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venerdì 22 giugno 2012

Chi ce l'ha più lungo





Non ricordo esattamente dove l'ho letto - poco tempo fa - e chi abbia espresso questo concetto.
Ricordo solo che doveva trattarsi di una manager, di quelle raccomandate dallo Stato per occupare poltrone nei cda delle società per azioni; oppure una giornalista, che parlava delle riunioni di redazione; o, forse, ancora, doveva trattarsi di una di quelle politiche pescate dal nulla che parlava delle riunioni di partito o roba del genere.
Poco importa chi fosse e di quale contesto si lamentasse.
La cosa rilevante è che - manager, giornalista, politicante o cos'altro fosse - commentava con queste parole la sua partecipazione ai consessi di cui sopra: «in queste riunioni - lamentava la sedicente derelitta - gli uomini sembra che facciano sempre a chi ce l'ha più lungo».
Faro della Vittoria - Trieste
Il faro con il raggio più lungo d'Europa
Caspita, mica è poco.
Talché, stando ai canoni uno dovrebbe presumibilmente inorridire alla sola idea e allargarsi in uno sguardo colmo di gratitudine, ammirazione e speranza per cotanta saggezza femminile diffusa a mezzo stampa.
Saggezza che, com'è noto, non può fare a chi ce l'ha più lungo per mancanza di instrumentum atto allo scopo ma che - così sembra doversi desumere - anche ce l'avesse per sopravvenuti cambi chirurgici di stagione non lo farebbe mai e poi mai in virtù di sé stessa.
Saggezza che, quindi, dovrebbe evidentemente ascriversi alla mancanza dell'instrumentum il quale, per sua intima natura, sembra in grado di ottenebrare la mente del titolare e da instrumentum sementis (o instrumentum copulandi) si trasformerebbe nel più banale e sozzo instrumentum diaboli.
Infatti, i più illuminati tra gli illuminati - e non solo tra le povere e miserande donne in carriera - hanno particolarmente in odio la barbarie fallocratica, dove con fallocrazia deve intendersi qualcosa di assolutamente indeterminato (io ancora non ho capito che significa) ma che deve, con ogni evidenza, avere a che fare con la semplice titolarità originaria del fallo (l'instrumentum di cui sopra) perché si realizzi l'odiata barbarie.
Bene.
Senza saperlo, quel giorno la poveretta in questione aveva messo il ditino, saggio (forse) ma sprovveduto assai, tra le pieghe di una sua inadeguatezza personale (ma anche collettiva, in quanto donna) ritenendola - e spacciandola - al contrario, per una forza (o, se si preferisce, spacciandola appunto per una forma di solidale e universalistica saggezza).
Quella sua metafora dal significato così immediatamente intuitivo, infatti, era la colorita traduzione di una incapacità - o di un'avversione ideologicamente coltivata - ad accettare le regole della competizione.
Com-pe-ti-zio-ne, esatto.
Infatti la tizia aveva ragione, senza ombra di dubbio; noi uomini abbiamo l'attitudine naturale a misurarci l'uno con l'altro.
Da ragazzi con le misure del pisello, da giovani con le prestazioni sportive e con il numero e la qualità di scopate "vinte", da adulti con le rivalità che scaturiscono dalla vita sociale, economica e di relazione, da vecchi con l'insipienza delle illusioni giovanili e con la generale mancanza di saggezza; nel mezzo, a condimento di tutto questo, c'è l'amore per l'avventura, il rischio, l'agone ed il primato.
E c'è la capacità, tutta maschile, di darsi delle "regole di ingaggio".
Altro che barbarie!
Senza tutta questa fallocrazia - se questo è il suo significato - non ci sarebbero stati sviluppo e civiltà, nessuno avrebbe cercato i propri limiti, nessuno li avrebbe superati, nessuno sarebbe stato in grado di misurarsi con le forze ostili della natura, con le difficoltà a volte insormontabili del pensiero astratto e della scienza, con la scarsità delle risorse, con le sfide della tecnica, e i migliori non sarebbero mai emersi dal buio indistinto della massa.
Saremmo ancora materia bruta timidamente nascosta nel fogliame di un mondo selvaggio.
Ma guardateli i capannelli di persone che socializzano e guardate come tendono, spontaneamente, a dividersi tra affinità maschili ed affinità femminili.
Quando conversano tra loro, attraendosi, le femmine cercano sempre rassicurazioni reciproche e affettuose conferme, mirano a stabilire il "giusto per tutti", una misura collettiva in cui le differenze individuali scompaiano, qualcosa di superiore a cui aderire; l'oggetto del loro interesse non è mai divisivo ma comunitario.
Quando siamo noi maschi ad intrattenerci nella discussione, al contrario, tendiamo sempre a dividerci tra chi la pensa in un modo e chi nell'altro; per questo l'oggetto prevalente del nostro interesse è spesso lo sport o la politica, dove le differenze individuali emergono marcatamente e senza scampo, anche se in modo più o meno controllato.
Nessuno più di coloro che seguono, trattano e studiano la questione maschile dovrebbe esserne consapevole.
I femminismi, pur con tutte le loro divisioni teoriche, hanno creato, consolidato e cementato la solidarietà tra donne; al punto tale che da destra o da sinistra, dall'alto o dal basso che vengano, finiscono per essere sempre solidali su tutto ciò che le riguarda, un muro di gomma.
I movimenti maschili o quelli dei padri separati, al contrario, riescono a dividersi su tutto, l'individualismo regna sovrano e ognuno cerca di fare il capo di sé stesso; un insieme disorganizzato e multiforme di pennuti capitribù, ciascuno convinto di essere il migliore, il più ganzo, il più dotato, di avercelo più lungo degli altri, appunto.
A me tutto questo non dispiace, lo considero il prezzo necessario da pagare alla competitività maschile, a condizione che conduca prima o poi alla selezione dei migliori senza arenarsi nella pura e semplice anarchia.
Bisogna, tuttavia, anche saper riflettere su ciò che si contrappone in alternativa al principio della competitività.
Che poi ha un nome definito e si chiama principio della cooperazione.
Due principi - uno maschile, l'altro femminile - su cui si dividono, da decenni, le riflessioni filosofiche, storiografiche e politologiche che aspirano ad assegnare all'uno o all'altra il primato morale.
La società competitiva conduce al darwinismo sociale lamentano gli uni.
La società cooperativa non porta da nessuna parte
, rispondono con buone e documentate ragioni gli altri.
Senza avvedersi che tanto la competizione quanto la cooperazione sono ingredienti entrambi necessari alla vita degli esseri umani.
Ma ciascuna nel proprio ambito.
Sicché quella tizia da cui siamo partiti non avrebbe dovuto chiedersi come mai gli uomini facciano sempre a gara a chi ce l'ha più lungo.
Doveva più opportunamente chiedersi: «...che cavolo ci faccio io, animo sensibile e cooperativo, in un luogo di quotidiana competizione....?»






N.B. - Per alcuni giorni mi assenterò dal web, salvo occasionali e imprevedibili incursioni.
Sandro, Denker o Rita, potendolo, sono pregati di curare la moderazione approvando quei commenti, non ancora inseriti in white list, che non siano manifestamente ostruzionistici o belluini.
In caso di loro impossibilità rinvio la moderazione al mio rientro.
Continua: "Chi ce l'ha più lungo"
martedì 18 maggio 2010

Mentalità uterina

Secondo la vulgata dominante l'espressione "mentalità uterina" è attribuita a G. Casanova, mentre - secondo altre letture - sarebbe da ascriversi, più esattamente, alle teorie di certo Petronio Zecchini, anatomista del tardo settecento il quale, con il suo concetto di "utero pensante", assegnava a quest'organo una tale influenza sulla psiche femminile da condizionarne emotività e comportamenti, rendendo le donne inadatte agli studi.


Secondo una lettura più attuale - non priva di riscontri concreti - con mentalità uterina potrebbe darsi quella certa tendenza femminile a valutare circostanze, situazioni e uomini in funzione delle proprie aspettative sentimental/romantico/erotiche, prescindendo da ogni altra valutazione di merito generale.
Qualunque sia il busillibus della questione, insomma, la mentalità uterina starebbe alla donna più o meno come la mentalità fallocratica starebbe all'uomo; tanto per capirsi, la prima cosa che viene in mente all'atto pratico è "vediamo se fa per me e che ci posso fare".
Sicché, certi conti tornerebbero nella loro quieta normalità, nonostante le molteplici e corposissime differenze di scopi e di mentalità.
Ma non per la raggelante Maria Laura Rodotà, penna infuocata del Corriere in servizio permanente effettivo femminista e gran mogol della misandria militante ss (senza sosta).
Sì, proprio lei che, orsono pochi giorni, gongolava soddisfatta per il tramonto del maschio bianco nell'America di Barack; "....perché Obama è cresciuto con donne forti e autonome (mamma, moglie, anche nonna)" ed, allora, ha ridotto a nove (9) su 22 membri del Cabinet presidenziale i famigerati "maschi bianchi" che, poveretti loro, sono scesi al 49% pure tra i 366 nominati nell'esecutivo presidenziale.
Una vera goduria di cadute maschili.


E' sempre lei che denunciava la disperata emergenza estetica nell'Italia maschilista - allarme, massima attenzione, altro che emergenza democratica; parole sue - a causa della quale la tirannia del CUN (canone unico nazionale) di gioventù e bellezza si aggira in modo spettrale per l'Italia, imponendo alle povere donne italiote penosissime sessioni dall'estetista, insormontabili costi di maquillage e profumi, nonché l'odioso, massacrante impegno di tempo e fatiche nello shopping, alla disperante ricerca del vestito, della scarpina e della lingerie appropriata.
Tutto perché Rosy Bindi è stata descritta, da qualcuno, più bella che intelligente, mica per altro...
Vabbé, ormai ci si è abituati a vivere con gli allarmismi vittimistici e con la misandria della Rodotà, come ci si abitua a tutto nella vita; anche a vivere con un fischio nelle orecchie o alla goccia del lavandino.
Si potrà capire, allora, il mio sbalordimento quando ho letto - tra un fischietto e l'altro - l'articolo della gran mogol Rodotà sullo Special One; quello che ha vinto lo scudetto.
Chissà perché l'amazzone si trovava nelle pagine sportive del Corriere; forse glielo ha chiesto il direttore per appassionare lettrici distratte da altri interessi, forse le è punto vaghezza di addentrarsi negli ambiti maschili per fare ancora stragi di "maschi bianchi" o chissà cos'altro.
Sta di fatto che l'informazione è il suo mestiere: ci ha reso noto che Mourinho ha "il fascino dell'uomo che divide".
Non si scherza. Mica ha vinto lo scudetto, ha fatto discutere commentatori e giudici sportivi o sta per andarsene al Real; quelle sono questioni secondarie, soprattutto sulle pagine sportive.
Ciò che interessa è sapere se alle femmine italiche "piace Jose Mourinho" e scopriamo che lo stivale rosa è spaccato letteralmente in due fazioni: "Forse perché da noi i maschi di riferimento sono anziani maggiorenti e truzzi tatuati. E il metrosexual vittorioso di respiro europeo, con gli occhi scuri e torvi e la sciarpa a cappio diventa una cartina di tornasole di inclinazioni e frustrazioni femminili. E allora. Mou «è narcisista, e degli uomini narcisisti ne ho piene le scatole». Però «è arrogante, ma si capisce che in fondo è un romanticone»"
Sembrava di essere dal parrucchiere....

Ci ripenso un attimo e mi chiedo cosa avrebbe da dire, nella circostanza, tale Petronio Zecchini, anatomista del tardo settecento, con le sue strampalate teorie sulla mentalità uterina.
Poi lascio perdere, perché come diceva Massimiliano Parente sul Giornale di domenica, reportando dalla Fiera del Libro di Torino: "...qui abbiamo ben altri problemi, siamo già alle prese con le donne italiane: se dici a una che è bella, offendi sia le brutte sia le belle, le prime per esserti appellato a una gerarchia estetica le seconde perché sottintendi che non abbiano un cervello".
 
Continua: "Mentalità uterina"