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martedì 18 settembre 2012

L'uguaglianza sociale è nemica della democrazia






Prima di commentare le reazioni suscitate dalle insistenti iniziative con le quali la commissaria europea alla Giustizia, Viviane Reding, vuole portare al 40% le quote rosa nei consigli d’amministrazione delle società per azioni pubbliche e di quelle private quotate nei mercati borsistici dei paesi aderenti alla UE, qualche premessa non guasta.
Viviane Reding
Va tenuto presente che dallo scorso mese di agosto è già in vigore, qui in Italia, il famigerato provvedimento Golfo-Mosca (dal nome delle due relatrici della legge 120/2011) che impone nella misura del 30% la "presenza femminile" nei cda in questione, provvedimento che andrà a regime dal 2015 e sin da ora nella misura di un quinto dei consiglieri; ne abbiamo già parlato in altri momenti e suggerisco una rivisitazione retrospettiva di quelle considerazioni alla luce degli attuali sviluppi.
Il testo normativo ha formalmente efficacia decennale (una bizzarria tecnico-giuridica) ma difficilmente si tornerà indietro.
Infatti dall'Europa, come detto, non paghi di questa forzatura si vuole alzare ancora l'asticella - ed anche questo, da qui, è stato previsto e denunciato - dopo di che sarà alzata ancora e ancora sino alla fatidica e artificiosa «uguaglianza di genere» prevista nei trattati.
Si tratta, con ogni evidenza, di misure di ingegneria sociale, finalizzate a modificare d'imperio «la diseguale ripartizione del potere tra i sessi», che tuttavia vengono realizzate in plateale disprezzo di due principi fondamentali delle democrazie liberali: il principio della libertà d'impresa ed il principio del merito individuale.
A questi due valori basilari del pensiero liberale classico, con cui la vecchia e ormai impolverata classe della borghesia riuscì a trasformare pacificamente un ordine sociale ingessato nei diritti di nascita, si contrappone oggi un generico principio dell'uguaglianza sociale, inconciliabile nella sua essenza tanto con il primo, quanto con il secondo di quei valori.
In realtà, in natura l'uguaglianza non esiste, neanche tra i gemelli omozigoti tra i quali c'è sempre quello più intelligente, più estroverso, più dinamico o più intraprendente dell'altro.
Tutto ciò ha delle evidenti ricadute anche sul piano dei rapporti sociali ed economici, dove "l'uguaglianza" - che è un costrutto idealtipico e, in alcuni casi, utopico - per essere conseguita deve essere imposta autoritativamente dal potere politico.
Naturalmente non bisogna confondere il concetto di uguaglianza sociale con quello, politicamente neutro, di uguaglianza dei cittadini davanti alla legge, che è cosa completamente diversa.
Né andrebbe manipolato il concetto di uguaglianza nelle opportunità sociali - una parità che ha senso democratico solo alle posizioni di partenza - con la conta numerica dell'uguaglianza alle posizioni di arrivo.
Ne consegue che se l'uguaglianza sociale deve essere realizzata d'imperio ciò può avvenire solo a prezzo della libertà e della meritocrazia, così come avveniva nella vecchia Unione Sovietica dove tutti erano uguali, statisticamente allineati e ugualmente sudditi di un potere politico onnipotente e padrone, che impartiva ordini sul che fare, che non fare, dove andare e dove non andare, chi essere e chi non essere.
Il fatto che il potere politico nazionale - sollecitato e incalzato dalla tecnoburocrazia europea, e ad essa complice - vada ripristinando "diritti di nascita" che non sono più legati alla casta, al censo o al titolo nobiliare ma al sesso di ciascun individuo è quindi un regresso grave rispetto a quell'ideale democratico che ormai possiamo cominciare a mettere tra le buone cose del passato.
Conforta sapere - a proposito delle reazioni cui si accennava all'inizio - che tra le isolate voci di dissenso rispetto a questa deriva antidemocratica si sia alzata anche quella autorevole di Antonio Salvi, Preside della Libera Università Mediterranea "Jean Monnet" e ordinario di finanza aziendale, il quale con un articolo pubblicato nei giorni scorsi ha definito le quote rosa «una beffa inutile e dannosa», oltre che intimamente illiberale ed autoritaria, argomentando la presa di posizione con ragionati e competenti argomenti di buon senso.
Condivisibilissima soprattutto la sua riflessione generale: «non se ne può più dell'agire politicamente corretto, di comportamenti equi e sostenibili» e, aggiungerei personalmente, del falso mito egualitario.
Ma se da un lato è confortante sapere che le riflessioni critiche e le voci di dissenso sui metodi di «lotta alle disuguaglianze» (un comandamento ad alta digeribilità spirituale) vanno lentamente - ma troppo lentamente - crescendo nella società civile, è del tutto sconfortante osservare come il mondo politico, quasi nella sua interezza, sia completamente immerso in questa grottesca pianificazione di stampo socialista.
Se, infatti, il tema della lotta alle disuguaglianze è la ragione di essere della sinistra - come Norberto Bobbio ha reso evidente anche alla più ostinata "destra sociale" - non altrettanto dovrebbe dirsi per il campo avverso, dove la battaglia politica contro l'omologazione dei cittadini e il dirigismo politico dovrebbe essere una stella polare.
Si fa quindi fatica a collocare l'On. le Lella Golfo, pasionaria delle quote rosa e prima firmataria della legge 120, in un panorama politico dotato di qualche senso, coerenza e riconoscibilità.
Sintomatica della confusione ideologica che anima questa parlamentare è la sua risentita risposta all'articolo di cui prima, nella quale - oltre all'abituale intemerata sul maschilismo, che fa sempre brodo - si legge: «...credo sia un sacrosanto dove­re della politica intervenire quando i "normali" meccanismi di mercato produ­cono storture, introducendo correttivi in direzione del bene comune e del miglio­ramento della struttura produttiva.»
Quando una cosa del genere la dice Fassina - responsabile economico del PD, che tornerebbe volentieri a nazionalizzare le imprese e socializzare le perdite - lo si può capire; ma se la dice la Golfo, no.
Evidentemente, la Golfo è andata alla stessa scuola economica di Fassina; ma allora non si capisce cosa ci stia a fare nel centrodestra.
L'On. le Golfo non è tuttavia la sola del suo schieramento ad alimentare la confusione, considerato che la legge sulle quote rosa è stata votata dalla maggioranza dei suoi colleghi di partito e di coalizione.
Quindi, di quale centrodestra stiamo parlando?
E quali pessime conclusioni trarne?
Quando avvertiamo - come sempre più spesso capita - che la democrazia è messa in pericolo, che ci stiamo avvicinando pericolosamente al pensiero unico, quando vediamo ridursi gli spazi di dissenso e di libertà, quando capiamo che il momento del voto va perdendo gradualmente di significato e che la contesa politica è un teatrino stucchevole impersonato da personaggi inadatti e confusi (se non peggio), quando all'incapacità degli eletti si aggiunge l'indifferenza degli elettori, quando l'irrazionalità dell'antipolitica prende il sopravvento sulla razionalità delle scelte, quando comprendiamo di essere governati da luoghi distanti e inaccessibili che lavorano per la sovietizzazione strisciante dei rapporti sociali ed economici, non chiediamoci semplicemente chi sia ad attentare alla democrazia.
Chiediamoci, piuttosto, chi sia mai che potrà impedirne il tracollo.

Continua: "L'uguaglianza sociale è nemica della democrazia"
venerdì 7 settembre 2012

La tirannia del sentimento






In un’intervista radiofonica di qualche giorno fa, Paolo Villaggio ha espresso un’opinione personale che ha suscitato scandalo e indignazione pressoché generalizzati.
Le paralimpiadi di Londra – avrebbe detto il comico – sono uno spettacolo triste, un’esaltazione delle disgrazie.
Non è stato il solo.
In un’altra trasmissione di Radio International Bologna il giornalista Gianfranco Civolani avrebbe detto qualcosa di molto simile: non guardo le paralimpiadi perché non voglio vedere persone con tre teste o quattro gambe.

In men che non si dica, tanto l’una quanto l’altra opinione – abbastanza simili nei contenuti - sono state prontamente subissate dalla marea montante di un’opinione pubblica inferocita per essere ricacciate senza appello nell’oblio del “non si dice”.
Le reazioni insistite, protratte per diverse ore a Radio International, avrebbero persino indotto Civolani a profondersi in sentite scuse pubbliche per avere offeso la sensibilità comune.
Al comico che ha inventato lo stereotipo dello sfigato per antonomasia - il rag. Fantozzi - che sulle disgrazie quotidiane messe in burletta ha fondato la propria fortuna artistica non si poteva chiedere altrettanto.
Dal canto loro i media, pilotando attentamente e senza dubbi di sorta il sentire popolare, continuano a proporci le storie edificanti di atleti disabili che vincono le loro battaglie sportive con il sorriso sulle labbra - come quegli altri - e mostrano con orgoglio la medaglia conquistata davanti alle telecamere, proprio come quegli altri.
Il mondo della luce, insomma, starebbe vincendo ancora una volta contro quello delle tenebre, ed ogni minimo dubbio riguardante la discutibile spettacolarizzazione di gesti incompleti, di corpi menomati e di difficoltà motorie stentatamente in competizione è stato eticamente spazzato via.
A prima vista sembrerebbe anche una vittoria del bel sentimento sulla ragione: come si può svilire la gioia di una partecipazione sportiva a persone già colpite così duramente dalla sfortuna?
Chi si azzarderebbe a sparare sulla croce rossa?

Dunque tutto bene, se non fosse che dentro questi piccoli, marginali episodi dell’ideologia spicciola di tutti i giorni si cela una tirannia profonda: quella dei buoni sentimenti sui sentimenti autentici.
.....e qui mi fermo, perché tutto il resto sarebbe da discutere all'infinito.
Tranne che per una cosa, che mi sembra doveroso evidenziare.
Dare effettività al principio di non discriminazione in questo caso - anche in questo caso - produce effetti perversi e surreali.

Continua: "La tirannia del sentimento"
venerdì 2 marzo 2012

Più o meno






L'Organizzazione delle Nazioni Unite pensa a noi, state sereni.
Pensa al nostro benessere, alla pace, all'uguaglianza ed alla fratellanza tra i popoli e le genti; vuole che il mondo diventi quella valle dove scorre latte e miele in abbondanza, vuole il bene e il vero, ne pontifica ovunque, neanche possedesse il Verbo.
L'ONU, insomma, ci tutela.
Invece no, l'ONU è più o meno l'ennesimo governo ombra, un altro Leviatano interplanetario, un altro gigante con i calzari da missionario che vigila guardingo affinché il Governo - quello ufficiale, regolarmente eletto dai cittadini tramite le maggioranze popolari - non smarrisca la retta via consegnando la nostra vita al caos della democrazia e del pluralismo.
Come se già non bastasse l'Unione Europea a schiacciarci i testicoli a sufficienza ci stanno, più o meno, pure quest'altri; sì, anche loro e da parecchio tempo.
L'ONU, in questo caso, non si chiama veramente ONU, si chiama CEDAW ma si nasconde dentro l'ONU, in una delle sue numerose, magiche tasche da cui esce fuori come un guardiano carcerario all'occorenza giusta.
E che cos'è il CEDAW, più o meno?
Estratto e copincollato dalla Women’s Human Rights Project, Dublino, Irlanda, nella traduzione italiana della gaia, buona e più o meno salutare Associazione Artemisia di Firenze:
«Cedaw è la Convenzione per l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne (Convention on the Elimination of All Forms of Discrimination Against Women). E’ un accordo internazionale, onnicomprensivo e legalmente vincolante sui diritti delle donne ed è stata prodotto dalle Nazioni Unite nel 1979. Comprende tutte le forme di discriminazione e promuove misure speciali per realizzare una società non discriminante.
La convenzione Cedaw pone l’ineguaglianza e la discriminazione contro le donne all’interno del contesto relativo alla povertà, alla razza, alla salute e alla rappresentazione politica, comprende inoltre la discriminazione che avviene all’interno delle mura domestiche. La convenzione Cedaw afferma nel preambolo che: “…è necessario un cambiamento nei ruoli tradizionali sia degli uomini sia delle donne, nella società e nella famiglia, per ottenere una perfetta uguaglianza fra uomini e donne.”...et cetera...et cetera»

Nonna CEDAW

Grazie alle sue magiche prerogative ed a questo lasciapassare internazionale, miss CEDAW, nella persona del suo rappresentante ufficiale Violeta Neubauer, è venuta a gennaio di quest'anno nel nostro Parlamento - quel posto dove dovrebbe realizzarsi, più o meno, la mitica "volontà popolare" - a strigliarne e sgridarne i componenti, perché non ha realizzato a sufficienza la volontà di madama CEDAW, mica quella del popolo.
Non siete stati bravi abbastanza - la sostanza del discorso della signorina CEDAW - non mi avete soddisfatto, così non va bene, proprio per niente (qui non c'è più o meno).
Sono solo poco meno di un milione, più o meno, i padri separati in condizioni di indigenza per favorire le madri separate?
E' poco, bisogna fare di più, non di meno; quella milionata deve raddoppiare subito.
Ci sono le veline che, più o meno, continuano a tirarsi giù le mutande in televisione e non avete ancora arrestato nessun porco maschio per guardonismo televisivo?
E' poco, bisogna fare di più, non di meno; fate retate a strascico nei condomini.
Continuate a ripetere che la prima causa di morte, più o meno, sono le malattie e non i compagni e i mariti e i fidanzati e gli amici intimi delle donne?
E' poco, bisogna fare di più, non di meno; raccontate balle ancora più grosse che, tanto, vi mando io che faccio ONU di nome e CEDAW di cognome.
Non avete ancora imposto l'eleggibilità automatica e obbligatoria delle donne in quanto donne, più o meno, in tutti i luoghi pubblici?
E' poco, bisogna fare di più, non di meno; cacciate via qualche migliaio di uomini dai loro posti a calci nel sedere e piazzateci le nostre consorziate.
....più o meno è andata avanti così ancora per parecchio.
L'articolo non lo precisa, a dire il vero, se madama CEDAW abbia più o meno preso a sganassoni anche qualche parlamentare riottoso, nel caso ce ne fossero; ma l'aria che tirava in Parlamento pare fosse proprio quella.
Perché madamuasella CEDAW la sa lunga, mica scherzi.
Si avvale dei «rapporti ombra», quelle cose fatte appunto nell'ombra da associazioni ombra che osservano dall'ombra; e riferiscono a madamoiselle che se ne sta al sole e viene qui a maramaldeggiare sui parlamentari nostrani.
Ma chi sono i delatori di nonna CEDAW?
Chi va a rivelare che, no, in effetti, non tutti gli uomini - anzi, non tutti i "maschi" - sono stati ancora sottoposti al trattamento CEDAW sin da piccoli?
Eh beh...qui la luce s'illumina d'immenso e madonna CEDAW rivela il suo vero e brutto volto.

Alla piattaforma di sora CEDAW hanno lavorato, più o meno, Actionaid, Arcs arci, Fondazione Pangea, associazione Differenza donna, Libera Università delle donne, Casa internazionale delle donne, Donne in quota, Giuristi democratici e, tra le altre, anche Lorella Zanardo; ossia, un frullato di femminismo e di sinistrismo egualitario talmente denso e corposo che, in confronto, la marmellata di castagne è fluida come acqua fresca.
Andatevi a spulciare pazientemente il «rapporto ombra - lavori in corsa», cominciando a verificare chi sono e cosa fanno quelli e quelle che hanno contribuito alla sua stesura, senza dimenticare di buttare un occhio ai ringraziamenti speciali. C'è da ridere per non mettersi a piangere, una capatina fatecela.
Di più, non di meno: quel rapporto ombra, inventato di sana pianta sui capricci funambolici e faziosi delle menzionate ONG (organizzazioni non governative, ossia lobbies tentacolari e prive di qualunque controllo democratico vero) è curato nientemeno che da quella equilibrata e neutrale personcina che risponde al nome di Barbara Spinelli.
Insomma, il tutto è un po' come affidare la definizione e la risoluzione della «questione palestinese» ai fratelli mussulmani, più o meno.
Una roba da pazzi scellerati, senza più e senza meno.
Con la differenza che zia CEDAW, con quelle definizioni della realtà femminile italiana disegnata ad arte dai fratelli e dalle sorelle mussulmane del femminismo, viene a imporre regole di comportamento politico in Parlamento e a pretendere risultati tangibili, nell'arco dei prossimi due anni, a tutti i rappresentanti del popolo italiano, governanti compresi.
Quindi, rifacendo i conti, più o meno noi viviamo nell'illusione che i nostri rappresentanti politici ci rappresentino politicamente.
In realtà, in materia di pari opportunità siamo più o meno governati da soggetti come l'ARCI, Fondazione Pangea, associazione Differenza donna, Casa internazionale delle donne, Movimento Femminista Proletario Rivoluzionario, MIT (Movimento Identità Transessuale) e via discorrendo; tutti consulenti speciali di mamma CEDAW che viene a dettare legge ai nostri spauriti rappresentanti popolari.
Più o meno, è come se le politiche economiche del nostro Paese fossero dettate al Parlamento dalla FIOM/CGIL e vincolate ai suoi voleri assoluti.
E, più o meno, è dal '79 che va avanti questa canzonetta oscena e che ce lo mettono allegramente in quel posto.
Più o meno questa è la tutela che ci riserva l'ONU.
State più o meno sereni, se ci riuscite.

Continua: "Più o meno"
sabato 15 ottobre 2011

Le mobilitazioni possibili





In concomitanza con la manifestazione dei padri separati del 5 ottobre scorso, di cui abbiamo già trattato in precedenza, è stata presentata una lettera aperta al cosiddetto Ministro per le pari opportunità da parte di una delegazione di manifestanti, con la quale si intende evidenziare un'altra grave asimmetria di attenzione politica - e di conseguente trattamento giuridico - in danno della cittadinanza di sesso maschile.
In adesione alla campagna di sensibilizzazione sul tema, ci associamo all'iniziativa mediante l'invio dello stesso testo, recante nome e cognome personali a sottoscriverne i contenuti.
Invitiamo tutti i frequentatori del blog che condividono i principi di questa iniziativa a fare altrettanto.
La lettera potrà essere inviata, via posta elettronica, al seguente indirizzo del Capo di Gabinetto, Cons. Francesca QUADRI:
f.quadri@governo.it

o al recapito postale ordinario:
Presidenza del Consiglio dei ministri,
Dipartimento per le Pari Opportunità
Palazzo Chigi
Piazza Colonna 370
00187 Roma


«Onorevole Ministro Maria Rosaria Carfagna,

seguendo con assiduità le Sue lodevoli iniziative a partire dal primo giorno di mandato, non possiamo che esprimerLe viva soddisfazione per i concreti risultati ottenuti .

L’introduzione del reato di stalking nel nostro ordinamento – art. 612 bis c.p. – costituisce, nel suo intento, una conquista civile dell’intera collettività; così come il servizio di assistenza telefonica 1522 ed i diversi spot televisivi finalizzati a sensibilizzare la cittadinanza.

E’ con estremo rammarico, però, che notiamo una curiosa lacuna nel principio stesso di pari opportunità, ancora più curiosa nella misura in cui proveniente proprio dal Ministero per le Pari Opportunità

Il concetto di persona vittima di violenza non sembra appartenere al Suo Ministero, che preferisce contrastare la violenza solo qualora ne sia vittima un soggetto di genere femminile

Le operatrici del citato 1522, ad esempio, non offrono alcuna assistenza qualora chi denuncia di essere vittima di atti persecutori sia un soggetto di genere maschile.

Gli spot televisivi, inoltre, lanciano un messaggio mistificatorio in quanto lasciano intendere che solo una donna possa essere vittima di stalking.

Postulato smentito dai dati relativi al primo anno di applicazione della norma, da Lei stessa divulgati, i quali dati testimoniano un 20% di vittime maschili per le quali non è stata prevista alcuna misura di sostegno.

Vittime alle quali il Ministero Pari Opportunità nega le Pari Opportunità; appare una vistosa contraddizione.

Abbiamo anche apprezzato le Sue dichiarazioni del luglio 2009, quando – invocando la parola d’ordine tolleranza zero – affermava, tra l’altro: “(…) anche un solo atto di violenza contro una donna è troppo, e richiede una risposta ferma e dura delle istituzioni”(…).

Principio ineccepibile, come non condividere?

Ci chiediamo e Le chiediamo, però, come mai un solo atto di violenza contro una donna richieda ferme e dure contromisure istituzionali, mentre il 20% della popolazione maschile può anche essere considerata carne da macello, non meritevole del minimo interesse politico, legislativo, assistenziale e mediatico.

Secondo i Suoi stessi dati il 20% delle vittime sono uomini, Onorevole Ministro, non lo 0,01%!

Altro aspetto degno di considerazione.

È noto che gli uomini incontrino una maggiore difficoltà nel denunciare le persecuzioni subite rispetto alle donne, per cui il sommerso maschile risulta essere enormemente superiore rispetto al pur considerevole sommerso femminile.

Quali sono le iniziative istituzionali per far emergere il sommerso?

Se da un lato si sollecitano – doverosamente, aggiungiamo – le donne a denunciare, si incoraggiano, si sostengono, si forniscono strumenti quali case di fuga, centri antiviolenza e numeri telefonici di consulenza ed orientamento, dall’altro non esiste un solo centro di accoglienza per uomini vittime di violenza e non è prevista la benché minima iniziativa per sollecitare gli uomini a denunciare.

Ne risulta un dato incontestabile: la donna che denuncia di aver subito violenza acquisisce lo status di vittima, l’uomo che denuncia acquisisce lo status di inetto.

Non viene percepito come vittima, è emarginato e discriminato a tutti i livelli, ad iniziare dal servizio antistalking 1522 che rifiuta le richieste di aiuto maschili, fino al primo impatto con il commissariato presso il quale la vittima maschile prova a sporgere denuncia, ove viene accolto di malavoglia, con sufficienza e spesso anche con umiliante derisione.

L’uomo che denuncia la violenza della propria compagna è spinto a vergognarsi di averlo fatto: è considerato un soggetto inadeguato, incapace di sbrigarsela da solo, magari reagendo alla violenza subita con una violenza uguale e contraria.

Sicuramente – speriamo voglia concordare – “picchia se vieni picchiato” non può essere una risposta istituzionale sostenibile.

Non sappiamo se ignorare le vittime maschili sia una strategia voluta o una dimenticanza fortuita, resta il fatto che il 20% costituisce solo la punta dell’iceberg di una violenza subita ben maggiore, che certamente (esattamente come è accaduto per le donne) emergerebbe in percentuali ancor più significative qualora esistesse un minimo incentivo istituzionale.

Il reato di stalking viene propagandato come una violenza di genere – pur non essendo affatto, dati alla mano, una esclusiva del genere maschile – mentre le sole ad essere realmente di genere sono le risposte istituzionali.

Forse non si vuole che le denunce maschili vengano incentivate?

Forse disturba anche quel 20% emerso in maniera assolutamente imprevedibile e fortuita, per cui non è il caso di incoraggiare l’outing che potrebbe portare i dati a percentuali ben più significative, magari anche al 50%?

Senza avventurarci nel campo delle ipotesi, preferiamo rimanere rigidamente ancorati ai fatti.

Ed i fatti dicono questo: per la società civile è lecito aspettarsi che un Paese democratico prenda posizione contro ogni forma di violenza, a prescindere dal genere di autori e vittime.

Nessun organo istituzionale, ed in particolare il Ministero Pari Opportunità, dovrebbe operare discriminazioni.

Dovrebbero pertanto essere garantite pari opportunità di protezione dagli atti persecutori e dalle violenze in generale, a chiunque:

alla donna perseguitata da un uomo
alla donna perseguitata da una donna
all’uomo perseguitato da una donna
all’uomo perseguitato da un uomo
con tutte le innumerevoli variabili: donne o uomini perseguitati da gruppi ambosessi, da gruppi di sole donne, di soli uomini, etc.

La propaganda ministeriale imperniata solo sulla prima tipologia di violenza, escludendo a priori le altre tipologie – che possono esitare in altrettanto gravi conseguenze per i soggetti coinvolti – lascia un vuoto istituzionale gravissimo.»

Mi associo e sottoscrivo
Giovan Battista Orsini



Continua: "Le mobilitazioni possibili"
lunedì 25 luglio 2011

Le chiamano "pari opportunità" ma sono dispari




L'ingresso delle donne nei diversi corpi armati, militari o di polizia, presenti nel nostro Paese è un dato acquisito ed è da molti ritenuto indicativo del fatto che - laddove poste in condizioni di pari opportunità con gli uomini alle posizioni di partenza - le donne sarebbero in grado di fare le stesse cose, svolgere le stesse funzioni e conseguire i medesimi risultati, anche in quei difficili settori di attività.
Le tante donne in divisa che si vedono oggi, soprattutto sulle riviste e nelle fiction televisive, vengono salutate da alcune/i come uno dei traguardi delle pari opportunità democraticamente raggiunto e consolidato dai fatti.
Ma il tutto si fonda, essenzialmente, su una monumentale finzione collettiva.
Finzione che è, peraltro, duplice: da un lato consiste nel credere o nel far credere che in quelle posizioni di partenza ad essere valutato e misurato sia il merito effettivo della persona, indipendentemente dal sesso e sulla base di parametri identici ed oggettivi per tutti.
La famosa ma inesistente uguaglianza di fatto.
Dall'altro, consiste nel credere o nel far credere che, una volta superata la selezione prevista per il reclutamento, sia uomini che donne andranno a svolgere le stesse funzioni sul campo.
La famosa ma inesistente uguaglianza di diritto.
Quanto a questo secondo aspetto della finzione collettiva, basterebbe ricordare che la diversa operatività tra uomini e donne in uniforme è espressamente prevista dalle norme in vigore, che sottraggono in larghissima misura le donne dai compiti più rischiosi e impegnativi; tra le forze di polizia, ad esempio, è esplicitamente previsto, nella legge 121/1982 di riforma, l'esonero femminile dai compiti di ordine pubblico (manifestazioni di piazza, disordini allo stadio, vigilanza nei cortei politici etc.).
Altre considerazioni di merito sulle donne militari le abbiamo già affrontate nell'articolo «La metà di tutto».
Quanto al primo aspetto della finzione, abbiamo ricevuto tra i commenti la testimonianza diretta - ictu oculi, per così dire - di un partecipante all'ultimo concorso per 1.600 Allievi Agenti della Polizia di Stato, che si è svolto recentemente.
Così come lo abbiamo ricevuto lo proponiamo con particolare risalto - acquisito il consenso indiretto dell'autore, che ringraziamo - per il notevole valore testimoniale in materia.
Naturalmente, per consentire l'accesso di queste donne ai posti in concorso sono stati "scartati" e sacrificati altrettanti uomini, con ogni probabilità più meritevoli e adatti ad occupare quelle funzioni.
Come si potrà constatare, tanto alle posizioni di partenza (selezioni, reclutamenti, concorsi) quanto alle posizioni di arrivo (quote rosa in politica ed economia) il mondo delle donne è ben lontano dal poter raggiungere alcuna parità o uguaglianza effettiva.
Si tratta solo di una categoria assistita dai poteri pubblici.
Questa la monumentale finzione.
Del resto, la pari dignità è qualcosa di completamente diverso dall'uguaglianza e con essa ha poco a che fare.

«Promemoria del concorso 1600 Allievi Agenti 2010/11 della polizia di
stato. Il promemoria riguarda le prove psicoattitudinali svoltesi nel
mese di Luglio 2011. Ogni giornata prevedeva un gruppo di 60 persone
circa, questo resoconto quindi tiene conto dall’esperienza personale di
uno solo di questi gruppi, pur rimanendo identiche le modalità e tempi
di svolgimento.

1. Prove di efficienza fisica differenziate tra uomini e donne: La prova
di corsa è risultata alquanto dubbia, in quanto gran parte delle donne
mostravano una manifesta impreparazione atletica, constatabile anche
visivamente a causa della forma fisica sicuramente non rientrante nei
canoni del peso forma.

Molte di loro, pur dovendo affrontare la prova dei 1000m piani in 4’45” a
differenza dei colleghi uomini che avevano in limite in 4’15”,non hanno tenuto
sicuramente un passo idoneo per il superamento della prova. Nessuna di
loro è risultata non idonea alla prova, considerando che solo una decina
di candidate hanno dimostrato una preparazione idonea. Molte delle
suddette, si sono anche permesse di insultare i candidati maschili
mentre osservavano le prove, in quanto alle donne era stato concesso di
partire per prime, in previsione del fatto che la prova si sarebbe poi
prolungata nelle ore più calde della giornata.(E’ da considerare che chi
aveva già sostenuto la prova poteva osservare le altre batterie della
corsa stando seduto sotto un gazebo all’ombra attrezzato per
l’occasione). Si potrebbe anche ragionare sul fatto che la migliore
delle candidate femminili non sarebbe rientrata nel tempo minimo dei
candidati maschili, in quanto classificatasi prima con 4’18”.
Il salto in alto ha visto scartati 3 uomini e 0 donne. Altezza prevista per le donne 90cm. Altezza prevista per gli uomini 110cm. Per chi è un minimo esperto del settore,
capirà come 20 cm possano fare la differenza in uno sport di questo
tipo.

Per quanto riguarda le prove di forza invece, sollevamento alla sbarra e
piegamenti, risultano un mistero in quanto le prove femminili si sono
“tenute esclusivamente a porte chiuse”, a differenza di quelle maschili
ovviamente di pubblico dominio.

A prescindere dal fatto che ritengo che sostenere una prova sotto lo
sguardo di un pubblico che ti osserva sia completamente diverso dal
sostenerlo in separata sede al riparo da sguardi “indaganti” magari di
un sesso opposto al nostro. Mi sembra obbligatorio riportare per
ammissione di alcune candidate stesse, che le donne sono state agevolate
nell’espletamento delle prove di forza.

1. Gli esaminatori aiutavano le donne sostenendole sui fianchi durante i
sollevamenti alla sbarra, ed era loro concesso lo stacco con slancio
da terra per effettuare la prima trazione. (Donne 2 trazioni per
superamento. Uomini 5 trazioni per superamento)
2. Gli esaminatori contavano con estrema
sufficienza il numero massimo di piegamenti alle donne.
(10 flessioni per le donne. 15 flessioni per gli uomini).
Prove di accertamento fisico:
Anche qui la disparità di trattamento è emersa violentemente fin dai
primi momenti, in quanto alle candidate ci si riferiva con “donne” ai
candidati con l’appellativo di “maschietti”. Le dottoresse che poi
esaminavano gli aspiranti per la valutazione medica generale della
vista, peso altezza, patologie generali, erano definite dalle candidate
stesse “acide”. Si dimostravano infatti scortesi ed arroganti, prive del
tutto di tatto e professionalità. Va considerato inoltre che alle donne
chiaramente è stata concessa una commissione medica del tutto
femminile, mentre agli uomini una commissione mista composta per lo più
dalla commissione femminile con l’aggiunta di un collega maschile.»
Continua: "Le chiamano "pari opportunità" ma sono dispari"