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mercoledì 14 novembre 2012

Movimento femminista per la parità genitoriale






Correvano gli ultimi giorni di luglio dello scorso anno quando da questo blog si salutava la nascita del movimento femminile per la parità genitoriale come «una novità positiva e benaugurante».
Ebbene, prima di tutto chiedo subito scusa ai miei lettori per l'imprudente e frettolosa valutazione di allora: mi sbagliavo.
Rileggendo quelle considerazioni si potranno ricordare i perché di un movimento, con tanto di "femminile" in primo piano, che si costituiva allo scopo di spalleggiare le battaglie civili dei padri separati.
Non erano, in realtà, questioni di principio a motivare quella nascita ma la convenienza pratica e il vissuto personale delle partecipanti.
Ciononostante, era lecito presumere che, motivazioni a parte, quell'alleanza avrebbe aggiunto qualche freccia in più all'arco degli uomini sottoposti al massacro giudiziale delle separazioni, non fosse altro che per la stragrande attenzione riservata dal mondo politico e tribunalizio ai desiderata ed alle esigenze femminili.
Nella vita effettiva di quel gruppo si è assistito tuttavia ad un lento, graduale ma inesorabile scivolamento verso il dominio interno di una minoranza rumorosa, in maniera del tutto analoga a quella cui è assoggettata la realtà di questo paese più o meno da sempre.
Avete presente la capacità di condizionamento della vita economica e politica che la CGIL - ed in particolare la FIOM - esercita da decenni con i suoi veti, le manifestazioni, gli scioperi, le occupazioni, le mobilitazioni e tutto il resto?
Quella minoranza che tiene in pugno la totalità dello stivale con i suoi diktat, al punto tale che Marchionne, esasperato, sta decidendo di portarsi via la più grande e importante azienda italiana mandandoci tutti a quel paese?
Ecco, qualcosa di simile - mutatis mutandis, com'è ovvio - caratterizza la vita di quello che, per coerenza, dovrebbe oggi definirsi più propriamente «movimento femminista per la parità genitoriale».
Banale questione di forma, dite voi?
Niente affatto, è questione di solida sostanza.
Provate voi stessi a mettere in discussione, in quel gruppo, dogmi intangibili e principi evidentemente non negoziabili come la parità, l'uguaglianza, la libertà libertaria (quella senza vincoli responsabilizzanti) e la negazione delle differenze antropologiche e sessuali tra gli esseri umani che possano, ad esempio, ricondurre a ruoli e funzioni naturali come quello del papà e della mamma.
Insomma, a mettere semplicemente in discussione la mentalità femminista/politically correct/libertaria/...e dde sinistra che dal sessantotto in avanti ha fatto in questo paese il bello e il cattivo tempo a suo completo piacimento.
Formalmente ve lo lasceranno fare ma sostanzialmente la minoranza rumorosa si mobiliterà nella piazza virtuale, trattandovi come un appestato infettivo da mettere in quarantena.
Provate ancora a ricordare che i disastri giudiziali che oggi sopportano i padri separati sono la conseguenza di quella logica di redistribuzione sociale in favore dei soggetti deboli, tra i quali il mondo femminile si è stabilmente insediato ormai da decenni avvalendosi delle più svariate forme di vittimismo che si possano concepire, grazie ai femminismi di ogni forma, colore, aspetto e natura.
«Naaaaaaaaaa....» - vi sentirete rispondere, con questa sfilza completa di argomenti messi in fila uno dietro l'altro.
E sapete perché?
Perché in un certo blog denominato femminismo a sud - affettuosamente ribattezzato fas per le amiche e gli amici ...dde sinistra - hanno finalmente cominciato a capire che la stanno facendo fuori dal vaso in modo esasperante e nauseante da troppi anni.
E allora tutta quella che è rimasta fuori dal vaso la ignorano, quella che continua a colare non la prendono neanche in considerazione, ma soprattutto dichiarano tabù ogni critica ai femminismi perché un paio di tizie su qualche decina di milioni hanno improvvisamente cominciato a farla dentro.
Senza neanche vergognarsi di avere sporcato fino ad ora.
Un film grottesco e surreale che sembra uscito dalla penna di Kafka.
Con queste straordinarie referenze da sventolare ai quattro angoli delle terre emerse, il sindacalismo femminista, quello del conteggio dei tempi di poppata da mercanteggiare con le passate dell'aspirapolvere e i cambi di pannolino, si è talmente ben radicato nel movimento in questione che il binomio «parità genitoriale» nel nome del gruppo sta ad indicare esattamente questo, in definitiva.
Che ogni uomo deve sapersi mammizzare e femminilizzare, per consentire alla madre di suo figlio di realizzarsi autonomamente nella vita, nel lavoro e nella società come donna perfettamente emancipata e indipendente ; da sé stesso, da suo figlio e da tutti quanti.
Sfortunatamente, questa riduzione della figura maschile a strumento indiretto e passivo dell'affermazione egotica femminile - la riduzione a maschietto devoto e casalingo felice - intercetta un problema ben più drammatico ed assillante che i padri separati sono chiamati ad affrontare sulla propria pelle: quello della deprivazione coattiva dell'affetto dei figli che comprime e oscura, per molti di loro, ogni altra considerazione.
Non bisogna essere particolarmente svegli per capire che chi vive una mancanza grave e dolorosa è disposto a tutto pur di poterla colmare.
Sicché, pur di rivedere i figli e poterli riabbracciare, tanti sono persino disposti a farsi fare il lavaggio del cervello secondo le moralizzazioni maschili di massa del femminismo progressista e....dde sinistra, salvo accorgersi in futuro che gli avranno strappato via pure l'anima per il proprio tornaconto.
Quando forse sarà troppo tardi.
Naturalmente questa è la mia opinione, comunque maturata in diversi mesi di osservazione del fenomeno, ed ognuno rimane lapalissianamente libero di farsi tutte le illusioni che preferisce e di seguire le mode e le ideologie che gli aggradano.
Comunque sia, un'ultima annotazione si rende molto più che necessaria; direi comicamente inevitabile.
Ci sono state esercitazioni di sdegno e di indignazione che le esponenti del movimento in questione hanno sprecato, nei tempi passati, nei confronti di siti femministi come la 27ma ora o similari, a causa delle censure e delle intolleranze riscontrate in quelle correnti di pensiero.
L'incoerenza è femmina da sempre, ma per contraddizioni di queste dimensioni esorbitanti bisognava immaginare "folgorazioni sulla via di Damasco" - scivolando verso sud - che nei primi giorni di luglio dell'anno scorso era impossibile prevedere.
In qualche modo credo di essere giustificabile.
Io sì......




N.B. - per obbligo di trasparenza, resta inteso che - salvo censure preventive - questo articolo sarà postato nella pagina del MFPG dal momento che si parla di loro; dopo di che, per obbligo altrettanto evidente di coerenza conseguente, mi dissocerò da quel gruppo in maniera definitiva.

Continua: "Movimento femminista per la parità genitoriale"
lunedì 15 ottobre 2012

La mamma è sempre la mamma?






Il diluvio di commenti, articoli, prese di posizione, giudizi, talk show, periti veri o improvvisati, moralismi e moralisti, esercitazioni retoriche, urla e grida in diretta o in differita suggerirebbero di astenersi dal partecipare a questo tiro alla fune collettivo che sembra essere diventata l'arcinota vicenda di Leonardo, il ragazzino conteso di Cittadella.
La morbosa smania di partecipazione ai commenti di un evento che ha diviso gli italiani tra innocentisti e colpevolisti, tra partigiani di una famiglia o dell'altra, tra sostenitori della PAS e suoi detrattori, tra questo e quello, tra sopra e sotto ha, infatti, un suo significato che sembra travalicare l'episodio in sé.
Pertanto di quello voglio parlare, piuttosto che immergermi nelle profondità abissali del vero e del falso, del torto e della ragione, del giusto e dell'ingiusto; insomma, nei meandri labirintici del processo mediatico.
Ciò che mi interessa è, invece, la risonanza mediatica del processo in corso.
Quella che ormai da giorni ci ripropone, come uno spettro ricorrente, quel video scomposto e drammatico come un reportage di guerra.
Di questa insistenza ottusa, reiterata all'eccesso, immancabilmente seguita dal profluvio di opinioni che dovrebbero ripristinare, restaurare, ricomporre la serenità perduta; di questa insistenza che appare come il gioco compulsivo di una società prigioniera della sua nevrosi nascosta, che di tanto in tanto si svela con i sintomi sfacciati di un'incontenibile bulimia mediatica.
Tutto questo mi fa pensare spontaneamente ad un'altra sintomatologia altrettanto mediatica dell'attuale: quella che seguì con ricostruzioni, processi televisivi, incursioni peritali e psichiatriche, modellini in scala ed esperti di varia natura e tipologia alla tristissima vicenda di Cogne.
La morte del piccolo, sfortunato Samuele e la condanna - quasi in una sorta di diretta, settimana per settimana, giorno per giorno, minuto per minuto - della madre; l'incredibile scoperta che sgomentò l'Italia tutta precipitandola in un'allucinata, interrogativa incertezza.
Certo, le due vicende sono completamente diverse, non si trattasse del fatto che riguardano in entrambi i casi bambini e mamme.
Ma più che degli abusi o delle violenze o dell'impotenza minorile, il tratto comune - quello che sembra sollecitare l'armamentario della nevrosi e spinge a ricostruire, a risentire, a rivedere, a riconsiderare, a riformulare, in un ciclo senza traguardo apparente - è quello delle madri.
In quanto donne, in quanto madri, in quanto custodi della vita, della pace e del bene, a quanto si dice.
A differenza dei padri, fonti di ogni male, a quanto si dice.
Eppure, alla fine, la dissonanza cognitiva con la quale si devono fare i conti ci piomba addosso durante una trasmissione tivvù, con un video, una notizia, un resoconto, delle urla registrate.
E allora si corre ai ripari.
Per questo si costruiscono modellini della villetta, si risentono le urla del video, si scandaglia un terreno che sembrava privo di anfratti, di crepacci, di trappole, magari si organizzano anche fiaccolate e veglie cittadine.
Per questo si fa un gran parlare, un gran partecipare, un gran pontificare da tutti i canali della comunicazione in un'assordante sarabanda.
Perché la mamma è sempre la mamma!
O no....?

Episodi del genere, quando deve intervenire la polizia, quando scattano le manette e le coercizioni, quando il Tribunale non è più dalla parte della Mamma - e ce ne vuole perché questo succeda - qualche dubbio, in fondo in fondo, te lo lasciano.
Lo so che sembra inaccettabile, la violazione di un tabù, una bestemmia in Chiesa, il sovvertimento dell'ordine morale.
Ma la mamma, allora, non è sempre la mamma.
Non in tutti i casi.
Sono i proverbi ad averci ingannato o è qualcosa d'altro?
Come è possibile che un ragazzino venga strappato dalle braccia amorevoli della Mamma?
Come si può arrivare a concepire qualcosa di simile?
Come può ritenersi preferibile il Papà alla Mamma?
E' sciokkante, vero?
Per questo non si smette più di parlarne, di guardare la tivvù, di cercare la risposta dall'esperto, dal talk show, dal dotto illuminato che ci riporti in pace con la Mamma.
La realtà è più difficile dell'illusione ma dobbiamo farci i conti, anche in occasioni così difficili da mandare giù.
Allora corrono gli esperti, gli psicologi, i curatori dell'anima ed i meccanici del cervello, oltre ai professionisti della famiglia che è diventata, appunto, una roba da affidare a gente esperta.
Perché c'è qualcosa che davvero non possiamo ammettere, a noi stessi, agli altri, al mondo ed alla vita.
Che una mamma abbia torto, sia inadatta, inadeguata, persino pericolosa o malsana per i figli.
Perché la Mamma è sempre la Mamma!
O no....?

Allora provate a rovesciare la situazione e pensate a tutti quei papà dalle cui braccia i figli sono stati strappati a viva forza, a cura delle madri, degli assistenti sociali, dei magistrati, degli psichiatri, degli ordini forensi, dei professionisti della famiglia e delle guardie in divisa.
Insomma, da tutti gli stessi attori protagonisti e comprimari - le medesime figure, con le stesse prerogative e ragioni - della questione di Cittadella, con gli stessi esiti, le stesse modalità d'intervento, le identiche forzature.
E godetevi il relativo, pacifico ed incontaminato silenzio.
Ecco ciò di cui volevo parlare, Leonardo permettendo.
Continua: "La mamma è sempre la mamma?"
giovedì 19 luglio 2012

Cultura antimaschile e paternità forzate





I torti e le umilianti sperequazioni che gli uomini sono costretti a subire nei tribunali civili (e spesso anche penali) in sede di separazione o divorzio rappresentano, ad oggi, la parte più esposta e socialmente evidente di una diffusissima cultura antimaschile che permea i rapporti umani, giuridici e politici prevalenti.
Come già evidenziato in diverse occasioni, questi fenomeni sono tuttavia solo la punta di un iceberg, sotto la linea di galleggiamento (e di visibilità) del quale si nasconde la parte più corposa ed ingombrante dei principi che le ideologie politiche ostili al “maschio” (femminismo, culturalismo ed egualitarismo su tutte) hanno riversato nella cultura corrente, nel diritto codificato e nelle pratiche usuali di common law.
Se, infatti, la negazione dei diritti alla paternità sta alimentando, in concreto, un malessere sociale sempre più ampio e numericamente significativo, non altrettanto può dirsi, ad esempio, per la situazione diametralmente opposta: ossia, la possibilità di esercitare il diritto al disconoscimento di paternità in tutti quei casi in cui la paternità stessa è dubitabile se non, addirittura, palesemente falsa.
Oppure - caso meno ai limiti ma non per questo meno rilevante - quando il singolo non ha scelto di diventare padre e non si sente pronto per questa delicata responsabilità ma, a differenza di quanto è concesso alle donne con il c.d. “parto anonimo”, non può sottrarsi in alcun modo alla paternità non voluta.
In realtà, queste situazioni – più frequenti di quanto non si pensi – arrivano all’attenzione dell’opinione pubblica quasi esclusivamente quando ad esserne coinvolti sono personaggi di grande popolarità, come gli attori o i calciatori.
E’ questo il caso della diatriba innescatasi sul noto caso Balotelli-Fico, che sembra ripercorrere lo stesso copione mediatico in cui finì coinvolto, a suo tempo, un campione altrettanto “trasgressivo” e discusso come Diego Armando Maradona.
Trattandosi di persone facoltose e socialmente privilegiate, la percezione generale è che la tegola non faccia poi così male e, quindi, l’attenzione verso i principi di equità in gioco viene automaticamente distratta verso il puro e semplice pettegolezzo da parrucchiera.
Eppure, situazioni di questo tipo possono investire - ed investono - qualunque uomo, di qualunque estrazione sociale e con qualunque disponibilità economica tra le mani, anche quando non se ne dispone affatto; si tratta di principi giuridici ed etici che riguardano tutti, non solo i paperoni del calcio, ma questo non viene evidenziato.
Bene ha fatto, dunque, Marco Faraci a riproporre la questione di ordine generale prendendo a prestito, con un articolo specifico, la vicenda personale di Balotelli per estendere le relative considerazioni sino a riconoscerne all’interno la negazione dei «diritti riproduttivi» maschili come presupposto culturale e giuridico vigente.
A qualunque donna è consentito ope legis disconoscere il figlio appena nato lasciando che venga dato in adozione (pare siano circa 400 l’anno i casi su circa tremila abbandoni materni), mentre a qualunque uomo questa possibilità è giuridicamente preclusa, tranne casi eccezionali.
Se a ciò si aggiunge l’assoluta irrilevanza della figura e della scelta maschile in materia di aborto, lo sbilanciamento e la sperequazione dei diritti riproduttivi tra maschi e femmine ha del clamoroso, quanto e molto più delle problematiche dei padri separati.
Eppure, questa generale cittadinanza di serie B rimane confinata sotto la linea di galleggiamento dell’evidenza - come si diceva - nell’oblio e nella sottovalutazione da parte dello stesso mondo maschile, che se ne accorge solo quando ne subisce individualmente gli effetti.
Ci sarebbe dunque poco da aggiungere a quanto efficacemente sostenuto da Faraci nel merito della questione, se non fosse che, per uno strano gioco di casualità, non stessi elaborando in questi giorni analoghe considerazioni sulla base di una recente sentenza della Corte di Cassazione inerente la stessa materia.
In quest’altro caso si tratta della domanda di disconoscimento di paternità presentata da un uomo che aveva scoperto, in epoca successiva alla nascita di una bambina, di non esserne il vero genitore, in quanto la moglie si era sottoposta a fecondazione eterologa nel contesto delle procedure di fecondazione assistita a cui la coppia si era da tempo rivolta.
Va ricordato che la fecondazione eterologa - ossia, resa possibile da un donatore anonimo, terzo alla coppia - è espressamente vietata dal nostro ordinamento, ex articolo 4, comma 3, della legge 19 febbraio 2004, n. 40 (recante norme in materia di procreazione medicalmente assistita) e pur non potendosi considerare, nel caso di specie, una forma di infedeltà muliebre è qualcosa che comunque gli assomiglia molto.
Inoltre, a quanto si legge nella sentenza n. 11644 del 23 febbraio scorso, il padre pro-forma sarebbe venuto a conoscenza dell'iniziativa unilaterale della donna in tempi successivi al parto, a seguito di "voci" che lo avrebbero indotto ad accertare, tramite specifici controlli clinici, la propria sterilità assoluta.
Appurato di non poter essere il padre che avrebbe voluto essere, l'uomo si è visto contestare, in giudizio, il mancato rispetto dei tempi burocratici per l'esercizio del disconoscimento, equiparato con un'alchimia interpretativa della Cassazione alle ipotesi di decadenza dall'azione di disconoscimento previste, dall'art. 244 del codice civile, in un anno.
Al danno concreto per l'uomo deve aggiungersi la beffa più generale, per cui dal Sole24ore si è salutato questo pronunciamento come un ampliamento dello spettro normativo delle ipotesi di disconoscimento di paternità, tra le quali ora deve aggiungersi anche quella della fecondazione eterologa per il padre inconsapevole.
Poco importa, a quei commentatori, che le contorsioni giuridico-burocratiche della Cassazione abbiano prodotto, per l'ennesima volta e nonostante le affermazioni di principio astratte, una vittima delle paternità forzate, di volta in volta estorte per via giudiziale.
Su quell'uomo peserà per tutta la vita una paternità non voluta perché non vera, perché così hanno deciso i tribunali del "regno".
In nessuna parte della sentenza, ad un'attenta lettura, viene presa in considerazione la posizione materiale, psicologica ed esistenziale di quell'uomo, anche alla luce del fondamentale principio di ragionevolezza e dei criteri etici su cui si fonda questo principio (per non voler parlare di "diritto naturale").
E se tutto questo non è il frutto di una cultura antimaschile che ritiene i diritti e gli interessi maschili di rango inferiore a quelli femminili, sacrificabili ed irrilevanti sino al pratico annullamento, non saprei come diversamente descriverlo.


Annotazione a margine
Non mi trovo molto d'accordo, sia detto comunque marginalmente, sull'affermazione di Marco Faraci secondo la quale «per un bambino non esiste un diritto a prescindere a nascere con due genitori» perché, invece, ritengo che quel "diritto" esiste e sarebbe anche cogente, a mio modo di vedere.
Non è un diritto nel senso tecnico del termine e lo possiamo chiamare anche diversamente - vantaggio, possibilità più favorevole, corrispondenza ai bisogni infantili, naturalezza della situazione, completezza dell'habitat familiare o come si vuole - ma esiste in tutte queste denominazioni che, pur non potendosi incasellare all'interno di forme prescrittive, definiscono lo specifico interesse del nascituro.
Una cosa è stabilire modelli giuridici fondati sull'equità, altra cosa è stabilire l'insussistenza di situazioni ottimali.
Che continuano a sembrarmi le migliori, soppesati tutti gli interessi in gioco.

Continua: "Cultura antimaschile e paternità forzate"
venerdì 22 giugno 2012

Chi ce l'ha più lungo





Non ricordo esattamente dove l'ho letto - poco tempo fa - e chi abbia espresso questo concetto.
Ricordo solo che doveva trattarsi di una manager, di quelle raccomandate dallo Stato per occupare poltrone nei cda delle società per azioni; oppure una giornalista, che parlava delle riunioni di redazione; o, forse, ancora, doveva trattarsi di una di quelle politiche pescate dal nulla che parlava delle riunioni di partito o roba del genere.
Poco importa chi fosse e di quale contesto si lamentasse.
La cosa rilevante è che - manager, giornalista, politicante o cos'altro fosse - commentava con queste parole la sua partecipazione ai consessi di cui sopra: «in queste riunioni - lamentava la sedicente derelitta - gli uomini sembra che facciano sempre a chi ce l'ha più lungo».
Faro della Vittoria - Trieste
Il faro con il raggio più lungo d'Europa
Caspita, mica è poco.
Talché, stando ai canoni uno dovrebbe presumibilmente inorridire alla sola idea e allargarsi in uno sguardo colmo di gratitudine, ammirazione e speranza per cotanta saggezza femminile diffusa a mezzo stampa.
Saggezza che, com'è noto, non può fare a chi ce l'ha più lungo per mancanza di instrumentum atto allo scopo ma che - così sembra doversi desumere - anche ce l'avesse per sopravvenuti cambi chirurgici di stagione non lo farebbe mai e poi mai in virtù di sé stessa.
Saggezza che, quindi, dovrebbe evidentemente ascriversi alla mancanza dell'instrumentum il quale, per sua intima natura, sembra in grado di ottenebrare la mente del titolare e da instrumentum sementis (o instrumentum copulandi) si trasformerebbe nel più banale e sozzo instrumentum diaboli.
Infatti, i più illuminati tra gli illuminati - e non solo tra le povere e miserande donne in carriera - hanno particolarmente in odio la barbarie fallocratica, dove con fallocrazia deve intendersi qualcosa di assolutamente indeterminato (io ancora non ho capito che significa) ma che deve, con ogni evidenza, avere a che fare con la semplice titolarità originaria del fallo (l'instrumentum di cui sopra) perché si realizzi l'odiata barbarie.
Bene.
Senza saperlo, quel giorno la poveretta in questione aveva messo il ditino, saggio (forse) ma sprovveduto assai, tra le pieghe di una sua inadeguatezza personale (ma anche collettiva, in quanto donna) ritenendola - e spacciandola - al contrario, per una forza (o, se si preferisce, spacciandola appunto per una forma di solidale e universalistica saggezza).
Quella sua metafora dal significato così immediatamente intuitivo, infatti, era la colorita traduzione di una incapacità - o di un'avversione ideologicamente coltivata - ad accettare le regole della competizione.
Com-pe-ti-zio-ne, esatto.
Infatti la tizia aveva ragione, senza ombra di dubbio; noi uomini abbiamo l'attitudine naturale a misurarci l'uno con l'altro.
Da ragazzi con le misure del pisello, da giovani con le prestazioni sportive e con il numero e la qualità di scopate "vinte", da adulti con le rivalità che scaturiscono dalla vita sociale, economica e di relazione, da vecchi con l'insipienza delle illusioni giovanili e con la generale mancanza di saggezza; nel mezzo, a condimento di tutto questo, c'è l'amore per l'avventura, il rischio, l'agone ed il primato.
E c'è la capacità, tutta maschile, di darsi delle "regole di ingaggio".
Altro che barbarie!
Senza tutta questa fallocrazia - se questo è il suo significato - non ci sarebbero stati sviluppo e civiltà, nessuno avrebbe cercato i propri limiti, nessuno li avrebbe superati, nessuno sarebbe stato in grado di misurarsi con le forze ostili della natura, con le difficoltà a volte insormontabili del pensiero astratto e della scienza, con la scarsità delle risorse, con le sfide della tecnica, e i migliori non sarebbero mai emersi dal buio indistinto della massa.
Saremmo ancora materia bruta timidamente nascosta nel fogliame di un mondo selvaggio.
Ma guardateli i capannelli di persone che socializzano e guardate come tendono, spontaneamente, a dividersi tra affinità maschili ed affinità femminili.
Quando conversano tra loro, attraendosi, le femmine cercano sempre rassicurazioni reciproche e affettuose conferme, mirano a stabilire il "giusto per tutti", una misura collettiva in cui le differenze individuali scompaiano, qualcosa di superiore a cui aderire; l'oggetto del loro interesse non è mai divisivo ma comunitario.
Quando siamo noi maschi ad intrattenerci nella discussione, al contrario, tendiamo sempre a dividerci tra chi la pensa in un modo e chi nell'altro; per questo l'oggetto prevalente del nostro interesse è spesso lo sport o la politica, dove le differenze individuali emergono marcatamente e senza scampo, anche se in modo più o meno controllato.
Nessuno più di coloro che seguono, trattano e studiano la questione maschile dovrebbe esserne consapevole.
I femminismi, pur con tutte le loro divisioni teoriche, hanno creato, consolidato e cementato la solidarietà tra donne; al punto tale che da destra o da sinistra, dall'alto o dal basso che vengano, finiscono per essere sempre solidali su tutto ciò che le riguarda, un muro di gomma.
I movimenti maschili o quelli dei padri separati, al contrario, riescono a dividersi su tutto, l'individualismo regna sovrano e ognuno cerca di fare il capo di sé stesso; un insieme disorganizzato e multiforme di pennuti capitribù, ciascuno convinto di essere il migliore, il più ganzo, il più dotato, di avercelo più lungo degli altri, appunto.
A me tutto questo non dispiace, lo considero il prezzo necessario da pagare alla competitività maschile, a condizione che conduca prima o poi alla selezione dei migliori senza arenarsi nella pura e semplice anarchia.
Bisogna, tuttavia, anche saper riflettere su ciò che si contrappone in alternativa al principio della competitività.
Che poi ha un nome definito e si chiama principio della cooperazione.
Due principi - uno maschile, l'altro femminile - su cui si dividono, da decenni, le riflessioni filosofiche, storiografiche e politologiche che aspirano ad assegnare all'uno o all'altra il primato morale.
La società competitiva conduce al darwinismo sociale lamentano gli uni.
La società cooperativa non porta da nessuna parte
, rispondono con buone e documentate ragioni gli altri.
Senza avvedersi che tanto la competizione quanto la cooperazione sono ingredienti entrambi necessari alla vita degli esseri umani.
Ma ciascuna nel proprio ambito.
Sicché quella tizia da cui siamo partiti non avrebbe dovuto chiedersi come mai gli uomini facciano sempre a gara a chi ce l'ha più lungo.
Doveva più opportunamente chiedersi: «...che cavolo ci faccio io, animo sensibile e cooperativo, in un luogo di quotidiana competizione....?»






N.B. - Per alcuni giorni mi assenterò dal web, salvo occasionali e imprevedibili incursioni.
Sandro, Denker o Rita, potendolo, sono pregati di curare la moderazione approvando quei commenti, non ancora inseriti in white list, che non siano manifestamente ostruzionistici o belluini.
In caso di loro impossibilità rinvio la moderazione al mio rientro.
Continua: "Chi ce l'ha più lungo"
lunedì 11 giugno 2012

Non è più tempo di belle maniere





Il garbo nobiliare e composto con cui Fabio Nestola – esponente di spicco dell’associazione Adiantum – ha replicato all'ultima aggressione ideologica verso il mondo maschile, condotta con l’abituale ferocia argomentativa dalla ormai onnipresente Barbara Spinelli, sarebbe da applausi.
Dico sarebbe – uso il condizionale – per due motivi.
Il primo è che c’è una certa incongruenza di fondo tra l’aggressione e la reazione; un po’ come se a qualcuna che ti urla in faccia che c'hai la depravazione inesorabilmente inscritta nel DNA tu rispondessi con il sopracciglio alzato: «signora, lei mi fa torto».
Il secondo è che c’è un difetto di prospettiva generale, a mio giudizio, in una parte degli argomenti addotti da Nestola.
Ma prima di inoltrarci nel commento vediamo - a beneficio di chi fosse all’oscuro della querelle in atto - di cosa si tratta.
E’ in dirittura d'arrivo al Senato della Repubblica il disegno di legge 957 in materia di nuovo affido condiviso e, di conseguenza, l’associazione di sinistra “giuristi democratici” – cellula della potente lobby femminista italiana che agisce, tra l’altro, come referente nazionale del famigerato CEDAW dell’ONU - ha ripreso ad alzare le barricate contro il provvedimento con particolare e rinnovata veemenza.
La tesi sostenuta dalle femministe si fonda sull'abituale e ben sperimentato dogma rivoluzionario della violenza di genere.
Dato che il mondo si divide(rebbe) tra oppressori (al maschile) ed oppresse (al femminile), la lotta di classe rende necessario (dicono loro) che l'ordinamento giuridico vada deformato con l'inibizione dei diritti maschili anche in materia di affidamento dei figli e il contestuale ampliamento a dismisura dei diritti femminili; quindi, no all'affido condiviso - che sarebbe persino incostituzionale, a loro parere - in nessuna forma, in nessun modo e per nessuna ragione al mondo.
Tanta mirabilia argomentativa la si potrà meglio “apprezzare” dalla presa di posizione ufficiale apparsa sul loro sito a firma, appunto, della pasionaria Spinelli e sulla stampa (Il Manifesto) a firma Laura Betti.
Al manicheismo irrazionale e distorto di questo settore lobbistico, tutt’altro che inascoltato o marginale (anzi....), ha fatto riscontro, appunto, la sola, unica e perciò già flebile replica oxfordiana di Fabio Nestola il quale, dal sito di Adiantum, parla educatamente di «informazione pilotata» sulla violenza di genere.
Con questa espressione (informazione pilotata) volendo presumibilmente fare riferimento alla pratica della "disinformatzia", quella strategia comunicativa elaborata scientificamente nella Russia sovietica dei bei tempi andati, quando la manipolazione dell’opinione pubblica ottenuta con la diffamazione sistematica dell'avversario (o nemico) era la regola dell'internazionalismo rivoluzionario e l’amore per la verità dei fatti un crimine politico ai danni del popolo da punire con il gulag.

Ciò posto, voglio sgomberare subito il campo da un potenziale equivoco.
Al netto dell'incongruenza di cui dicevamo prima, lo stile pacato e tollerante di Nestola è veramente da applausi, nel senso pieno dell'espressione e senza alcuna ironia; rimanere civili in un contesto di barbarie ideologica e di intolleranza giacobina quale quella esibita dalle femministe è un segno di grande forza maschile, un insegnamento di stile e compostezza.
Ma forse non è più tempo di belle maniere.
Non lo dico io, lo dice ad esempio Luisa Muraro che, guarda tu il caso, è femminista di punta del c.d. "pensiero della differenza" ed ha scritto un libro - Dio è violent - con il quale giustifica l'idea di un ritorno al terrore rivoluzionario e, quindi, alla violenza politica, soprattutto se pensata e agita dalle donne (è per questo che non precisa se Dio sarebbe violento o violenta).
Lo dice la Spinelli che accusa impunemente tutti gli uomini di indegnità morale e materiale.
Lo dice la teoria della violenza di genere che non è un corredario statistico scientificamente inoppugnabile, tutt'altro, ma una riproposizione del conflitto di classe ri-orientato su nuove coordinate sociali.
In realtà, dietro al combinato disposto delle tesi delle spinelli, delle muraro e delle betti - delle femministe, insomma - si cela un principio semplice semplice, destinato a non tramontare mai.
Il machiavellico fine che giustifica i mezzi.
Poco importa della verità se l'obiettivo è rovesciare le condizioni sociali.
Per rovesciare le condizioni sociali, nella rivoluzione femminista la diffamazione è lo strumento cardine e la violenza di genere il precipitato teorico da utilizzare come randello purificatore.
E' sulla base di queste considerazioni, dunque, che la tesi difensiva di Nestola - esiste anche la violenza fisica femminile, non solo quella maschile - a me sembra una resa incondizionata all'idea del conflitto di classe.
Perché qui non si tratta di stabilire chi sia più violento tra maschi e femmine e con quale frequenza, dato che, com'è evidente, la mano di una donna non sarà mai tanto pesante ed intimidatoria come quella di un uomo.
Si tratta di stabilire se la violenza fisica - che esiste, va contrastata e combattuta senza riserve, quando è vera - sia l'unica forma di violenza, di sopraffazione o di cattiveria possibile tra gli esseri umani.
O se ne esistano anche altre forme quali, ad esempio, negare ai padri l'affetto dei figli, ridurli sul lastrico, inventarsi violenze inesistenti anche per questi scopi (ma non solo per questi), fare del vittimismo isterico continuativo sul piano sociale al solo scopo di diffamare un'intera categoria umana e quindi lucrarne i relativi vantaggi politici, giuridici e personali.
Si tratta anche di stabilire una volta per tutte se faccia più male uno schiaffo o una calunnia, se il primo sia più immorale della seconda e se non sia il caso di condannare e combattere tanto l'uno quanto l'altra con la severità che rispettivamente meritano.
I fatti ci dicono che in questo tipo di violenze sottili, immateriali e senza l'uso delle mani molte donne sono vere e proprie maestre, e non da oggi ma oggi più di sempre.
E che, quindi, quella teoria della violenza di genere è una falsità inaccettabile e folle, in quanto non esiste nessuna classe sociale in posizione di supremazia rispetto all'altra su base sessuale ma solo singoli individui che abusano degli strumenti di cui dispongono - e che non sono solo fisici - per affermare il proprio volere ai danni dell'altro.
Come è inaccettabile - dovrebbe essere inaccettabile per ogni persona onesta, personalmente e intellettualmente - che sulla base di questa mistificazione ideologica si cerchi di condizionare e dirigere decisioni politiche che dovrebbero dichiarare, de iure, una colpevolezza congenita degli uomini a fronte di un'innocenza congenita delle donne.
Ma tutto questo Fabio Nestola non lo dice o lo dice solo in parte.
E, allora, con tutta la stima che ho di lui e che pubblicamente gli tributo, io dico anche a lui che non è più tempo di belle maniere e di tentennamenti ideologici.
E' tempo di fermezza e verità.
Continua: "Non è più tempo di belle maniere"