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domenica 25 novembre 2012

Di pagliacciata in pagliacciata





Non c’è peggior cieco di chi non vuole vedere e non c’è peggior sordo di chi non vuole sentire.
Questa massima popolare è talmente vera che ne abbiamo grandi quantitativi di conferme storiche e quotidiane, tanto nel passato prossimo e remoto, quanto nel più immediato presente.
Prendiamo l'ultima, per comodità.
Stefano Zecchi, che è firma autorevole del Giornale e commentatore sicuramente non omologato alla political correctness dominante, ha scritto che «...la legge sul femminicidio è una pagliacciata per far discu­tere».
Non solo.
Ha anche aggiunto, in uno scarto improvviso di serietà rispetto al tema, che «la distinzione di genere in un omicidio è la violazione di un principio etico fondamen­ta­le su cui si costruisce la convivenza civile in una democrazia».
Il duo delle meraviglie
Il giornalista commenta in questo modo la recente proposta di legge delle due parlamentari "moderate" - Bongiorno e Carfagna - con la quale vorrebbero introdurre nell'ordinamento giuridico l'aggravante estrema del c.d. "femminicidio" nei casi di omicidio o tentato omicidio di donne a sfondo passionale.
Epperò, secondo Zecchi la proposta sarebbe tanto grave ma talmente poco seria, come direbbe provocatoriamente Flaiano, che parlare, ragionare o commentare in modo più approfondito un disegno di legge che viola l'elementare principio della pari dignità di tutti i cittadini - o, se si preferisce, del pari valore etico della vita maschile rispetto a quella femminile - significherebbe «dare troppo peso a una pagliacciata di due deputate in attesa di voto».
Insomma, il femminicidio è una panzana da qualunque parte la si voglia osservare - sostiene Zecchi, esattamente come sosteniamo convintissimamente anche noi - ma a differenza nostra lui dice che è una panzana a cui non è il caso di dare eccessiva importanza, da non sopravvalutare, che non merita quasi alcuna attenzione.
Si conferma il medesimo atteggiamento anche da altri siti e blog, nei quali si riconosce che la proposta di legge è «un orrore giuridico e un'idea allucinante» ma che attraverso questo tipo di iniziative la «...Carfagna, in fondo, continua a fare quello che ha sempre fatto: spettacolo» - punto e basta.
Questi opinionisti commettono un drammatico errore di valutazione sottostimando, come la maggior parte degli uomini, il peso, la pervasività ed il potere raggiunto e gestito da quella multiforme corrente di pensiero che siamo soliti definire, per brevità, femminismo.
Essi probabilmente ignorano - voglio sperare - che non sono solo la Bongiorno e la Carfagna a parlare di femminicidio, anzi loro sono solo le ultime due arrivate di una lunga schiera che va discettando di femminicidi in parlamento, nel governo, sulla stampa, su tutti i media, in Europa, presso l'ONU, e che non più tardi dello scorso mese di settembre ha festeggiato, su un tema intimamente correlato e coerente con la teoria del femminicidio, la sottoscrizione del trattato di Istanbul da parte della maggioranza dei 47 paesi che formano la Commissione europea.
Insomma, è davvero molto ma molto più di una «pagliacciata» che si vorrebbe gettare da un lato: è roba grossa e pesante, è un'idea malsana che ha già attecchito in profondità in una parte tutt'altro che minoritaria dell'opinione pubblica e del ceto politico, è un'aggressione deliberata e palese allo stato di diritto che si va imponendo a colpi di trattati internazionali e proposte legislative per mezzo mondo.
Ma i commentatori di ogni ordine e grado, anche quando si rivelano molto più ragionevoli e liberi mentalmente di altri, scansano quest'idea come se fosse una semplice mosca fastidiosa e niente più.
In realtà anche lo stesso concetto di femminicidio è solo l'ultimo arrivato in una galleria degli orrori che i femminismi vanno allestendo da decenni impunemente, l'ultima pagliacciata in ordine di apparizione tra moltissime altre.
Ricordate quella cultura fatta di slogan insensati come: il compagno è la prima causa di morte delle donne, ne ammazzano di più gli uomini del cancro o degli incidenti stradali, la violenza è la prima causa di morte delle donne in una certa fascia d'età....eccetera?
Ecco, ciascuno di quegli slogan e di quelle descrizioni della realtà sociale sono una pagliacciata molto più falsa, posticcia e grottesca dello stesso femminicidio, ma circolano liberamente e da anni - con il loro oscuro carico di colpevolizzazione del mondo maschile - senza che nessuno si sia mai preso la briga di verificare, di entrare nel merito statistico, di contestare o semplicemente di pensarci e di ragionarci sopra.
Altre mosche noiose a cui non dare troppo peso.
Con la differenza che di pagliacciata in pagliacciata si è arrivati al femminicidio e non è un fatto casuale.
Per niente.
Per giunta, di pagliacciata in pagliacciata oggi si celebra la giornata internazionale per l'eliminazione della violenza sulle donne con descrizioni, resoconti, vittimismi e ululati mediatici che fanno apparire il nostro mondo come una specie di girone infernale dantesco nel quale le femmine sono state date in pasto ad una genìa di demoni di sesso maschile.
Un'altra pagliacciata che si aggiunge alle altre nell'indifferenza dichiarata dei commentatori, dei pensatori occasionali o di professione e della becera e umorale opinione pubblica, supinamente disposta ad ingoiare ogni stupidaggine, purché ripetuta un numero di volte sufficiente a pompare l'isteria di massa.

Fatto per comodità l'esempio più recente di come si possa essere ciechi e sordi alla barbarie che avanza andiamo alla ricerca di qualche precedente storico, tra i tanti possibili.
Potremmo citare il popolo tedesco, ad esempio, che all'indomani della sconfitta bellica ha reagito quasi con sorpresa alle accuse di avere violato in maniera sistematica e spesso atroce i più elementari diritti umani durante la guerra mondiale da loro stessi scatenata.
Stando ai resoconti d’epoca, sembra che i più fossero come tornati allo stato di veglia uscendo da una sorta di condizione ipnotica che impediva loro di vedere, sentire e capire; tutti disattenti e distratti, si giustificarono in massa sostenendo che non sapevano, che non immaginavano, che si limitavano ad obbedire.
In realtà, la maggior parte di loro, pur sapendo grosso modo come andavano le cose, non aveva nessuna intenzione di vedere e capire, vuoi per inerzia, vuoi per convenienza, vuoi per acquiescenza, vuoi soprattutto per quella complicità subdola e nascosta che passa sotto il nome di indifferenza.
E quindi erano ciechi e sordi alle violenze sugli ebrei e sui popoli conquistati, erano ciechi e sordi all'eugenetica, erano ciechi e sordi alle teorie della razza ariana ed erano ciechi e sordi alla follia devastatrice che si manifestava nei discorsi deliranti di conquista del mondo di Adolfo Hitler.
Un intero popolo di sordo-ciechi inconsapevoli.
Un po' come Zecchi e gli altri commentatori, facili all'alzata di spalle, all'acquiescenza superficiale, all'alibi della pagliacciata e, soprattutto, a quella complicità subdola e nascosta che passa sotto il nome di indifferenza.
Pensare che poi nella circostanza è venuto meno anche quell'abituale riparo di tanti soloni che la sanno sempre più lunga degli altri.
C'è un femminismo buono e un femminismo cattivo - dicono col ditino alzato e con l'aria della rassicurazione scema - c'è quello estremistico e quello moderato, quello totalitario e quello liberale, quello delirante e quello ragionante, quello tossico e quello potabile.
Poi se gli fai notare che il femminicidio lo invoca la Carfagna tanto quanto la Spinelli, la Bongiorno tanto quanto la Terragni, le brigate rosse tanto quanto la Santanché, la strega nocciola tanto quanto la fata turchina, allora si rifugiano nell'indifferenza, nel «chi se ne frega» falsamente superiore, nell'alzata di spalle, nella pagliacciata che risolve tutti i mali per esorcismo.
Che però, di pagliacciata in pagliacciata, da un'indifferenza all'altra, da un non vedevo a un non sentivo, si trasforma spesso in tragedia.
Come la storia insegna ciclicamente ai tanti soloni da cui siamo sempre circondati.
Sfortunatamente.
Continua: "Di pagliacciata in pagliacciata"
venerdì 7 settembre 2012

La tirannia del sentimento






In un’intervista radiofonica di qualche giorno fa, Paolo Villaggio ha espresso un’opinione personale che ha suscitato scandalo e indignazione pressoché generalizzati.
Le paralimpiadi di Londra – avrebbe detto il comico – sono uno spettacolo triste, un’esaltazione delle disgrazie.
Non è stato il solo.
In un’altra trasmissione di Radio International Bologna il giornalista Gianfranco Civolani avrebbe detto qualcosa di molto simile: non guardo le paralimpiadi perché non voglio vedere persone con tre teste o quattro gambe.

In men che non si dica, tanto l’una quanto l’altra opinione – abbastanza simili nei contenuti - sono state prontamente subissate dalla marea montante di un’opinione pubblica inferocita per essere ricacciate senza appello nell’oblio del “non si dice”.
Le reazioni insistite, protratte per diverse ore a Radio International, avrebbero persino indotto Civolani a profondersi in sentite scuse pubbliche per avere offeso la sensibilità comune.
Al comico che ha inventato lo stereotipo dello sfigato per antonomasia - il rag. Fantozzi - che sulle disgrazie quotidiane messe in burletta ha fondato la propria fortuna artistica non si poteva chiedere altrettanto.
Dal canto loro i media, pilotando attentamente e senza dubbi di sorta il sentire popolare, continuano a proporci le storie edificanti di atleti disabili che vincono le loro battaglie sportive con il sorriso sulle labbra - come quegli altri - e mostrano con orgoglio la medaglia conquistata davanti alle telecamere, proprio come quegli altri.
Il mondo della luce, insomma, starebbe vincendo ancora una volta contro quello delle tenebre, ed ogni minimo dubbio riguardante la discutibile spettacolarizzazione di gesti incompleti, di corpi menomati e di difficoltà motorie stentatamente in competizione è stato eticamente spazzato via.
A prima vista sembrerebbe anche una vittoria del bel sentimento sulla ragione: come si può svilire la gioia di una partecipazione sportiva a persone già colpite così duramente dalla sfortuna?
Chi si azzarderebbe a sparare sulla croce rossa?

Dunque tutto bene, se non fosse che dentro questi piccoli, marginali episodi dell’ideologia spicciola di tutti i giorni si cela una tirannia profonda: quella dei buoni sentimenti sui sentimenti autentici.
.....e qui mi fermo, perché tutto il resto sarebbe da discutere all'infinito.
Tranne che per una cosa, che mi sembra doveroso evidenziare.
Dare effettività al principio di non discriminazione in questo caso - anche in questo caso - produce effetti perversi e surreali.

Continua: "La tirannia del sentimento"
mercoledì 29 agosto 2012

Il corretto stile di vita





Desta inquietudine e sgomento scoprire, al rientro dalle vacanze, che il governo dei professori va incalzando il Parlamento per introdurre discipline finalizzate ad uniformare «il corretto stile di vita» dei cittadini verso un modello unico e conclusivo.
Queste le precise parole utilizzate dal Ministro Balduzzi: «il corretto stile di vita».
Va premesso, però e prima di tutto il resto, che il vento del moralismo salutista investe l'intero mondo occidentalizzato e detta tendenze rigorose su scala planetaria.
Qualche giorno fa è arrivata la notizia che la Nuova Zelanda va imponendo, per legge, il divieto di fumo ai minori di diciotto anni, seppure con ritardo rispetto ai salutisti più intransigenti. Infatti, in America i fumatori di tutte le età pare siano stati messi all’indice ormai da diverso tempo, a differenza dei cocainomani e degli alcolizzati che, invece, sono tollerati di buon grado in tutto il nuovo mondo e anche oltre; nei film americani è normale ci siano personaggi dediti alle droghe ed alle sbronze ma è vivamente sconsigliato - se non espressamente proibito - proporre sul grande schermo protagonisti con la sigaretta in mano.
Perbenismo contemporaneo, stupido come tutti i perbenismi.
In Francia le bevande gassate sono state tassate poco tempo fa, per la salute e la gioia sociale di grandi e piccini.
In Messico, tanto per restare in tema, sembra che i ciccioni paghino il prezzo del biglietto maggiorato sui trasporti pubblici, perché così imparino a scofanarsi di fetide calorie.
Sono ormai numerosi, ancora, i paesi che impongono caschetti protettivi per andare in bicicletta, sugli sci, sui pattini, sulle moto, sui sidecar e - last but not least - c'è chi li vorrebbe anche all'interno delle macchine per maggiore protezione.
Che dire poi dei vegetariani, diffusi come un morbo, che predicano una religione pagana della sacralità della vita animale, dimenticando che molte di queste specie sono carnivori come noi umani? Faranno diventare erbivori anche loro?
E così facendo, su questo sentiero folle, la strada del salutismo coatto collettivo è ben tracciata a tutte le latitudini e a noi non resta che seguire come pecore mansuete la retta via tracciata da altri che non si sa mai chi sono.
Per non rimanere indietro rispetto a tanto progresso mondiale che avanza a falcate ampie, il nostro governo ha quindi passato l’estate a studiare inasprimenti fiscali specificamente mirati sui consumi di prodotti che “fanno male alla salute": tabacco, alcol, bibite zuccherate eccetera.
E' il bentornato governativo dalle vacanze.
Con la stessa logica, a breve, potremmo ritrovarci una sovrattassa pedagogica sul lardo di Colonnata o sulla finocchiona toscana; ma sempre per il nostro bene, ovviamente, e magari in prossimità del Natale, 'che il consumo è più confacente al clima e comunque bisogna essere più sani e più buoni.
Non basta così però.
Si vanno anche discutendo, proprio in questi giorni, misure per rieducare le persone dedite al gioco delle slot-machine, in quanto presuntivamene affette da una sindrome tutta nuova, appassionatamente ideata da qualche pseudo-scienziato della psiche per proiettarci con la "giusta" paura di noi stessi nel nuovo millennio: la ludopatia, l'hanno intitolata, il demone del gioco.
Ad ogni buon conto, per non sbagliarsi si discetta tecnicamente anche sulla "corretta" distanza di sicurezza psicologica delle sale giochi da scuole, Chiese, centri anziani ed ospedali; si sa che prevenire le tentazioni è meglio che curare il peccato.
Sui carburanti - quei prodotti altrettanto demoniaci derivati dal petrolio, che inquinano l’aria per l’inutile e dannoso carosello della mobilità su gomma – si è abbattuto l’ennesimo colpo di scure delle accise proprio in concomitanza con gli esodi ed i controesodi estivi. Un salasso - ma con un ritorno di buona salute, dicono alcuni - come quello dei cerusici medievali, fatto con le sanguisughe.
Il risultato è che ad andare in vacanza sono rimasti in pochi, con buona pace dell'industria turistica, della ripresa dei consumi interni e dello sviluppo economico che, a queste condizioni, non è davvero sostenibile da nessuno, ambiente e ambientalisti sciroccati a parte.
A Taranto, sempre in tema d'ambientalismo, un’iniziativa della magistratura (e dei sindacati) sta infine mettendo a repentaglio la produzione dell’acciaio – e con essa tutti i relativi posti di lavoro, nell’ordine delle migliaia – perché le polveri disperse delle lavorazioni inquinano e fanno male; quindi, il diritto alla salute precede e prevale sul diritto alla sopravvivenza alimentare.
Meglio crepare di fame ma senza malattie sulla coscienza; questo il principio etico di fondo adottato dai custodi del nostro sacralizzato e socializzato benessere collettivo.
Una cuccagna salutista dietro l’altra, insomma, in linea con l’Europa e il mondo civilizzato dell’occidente post-umano, nel quale un'imprecisata congrega di cervelloni si è presa la briga di dettarci «il corretto stile di vita» a cui, volenti o nolenti, ci dovremmo uniformare poco per volta.
La Grande Mamma dei poteri pubblici, solerte e desiderosa di potersi rendere utile a tutti con le proprie apprensioni appiccicose, non poteva che fregarsi le mani davanti a tanta prospettiva di potere sui propri figli/sudditi; sicché è piena di preoccupazioni ansiose per quei poveri cittadini che non sanno quello che fanno, che si crogiolano irresponsabilmente nei propri vizi insalubri, che non mettono la maglia di lana come detta il regolamento interministeriale del «corretto stile di vita».
Come potremmo fare senza qualcuno che pensi al posto nostro?
Che faremmo senza la nostra Grande Mamma pubblica?
Essa ci vuole in piena forma fisica sino a tarda età, tirati, lucidi e scattanti come giovani marmotte e ci detta le regole di comportamento della vita sana; magari povera, limitata e triste, però sana.
Il Buonanima, a suo tempo, si limitava a dire che libro e moschetto facevano il fascista perfetto; poi ognuno poteva mangiare, bere, fumare e fare quello che più gli aggradava, nell'alveo del lecito, compreso andare a sollazzarsi nei bordelli o gozzovigliare allegramente nelle osterie.
Insomma vivere, come riusciva meglio a ciascuno.
Invece questi fanno sul serio.
Ad onor del vero bisogna dire che voci in controtendenza se ne sono alzate, in queste sinistre circostanze attuali, confortandoci sul fatto che la pazzia del pedagogismo pubblico, delle "politiche educative”, del «corretto stile di vita» imposto dall'alto, non è inevitabilmente contagiosa, come può sembrare a prima vista.
Piero Ostellino – una delle più stimabili di queste voci libere – lo ha scritto con grande chiarezza sul Corriere di qualche giorno fa e vale la pena leggerselo da cima a fondo.
Nicola Porro c'è andato giù ancora più pesante, chiamando le cose con il loro nome: «Che razza di Stato è - si è chiesto - quello che attraverso la leva fiscale vuole imporre stili di vita corretti? Si chiama Stato etico e totalitario.»
Anche le sue considerazioni faranno bene a parecchi/e e, quindi, lo consiglio vivamente a tutti i lettori senza stare a ripetere cose già scritte con grande e maggiore efficacia di quanto potrei fare io.
Tuttavia, oltre a tutto lo strazio di cui sopra, qualcosa che non mi torna come dovrebbe ci sta ancora e provo a tirarla fuori.
Sintetizzando: ma chi cavolo è che passa le sue notti insonni e le sue giornate estive a studiare «il corretto stile di vita» per tutti? chi gli ha conferito questo incarico e sulla base di quale mandato popolare?
Qui la risposta si fa più allarmante della domanda, in quanto le sinistre figure vanno ricercate in quell'area di sovrapposizione tra un certo mondo della politica - quello animato da solidaristico e salvifico spirito missionario - e certo mondo della ricerca scientifica, sovrappopolato da sapientoni convinti di avere in tasca la teoria giusta della «buona vita».
Buona vita che, pertanto, nella loro ottica si riduce alla corretta esecuzione di una tecnica prefissata (da loro stessi!) che i politici zelanti si affrettano a depositare in norma vincolante.
Per dirla altrimenti, la forbice tra ceti dirigenti e popolino, tra sapere specialistico e sapere comune, tra proceduralità e buon senso, tra tecnicismi e tradizione si è divaricata al punto tale - ci hanno convinto che il gap sia diventato talmente incolmabile - che siamo stati tutti degradati al rango di minorati; un popolo bue da accudire, da accompagnare al pascolo, da sottoporre a controlli periodici di buona salute, da tenere tranquillo nelle stalle climatizzate e, naturalmente, da mungere per bene.
Come i bovini dipendono dal fattore, noi ci stiamo adattando a dipendere dai super-esperti politicizzati che ci dicono come dobbiamo vivere, cosa dobbiamo mangiare, come trascorrere il tempo libero, come scopare, dove andare, che pensare, che dire, che non dire, come lavarsi e come rilassarsi.
Beh...a fronte di tutto questo mi associo a quanto invocato da Nicola Porro: «rivendico il diritto alla panza!».
.......e in culo al «corretto stile di vita»!

Continua: "Il corretto stile di vita"
venerdì 22 giugno 2012

Chi ce l'ha più lungo





Non ricordo esattamente dove l'ho letto - poco tempo fa - e chi abbia espresso questo concetto.
Ricordo solo che doveva trattarsi di una manager, di quelle raccomandate dallo Stato per occupare poltrone nei cda delle società per azioni; oppure una giornalista, che parlava delle riunioni di redazione; o, forse, ancora, doveva trattarsi di una di quelle politiche pescate dal nulla che parlava delle riunioni di partito o roba del genere.
Poco importa chi fosse e di quale contesto si lamentasse.
La cosa rilevante è che - manager, giornalista, politicante o cos'altro fosse - commentava con queste parole la sua partecipazione ai consessi di cui sopra: «in queste riunioni - lamentava la sedicente derelitta - gli uomini sembra che facciano sempre a chi ce l'ha più lungo».
Faro della Vittoria - Trieste
Il faro con il raggio più lungo d'Europa
Caspita, mica è poco.
Talché, stando ai canoni uno dovrebbe presumibilmente inorridire alla sola idea e allargarsi in uno sguardo colmo di gratitudine, ammirazione e speranza per cotanta saggezza femminile diffusa a mezzo stampa.
Saggezza che, com'è noto, non può fare a chi ce l'ha più lungo per mancanza di instrumentum atto allo scopo ma che - così sembra doversi desumere - anche ce l'avesse per sopravvenuti cambi chirurgici di stagione non lo farebbe mai e poi mai in virtù di sé stessa.
Saggezza che, quindi, dovrebbe evidentemente ascriversi alla mancanza dell'instrumentum il quale, per sua intima natura, sembra in grado di ottenebrare la mente del titolare e da instrumentum sementis (o instrumentum copulandi) si trasformerebbe nel più banale e sozzo instrumentum diaboli.
Infatti, i più illuminati tra gli illuminati - e non solo tra le povere e miserande donne in carriera - hanno particolarmente in odio la barbarie fallocratica, dove con fallocrazia deve intendersi qualcosa di assolutamente indeterminato (io ancora non ho capito che significa) ma che deve, con ogni evidenza, avere a che fare con la semplice titolarità originaria del fallo (l'instrumentum di cui sopra) perché si realizzi l'odiata barbarie.
Bene.
Senza saperlo, quel giorno la poveretta in questione aveva messo il ditino, saggio (forse) ma sprovveduto assai, tra le pieghe di una sua inadeguatezza personale (ma anche collettiva, in quanto donna) ritenendola - e spacciandola - al contrario, per una forza (o, se si preferisce, spacciandola appunto per una forma di solidale e universalistica saggezza).
Quella sua metafora dal significato così immediatamente intuitivo, infatti, era la colorita traduzione di una incapacità - o di un'avversione ideologicamente coltivata - ad accettare le regole della competizione.
Com-pe-ti-zio-ne, esatto.
Infatti la tizia aveva ragione, senza ombra di dubbio; noi uomini abbiamo l'attitudine naturale a misurarci l'uno con l'altro.
Da ragazzi con le misure del pisello, da giovani con le prestazioni sportive e con il numero e la qualità di scopate "vinte", da adulti con le rivalità che scaturiscono dalla vita sociale, economica e di relazione, da vecchi con l'insipienza delle illusioni giovanili e con la generale mancanza di saggezza; nel mezzo, a condimento di tutto questo, c'è l'amore per l'avventura, il rischio, l'agone ed il primato.
E c'è la capacità, tutta maschile, di darsi delle "regole di ingaggio".
Altro che barbarie!
Senza tutta questa fallocrazia - se questo è il suo significato - non ci sarebbero stati sviluppo e civiltà, nessuno avrebbe cercato i propri limiti, nessuno li avrebbe superati, nessuno sarebbe stato in grado di misurarsi con le forze ostili della natura, con le difficoltà a volte insormontabili del pensiero astratto e della scienza, con la scarsità delle risorse, con le sfide della tecnica, e i migliori non sarebbero mai emersi dal buio indistinto della massa.
Saremmo ancora materia bruta timidamente nascosta nel fogliame di un mondo selvaggio.
Ma guardateli i capannelli di persone che socializzano e guardate come tendono, spontaneamente, a dividersi tra affinità maschili ed affinità femminili.
Quando conversano tra loro, attraendosi, le femmine cercano sempre rassicurazioni reciproche e affettuose conferme, mirano a stabilire il "giusto per tutti", una misura collettiva in cui le differenze individuali scompaiano, qualcosa di superiore a cui aderire; l'oggetto del loro interesse non è mai divisivo ma comunitario.
Quando siamo noi maschi ad intrattenerci nella discussione, al contrario, tendiamo sempre a dividerci tra chi la pensa in un modo e chi nell'altro; per questo l'oggetto prevalente del nostro interesse è spesso lo sport o la politica, dove le differenze individuali emergono marcatamente e senza scampo, anche se in modo più o meno controllato.
Nessuno più di coloro che seguono, trattano e studiano la questione maschile dovrebbe esserne consapevole.
I femminismi, pur con tutte le loro divisioni teoriche, hanno creato, consolidato e cementato la solidarietà tra donne; al punto tale che da destra o da sinistra, dall'alto o dal basso che vengano, finiscono per essere sempre solidali su tutto ciò che le riguarda, un muro di gomma.
I movimenti maschili o quelli dei padri separati, al contrario, riescono a dividersi su tutto, l'individualismo regna sovrano e ognuno cerca di fare il capo di sé stesso; un insieme disorganizzato e multiforme di pennuti capitribù, ciascuno convinto di essere il migliore, il più ganzo, il più dotato, di avercelo più lungo degli altri, appunto.
A me tutto questo non dispiace, lo considero il prezzo necessario da pagare alla competitività maschile, a condizione che conduca prima o poi alla selezione dei migliori senza arenarsi nella pura e semplice anarchia.
Bisogna, tuttavia, anche saper riflettere su ciò che si contrappone in alternativa al principio della competitività.
Che poi ha un nome definito e si chiama principio della cooperazione.
Due principi - uno maschile, l'altro femminile - su cui si dividono, da decenni, le riflessioni filosofiche, storiografiche e politologiche che aspirano ad assegnare all'uno o all'altra il primato morale.
La società competitiva conduce al darwinismo sociale lamentano gli uni.
La società cooperativa non porta da nessuna parte
, rispondono con buone e documentate ragioni gli altri.
Senza avvedersi che tanto la competizione quanto la cooperazione sono ingredienti entrambi necessari alla vita degli esseri umani.
Ma ciascuna nel proprio ambito.
Sicché quella tizia da cui siamo partiti non avrebbe dovuto chiedersi come mai gli uomini facciano sempre a gara a chi ce l'ha più lungo.
Doveva più opportunamente chiedersi: «...che cavolo ci faccio io, animo sensibile e cooperativo, in un luogo di quotidiana competizione....?»






N.B. - Per alcuni giorni mi assenterò dal web, salvo occasionali e imprevedibili incursioni.
Sandro, Denker o Rita, potendolo, sono pregati di curare la moderazione approvando quei commenti, non ancora inseriti in white list, che non siano manifestamente ostruzionistici o belluini.
In caso di loro impossibilità rinvio la moderazione al mio rientro.
Continua: "Chi ce l'ha più lungo"
martedì 3 maggio 2011

La fabbrica delle buone intenzioni




Dammi il cinque, recita lo slogan della campagna pubblicitaria con la quale telefono azzurro invita a sostenerlo finanziariamente nel momento che andremo a spuntare la casella del 5 per mille.
Che ci costa?
Con un piccolo tratto di penna avremo fatto la nostra buona azione annuale e ci sentiremo più in pace con noi stessi e con il mondo perché avremo sentito di avere lottato per il bene contro il male.
La sera andremo pure a dormire con il sorriso sulle labbra.
Del resto come fai a dire di no?
Più che un’associazione privata di volontari telefono azzurro è un ente morale, un’istituzione della buona coscienza universale, un condensato di nobiltà che si erge a difesa dei più deboli e degli indifesi: i bambini.
Sennonché tutti conosciamo quel vecchio proverbio che dice che la strada dell’inferno è lastricata di buone intenzioni.
Si tratta di una massima che appartiene alla saggezza popolare ma che fa parte anche dell’interpretazione delle vicende umane elaborate dalla “cultura alta”.
E’ nota, ad esempio, la celebre considerazione di un gigante del pensiero contemporaneo quale è Karl Popper, il quale, nel suo “Miseria dello storicismo” scrive che: «è un comportamento arrogante tentare di portare il paradiso sulla terra, giacché in tal modo riusciremo solo a trasformare la terra in un inferno».
Ma anche Oscar Wilde, in termini più provocatori, ha detto qualcosa di simile, con il suo aforisma «le buone intenzioni sono state la rovina del mondo. I soli che hanno compiuto qualche cosa nel mondo sono stati coloro che non avevano nessuna intenzione».
Sembra che si stia parlando, tra gli altri possibili casi, proprio di telefono azzurro e, allora veniamo al punto dolente della questione.
Si dà il caso che telefono azzurro non è solo lastricato di buone intenzioni ma è una fabbrica di buone intenzioni, che ha pure raddoppiato la sua produzione da quando ha stipulato una convenzione con quell’ente morale di beneficenza strabica che è il Dipartimento per le pari opportunità; come ci informa adiantum.
Non sappiamo che parte abbia avuto l’apparato propagandistico della Carfagna nell’occasione ma, come diceva Andreotti, a pensare male si fa peccato ma non si sbaglia.
Sta di fatto che l’immagine pubblicitaria con la quale questa associazione richiede contributi è un atto d’accusa nei confronti del padre.
«Ogni giorno mio papà torna a casa, mi prende un braccio, mi dà un calcio e mi dice che sono stupido»; questo il testo della campagna contro le violenze sui bambini, adeguatamente corretto nelle parti sensibili, come a dire che oltre alle violenze papà ci metterebbe anche l’intimidazione e la paura.
Il povero bambino non è vittima della violenza, è vittima di papà che è un orco.
E’ questo il messaggio lanciato da telefono azzurro in combutta con il noto Dipartimento antimaschile della Carfagna.
Perché, dunque, le buone intenzioni – che, certo, non mancano neanche in questa campagna – conducono all’inferno?
Per la semplice ragione che chi lotta per il bene, chi si sente investito/a della missione sacrale di salvare il mondo, ha necessità di discriminarlo dal male, di identificarlo chiaramente per distinguersi e mettersi dalla "parte giusta"; in breve, ha necessità di costruire il suo nemico, di personificarlo.
Anche per telefono azzurro, quindi, il mostro abituale è papà; benché i dati dicano completamente il contrario.
Infatti, quando si parla di violenze contro i bambini si evoca sempre l’immagine dell’orco; mica quella della strega che, invece, nel doloroso fenomeno della violenza contro i bambini è il personaggio più frequente ed oscuro.
Su questo, anzi, telefono azzurro tace.
Allora lo sai che c’è, caro telefono azzurro?
C’è che il mio 5 per mille lo darò per cause che non abbiano come scopo – diretto o indiretto - la costruzione di pregiudizi generali e di colpevolezze presunte.
Anzi, lo darò sicuramente alle vittime di questa sbilenca ed unilaterale concezione del bene e del male: le associazioni dei padri separati.
Di certo non andrà a te.
Ed invito tutti coloro che seguono ed hanno a cuore la questione maschile a fare altrettanto.


Appendice


Apprendiamo ora, grazie alla notizia che ne ha dato il sito Comunicazione di Genere, che l'associazione telefono azzurro, accogliendo le numerose rimostranze sollevate dall'originaria locandina pubblicitaria, ne ha modificato il contenuto con una nuova, duplice e più equilibrata versione




Va dato atto all'associazione in parola di avere dimostrato buon senso e rispetto nel comprendere le contestazioni mosse.
Va anche salutato con favore il fatto inedito che si incominci a riconoscere l'esistenza di una sensibilità maschile - troppo spesso misconosciuta nella sua dignità - e che la voce degli uomini, grazie anche all'impegno  delle numerose associazioni che se ne sono assunte il carico, cominci finalmente a trovare l'ascolto che merita.

6 maggio 2011

Continua: "La fabbrica delle buone intenzioni"