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domenica 16 dicembre 2012

Può essere che mi sbagli







Può essere che mi sbagli.
Tuttavia, da un'attenta lettura dell'articolo che Fabio Nestola ha pubblicato sul sito Adiantum nella giornata di mercoledì, non si riesce davvero a sfuggire l'impressione che l'autore ce l'abbia proprio con questo blog e, più in particolare, con l'articolo «Sulla violenza femminile» redatto dal sottoscritto lo scorso 8 dicembre.
Nel testo della sua requisitoria, che sfocia addirittura nell'accusa di far parte di «uno sciame inferocito» proteso a «delegittimare l'indagine» sulla violenza a danno maschile, i riferimenti sono talmente espliciti e diretti, l'utilizzo dei termini e la natura dei contenuti tanto attinenti e chiari che è obiettivamente difficile si tratti di un'interpretazione errata o di una mera casualità.
Fabio Nestola è, peraltro, uno degli autori dell'indagine in questione ed è quindi del tutto naturale che difenda il proprio operato; il punto è che sbaglia obiettivo.
Nell'affermativa dunque una risposta si impone, non per alimentare una polemica che sarebbe completamente priva di senso ma per un diritto/dovere di chiarezza nei miei e nei suoi (loro) riguardi, oltre che a beneficio, comunque, di tutti i lettori che vogliano realmente comprendere i termini della questione.
Anche nell'improbabile caso negativo - ossia che Nestola non pensasse affatto a questo blog quando ha espresso tutta la sua contrarietà - la risposta sarà servita comunque a dare precisazioni ulteriori che nell'articolo precedente non hanno (volutamente) trovato spazio.
Vengo al punto.
Nel commentare la ricerca condotta dal pool di ricercatori coordinati (per quanto ne possa sapere io) dal Prof. Macrì mi sono avvalso di un criterio elementare della conoscenza scientifica e non scientifica, universalmente accettato da millenni come fondamento ultimo del sapere occidentale nella sua interezza e compiutezza logica: l'aristotelico principio di non contraddizione.
Che è quello secondo il quale non è possibile che una cosa allo stesso tempo possa essere e non essere.
O è o non è.
Le due cose contemporaneamente non sono possibili, dice giustamente Aristotele ancora oggi, con una voce che riecheggia a noi dal IV° o V° secolo avanti Cristo (non ricordo con esattezza da quando) senza smentite di sorta.
Uscendo dalla teoretica e calandosi nel caso concreto di cui si discute - la violenza domestica - il principio di cui parlo impone che se si contesta la definizione vittimistica di "violenza" posta a base dell'assurda indagine ISTAT del 2006, per la quale ci troveremmo a definire atti di violenza persino la banale critica al modo di vestire, l'occasionale rispostaccia stizzita o il fare la voce grossa durante un semplice diverbio, se si dà per buona questa definizione estremizzata ed onnicomprensiva, dicevamo, entriamo in una logica completamente diversa da quella in cui ho personalmente militato sino ad oggi e nella quale continuo a riconoscermi (salvo eccezioni).
Che è quella propria del mondo del diritto.
Per cui si dà violenza quando vi sono lesioni verificabili e riscontrabili, si dà intimidazione vera quando la minaccia è tale da giustificare l'intervento degli organi giudiziari (e spesso neanche questo è sufficiente a qualificare l'attualità e la sussistenza del reato), si dà violenza privata quando lo stato di costrizione è effettivo e non immaginario o immaginato.
In altre parole o la violenza ha definizioni oggettive che ci consentano di uscire dall'indeterminatezza delle suggestioni personali, oppure ha definizioni soggettive, buone per tutte le situazioni e per nessuna.
O un certo comportamento è violenza, certa, oggettiva e indiscutibile - quindi sanzionabile nei termini del codice penale - o non è violenza.
O è o non è.
Già con la violenza sessuale siamo completamente fuori dai confini dell'obiettività oggettiva imposti dal principio di tassatività dell'azione penale e nel selvaggio mondo, appunto, delle impressioni personali; quali e quanti danni abbia prodotto questo cedimento grave ai principi della civiltà giuridica lo abbiamo imparato a conoscere attraverso il fenomeno che spaccia per stupro qualunque cosa, persino non pagare una prostituta.
Non mi sembra necessario approfondire, ne dovremmo essere tutti a conoscenza.
Pertanto, o la violenza è quella roba lì o non è quella roba lì ed allora è qualcosa d'altro.
Di più.
Per cercare di essere il più chiaro possibile mi rifaccio al concetto di femminicidio.
Per me quel concetto non esiste, è una bufala, è una falsificazione della realtà sociale, delle evidenze statistiche e dei fatti concreti.
Per questo motivo non credo neanche al maschicidio, che è a mio avviso un'altra panzana simmetrica.
Perché se dessi credito alla teoria del maschicidio finirei per legittimare, indirettamente, quella del femminicidio.
O non esiste nessuna delle due figure o esistono entrambe; sempre per il principio di non contraddizione che Aristotele ci ha insegnato da molto tempo, io dico che non esiste nulla con questi nomi.
Identico ragionamento può essere fatto per la teoria della violenza di genere che, sempre a mio giudizio, non esiste in quanto tale ma in quanto violenza dell'individuo sull'individuo.
Nella misura in cui diamo credito a quella teoria ne avvaloriamo l'esistenza e la fondatezza che, invece, a mio giudizio, non esistono da nessuna parte.
Tanto precisato, sebbene in forma estremamente sintetica, ne consegue che l'indagine sulla violenza verso gli uomini è da buttare al secchio?
Manco per niente.
Non solo non l'ho mai detto da nessuna parte ma ho anche argomentato i motivi per i quali, al contrario, si sentiva il bisogno di restituire equilibrio ad una visione dei comportamenti umani che sta rotolando rapidamente verso lo stato di psicopolizia, la soppressione preventiva dell'autenticità e la paralisi dei rapporti.
C'era assolutamente bisogno di ricordare che la donna media non è quel capro espiatorio che viene raccontato, che nella vita domestica esiste l'ostilità femminile tanto quanto quella maschile e che la condizione di inferiorità fisica viene spesso presa a pretesto per forme di imposizione della volontà subdole e sprezzanti (il classicissimo "chiagne e fotte").
L'indagine ha svolto egregiamente anche questo compito, a mio avviso.
Anche se per me parlare di "uomini violentati" è una sciocchezza rimane stabile il fatto che le donne agitano la violenza che possono agitare.
Se non lo fanno è solo perché non ne hanno la forza e le capacità muscolari, non perché siano - come vanno stupidamente almanaccando gli ideologi del "mondo nuovo" - moralmente migliori.
Tutto questo, del resto, mi sembrava espresso in forma comprensibile nell'articolo precedente.
Ma può essere che mi sbagliassi a pensarlo.
Oppure può essere che mi stia sbagliando ora.
L'unica cosa su cui sono certo di non sbagliarmi è che queste opinioni non significano in alcun modo «salire in cattedra» e mettersi a insegnare qualcosa a qualcuno.
Significa, molto più semplicemente, esprimere il proprio punto di vista su un dato argomento.
Su questo, sono certo, non mi sbaglio.
Continua: "Può essere che mi sbagli"
giovedì 24 novembre 2011

Considerazioni





Prima considerazione: il vittimismo paga.
A parte chi lo pratica abitualmente, hanno cominciato a capirlo molto bene, ad esempio, anche alcune associazioni di padri separati, che invece di affermare il loro naturale e sacrosanto diritto a conservare una ragionevole dignità di vita dopo la separazione – un principio che non dovrebbe essere considerato negoziabile per nessuno, in nessun caso e in nessun mondo possibile – cercano consenso alla loro causa con il racconto minuto delle ormai innumerevoli, drammatiche storie individuali, alcune delle quali già sfociate o destinate a sfociare in tragedia.
Vogliono impietosire e fanno bene.
Hanno sicuramente capito che non siamo più, ormai da diverso tempo, in una democrazia delle idee ma in una democrazia delle emozioni.
La razionalità in base alla quale, per secoli, è stata data interpretazione delle vicende umane ha ceduto il passo alla teatralizzazione degli stati d’animo, che induce la pubblica opinione a parteggiare spontaneamente per le vittime - o per coloro che sanno rappresentarsi meglio in queste vesti - di qualunque tipo.
I risultati, in un mondo ridotto a palcoscenico irrazionale e agli umori della sua platea , vengono di conseguenza.

Seconda considerazione: l’informazione costruisce la realtà.
Allontanandosi sempre più da quell’altro principio indisponibile che dovrebbe essere la ricerca oggettiva della verità, chi detiene le leve dell’informazione ha margini di manipolazione dell’opinione pubblica talmente ampi ed estranei a qualunque, vero controllo e contrappeso da rappresentare un pericolo per la concezione stessa della democrazia.
L’obiezione secondo la quale non esiste una sola verità ma tante verità quante sono le teste pensanti è un rilievo necessario, ma niente affatto sufficiente a giustificare l’oscuramento di interi segmenti della realtà da parte di operatori dell’informazione che mettono sotto l’occhio dei riflettori, in luogo del tutto, solo quella parte che gli interessa e per la quale parteggiano sfacciatamente.
Ciò che si ricava attraverso le omissioni informative, ignorando volutamente tutte le possibili sfaccettature dei fatti e delle loro conseguenze, non è pluralismo delle idee e delle opinioni ma becero conformismo indotto; non rende affatto consapevoli ma limitando la conoscenza occlude la coscienza.
E’ un dato di fatto che non è mai esistita una società tanto incline al conformismo quanto l’odierno mondo occidentale; l'epoca dell'informazione libera e "a tutto campo" è un fenomenale miraggio a cui piace credere a molti.

Terza considerazione: l’utopia non è mai morta.
La pretenziosa sciocchezza contenuta nell’idea che un mondo popolato di esseri imperfetti possa essere da questi trasformato in un luogo di perfezione, di pace, di uguaglianza e di giustizia sociale definitiva attanaglia ancora molte menti, nonostante gli inequivocabili ed opposti risultati di laboratorio che l’esperienza storica ci consegna.
Piuttosto che porsi davanti ai problemi umani con quel sano, ragionevole e pragmatico realismo che consente di osservare le cose nella loro inevitabile ambivalenza e dare risposte equilibrate, possibili e rispettose di tutti, ancora in tanti - in troppi - continuano a guardare la realtà sociale per misurarne la distanza con quel mondo immaginario del bene utopico arrivando a ricavarne distanze abissali e, quindi, visioni mostruosamente deformate del presente.
In nome dell’utopia sono state fatte sino ad oggi cose aberranti e orrende, commessi misfatti osceni, soggiogato intere popolazioni inermi, mutilato le libertà civili in mille modi diversi.
C’è chi si affanna a raccontarci che viviamo nella cosiddetta età “post-ideologica”, senza avvedersi - o sforzandosi di nascondere - che l’antica malapianta da cui le ideologie traggono la propria linfa vitale è tuttora in piena fioritura; anzi, non è mai stata tanto rigogliosa.
Siamo preda di un intorpidimento delle coscienze che ci impedisce di vederlo.
In fondo, siamo vittime di noi stessi e del nostro desiderio di volere un mondo migliore, qualunque prezzo questo comporti.

Quarta considerazione: il futuro è già scritto nel presente.
Una società dominata dalle pulsioni dell'irrazionalità emotiva, incapace di capire sé stessa e sempre più distante dal naturale e logico buon senso su cui è stata edificata e strutturata non ha molte strade percorribili.
Nella migliore delle ipotesi, ciò a cui sono destinate le prossime generazioni sarà un imbarbarimento crescente dei rapporti umani e delle relazioni sociali, dominati in misura sempre più ampia dall'inautenticità, dalla manipolazione e dalle burocrazie.
Nella peggiore, troverà conferma quella premonizione di un mondo orwelliano in cui le psico-polizie si occuperanno di rastrellare i riottosi e le psico-magistrature, dal canto loro, di processarne gli stati d'animo e gli istinti per uniformarli all'ortodossia o per l'eventuale e definitiva condanna.
Le Costituzioni conterranno quel tanto che basta ad imbrigliare le energie all'interno di canoni predefiniti, limitandone la libera e naturale espressione nei limiti consentiti da qualcuno (o da qualcuna, com'è più probabile).
E tutti coloro che non saranno felici e contenti di vivere in un mondo pacificato, neutralizzato, cloroformizzato e finalmente inerte saranno mandati alle cure, alle psicologie ed alle rieducazioni del caso.

Come mai tiro fuori considerazioni simili e tanto pessimistiche?
Mi sono venute alla mente - poco per volta, a dire il vero - dopo aver letto casualmente sul web una notizia di poco conto e di nessuna risonanza mediatica.
Si tratta del decesso di un certo Maurizio Colaci, ennesimo padre separato morto, stavolta, di crepacuore nei termini che potete leggere al relativo link.
Sulle prime mi è venuto in mente il ritornello di quel vecchio successo dei Pink Floyd - "just another brick in the wall...."
Poi, ho sentito da qualche parte che le intrepide giovanotte delle notti di Arcore - le c.d. "olgettine" - sono state dichiarate vittime dalla magistratura ed ammesse a costituirsi parte civile (ossia a speculare economicamente....ancora e ancora) nel noto processo Ruby; quest'ultima perla di donna compresa.
Ne sono scese a cascata tutte le considerazioni che ho scritto, una dietro l'altra.
Non ho la pretesa che tutti ci vedano i nessi che ci vedo io.
Comunque, quelle due notizie messe accanto l'una all'altra e in rapporto tra loro mi hanno fatto pensare a tutto questo.
Alle ragioni di un declino della razionalità che appare ormai inesorabile.

Continua: "Considerazioni"
giovedì 5 maggio 2011

Tutta colpa del maschilismo




Le definizioni della realtà, la nostra socialità, la nostra stessa autocoscienza, ciò che genericamente chiamiamo cultura, tutto questo si fonda e si realizza nel linguaggio.
Se non potessimo declinare a parole concetti astratti come libertà, dovere o giustizia sarebbe impossibile tradurli in immagini disegnate o comunicarli a gesti e, quindi, dare loro vita, significato e senso comune.
Pertanto poche altre cose come le parole, il loro significato corrente e la consuetudine del loro utilizzo illustrano meglio lo spirito del tempo nel quale viviamo; quello Zeitgeist che, volenti o nolenti, condiziona e definisce la nostra vita associata.
Tra le molte parole che caratterizzano il nostro tempo e ne definiscono maggiormente la distanza con altri momenti storici ce n’è una, in particolare, che ricorre con particolare insistenza nelle più disparate occasioni; quella parola è “maschilismo”.
L’etimo di questo termine è nebuloso dovendosi far coincidere, non tanto per l’origine quanto per la sistematica penetrazione nel linguaggio quotidiano, con la storia del femminismo; e sempre a quest’ultimo movimento deve ascriversi la pletora di significati a cui vorrebbe dare vita e declinazione.
Maschilismo si rivela, infatti, una parola multiuso; un grimaldello verbale con il quale scardinare il senso delle cose a piacimento.
Stando all’autorevole sito Treccani questo termine, «coniato sul modello di femminismo, è usato per indicare polemicamente l’adesione a quei comportamenti e atteggiamenti (personali, sociali, culturali) con cui i maschi in genere, o alcuni di essi, esprimerebbero la convinzione di una propria superiorità nei confronti delle donne sul piano intellettuale, psicologico, biologico, ecc. e intenderebbero così giustificare la posizione di privilegio da loro occupata nella società e nella storia.»
Rileva, immediatamente, la funzione “polemica” del termine; polemica già contenuta nella definizione stessa che presuppone – non si sa bene in base a quale assunto storiografico acclarato – che i maschi godrebbero (indebitamente, è implicito) di una posizione di privilegio nella società e nella storia. Un banale computo, anche a spanne, delle morti, delle mutilazioni, dei sacrifici e dei rischi personali sopportati dagli uomini per cause di guerra, di rapporto con la materia bruta, di lavoro quotidiano e per le responsabilità che si sono sempre assunti, preservandone le donne, parla di ben altro che di condizione storiche di privilegio.
Eppure, nonostante questa pregiudiziale di partenza, ancora tutta da dimostrare nel suo significato effettivo, ciò che altrettanto rileva in questa definizione accademica è l’assoluta inattualità del concetto.
Ciò a cui dovrebbe contrapporsi “polemicamente” questo termine è, infatti, l’antica concezione dell’uomo e della donna esposta - nientemeno che nel IV° sec. A.C. – da Aristotele, nell’Etica Nicomachea e nella Politica, dove l’antico filosofo sosteneva che «il maschio è per natura superiore, mentre la femmina è inferiore, il maschio comanda, la femmina invece ubbidisce».
Aristotele tendeva a riconoscere, in tal modo, quelle differenze naturali che la tecnologia del tempo non occultava dietro ad un comodo pulsante elettronico; si trattava di sopravvivere in epoche difficili e violente e le donne, in questo, non erano sufficientemente attrezzate dalla natura.
Se si riesce a capire che anche le parole di Aristotele vanno contestualizzate alla propria epoca – risalente a 2.400 anni fa circa - nulla quaestio; piaccia o non piaccia il valore sociale della donna era, in quelle condizioni, largamente inferiore a quello maschile.
Ma il vero e grande paradosso è che il concetto di maschilismo non nasce e si afferma in quel contesto o nel successivo, bensì nella nostra comodissima epoca di uguaglianze forzate e di parità imposte per legge.
Veniamo, infatti, ai dati concreti dell’attualità, all’interno dei quali il senso di quella definizione ufficiale da dizionario trasmuta per dare luogo a costrutti semantici del tutto estranei ai suoi fondamenti.
Prendiamo, ad esempio, Anna Finocchiaro che, in un’intervista del 2006 si lamentava di non essere stata eletta Presidente della Repubblica: colpa del maschilismo – diceva lei – evidentemente convinta di essere la migliore dei migliori. Non le passava neanche per la testa che si sarebbe potuto scegliere altro o che altri fossero più adatti di lei.
Passiamo poi a quell’altra povera dimenticata della Carfagna; in un’intervista recente si dichiara “vittima del maschilismo” perché – secondo lei – le sue bizze sulla vicenda Bocchino e sulla politica condotta a Napoli dal suo partito sono state fatte passare per “capriccio femminile”. Fossi stata un uomo, sostiene, questo non sarebbe successo.
Poi, si viene a scoprire che la relazione con il prode Bocchino era vera e non inventata.
Attenzione, non stiamo parlando delle casalinghe di Voghera, icone della donna media sideralmente distante dal potere; eppure, nonostante ciò, entrambe queste campionesse del vittimismo militante riescono a dare al termine maschilismo il significato confacente alle proprie aspettative, ad utilizzarlo in modo strumentale.
La summa teologica dell’utilizzo proteiforme e strumentale dell’alibi maschilismo è, tuttavia, esemplarmente riassunto nelle considerazioni di una blogger – una delle tante in materia – che, guardando alla composizione delle testate giornalistiche on-line ha scoperto che lì non ricorre la parità statistica tra i sessi.
Horribile dictu, considerando che una norma non scritta, ma largamente praticata dai cultori del progresso egualitario, imporrebbe (ma sempre di imposizione "democratica" si tratterebbe) che la "società perfetta" debba essere simmetricamente composta, in tutti i suoi settori, di donne e di uomini in identica misura.
Di chi la colpa di questa trasgressione infame, secondo la blogger Giovanna Cosenza?
Lei, sinceramente e democraticamente, il beneficio del dubbio lo consente, ponendo la questione in termini interrogativi.
Giovanna Cosenza
Ma il sospetto è forte perché «il nuovo giornalismo on-line....appare a volte più maschilista della già molto maschilista politica italiana» - se stiamo a quanto scrive lei.
Insomma, siamo ben oltre il semplice sospetto; è una pratica certezza mascherata da dubbio.
Ora, mi piacerebbe chiedere alla blogger come mai lei non vada a perlustrare analoghe disparità statistiche tra gli elettricisti, ad esempio, o tra i falegnami o i tornitori. Perché nessuno ritiene questi settori d'attività "maschilisti"?
Ma, al di là delle incongruenze, la lamentazione della Cosenza si allinea a quelle di coloro che ritengono maschilista una distribuzione asimmetrica delle funzioni sociali, indipendentemente dalle ragioni che le hanno prodotte e che le determinano.
Naturalmente gli esempi al riguardo potrebbero essere infiniti, anche stando alle sole dichiarazioni pubbliche ricavabili da giornali, siti o blog.
Sulla base di questi soli tre esempi elementari cerchiamo, comunque, di ricostruire il significato di una parola utilizzata, con ogni evidenza, per mascherare quell'abituale surplus di vittimismo tipicamente femminile, legittimato e promosso dal femminismo.
Secondo la Finocchiaro, non attribuirle la carica di Presidente della Repubblica è stato un atto di maschilismo; l'idea che possano essere scelti altri al suo posto non la considera per nulla in quanto, evidentemente, lei si ritiene una spanna sopra a tutti gli altri.
In questo senso maschilismo è tutto ciò che contraddice le pretese di superiorità femminile.
Secondo la Carfagna, invece, maschilismo è ciò che induce chi le sta intorno a dubitare della sua coerenza politica; il fatto che, poi, lei si dimostri effettivamente coerente o incoerente sembra essere secondario.
In quest'altro senso maschilismo è ciò che si contrappone alla sua pretesa di immunità da valutazioni e giudizi, in quanto donna.
Secondo la Cosenza, infine, maschilismo è tutto ciò che non prevede la perfetta parità statistica a livello sociale (con i limiti e i distinguo di comodità già detti).
In questo terzo senso è maschilista tutto ciò che si identifica con il merito effettivo e con l'impegno individuale - fatto di fatica e sacrifici - a raggiungere posizioni di rilievo.
Come si può vedere, ognuna di queste tre testimonial delle presunte discriminazioni femminili utilizza il vocabolo "maschilismo" per trasferire le responsabilità dal livello individuale a quello astrattamente sociale (o socio-culturale); un sociologismo, insomma.
Un pò come quando si diceva che se la gente ruba o delinque la "colpa" è della società, mica una responabilità personale del singolo tizio.
Allo stesso modo, gli insuccessi, le inadeguatezze, i fallimenti o le incapacità femminili non sono da attribuirsi alla singola donna; è tutta colpa del maschilismo.
Non staremo a misurare la distanza che esiste tra la definizione ufficiale di maschilismo e la sua declinazione effettiva nel frasario quotidiano.
Mi limiterò ad osservare - dopo questo breve tragitto nelle strategie di affermazione femminile - che se diamo credito al senso ufficiale della parola, non mi sento e non sono un maschilista neanche volendolo.
Ma se stiamo alle storture di senso ed al mistificante trasferimento di responsabilità da una parte all'altra con cui viene utilizzato questo termine, mi proclamo, orgogliosamente e fermamente, maschilista a tutti gli effetti; dalla testa ai piedi.

Continua: "Tutta colpa del maschilismo"
giovedì 28 aprile 2011

Contraddizioni viventi




«La mercificazione femminile è una sottomissione delle donne agli uomini.»

Proviamo ad indovinare chi lo ha detto.
Simone De Beauvoir, nel suo celebre libro “Il secondo sesso”?
Susan Brownmiller, nel suo celebre libro “Contro la nostra volontà. Uomini, donne e violenza sessuale”?
Andrea Dworkin e Catherine MacKinnon, che nei primi anni ottanta promossero massicce campagne antipornografia?
Concita De Gregorio, che strepita sul tema a giorni alterni?

In realtà a profferire questo verbo al popolo, nei giorni scorsi, è stata nientemeno che tale Bianca Balti, di professione commerciante del proprio corpo e della propria immagine, meglio nota tra i cultori di frivolezze come l'anti-Belen.
O meglio, nota al grande pubblico come quella che ha sostituito la velina Belen nelle pubblicità della Tim (e non certo alla Sorbona, per capirsi).
Di che parla l'impavida commerciante?
Non è ben chiaro, visto che - stando a quanto riporta il Giornale - avrebbe già posato nuda per Playboy, per il calendario Pirelli e recitato nel film scandalo "Go Go Tales"; insomma, commerciandosi tutto sommato abbastanza bene, almeno sinora, a livello mediatico.
Non veniteci a raccontare che posare nuda per i giornali o per il cinema ed esibirsi in ruoli estetici per la pubblicità non significa "mercificare il proprio corpo".
Sarebbe almeno comico, per non dire altro, sentirsi dire che quelle che posano nude lo fanno per mettere in mostra le proprie capacità intellettuali o morali o artistiche.
Significa solo vendere la propria immagine e credo che neanche la Balti sarebbe in grado di arrivare a fare affermazioni contrarie, che risulterebbero oggettivamente fuori dalla realtà anche per una come lei.
Invece a Vanity Fair, a quanto sembra, l'hanno presa molto sul serio e non hanno rilevato alcuna anomalia logica da sottoporre ad un qualche riesame di senso, di coerenza o di banale verosimiglianza.
«Recitare o farmi fotografare nuda - avrebbe detto in un'intervista la tipa - non mi crea problemi, io vivo in totale armonia con il mio corpo e stare davanti alla macchina fotografica mi viene naturale...»
Sicché, forte delle sue smaccate contraddizioni comportamentali - che del resto, nella loro apparente immunità da obiezioni di qualche tipo, non le comportano alcun disagio personale effettivo - la tizia è riuscita persino a scendere in piazza nell'ormai leggendaria manifestazione del 13 febbraio ed a trovarsi decisamente a proprio agio in quel vittimistico contesto.
Bianca Balti vista da dietro
Sì, anche lei - per paradossale che possa essere - è andata a reclamare pubblicamente contro la mercificazione del corpo delle donne. Anche lei ha rivendicato il grottesco diritto di fare la morale al mondo.
Stupefacente.
E' anche evidente che la Balti non era che una delle infinite contraddizioni di quell'iniziativa; e, in questo senso, non può essere di certo considerata un'anomalia, visto che era il tutto ad essere un'anomalia generalizzata.

Nel tentativo di riunire i lembi logici slabbrati della questione ci sarebbe da chiederle se, allora, dietro alla mercificazione che lei stessa fa del suo corpo non ci sia il segreto bisogno o desiderio inconfessato di sentirsi "sottomessa agli uomini".
Con ciò si sanerebbe un'evidente illogicità, pur evidenziandosi problematiche di altra e diversa natura.
Ma anche in tal caso rimarrebbe il dubbio sulla discutibilissima coerenza tra l'inconfessato desiderio di sottomissione e la partecipazione ad iniziative politiche che volevano essere una condanna, per quanto sgangherata ed incoerente, di quella sottomissione.
Insomma, come la giri la giri, la Balti dice delle monumentali e contraddittorie sciocchezze che nessuno rileva come tali; tranne il Giornale che, però, lo fa per motivi strettamente politici.
Inoltre, di quello che va dicendo la Balti in realtà non frega niente a nessuno, perché in fondo ciò che lei propone di sé stessa non sono certo le doti intellettuali.
Pur rimanendone eventualmente priva lei vivrebbe ancora di gran lusso per tutte le altre qualità che va mettendo a frutto e che possiamo apprezzare nella breve galleria fotografica.
Bianca Balti vista di fianco
C'è da spiegarlo?
Allora il vero problema non è la Balti o le innumerevoli "similbalti" che popolano il nostro mondo, raccontandosi e raccontando scemenze sul corpo delle donne, sulla sottomissione, sugli sfruttamenti maschili, sulla vittimologia femminile ed altre amenità dozzinalmente raccontate in materia.
In fondo la Balti non fa altro che pappagallare quello che ha sentito in giro prendendolo per buono, senza soffermarsi a ragionare sulla coerenza tra detto e fatto, tra essere ed apparire; ossia, senza soffermarsi a ragionare su sé stessa.
Il vero problema sta in quello slogan iniziale - «La mercificazione femminile è una sottomissione delle donne agli uomini» - che non è farina del sacco di una velina o di un'attricetta ma un virus concettuale inoculato da quelle intellettuali - insieme a molte altre - che sono state ricordate nell'indovinello d'apertura.
Il vero problema sono quelle cattive maestre del femminismo storico e contemporaneo che continuano a costruire teorie prive di fondamento e riscontro con la realtà, arrivando ad erigere «contraddizioni viventi» come le bianchebalti di cui sopra.
Ed arrivando ad avvelenare la stessa percezione che tante donne hanno di sé stesse, sino allo scollamento evidente e farsesco con la realtà.
Certo, una qualunque biancabalti non incorrerà in nessun disagio personale per questo motivo, anzi, tutt'altro; ed anche questo è parte di un problema più grande di qualunque biancabalti di questo mondo che, dal canto suo, naviga gaia e felice nelle proprie contraddizioni come una papera nello stagno.
I problemi restano agli altri.
Continua: "Contraddizioni viventi"
mercoledì 14 luglio 2010

Senza difesa

Già il titolo totalitario dell'articolo scritto da Michela Marzano su Repubblica - "Perché gli uomini uccidono le donne" - contiene l'infamante generalizzazione di una colpa collettiva.
Poco importa se si tratta di alcuni episodi criminali isolati - le ormai tristi Storie di uomini "mollati" e di donne che l'hanno pagata con la vita, come titola anche l'Occidentale - legati ad angosciose disperazioni maschili, improvvise, devastanti, incontrollate, terminate con il loro stesso tragico suicidio; le drammatiche storie di cronaca di questi ultimi tempi.
Poco importa anche che, a fronte degli 8 (otto) casi negli ultimi venti giorni, gli uomini "mollati" saranno stati, nel frattempo, negli stessi venti giorni, probabilmente centinaia o migliaia o decine di migliaia sui milioni che siamo.
Poco importa, ancora, tentare di riportare ogni vicenda al proprio singolare svolgimento, alle motivazioni soggettive, ai possibili inganni che hanno causato l'eccesso di dolore, di risentimento e di violenza.
Poco importa, poi, il fatto che il dolore di questi uomini fosse talmente grande ed insopportabile da averli portati tutti, immancabilmente, al suicidio immediato.
Poco importa, anzi, non importa nulla a nessuno cercare di capire i fatti nel loro effettivo svolgimento, nelle loro proporzioni sociali reali, nel malessere oscuro, profondo e insopportabile che li ha - evidentemente - causati; nelle loro irragionevoli ma pur esistenti ragioni.


Non importa, perché ad essere messi al banco degli imputati, degli accusati, degli indifendibili non sono quegli otto disperati, non sono gli autori materiali di quei tragici avvenimenti: è l'intero mondo maschile che ora, come sempre, sta sul banco degli "accusati".
"Si tratta di uomini che non accettano l'autonomia femminile e che, spesso per debolezza, vogliono controllare la donna e sottometterla al proprio volere" - pontifica la Marzano dalle colonne di Repubblica, come se li conoscesse tutti, uno per uno. Ma lei non sta parlando degli esecutori dei fatti di sangue; lei sta parlando di tutti gli uomini e li sta accomunando all'interno di una diagnosi infausta di inadeguatezza sociale e psicologica; qualcosa da medicalizzare piuttosto che qualcuno da capire.
Non le interessa comprendere, le interessa controllare.
E, ancora, il declino dell'impero patriarcale che farebbe da sfondo ai c.d. delitti passionali: "il comportamento possessivo che alcuni uomini esercitano sulle donne è il risultato di un insieme di fattori psicologici, culturali e sociali, che sono radicati nel comportamento maschile", scrive Benedetti Valentini su l'Occidentale.
Ciò che, però, quest'ultimo strano scienziato - come la Marzano - non ci insegnano è come mai a fare scuola, a fare testo sul tutto, siano otto casi (10, 20 o 150 che possano essere a fine anno) mentre le decine di migliaia, forse le centinaia di migliaia di casi che sopportano pazientemente le lunatiche volontà femminili, le capricciose incoerenze, le comodissime ambiguità di comportamento e che ingoiano rospi, tradimenti ed abbandoni sentimentali senza dare di matto, anzi, con ettolitri di comprensione, quelli non contano, non fanno testo, non sono statisticamente (e, quindi, socialmente) significativi.
Il rovesciamento della realtà: 8 è più grande e più significativo di mille ed anche di numeri più grandi di mille.

Il punto vero è che non si vuole analizzare dei fatti, interpretarli alla luce delle loro dimensioni effettive e tentare di comprenderne le cause soggettive, materiali o morali.
Si vuole estendere una sentenza di condanna, senza alcun tipo di giudicato, di dibattuto, all'intero universo maschile.
E come ogni processo sommario non è prevista, alcuna attenuante, alcuna comprensione, alcuna difesa.
Solo la colpa; su tutti.
Eppure, per le madri assassine la logica interpretativa è completamente diversa e le attenuanti e le difese e le giustificazioni....
Continua: "Senza difesa"