favore della donna non contempla alcun tipo di limite, condizione o dovere correlati alle pretese di speciali vantaggi che il mondo femminile pretende.
Se, da un lato, la battaglia per il raggiungimento di status privilegiati è l'obiettivo dichiarato e perseguito senza mezzi termini dal femminismo in un'ottica di antagonismo esplicito con il mondo maschile, dall'altro lato esiste un terreno di coltura su cui questo tipo di semi ideologici può attecchire e svilupparsi, indipendentemente dal loro contenuto effettivo.
Ne accenniamo brevemente in questa sede rinviandone la trattazione più estesa ad un prossimo articolo specifico: si tratta dei c.d. "diritti-desiderio", figura retorica con la quale si vuole designare un particolare carattere assunto dalle tutele politico-giuridiche nell'occidente post-moderno.
Un contesto nel quale, come vedremo, si va realizzando un conflitto sotterraneo tra una concezione ordinamentale del diritto - diritto regolativo - ed una concezione soggettivista del diritto stesso nell'ambito di quella cultura di fondo che è stata definita "individualismo preferenzialista".



Continua: "Voglio tutto"
martedì 5 aprile 2011

Altre asimmetrie di trattamento giuridico




Seguendo una politica già attuata in altri momenti in questo sito - mirante a fornire, sin dove possibile, elementi informativi ragionati e commentati sui temi della questione maschile, anche di provenienza esterna al blog - pubblico, con l'autorizzazione dell'autore, Marco Faraci, il suo articolo in materia di iniziative giuridiche carcerarie che, more solito, prevede agevolazioni e vantaggi per le detenute madri ma non altrettanto per i detenuti padri.
Mi corre l'obbligo di menzionare - obtorto collo - anche la fonte della pubblicazione, a margine dell'articolo.




Liberare le detenute madri, dimenticandosi dei detenuti padri.
di Marco Faraci


E’ stato approvato da pochi giorni il disegno di legge 2568 intitolato “Modifiche al codice di procedura penale e alla legge 26 luglio 1975, n. 354, e altre disposizioni a tutela del rapporto tra detenute madri e figli minori”.
Il ddl, con relatrice la sen.Gallone, rafforza le tutele per le madri detenute rispetto al precedente quadro normativo. Le principali novità prevedono l’innalzamento da tre a sei anni di età del periodo nel quale il figlio può restare con la madre detenuta e la possibilità per la madre di scontare la detenzione in un istituto a custodia attenuata (ICAM) o agli arresti domiciliari. In più la donna potrà visitare il figlio, anche oltre i sei anni, in caso di malattia o di ricovero ospedaliero, secondo tempi e modalità permessi dal giudice.

Il sostegno ad una riforma che andasse a favorire la condizione delle madri dietro le sbarre è stato bipartisan, anche se i Radicali ed il centro-sinistra hanno espresso critiche alla formulazione finale della legge, astenendosi nel voto finale al Senato. Le valutazioni negative riguardano il fatto che gli ICAM permangano sotto l’amministrazione penitenziaria ed il fatto che resti nebuloso il percorso di effettiva realizzazione e messa a regime di tali istituti e delle case protette per la detenzione domiciliare.
In definitiva le forze politiche si sono divise tra chi considera sufficiente la legge approvata e chi avrebbe voluto una legge che si spingesse anche oltre a difesa dei diritti delle detenute madri.
Nessuno invece ha portato l’attenzione su uno degli aspetti apparentemente più evidenti della normativa, cioè il fatto che ceteris paribus i padri siano esclusi dai benefici conferiti alle madri. Il padre, in base alla legge, risulta una sorta di “genitore residuale”, che può accedere a benefici solamente nel caso “la madre sia deceduta o assolutamente impossibilitata a dare assistenza alla prole”.
Del resto, malgrado ragioni di opportunità abbiano spesso suggerito di inquadrare il tema delle detenute madri come una questione di diritti dei bambini, è in realtà abbastanza evidente che le leggi sull’argomento sono percepite e vissute dalla politica in primo luogo come leggi “per le donne”.
Non è un caso che la legge Finocchiaro del 2001 sia stata varata l’8 marzo e che anche quest’anno la nuova riforma facesse parte del “pacchetto 8 marzo ”, al pari delle quote rosa nei CdA, anche se poi ragioni tecniche hanno fatto slittare l’approvazione di qualche giorno. E’ chiaro che, in questa logica, per i papà non ci può essere molto posto.
Vi è, peraltro, una certa ipocrisia in politiche per le “pari opportunità” che da un lato stigmatizzino il persistere nel nostro paese di una suddivisione tradizionale dei ruoli di genere e dall’altro riaffermino l’identità della donna quale genitore prioritario e prevalente per la cura dei figli, ogni volta che da tale condizione possano scaturire dei vantaggi.
La legge approvata continua ad essere apertamente discriminatoria nei confronti degli uomini carcerati che si trovano privati della possibilità di un contatto con i propri figli, alle medesime condizioni che invece sono consentite alle donne. E’ una una violazione palese dell’art. 3 della Costituzione ed al tempo stesso compromette le prerogative del ruolo genitoriale così come riconosciute dall’art. 30 della Carta.
Va detto che l’attuale asimmetria di genere non è sostenibile neppure in nome dell’interesse del bambino.
Dal punto di vista del minore, infatti, se il “focus” è il suo diritto a non trascorrere la propria infanzia dietro le sbarre, è evidente che tale esigenza potrebbe essere assicurata anche attraverso strumenti alternativi rispetto alla scarcerazione della madre – come ad esempio l’affidamento ad altri membri della famiglia o se, questo non si rivela possibile, a coppie che si rendano disponibili.
Se invece il “focus” è sul diritto del bambino a mantenere un rapporto di contatto diretto con il genitore, come si può pensare che questo rapporto debba riguardare solamente la mamma?
Si tratterebbe, evidentemente, di una violazione dei principi che negli ultimi anni si è sempre più cercato di affermare nel dibattito politico-culturale a proposito del superamento della cristallizzazione dei ruoli nell’ambito della famiglia ed a proposito della riabilitazione dell’importanza della funzione paterna anche a livello di accudimento diretto.
In questo senso, ad esempio, la legge 54/2006 sull’affido condiviso ha affermato il principio del diritto del minore ad un rapporto “equilibrato e continuativo” con entrambi i genitori, un diritto soggettivo ed indisponibile che – come si legge nella proposta Tarditi che ha dato origine alla 54/2006 – è “da collocare nell’ambito dei diritti della personalità”.
E’ interessante notare come il fenomeno dei detenuti padri sia numericamente molto più importante di quello delle detenute madri e come quindi la rilevanza sociale di una strategia di riavvicinamento tra gli uomini dietro le sbarre ed i loro figli sarebbe notevole. Alcune analisi evidenziano, tra l’altro, come il mantenimento del rapporto tra padri carcerati e figli diminuisca per i primi la probabilità di recidività, per i secondi il rischio di disadattamento.
In definitiva, al di là della breve fase dell’allattamento, è difficile individuare ragioni sostenibili per discriminare la posizione dei padri e delle madri, salvo contraddire in modo evidente il percorso sociale e normativo verso nuovi paradigmi genitoriali e di rapporto tra i generi.
O i “benefici” per i genitori rappresentano un vulnus all’impianto del sistema penale compromettendo tanto la valenza punitiva tanto quella di deterrenza della sanzione o rappresentano, al contrario, un elemento di umanizzazione della pena e di valorizzazione del suo elemento rieducativo.
Nel primo caso il problema della legittimità e della “sostenibilità” dei benefici verrebbe a porsi con i medesimi contorni anche per le detenute madri. Nel secondo caso, invece, la possibilità di accedere ad una detenzione attenuta od alla scarcerazione dovrebbe essere estesa ai padri, anche nell’ottica di un percorso per il loro reinserimento sociale.
Purtroppo la politica è lo specchio di un paese che risponde a riflessi umorali – che da un lato sente forte il fascino di visioni giustizialiste e securitarie, dall’altro si commuove di fronte all’immagine della mamma con il bimbo in braccio.
Eppure bisogna andare oltre ed affrontare problematiche come questa non su basi emotive, bensì avendo come bussola i diritti individuali ed il principio dell’uguaglianza davanti alla legge.

5 aprile 2011

Fonte: Libertiamo

Continua: "Altre asimmetrie di trattamento giuridico"
martedì 23 marzo 2010

Tracce di questione maschile

Per quanto piccolo, l'evento è di quelli che meritano una segnalazione, se non altro a causa del desolante silenzio mediatico, intellettuale e politico che vige intorno alla condizione maschile contemporanea.
Per quanto se ne può sapere, infatti, è una delle prime volte (se non la prima in assoluto) che nel mondo ufficiale dell'informazione - ed, in particolare, di quella propriamente politica - si parla apertamente, senza indugi e da una tribuna pubblica della "questione maschile" come tematica sociale tutt'altro che secondaria.

E' avvenuto, lo scorso 18 marzo, sul webmagazine politico Libertiamo.it  - pubblicazione on-line che esprime il "think tank" del gruppo politico militante facente capo all'On. le B. Della Vedova - con un articolo redatto da Marco Faraci il quale, come recita il suo profilo pubblico, è tra le altre cose, "...saggista ed opinionista liberista, ha collaborato con giornali e riviste e curato libri sul pensiero politico liberale".

Continua: "Tracce di questione maschile"