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domenica 25 novembre 2012

Di pagliacciata in pagliacciata





Non c’è peggior cieco di chi non vuole vedere e non c’è peggior sordo di chi non vuole sentire.
Questa massima popolare è talmente vera che ne abbiamo grandi quantitativi di conferme storiche e quotidiane, tanto nel passato prossimo e remoto, quanto nel più immediato presente.
Prendiamo l'ultima, per comodità.
Stefano Zecchi, che è firma autorevole del Giornale e commentatore sicuramente non omologato alla political correctness dominante, ha scritto che «...la legge sul femminicidio è una pagliacciata per far discu­tere».
Non solo.
Ha anche aggiunto, in uno scarto improvviso di serietà rispetto al tema, che «la distinzione di genere in un omicidio è la violazione di un principio etico fondamen­ta­le su cui si costruisce la convivenza civile in una democrazia».
Il duo delle meraviglie
Il giornalista commenta in questo modo la recente proposta di legge delle due parlamentari "moderate" - Bongiorno e Carfagna - con la quale vorrebbero introdurre nell'ordinamento giuridico l'aggravante estrema del c.d. "femminicidio" nei casi di omicidio o tentato omicidio di donne a sfondo passionale.
Epperò, secondo Zecchi la proposta sarebbe tanto grave ma talmente poco seria, come direbbe provocatoriamente Flaiano, che parlare, ragionare o commentare in modo più approfondito un disegno di legge che viola l'elementare principio della pari dignità di tutti i cittadini - o, se si preferisce, del pari valore etico della vita maschile rispetto a quella femminile - significherebbe «dare troppo peso a una pagliacciata di due deputate in attesa di voto».
Insomma, il femminicidio è una panzana da qualunque parte la si voglia osservare - sostiene Zecchi, esattamente come sosteniamo convintissimamente anche noi - ma a differenza nostra lui dice che è una panzana a cui non è il caso di dare eccessiva importanza, da non sopravvalutare, che non merita quasi alcuna attenzione.
Si conferma il medesimo atteggiamento anche da altri siti e blog, nei quali si riconosce che la proposta di legge è «un orrore giuridico e un'idea allucinante» ma che attraverso questo tipo di iniziative la «...Carfagna, in fondo, continua a fare quello che ha sempre fatto: spettacolo» - punto e basta.
Questi opinionisti commettono un drammatico errore di valutazione sottostimando, come la maggior parte degli uomini, il peso, la pervasività ed il potere raggiunto e gestito da quella multiforme corrente di pensiero che siamo soliti definire, per brevità, femminismo.
Essi probabilmente ignorano - voglio sperare - che non sono solo la Bongiorno e la Carfagna a parlare di femminicidio, anzi loro sono solo le ultime due arrivate di una lunga schiera che va discettando di femminicidi in parlamento, nel governo, sulla stampa, su tutti i media, in Europa, presso l'ONU, e che non più tardi dello scorso mese di settembre ha festeggiato, su un tema intimamente correlato e coerente con la teoria del femminicidio, la sottoscrizione del trattato di Istanbul da parte della maggioranza dei 47 paesi che formano la Commissione europea.
Insomma, è davvero molto ma molto più di una «pagliacciata» che si vorrebbe gettare da un lato: è roba grossa e pesante, è un'idea malsana che ha già attecchito in profondità in una parte tutt'altro che minoritaria dell'opinione pubblica e del ceto politico, è un'aggressione deliberata e palese allo stato di diritto che si va imponendo a colpi di trattati internazionali e proposte legislative per mezzo mondo.
Ma i commentatori di ogni ordine e grado, anche quando si rivelano molto più ragionevoli e liberi mentalmente di altri, scansano quest'idea come se fosse una semplice mosca fastidiosa e niente più.
In realtà anche lo stesso concetto di femminicidio è solo l'ultimo arrivato in una galleria degli orrori che i femminismi vanno allestendo da decenni impunemente, l'ultima pagliacciata in ordine di apparizione tra moltissime altre.
Ricordate quella cultura fatta di slogan insensati come: il compagno è la prima causa di morte delle donne, ne ammazzano di più gli uomini del cancro o degli incidenti stradali, la violenza è la prima causa di morte delle donne in una certa fascia d'età....eccetera?
Ecco, ciascuno di quegli slogan e di quelle descrizioni della realtà sociale sono una pagliacciata molto più falsa, posticcia e grottesca dello stesso femminicidio, ma circolano liberamente e da anni - con il loro oscuro carico di colpevolizzazione del mondo maschile - senza che nessuno si sia mai preso la briga di verificare, di entrare nel merito statistico, di contestare o semplicemente di pensarci e di ragionarci sopra.
Altre mosche noiose a cui non dare troppo peso.
Con la differenza che di pagliacciata in pagliacciata si è arrivati al femminicidio e non è un fatto casuale.
Per niente.
Per giunta, di pagliacciata in pagliacciata oggi si celebra la giornata internazionale per l'eliminazione della violenza sulle donne con descrizioni, resoconti, vittimismi e ululati mediatici che fanno apparire il nostro mondo come una specie di girone infernale dantesco nel quale le femmine sono state date in pasto ad una genìa di demoni di sesso maschile.
Un'altra pagliacciata che si aggiunge alle altre nell'indifferenza dichiarata dei commentatori, dei pensatori occasionali o di professione e della becera e umorale opinione pubblica, supinamente disposta ad ingoiare ogni stupidaggine, purché ripetuta un numero di volte sufficiente a pompare l'isteria di massa.

Fatto per comodità l'esempio più recente di come si possa essere ciechi e sordi alla barbarie che avanza andiamo alla ricerca di qualche precedente storico, tra i tanti possibili.
Potremmo citare il popolo tedesco, ad esempio, che all'indomani della sconfitta bellica ha reagito quasi con sorpresa alle accuse di avere violato in maniera sistematica e spesso atroce i più elementari diritti umani durante la guerra mondiale da loro stessi scatenata.
Stando ai resoconti d’epoca, sembra che i più fossero come tornati allo stato di veglia uscendo da una sorta di condizione ipnotica che impediva loro di vedere, sentire e capire; tutti disattenti e distratti, si giustificarono in massa sostenendo che non sapevano, che non immaginavano, che si limitavano ad obbedire.
In realtà, la maggior parte di loro, pur sapendo grosso modo come andavano le cose, non aveva nessuna intenzione di vedere e capire, vuoi per inerzia, vuoi per convenienza, vuoi per acquiescenza, vuoi soprattutto per quella complicità subdola e nascosta che passa sotto il nome di indifferenza.
E quindi erano ciechi e sordi alle violenze sugli ebrei e sui popoli conquistati, erano ciechi e sordi all'eugenetica, erano ciechi e sordi alle teorie della razza ariana ed erano ciechi e sordi alla follia devastatrice che si manifestava nei discorsi deliranti di conquista del mondo di Adolfo Hitler.
Un intero popolo di sordo-ciechi inconsapevoli.
Un po' come Zecchi e gli altri commentatori, facili all'alzata di spalle, all'acquiescenza superficiale, all'alibi della pagliacciata e, soprattutto, a quella complicità subdola e nascosta che passa sotto il nome di indifferenza.
Pensare che poi nella circostanza è venuto meno anche quell'abituale riparo di tanti soloni che la sanno sempre più lunga degli altri.
C'è un femminismo buono e un femminismo cattivo - dicono col ditino alzato e con l'aria della rassicurazione scema - c'è quello estremistico e quello moderato, quello totalitario e quello liberale, quello delirante e quello ragionante, quello tossico e quello potabile.
Poi se gli fai notare che il femminicidio lo invoca la Carfagna tanto quanto la Spinelli, la Bongiorno tanto quanto la Terragni, le brigate rosse tanto quanto la Santanché, la strega nocciola tanto quanto la fata turchina, allora si rifugiano nell'indifferenza, nel «chi se ne frega» falsamente superiore, nell'alzata di spalle, nella pagliacciata che risolve tutti i mali per esorcismo.
Che però, di pagliacciata in pagliacciata, da un'indifferenza all'altra, da un non vedevo a un non sentivo, si trasforma spesso in tragedia.
Come la storia insegna ciclicamente ai tanti soloni da cui siamo sempre circondati.
Sfortunatamente.
Continua: "Di pagliacciata in pagliacciata"
venerdì 2 marzo 2012

Più o meno






L'Organizzazione delle Nazioni Unite pensa a noi, state sereni.
Pensa al nostro benessere, alla pace, all'uguaglianza ed alla fratellanza tra i popoli e le genti; vuole che il mondo diventi quella valle dove scorre latte e miele in abbondanza, vuole il bene e il vero, ne pontifica ovunque, neanche possedesse il Verbo.
L'ONU, insomma, ci tutela.
Invece no, l'ONU è più o meno l'ennesimo governo ombra, un altro Leviatano interplanetario, un altro gigante con i calzari da missionario che vigila guardingo affinché il Governo - quello ufficiale, regolarmente eletto dai cittadini tramite le maggioranze popolari - non smarrisca la retta via consegnando la nostra vita al caos della democrazia e del pluralismo.
Come se già non bastasse l'Unione Europea a schiacciarci i testicoli a sufficienza ci stanno, più o meno, pure quest'altri; sì, anche loro e da parecchio tempo.
L'ONU, in questo caso, non si chiama veramente ONU, si chiama CEDAW ma si nasconde dentro l'ONU, in una delle sue numerose, magiche tasche da cui esce fuori come un guardiano carcerario all'occorenza giusta.
E che cos'è il CEDAW, più o meno?
Estratto e copincollato dalla Women’s Human Rights Project, Dublino, Irlanda, nella traduzione italiana della gaia, buona e più o meno salutare Associazione Artemisia di Firenze:
«Cedaw è la Convenzione per l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne (Convention on the Elimination of All Forms of Discrimination Against Women). E’ un accordo internazionale, onnicomprensivo e legalmente vincolante sui diritti delle donne ed è stata prodotto dalle Nazioni Unite nel 1979. Comprende tutte le forme di discriminazione e promuove misure speciali per realizzare una società non discriminante.
La convenzione Cedaw pone l’ineguaglianza e la discriminazione contro le donne all’interno del contesto relativo alla povertà, alla razza, alla salute e alla rappresentazione politica, comprende inoltre la discriminazione che avviene all’interno delle mura domestiche. La convenzione Cedaw afferma nel preambolo che: “…è necessario un cambiamento nei ruoli tradizionali sia degli uomini sia delle donne, nella società e nella famiglia, per ottenere una perfetta uguaglianza fra uomini e donne.”...et cetera...et cetera»

Nonna CEDAW

Grazie alle sue magiche prerogative ed a questo lasciapassare internazionale, miss CEDAW, nella persona del suo rappresentante ufficiale Violeta Neubauer, è venuta a gennaio di quest'anno nel nostro Parlamento - quel posto dove dovrebbe realizzarsi, più o meno, la mitica "volontà popolare" - a strigliarne e sgridarne i componenti, perché non ha realizzato a sufficienza la volontà di madama CEDAW, mica quella del popolo.
Non siete stati bravi abbastanza - la sostanza del discorso della signorina CEDAW - non mi avete soddisfatto, così non va bene, proprio per niente (qui non c'è più o meno).
Sono solo poco meno di un milione, più o meno, i padri separati in condizioni di indigenza per favorire le madri separate?
E' poco, bisogna fare di più, non di meno; quella milionata deve raddoppiare subito.
Ci sono le veline che, più o meno, continuano a tirarsi giù le mutande in televisione e non avete ancora arrestato nessun porco maschio per guardonismo televisivo?
E' poco, bisogna fare di più, non di meno; fate retate a strascico nei condomini.
Continuate a ripetere che la prima causa di morte, più o meno, sono le malattie e non i compagni e i mariti e i fidanzati e gli amici intimi delle donne?
E' poco, bisogna fare di più, non di meno; raccontate balle ancora più grosse che, tanto, vi mando io che faccio ONU di nome e CEDAW di cognome.
Non avete ancora imposto l'eleggibilità automatica e obbligatoria delle donne in quanto donne, più o meno, in tutti i luoghi pubblici?
E' poco, bisogna fare di più, non di meno; cacciate via qualche migliaio di uomini dai loro posti a calci nel sedere e piazzateci le nostre consorziate.
....più o meno è andata avanti così ancora per parecchio.
L'articolo non lo precisa, a dire il vero, se madama CEDAW abbia più o meno preso a sganassoni anche qualche parlamentare riottoso, nel caso ce ne fossero; ma l'aria che tirava in Parlamento pare fosse proprio quella.
Perché madamuasella CEDAW la sa lunga, mica scherzi.
Si avvale dei «rapporti ombra», quelle cose fatte appunto nell'ombra da associazioni ombra che osservano dall'ombra; e riferiscono a madamoiselle che se ne sta al sole e viene qui a maramaldeggiare sui parlamentari nostrani.
Ma chi sono i delatori di nonna CEDAW?
Chi va a rivelare che, no, in effetti, non tutti gli uomini - anzi, non tutti i "maschi" - sono stati ancora sottoposti al trattamento CEDAW sin da piccoli?
Eh beh...qui la luce s'illumina d'immenso e madonna CEDAW rivela il suo vero e brutto volto.

Alla piattaforma di sora CEDAW hanno lavorato, più o meno, Actionaid, Arcs arci, Fondazione Pangea, associazione Differenza donna, Libera Università delle donne, Casa internazionale delle donne, Donne in quota, Giuristi democratici e, tra le altre, anche Lorella Zanardo; ossia, un frullato di femminismo e di sinistrismo egualitario talmente denso e corposo che, in confronto, la marmellata di castagne è fluida come acqua fresca.
Andatevi a spulciare pazientemente il «rapporto ombra - lavori in corsa», cominciando a verificare chi sono e cosa fanno quelli e quelle che hanno contribuito alla sua stesura, senza dimenticare di buttare un occhio ai ringraziamenti speciali. C'è da ridere per non mettersi a piangere, una capatina fatecela.
Di più, non di meno: quel rapporto ombra, inventato di sana pianta sui capricci funambolici e faziosi delle menzionate ONG (organizzazioni non governative, ossia lobbies tentacolari e prive di qualunque controllo democratico vero) è curato nientemeno che da quella equilibrata e neutrale personcina che risponde al nome di Barbara Spinelli.
Insomma, il tutto è un po' come affidare la definizione e la risoluzione della «questione palestinese» ai fratelli mussulmani, più o meno.
Una roba da pazzi scellerati, senza più e senza meno.
Con la differenza che zia CEDAW, con quelle definizioni della realtà femminile italiana disegnata ad arte dai fratelli e dalle sorelle mussulmane del femminismo, viene a imporre regole di comportamento politico in Parlamento e a pretendere risultati tangibili, nell'arco dei prossimi due anni, a tutti i rappresentanti del popolo italiano, governanti compresi.
Quindi, rifacendo i conti, più o meno noi viviamo nell'illusione che i nostri rappresentanti politici ci rappresentino politicamente.
In realtà, in materia di pari opportunità siamo più o meno governati da soggetti come l'ARCI, Fondazione Pangea, associazione Differenza donna, Casa internazionale delle donne, Movimento Femminista Proletario Rivoluzionario, MIT (Movimento Identità Transessuale) e via discorrendo; tutti consulenti speciali di mamma CEDAW che viene a dettare legge ai nostri spauriti rappresentanti popolari.
Più o meno, è come se le politiche economiche del nostro Paese fossero dettate al Parlamento dalla FIOM/CGIL e vincolate ai suoi voleri assoluti.
E, più o meno, è dal '79 che va avanti questa canzonetta oscena e che ce lo mettono allegramente in quel posto.
Più o meno questa è la tutela che ci riserva l'ONU.
State più o meno sereni, se ci riuscite.

Continua: "Più o meno"
mercoledì 29 giugno 2011

Arma di guerra




Il 19 giugno del 2008 il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato la risoluzione n. 1820 con la quale, sul piano del diritto internazionale bellico, lo stupro è stato ufficialmente equiparato ad un’arma di guerra.
Il provvedimento origina dal postulato che le violenze sessuali commesse nei luoghi di conflitto dalle forze armate devono essere considerate alla stregua di una «tattica di guerra per umiliare, dominare, impaurire, disperdere e/o rimuovere forzatamente gli appartenenti a comunità e gruppi etnici».
Pertanto, con la stessa risoluzione - votata dal gruppo ristretto dei quindici, ma promossa da trenta Paesi, quasi tutti occidentali - il Consiglio ha ammonito severamente la totalità degli Stati membri ad assumere le politiche preventive e repressive del caso, mediante «adeguate misure disciplinari nei confronti dei militari, sostenendo il principio della responsabilità di comando, l’addestramento delle truppe sul divieto categorico di ogni forma di violenza sessuale contro i civili, depotenziando i miti che sono all’origine della violenza sessuale, esaminando attentamente il comportamento delle forze armate e delle forze di sicurezza».
In caso contrario, il Consiglio «una volta stabilite o rinnovate le sanzioni a carico di uno Stato, prenderà in considerazione - si legge ancora nel documento - il ricorso a misure mirate e progressive contro quelle parti che nelle situazioni di conflitto armato abbiano commesso stupri o altre forme di violenza sessuale contro le donne e le ragazze».
In realtà, la logica delle armi e la condizione di supremazia che i militari hanno sui civili in un teatro di guerra hanno dato storicamente luogo a diverse e non meno drammatiche forme di abuso - anche in tempi molto recenti - che vanno dal saccheggio alla “pulizia etnica”, dal reclutamento coattivo di bambini/soldato alla distruzione di interi villaggi, dalle esecuzioni sommarie alla tortura dei prigionieri, dalle deportazioni di civili alla profanazione dei luoghi di culto; tra queste molteplici forme di abuso vanno indubbiamente incluse anche le violenze sessuali.
Goya - I disastri della guerra
I casi tristemente noti avvenuti nei conflitti in Rwanda, nella ex Jugoslavia, in Ciad o in Nigeria - senza stare a scomodare le follie naziste e comuniste perpetrate in mezzo mondo - documentano come le brutalità della guerra possano assumere le più diverse e terrifiche sembianze ancora oggi.
E' altrettanto vero, però, che tali abusi sono già contemplati come crimini di guerra da diverso tempo e - come ricorda la stessa risoluzione - anche «gli atti di violenza sessuale [...erano già...] compresi nello Statuto della Corte per i crimini di guerra di Roma e dei tribunali penali internazionali» sia alla data del 19 giugno 2008, sia molto tempo prima che questa risoluzione, terminato l'iter procedurale, venisse approvata.
Perché, allora, rimarcare un principio già più volte affermato e sancito anche sul piano del diritto bellico internazionale?
Prima ipotesi: la risoluzione serve a stabilire una gerarchia di gravità dei possibili abusi da parte dei militari, in modo da rendere le alte gerarchie corresponsabili del comportamento delle truppe che agiscono sul campo.
Detta altrimenti, se un reparto si macchia del crimine di omicidio di civili o di saccheggio, a risponderne saranno i militari direttamente coinvolti o i loro diretti superiori.
Se, al contrario, un manipolo di soldati commette violenze sessuali, a risponderne saranno i soggetti direttamente coinvolti, ma anche la catena gerarchica che, via via, può risalire persino ai responsabili politici di quella nazione.
Abu Ghraib
In sintesi, secondo una gerarchia etica che non può non lasciare perplessi, lo stupro deve essere considerato più grave dell'omicidio, delle esecuzioni sommarie o della tortura.
Questa ipotesi è avvalorata da quanto si legge ancora nella risoluzione: «lo stupro e altre forme di violenza sessuale possono rappresentare un crimine di guerra, un crimine contro l’umanità o comunque un atto che afferisce al genocidio.»
Seconda ipotesi: con l'introduzione di una misura tanto drastica di prevenzione nei confronti delle violenze sessuali, tale da renderne corresponsabili le alte sfere di comando e di conduzione politica di una nazione, si assoggettano questi ultimi ai ricatti della propaganda avversa, secondo il noto principio per il quale l'opinione pubblica è diventata oggi la vera, massima potenza mondiale, controllando la quale si controlla davvero molto, se non tutto, sul piano politico.
A differenza di una fucilazione, di lesioni fisiche arrecate con la tortura o con altri mezzi di coercizione, le violenze sessuali, infatti, sono difficilmente dimostrabili e, tranne i casi più drammatici ed infami, sono documentate dal semplice racconto della vittima.
In altre parole, se il mio intento è quello di demonizzare il mio nemico, mi basterà propagandare la notizia che i suoi militari si macchiano di stupri di massa per avere dalla mia parte il supporto dell'ONU e dell'opinione pubblica mondiale; più o meno, la stessa logica che presiede alle false accuse di abuso che molte donne rivolgono sempre più spesso agli uomini, nei procedimenti di separazione, per ottenere la benevolenza e la protezione di tribunali, istituzioni e assistentati sociali.
Naturalmente, sulle stesse basi, questa logica funzionerà ancora prima che i fatti vengano accertati e documentati come veri, perché il semplice sospetto equivale ad un atto di incriminazione preventivo.
Non può spiegarsi diversamente, per tornare al nostro tema, la fanfara mediatica messa in campo da Hillary Clinton nei giorni scorsi, quando le sue dichiarazioni pubbliche - supportate da quelle del Procuratore della Corte penale internazionale, Moreno Ocampo - hanno scosso l'opinione pubblica con la denuncia che, nel conflitto libico, Gheddafi starebbe usando lo stupro come arma di guerra e distribuendo addirittura viagra alle sue truppe per esortarle nella condotta criminale.
La denuncia sarebbe partita dalle testimonianze raccolte dalla psicologa libica Siham Sergewa attraverso dei questionari e suffragate, stando a quanto veniva riportato in quei giorni, da materiale probatorio asseritamente già depositato negli uffici di Moreno Ocampo.
Hillary Clinton
In verità, i dubbi sulla veridicità di quelle affermazioni venivano espressi immediatamente dallo stesso capo della Commissione d'inchiesta ONU sulla situazione libica, Sherif Bassiouni, il quale parlava apertamente, in quelle stesse ore, di «gigantesca isteria».
Successivamente, ottenuto l'effetto propagandistico voluto, sulla vicenda è calato il sipario, tanto che le ulteriori notizie su questa storia le troviamo confinate in un blog del Corriere della Sera, dove si documentano le smentite delle organizzazioni umanitarie operanti in loco, veniamo informati che delle prove che sarebbero state raccolte dalla Sergewa si sarebbe «persa traccia» e che le scatole di viagra sarebbero state procurate verosimilmente dai ribelli, in modo simulato ed a fini di propaganda.
Ad ogni modo, il risultato voluto sul terreno della public opinion è stato ottenuto e proprio da coloro che affermano di combattere quella guerra in nome della libertà e della democrazia; le bombe hanno continuato a cadere sulla testa di Gheddafi più forte di prima, lo spauracchio del tribunale internazionale dell'Aja continua ad aleggiare sul Rais e tutti sembrano felici e contenti di questo grottesco andazzo.

Alla conta finale, le due ipotesi che abbiamo formulato sul significato di quella risoluzione possono tranquillamente coesistere, anzi, si sostengono vicendevolmente portandoci ad una conclusione politicamente scorretta, ma che non si può evitare di pronunciare.
Lo stupro sarà pure un'arma di guerra ma - almeno in questa circostanza, e non solo in questa, direi - si è rivelato un'arma di guerra al contrario.
Le accuse di stupro, insomma, si vanno rivelando un'arma di guerra più efficace dello stupro stesso.

Continua: "Arma di guerra"
lunedì 29 novembre 2010

Le giornate mondiali

Il 25 novembre scorso è stata celebrata, con l’abituale dovizia di falsità statistiche a mezzo stampa, la “giornata per l’eliminazione della violenza contro le donne” a marchio ONU.


La sensibilizzazione planetaria sul tema va avanti in questo modo dal 1999 senza grandi differenze e senza grandi differenze (neanche geografiche) procede la colpevolizzazione sistematica ed indiscriminata del “maschio”, reo di esistere in quanto tale.

Secondo le anime belle e gementi in difesa dei più deboli, ogni nobile finalità socio-politica (o presunta tale) giustificherebbe i mezzi utilizzati; qualcosa del genere doveva passare anche per la testa dei brigatisti rossi, immagino.
Certe psicologie deliranti, infatti, prevedono l'esistenza di violenze giuste e di violenze sbagliate; sicché combattere la violenza di alcuni con la violenza dei numeri verso l’intera categoria umana a cui quei pochi appartengono sarebbe - sempre secondo quelle anime bellocce - un atto di “giustizia sociale”.

Sporco, manipolatorio ma machiavellicamente efficace, alla prova dei fatti.
Non dovremmo dimenticare che Lenin instaurò il proprio dominio sulle masse con atti di colpevolizzazione indiscriminata del tutto analoghi; milioni di dissenzienti hanno subito gli effetti di quella "giustizia sociale".

Comunque sia, non è di questo che vogliamo parlare – finiremmo per ripetere cose sapute e risapute e che, certo, non vedrà e non saprà mai chi non vuole vedere e sapere – quanto, piuttosto, del valore e del significato delle “giornate mondiali” che l’ONU ha proclamato per la realizzazione di un mondo migliore.

Di queste giornate mondiali se ne contano un quantitativo industriale; secondo alcune fonti sarebbero una cinquantina, secondo altre una sessantina o giù di lì.

Tra queste troviamo anche la giornata per la lingua madre (21 febbraio), quella meteorologica (23 marzo), quella delle telecomunicazioni (17 maggio), non poteva mancare quella dell’ambiente (5 giugno), quella delle cooperative (7 luglio), quella per la distruzione delle armi di piccolo calibro (9 luglio), quella per la preservazione dello strato di ozono (16 settembre) e via discorrendo.

Oggi (29 novembre) ricorre la giornata internazionale per la solidarietà con il popolo palestinese ed abbiamo di fronte tra le altre, per il prossimo mese di dicembre, quella del volontariato (5 dicembre), quella dell’aviazione civile (7 dicembre) per poi finire l’anno in bellezza con la giornata internazionale sull’immigrazione.

La prima osservazione che dovrebbe saltare agli occhi delle persone di buon senso è la seguente: perché l’ONU privilegia questi temi e non altri?

Perché, ad esempio, non è prevista nel calendario dei buoni sentimenti ONU la giornata delle morti sul lavoro?

Sarebbe imbarazzante, forse, costatare che si tradurrebbe in una giornata dell’uomo?

Perché non è prevista una giornata per gli invalidi di guerra e del lavoro?

Sarebbe imbarazzante, forse, constatare che si tradurrebbe in un’altra giornata in difesa dell’uomo?

Perché non è prevista una giornata per il contrasto agli omicidi?

Sarebbe imbarazzante, forse, constatare che si tradurrebbe in un’altra giornata ancora in difesa dell’uomo?

Perché non è prevista una giornata commemorativa per le vittime di guerra?

Sarebbe imbarazzante, forse, constatare che si tradurrebbe nell’ennesima giornata in difesa dell’uomo?

Ma non solo di questo si tratta.

Perché una giornata per il popolo palestinese e non una per il popolo israeliano?

Perché una giornata per la famiglia e non una per la prevenzione (quantomeno) del fenomeno abortivo?

Perché una giornata per l’immigrato e non una per il diritto alla sicurezza?

Perché una giornata per l’ambiente e non una per il miglioramento tecnologico delle condizioni di vita?

Perché, insomma, il mondo sarebbe migliore - secondo l'ONU - a certe condizioni e non ad altre?

Certi dubbi di parzialità non possono essere dissipati.

Ma se non arriviamo all’estremo provocatorio di Giacomo Poretti che, tra tante banalità conclamate, invoca anche la giornata mondiale delle mezze stagioni, continuiamo però a preferire ai nuovi criteri di santità laica del palazzo di vetro la scansione temporale del calendario gregoriano che prevede, con ecumenica e vera universalità di scopi, un Santo patrono per ogni figura umana; persino San Giuseppe sta sempre lì, nonostante tutto, in omaggio alla funzione paterna.
Figuriamoci se questa potrebbe mai essere una priorità dell'ONU….
Continua: "Le giornate mondiali"