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mercoledì 14 novembre 2012

Movimento femminista per la parità genitoriale






Correvano gli ultimi giorni di luglio dello scorso anno quando da questo blog si salutava la nascita del movimento femminile per la parità genitoriale come «una novità positiva e benaugurante».
Ebbene, prima di tutto chiedo subito scusa ai miei lettori per l'imprudente e frettolosa valutazione di allora: mi sbagliavo.
Rileggendo quelle considerazioni si potranno ricordare i perché di un movimento, con tanto di "femminile" in primo piano, che si costituiva allo scopo di spalleggiare le battaglie civili dei padri separati.
Non erano, in realtà, questioni di principio a motivare quella nascita ma la convenienza pratica e il vissuto personale delle partecipanti.
Ciononostante, era lecito presumere che, motivazioni a parte, quell'alleanza avrebbe aggiunto qualche freccia in più all'arco degli uomini sottoposti al massacro giudiziale delle separazioni, non fosse altro che per la stragrande attenzione riservata dal mondo politico e tribunalizio ai desiderata ed alle esigenze femminili.
Nella vita effettiva di quel gruppo si è assistito tuttavia ad un lento, graduale ma inesorabile scivolamento verso il dominio interno di una minoranza rumorosa, in maniera del tutto analoga a quella cui è assoggettata la realtà di questo paese più o meno da sempre.
Avete presente la capacità di condizionamento della vita economica e politica che la CGIL - ed in particolare la FIOM - esercita da decenni con i suoi veti, le manifestazioni, gli scioperi, le occupazioni, le mobilitazioni e tutto il resto?
Quella minoranza che tiene in pugno la totalità dello stivale con i suoi diktat, al punto tale che Marchionne, esasperato, sta decidendo di portarsi via la più grande e importante azienda italiana mandandoci tutti a quel paese?
Ecco, qualcosa di simile - mutatis mutandis, com'è ovvio - caratterizza la vita di quello che, per coerenza, dovrebbe oggi definirsi più propriamente «movimento femminista per la parità genitoriale».
Banale questione di forma, dite voi?
Niente affatto, è questione di solida sostanza.
Provate voi stessi a mettere in discussione, in quel gruppo, dogmi intangibili e principi evidentemente non negoziabili come la parità, l'uguaglianza, la libertà libertaria (quella senza vincoli responsabilizzanti) e la negazione delle differenze antropologiche e sessuali tra gli esseri umani che possano, ad esempio, ricondurre a ruoli e funzioni naturali come quello del papà e della mamma.
Insomma, a mettere semplicemente in discussione la mentalità femminista/politically correct/libertaria/...e dde sinistra che dal sessantotto in avanti ha fatto in questo paese il bello e il cattivo tempo a suo completo piacimento.
Formalmente ve lo lasceranno fare ma sostanzialmente la minoranza rumorosa si mobiliterà nella piazza virtuale, trattandovi come un appestato infettivo da mettere in quarantena.
Provate ancora a ricordare che i disastri giudiziali che oggi sopportano i padri separati sono la conseguenza di quella logica di redistribuzione sociale in favore dei soggetti deboli, tra i quali il mondo femminile si è stabilmente insediato ormai da decenni avvalendosi delle più svariate forme di vittimismo che si possano concepire, grazie ai femminismi di ogni forma, colore, aspetto e natura.
«Naaaaaaaaaa....» - vi sentirete rispondere, con questa sfilza completa di argomenti messi in fila uno dietro l'altro.
E sapete perché?
Perché in un certo blog denominato femminismo a sud - affettuosamente ribattezzato fas per le amiche e gli amici ...dde sinistra - hanno finalmente cominciato a capire che la stanno facendo fuori dal vaso in modo esasperante e nauseante da troppi anni.
E allora tutta quella che è rimasta fuori dal vaso la ignorano, quella che continua a colare non la prendono neanche in considerazione, ma soprattutto dichiarano tabù ogni critica ai femminismi perché un paio di tizie su qualche decina di milioni hanno improvvisamente cominciato a farla dentro.
Senza neanche vergognarsi di avere sporcato fino ad ora.
Un film grottesco e surreale che sembra uscito dalla penna di Kafka.
Con queste straordinarie referenze da sventolare ai quattro angoli delle terre emerse, il sindacalismo femminista, quello del conteggio dei tempi di poppata da mercanteggiare con le passate dell'aspirapolvere e i cambi di pannolino, si è talmente ben radicato nel movimento in questione che il binomio «parità genitoriale» nel nome del gruppo sta ad indicare esattamente questo, in definitiva.
Che ogni uomo deve sapersi mammizzare e femminilizzare, per consentire alla madre di suo figlio di realizzarsi autonomamente nella vita, nel lavoro e nella società come donna perfettamente emancipata e indipendente ; da sé stesso, da suo figlio e da tutti quanti.
Sfortunatamente, questa riduzione della figura maschile a strumento indiretto e passivo dell'affermazione egotica femminile - la riduzione a maschietto devoto e casalingo felice - intercetta un problema ben più drammatico ed assillante che i padri separati sono chiamati ad affrontare sulla propria pelle: quello della deprivazione coattiva dell'affetto dei figli che comprime e oscura, per molti di loro, ogni altra considerazione.
Non bisogna essere particolarmente svegli per capire che chi vive una mancanza grave e dolorosa è disposto a tutto pur di poterla colmare.
Sicché, pur di rivedere i figli e poterli riabbracciare, tanti sono persino disposti a farsi fare il lavaggio del cervello secondo le moralizzazioni maschili di massa del femminismo progressista e....dde sinistra, salvo accorgersi in futuro che gli avranno strappato via pure l'anima per il proprio tornaconto.
Quando forse sarà troppo tardi.
Naturalmente questa è la mia opinione, comunque maturata in diversi mesi di osservazione del fenomeno, ed ognuno rimane lapalissianamente libero di farsi tutte le illusioni che preferisce e di seguire le mode e le ideologie che gli aggradano.
Comunque sia, un'ultima annotazione si rende molto più che necessaria; direi comicamente inevitabile.
Ci sono state esercitazioni di sdegno e di indignazione che le esponenti del movimento in questione hanno sprecato, nei tempi passati, nei confronti di siti femministi come la 27ma ora o similari, a causa delle censure e delle intolleranze riscontrate in quelle correnti di pensiero.
L'incoerenza è femmina da sempre, ma per contraddizioni di queste dimensioni esorbitanti bisognava immaginare "folgorazioni sulla via di Damasco" - scivolando verso sud - che nei primi giorni di luglio dell'anno scorso era impossibile prevedere.
In qualche modo credo di essere giustificabile.
Io sì......




N.B. - per obbligo di trasparenza, resta inteso che - salvo censure preventive - questo articolo sarà postato nella pagina del MFPG dal momento che si parla di loro; dopo di che, per obbligo altrettanto evidente di coerenza conseguente, mi dissocerò da quel gruppo in maniera definitiva.

Continua: "Movimento femminista per la parità genitoriale"
martedì 18 settembre 2012

L'uguaglianza sociale è nemica della democrazia






Prima di commentare le reazioni suscitate dalle insistenti iniziative con le quali la commissaria europea alla Giustizia, Viviane Reding, vuole portare al 40% le quote rosa nei consigli d’amministrazione delle società per azioni pubbliche e di quelle private quotate nei mercati borsistici dei paesi aderenti alla UE, qualche premessa non guasta.
Viviane Reding
Va tenuto presente che dallo scorso mese di agosto è già in vigore, qui in Italia, il famigerato provvedimento Golfo-Mosca (dal nome delle due relatrici della legge 120/2011) che impone nella misura del 30% la "presenza femminile" nei cda in questione, provvedimento che andrà a regime dal 2015 e sin da ora nella misura di un quinto dei consiglieri; ne abbiamo già parlato in altri momenti e suggerisco una rivisitazione retrospettiva di quelle considerazioni alla luce degli attuali sviluppi.
Il testo normativo ha formalmente efficacia decennale (una bizzarria tecnico-giuridica) ma difficilmente si tornerà indietro.
Infatti dall'Europa, come detto, non paghi di questa forzatura si vuole alzare ancora l'asticella - ed anche questo, da qui, è stato previsto e denunciato - dopo di che sarà alzata ancora e ancora sino alla fatidica e artificiosa «uguaglianza di genere» prevista nei trattati.
Si tratta, con ogni evidenza, di misure di ingegneria sociale, finalizzate a modificare d'imperio «la diseguale ripartizione del potere tra i sessi», che tuttavia vengono realizzate in plateale disprezzo di due principi fondamentali delle democrazie liberali: il principio della libertà d'impresa ed il principio del merito individuale.
A questi due valori basilari del pensiero liberale classico, con cui la vecchia e ormai impolverata classe della borghesia riuscì a trasformare pacificamente un ordine sociale ingessato nei diritti di nascita, si contrappone oggi un generico principio dell'uguaglianza sociale, inconciliabile nella sua essenza tanto con il primo, quanto con il secondo di quei valori.
In realtà, in natura l'uguaglianza non esiste, neanche tra i gemelli omozigoti tra i quali c'è sempre quello più intelligente, più estroverso, più dinamico o più intraprendente dell'altro.
Tutto ciò ha delle evidenti ricadute anche sul piano dei rapporti sociali ed economici, dove "l'uguaglianza" - che è un costrutto idealtipico e, in alcuni casi, utopico - per essere conseguita deve essere imposta autoritativamente dal potere politico.
Naturalmente non bisogna confondere il concetto di uguaglianza sociale con quello, politicamente neutro, di uguaglianza dei cittadini davanti alla legge, che è cosa completamente diversa.
Né andrebbe manipolato il concetto di uguaglianza nelle opportunità sociali - una parità che ha senso democratico solo alle posizioni di partenza - con la conta numerica dell'uguaglianza alle posizioni di arrivo.
Ne consegue che se l'uguaglianza sociale deve essere realizzata d'imperio ciò può avvenire solo a prezzo della libertà e della meritocrazia, così come avveniva nella vecchia Unione Sovietica dove tutti erano uguali, statisticamente allineati e ugualmente sudditi di un potere politico onnipotente e padrone, che impartiva ordini sul che fare, che non fare, dove andare e dove non andare, chi essere e chi non essere.
Il fatto che il potere politico nazionale - sollecitato e incalzato dalla tecnoburocrazia europea, e ad essa complice - vada ripristinando "diritti di nascita" che non sono più legati alla casta, al censo o al titolo nobiliare ma al sesso di ciascun individuo è quindi un regresso grave rispetto a quell'ideale democratico che ormai possiamo cominciare a mettere tra le buone cose del passato.
Conforta sapere - a proposito delle reazioni cui si accennava all'inizio - che tra le isolate voci di dissenso rispetto a questa deriva antidemocratica si sia alzata anche quella autorevole di Antonio Salvi, Preside della Libera Università Mediterranea "Jean Monnet" e ordinario di finanza aziendale, il quale con un articolo pubblicato nei giorni scorsi ha definito le quote rosa «una beffa inutile e dannosa», oltre che intimamente illiberale ed autoritaria, argomentando la presa di posizione con ragionati e competenti argomenti di buon senso.
Condivisibilissima soprattutto la sua riflessione generale: «non se ne può più dell'agire politicamente corretto, di comportamenti equi e sostenibili» e, aggiungerei personalmente, del falso mito egualitario.
Ma se da un lato è confortante sapere che le riflessioni critiche e le voci di dissenso sui metodi di «lotta alle disuguaglianze» (un comandamento ad alta digeribilità spirituale) vanno lentamente - ma troppo lentamente - crescendo nella società civile, è del tutto sconfortante osservare come il mondo politico, quasi nella sua interezza, sia completamente immerso in questa grottesca pianificazione di stampo socialista.
Se, infatti, il tema della lotta alle disuguaglianze è la ragione di essere della sinistra - come Norberto Bobbio ha reso evidente anche alla più ostinata "destra sociale" - non altrettanto dovrebbe dirsi per il campo avverso, dove la battaglia politica contro l'omologazione dei cittadini e il dirigismo politico dovrebbe essere una stella polare.
Si fa quindi fatica a collocare l'On. le Lella Golfo, pasionaria delle quote rosa e prima firmataria della legge 120, in un panorama politico dotato di qualche senso, coerenza e riconoscibilità.
Sintomatica della confusione ideologica che anima questa parlamentare è la sua risentita risposta all'articolo di cui prima, nella quale - oltre all'abituale intemerata sul maschilismo, che fa sempre brodo - si legge: «...credo sia un sacrosanto dove­re della politica intervenire quando i "normali" meccanismi di mercato produ­cono storture, introducendo correttivi in direzione del bene comune e del miglio­ramento della struttura produttiva.»
Quando una cosa del genere la dice Fassina - responsabile economico del PD, che tornerebbe volentieri a nazionalizzare le imprese e socializzare le perdite - lo si può capire; ma se la dice la Golfo, no.
Evidentemente, la Golfo è andata alla stessa scuola economica di Fassina; ma allora non si capisce cosa ci stia a fare nel centrodestra.
L'On. le Golfo non è tuttavia la sola del suo schieramento ad alimentare la confusione, considerato che la legge sulle quote rosa è stata votata dalla maggioranza dei suoi colleghi di partito e di coalizione.
Quindi, di quale centrodestra stiamo parlando?
E quali pessime conclusioni trarne?
Quando avvertiamo - come sempre più spesso capita - che la democrazia è messa in pericolo, che ci stiamo avvicinando pericolosamente al pensiero unico, quando vediamo ridursi gli spazi di dissenso e di libertà, quando capiamo che il momento del voto va perdendo gradualmente di significato e che la contesa politica è un teatrino stucchevole impersonato da personaggi inadatti e confusi (se non peggio), quando all'incapacità degli eletti si aggiunge l'indifferenza degli elettori, quando l'irrazionalità dell'antipolitica prende il sopravvento sulla razionalità delle scelte, quando comprendiamo di essere governati da luoghi distanti e inaccessibili che lavorano per la sovietizzazione strisciante dei rapporti sociali ed economici, non chiediamoci semplicemente chi sia ad attentare alla democrazia.
Chiediamoci, piuttosto, chi sia mai che potrà impedirne il tracollo.

Continua: "L'uguaglianza sociale è nemica della democrazia"
venerdì 7 settembre 2012

La tirannia del sentimento






In un’intervista radiofonica di qualche giorno fa, Paolo Villaggio ha espresso un’opinione personale che ha suscitato scandalo e indignazione pressoché generalizzati.
Le paralimpiadi di Londra – avrebbe detto il comico – sono uno spettacolo triste, un’esaltazione delle disgrazie.
Non è stato il solo.
In un’altra trasmissione di Radio International Bologna il giornalista Gianfranco Civolani avrebbe detto qualcosa di molto simile: non guardo le paralimpiadi perché non voglio vedere persone con tre teste o quattro gambe.

In men che non si dica, tanto l’una quanto l’altra opinione – abbastanza simili nei contenuti - sono state prontamente subissate dalla marea montante di un’opinione pubblica inferocita per essere ricacciate senza appello nell’oblio del “non si dice”.
Le reazioni insistite, protratte per diverse ore a Radio International, avrebbero persino indotto Civolani a profondersi in sentite scuse pubbliche per avere offeso la sensibilità comune.
Al comico che ha inventato lo stereotipo dello sfigato per antonomasia - il rag. Fantozzi - che sulle disgrazie quotidiane messe in burletta ha fondato la propria fortuna artistica non si poteva chiedere altrettanto.
Dal canto loro i media, pilotando attentamente e senza dubbi di sorta il sentire popolare, continuano a proporci le storie edificanti di atleti disabili che vincono le loro battaglie sportive con il sorriso sulle labbra - come quegli altri - e mostrano con orgoglio la medaglia conquistata davanti alle telecamere, proprio come quegli altri.
Il mondo della luce, insomma, starebbe vincendo ancora una volta contro quello delle tenebre, ed ogni minimo dubbio riguardante la discutibile spettacolarizzazione di gesti incompleti, di corpi menomati e di difficoltà motorie stentatamente in competizione è stato eticamente spazzato via.
A prima vista sembrerebbe anche una vittoria del bel sentimento sulla ragione: come si può svilire la gioia di una partecipazione sportiva a persone già colpite così duramente dalla sfortuna?
Chi si azzarderebbe a sparare sulla croce rossa?

Dunque tutto bene, se non fosse che dentro questi piccoli, marginali episodi dell’ideologia spicciola di tutti i giorni si cela una tirannia profonda: quella dei buoni sentimenti sui sentimenti autentici.
.....e qui mi fermo, perché tutto il resto sarebbe da discutere all'infinito.
Tranne che per una cosa, che mi sembra doveroso evidenziare.
Dare effettività al principio di non discriminazione in questo caso - anche in questo caso - produce effetti perversi e surreali.

Continua: "La tirannia del sentimento"
giovedì 19 luglio 2012

Cultura antimaschile e paternità forzate





I torti e le umilianti sperequazioni che gli uomini sono costretti a subire nei tribunali civili (e spesso anche penali) in sede di separazione o divorzio rappresentano, ad oggi, la parte più esposta e socialmente evidente di una diffusissima cultura antimaschile che permea i rapporti umani, giuridici e politici prevalenti.
Come già evidenziato in diverse occasioni, questi fenomeni sono tuttavia solo la punta di un iceberg, sotto la linea di galleggiamento (e di visibilità) del quale si nasconde la parte più corposa ed ingombrante dei principi che le ideologie politiche ostili al “maschio” (femminismo, culturalismo ed egualitarismo su tutte) hanno riversato nella cultura corrente, nel diritto codificato e nelle pratiche usuali di common law.
Se, infatti, la negazione dei diritti alla paternità sta alimentando, in concreto, un malessere sociale sempre più ampio e numericamente significativo, non altrettanto può dirsi, ad esempio, per la situazione diametralmente opposta: ossia, la possibilità di esercitare il diritto al disconoscimento di paternità in tutti quei casi in cui la paternità stessa è dubitabile se non, addirittura, palesemente falsa.
Oppure - caso meno ai limiti ma non per questo meno rilevante - quando il singolo non ha scelto di diventare padre e non si sente pronto per questa delicata responsabilità ma, a differenza di quanto è concesso alle donne con il c.d. “parto anonimo”, non può sottrarsi in alcun modo alla paternità non voluta.
In realtà, queste situazioni – più frequenti di quanto non si pensi – arrivano all’attenzione dell’opinione pubblica quasi esclusivamente quando ad esserne coinvolti sono personaggi di grande popolarità, come gli attori o i calciatori.
E’ questo il caso della diatriba innescatasi sul noto caso Balotelli-Fico, che sembra ripercorrere lo stesso copione mediatico in cui finì coinvolto, a suo tempo, un campione altrettanto “trasgressivo” e discusso come Diego Armando Maradona.
Trattandosi di persone facoltose e socialmente privilegiate, la percezione generale è che la tegola non faccia poi così male e, quindi, l’attenzione verso i principi di equità in gioco viene automaticamente distratta verso il puro e semplice pettegolezzo da parrucchiera.
Eppure, situazioni di questo tipo possono investire - ed investono - qualunque uomo, di qualunque estrazione sociale e con qualunque disponibilità economica tra le mani, anche quando non se ne dispone affatto; si tratta di principi giuridici ed etici che riguardano tutti, non solo i paperoni del calcio, ma questo non viene evidenziato.
Bene ha fatto, dunque, Marco Faraci a riproporre la questione di ordine generale prendendo a prestito, con un articolo specifico, la vicenda personale di Balotelli per estendere le relative considerazioni sino a riconoscerne all’interno la negazione dei «diritti riproduttivi» maschili come presupposto culturale e giuridico vigente.
A qualunque donna è consentito ope legis disconoscere il figlio appena nato lasciando che venga dato in adozione (pare siano circa 400 l’anno i casi su circa tremila abbandoni materni), mentre a qualunque uomo questa possibilità è giuridicamente preclusa, tranne casi eccezionali.
Se a ciò si aggiunge l’assoluta irrilevanza della figura e della scelta maschile in materia di aborto, lo sbilanciamento e la sperequazione dei diritti riproduttivi tra maschi e femmine ha del clamoroso, quanto e molto più delle problematiche dei padri separati.
Eppure, questa generale cittadinanza di serie B rimane confinata sotto la linea di galleggiamento dell’evidenza - come si diceva - nell’oblio e nella sottovalutazione da parte dello stesso mondo maschile, che se ne accorge solo quando ne subisce individualmente gli effetti.
Ci sarebbe dunque poco da aggiungere a quanto efficacemente sostenuto da Faraci nel merito della questione, se non fosse che, per uno strano gioco di casualità, non stessi elaborando in questi giorni analoghe considerazioni sulla base di una recente sentenza della Corte di Cassazione inerente la stessa materia.
In quest’altro caso si tratta della domanda di disconoscimento di paternità presentata da un uomo che aveva scoperto, in epoca successiva alla nascita di una bambina, di non esserne il vero genitore, in quanto la moglie si era sottoposta a fecondazione eterologa nel contesto delle procedure di fecondazione assistita a cui la coppia si era da tempo rivolta.
Va ricordato che la fecondazione eterologa - ossia, resa possibile da un donatore anonimo, terzo alla coppia - è espressamente vietata dal nostro ordinamento, ex articolo 4, comma 3, della legge 19 febbraio 2004, n. 40 (recante norme in materia di procreazione medicalmente assistita) e pur non potendosi considerare, nel caso di specie, una forma di infedeltà muliebre è qualcosa che comunque gli assomiglia molto.
Inoltre, a quanto si legge nella sentenza n. 11644 del 23 febbraio scorso, il padre pro-forma sarebbe venuto a conoscenza dell'iniziativa unilaterale della donna in tempi successivi al parto, a seguito di "voci" che lo avrebbero indotto ad accertare, tramite specifici controlli clinici, la propria sterilità assoluta.
Appurato di non poter essere il padre che avrebbe voluto essere, l'uomo si è visto contestare, in giudizio, il mancato rispetto dei tempi burocratici per l'esercizio del disconoscimento, equiparato con un'alchimia interpretativa della Cassazione alle ipotesi di decadenza dall'azione di disconoscimento previste, dall'art. 244 del codice civile, in un anno.
Al danno concreto per l'uomo deve aggiungersi la beffa più generale, per cui dal Sole24ore si è salutato questo pronunciamento come un ampliamento dello spettro normativo delle ipotesi di disconoscimento di paternità, tra le quali ora deve aggiungersi anche quella della fecondazione eterologa per il padre inconsapevole.
Poco importa, a quei commentatori, che le contorsioni giuridico-burocratiche della Cassazione abbiano prodotto, per l'ennesima volta e nonostante le affermazioni di principio astratte, una vittima delle paternità forzate, di volta in volta estorte per via giudiziale.
Su quell'uomo peserà per tutta la vita una paternità non voluta perché non vera, perché così hanno deciso i tribunali del "regno".
In nessuna parte della sentenza, ad un'attenta lettura, viene presa in considerazione la posizione materiale, psicologica ed esistenziale di quell'uomo, anche alla luce del fondamentale principio di ragionevolezza e dei criteri etici su cui si fonda questo principio (per non voler parlare di "diritto naturale").
E se tutto questo non è il frutto di una cultura antimaschile che ritiene i diritti e gli interessi maschili di rango inferiore a quelli femminili, sacrificabili ed irrilevanti sino al pratico annullamento, non saprei come diversamente descriverlo.


Annotazione a margine
Non mi trovo molto d'accordo, sia detto comunque marginalmente, sull'affermazione di Marco Faraci secondo la quale «per un bambino non esiste un diritto a prescindere a nascere con due genitori» perché, invece, ritengo che quel "diritto" esiste e sarebbe anche cogente, a mio modo di vedere.
Non è un diritto nel senso tecnico del termine e lo possiamo chiamare anche diversamente - vantaggio, possibilità più favorevole, corrispondenza ai bisogni infantili, naturalezza della situazione, completezza dell'habitat familiare o come si vuole - ma esiste in tutte queste denominazioni che, pur non potendosi incasellare all'interno di forme prescrittive, definiscono lo specifico interesse del nascituro.
Una cosa è stabilire modelli giuridici fondati sull'equità, altra cosa è stabilire l'insussistenza di situazioni ottimali.
Che continuano a sembrarmi le migliori, soppesati tutti gli interessi in gioco.

Continua: "Cultura antimaschile e paternità forzate"
lunedì 25 luglio 2011

Le chiamano "pari opportunità" ma sono dispari




L'ingresso delle donne nei diversi corpi armati, militari o di polizia, presenti nel nostro Paese è un dato acquisito ed è da molti ritenuto indicativo del fatto che - laddove poste in condizioni di pari opportunità con gli uomini alle posizioni di partenza - le donne sarebbero in grado di fare le stesse cose, svolgere le stesse funzioni e conseguire i medesimi risultati, anche in quei difficili settori di attività.
Le tante donne in divisa che si vedono oggi, soprattutto sulle riviste e nelle fiction televisive, vengono salutate da alcune/i come uno dei traguardi delle pari opportunità democraticamente raggiunto e consolidato dai fatti.
Ma il tutto si fonda, essenzialmente, su una monumentale finzione collettiva.
Finzione che è, peraltro, duplice: da un lato consiste nel credere o nel far credere che in quelle posizioni di partenza ad essere valutato e misurato sia il merito effettivo della persona, indipendentemente dal sesso e sulla base di parametri identici ed oggettivi per tutti.
La famosa ma inesistente uguaglianza di fatto.
Dall'altro, consiste nel credere o nel far credere che, una volta superata la selezione prevista per il reclutamento, sia uomini che donne andranno a svolgere le stesse funzioni sul campo.
La famosa ma inesistente uguaglianza di diritto.
Quanto a questo secondo aspetto della finzione collettiva, basterebbe ricordare che la diversa operatività tra uomini e donne in uniforme è espressamente prevista dalle norme in vigore, che sottraggono in larghissima misura le donne dai compiti più rischiosi e impegnativi; tra le forze di polizia, ad esempio, è esplicitamente previsto, nella legge 121/1982 di riforma, l'esonero femminile dai compiti di ordine pubblico (manifestazioni di piazza, disordini allo stadio, vigilanza nei cortei politici etc.).
Altre considerazioni di merito sulle donne militari le abbiamo già affrontate nell'articolo «La metà di tutto».
Quanto al primo aspetto della finzione, abbiamo ricevuto tra i commenti la testimonianza diretta - ictu oculi, per così dire - di un partecipante all'ultimo concorso per 1.600 Allievi Agenti della Polizia di Stato, che si è svolto recentemente.
Così come lo abbiamo ricevuto lo proponiamo con particolare risalto - acquisito il consenso indiretto dell'autore, che ringraziamo - per il notevole valore testimoniale in materia.
Naturalmente, per consentire l'accesso di queste donne ai posti in concorso sono stati "scartati" e sacrificati altrettanti uomini, con ogni probabilità più meritevoli e adatti ad occupare quelle funzioni.
Come si potrà constatare, tanto alle posizioni di partenza (selezioni, reclutamenti, concorsi) quanto alle posizioni di arrivo (quote rosa in politica ed economia) il mondo delle donne è ben lontano dal poter raggiungere alcuna parità o uguaglianza effettiva.
Si tratta solo di una categoria assistita dai poteri pubblici.
Questa la monumentale finzione.
Del resto, la pari dignità è qualcosa di completamente diverso dall'uguaglianza e con essa ha poco a che fare.

«Promemoria del concorso 1600 Allievi Agenti 2010/11 della polizia di
stato. Il promemoria riguarda le prove psicoattitudinali svoltesi nel
mese di Luglio 2011. Ogni giornata prevedeva un gruppo di 60 persone
circa, questo resoconto quindi tiene conto dall’esperienza personale di
uno solo di questi gruppi, pur rimanendo identiche le modalità e tempi
di svolgimento.

1. Prove di efficienza fisica differenziate tra uomini e donne: La prova
di corsa è risultata alquanto dubbia, in quanto gran parte delle donne
mostravano una manifesta impreparazione atletica, constatabile anche
visivamente a causa della forma fisica sicuramente non rientrante nei
canoni del peso forma.

Molte di loro, pur dovendo affrontare la prova dei 1000m piani in 4’45” a
differenza dei colleghi uomini che avevano in limite in 4’15”,non hanno tenuto
sicuramente un passo idoneo per il superamento della prova. Nessuna di
loro è risultata non idonea alla prova, considerando che solo una decina
di candidate hanno dimostrato una preparazione idonea. Molte delle
suddette, si sono anche permesse di insultare i candidati maschili
mentre osservavano le prove, in quanto alle donne era stato concesso di
partire per prime, in previsione del fatto che la prova si sarebbe poi
prolungata nelle ore più calde della giornata.(E’ da considerare che chi
aveva già sostenuto la prova poteva osservare le altre batterie della
corsa stando seduto sotto un gazebo all’ombra attrezzato per
l’occasione). Si potrebbe anche ragionare sul fatto che la migliore
delle candidate femminili non sarebbe rientrata nel tempo minimo dei
candidati maschili, in quanto classificatasi prima con 4’18”.
Il salto in alto ha visto scartati 3 uomini e 0 donne. Altezza prevista per le donne 90cm. Altezza prevista per gli uomini 110cm. Per chi è un minimo esperto del settore,
capirà come 20 cm possano fare la differenza in uno sport di questo
tipo.

Per quanto riguarda le prove di forza invece, sollevamento alla sbarra e
piegamenti, risultano un mistero in quanto le prove femminili si sono
“tenute esclusivamente a porte chiuse”, a differenza di quelle maschili
ovviamente di pubblico dominio.

A prescindere dal fatto che ritengo che sostenere una prova sotto lo
sguardo di un pubblico che ti osserva sia completamente diverso dal
sostenerlo in separata sede al riparo da sguardi “indaganti” magari di
un sesso opposto al nostro. Mi sembra obbligatorio riportare per
ammissione di alcune candidate stesse, che le donne sono state agevolate
nell’espletamento delle prove di forza.

1. Gli esaminatori aiutavano le donne sostenendole sui fianchi durante i
sollevamenti alla sbarra, ed era loro concesso lo stacco con slancio
da terra per effettuare la prima trazione. (Donne 2 trazioni per
superamento. Uomini 5 trazioni per superamento)
2. Gli esaminatori contavano con estrema
sufficienza il numero massimo di piegamenti alle donne.
(10 flessioni per le donne. 15 flessioni per gli uomini).
Prove di accertamento fisico:
Anche qui la disparità di trattamento è emersa violentemente fin dai
primi momenti, in quanto alle candidate ci si riferiva con “donne” ai
candidati con l’appellativo di “maschietti”. Le dottoresse che poi
esaminavano gli aspiranti per la valutazione medica generale della
vista, peso altezza, patologie generali, erano definite dalle candidate
stesse “acide”. Si dimostravano infatti scortesi ed arroganti, prive del
tutto di tatto e professionalità. Va considerato inoltre che alle donne
chiaramente è stata concessa una commissione medica del tutto
femminile, mentre agli uomini una commissione mista composta per lo più
dalla commissione femminile con l’aggiunta di un collega maschile.»
Continua: "Le chiamano "pari opportunità" ma sono dispari"