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mercoledì 14 novembre 2012

Movimento femminista per la parità genitoriale






Correvano gli ultimi giorni di luglio dello scorso anno quando da questo blog si salutava la nascita del movimento femminile per la parità genitoriale come «una novità positiva e benaugurante».
Ebbene, prima di tutto chiedo subito scusa ai miei lettori per l'imprudente e frettolosa valutazione di allora: mi sbagliavo.
Rileggendo quelle considerazioni si potranno ricordare i perché di un movimento, con tanto di "femminile" in primo piano, che si costituiva allo scopo di spalleggiare le battaglie civili dei padri separati.
Non erano, in realtà, questioni di principio a motivare quella nascita ma la convenienza pratica e il vissuto personale delle partecipanti.
Ciononostante, era lecito presumere che, motivazioni a parte, quell'alleanza avrebbe aggiunto qualche freccia in più all'arco degli uomini sottoposti al massacro giudiziale delle separazioni, non fosse altro che per la stragrande attenzione riservata dal mondo politico e tribunalizio ai desiderata ed alle esigenze femminili.
Nella vita effettiva di quel gruppo si è assistito tuttavia ad un lento, graduale ma inesorabile scivolamento verso il dominio interno di una minoranza rumorosa, in maniera del tutto analoga a quella cui è assoggettata la realtà di questo paese più o meno da sempre.
Avete presente la capacità di condizionamento della vita economica e politica che la CGIL - ed in particolare la FIOM - esercita da decenni con i suoi veti, le manifestazioni, gli scioperi, le occupazioni, le mobilitazioni e tutto il resto?
Quella minoranza che tiene in pugno la totalità dello stivale con i suoi diktat, al punto tale che Marchionne, esasperato, sta decidendo di portarsi via la più grande e importante azienda italiana mandandoci tutti a quel paese?
Ecco, qualcosa di simile - mutatis mutandis, com'è ovvio - caratterizza la vita di quello che, per coerenza, dovrebbe oggi definirsi più propriamente «movimento femminista per la parità genitoriale».
Banale questione di forma, dite voi?
Niente affatto, è questione di solida sostanza.
Provate voi stessi a mettere in discussione, in quel gruppo, dogmi intangibili e principi evidentemente non negoziabili come la parità, l'uguaglianza, la libertà libertaria (quella senza vincoli responsabilizzanti) e la negazione delle differenze antropologiche e sessuali tra gli esseri umani che possano, ad esempio, ricondurre a ruoli e funzioni naturali come quello del papà e della mamma.
Insomma, a mettere semplicemente in discussione la mentalità femminista/politically correct/libertaria/...e dde sinistra che dal sessantotto in avanti ha fatto in questo paese il bello e il cattivo tempo a suo completo piacimento.
Formalmente ve lo lasceranno fare ma sostanzialmente la minoranza rumorosa si mobiliterà nella piazza virtuale, trattandovi come un appestato infettivo da mettere in quarantena.
Provate ancora a ricordare che i disastri giudiziali che oggi sopportano i padri separati sono la conseguenza di quella logica di redistribuzione sociale in favore dei soggetti deboli, tra i quali il mondo femminile si è stabilmente insediato ormai da decenni avvalendosi delle più svariate forme di vittimismo che si possano concepire, grazie ai femminismi di ogni forma, colore, aspetto e natura.
«Naaaaaaaaaa....» - vi sentirete rispondere, con questa sfilza completa di argomenti messi in fila uno dietro l'altro.
E sapete perché?
Perché in un certo blog denominato femminismo a sud - affettuosamente ribattezzato fas per le amiche e gli amici ...dde sinistra - hanno finalmente cominciato a capire che la stanno facendo fuori dal vaso in modo esasperante e nauseante da troppi anni.
E allora tutta quella che è rimasta fuori dal vaso la ignorano, quella che continua a colare non la prendono neanche in considerazione, ma soprattutto dichiarano tabù ogni critica ai femminismi perché un paio di tizie su qualche decina di milioni hanno improvvisamente cominciato a farla dentro.
Senza neanche vergognarsi di avere sporcato fino ad ora.
Un film grottesco e surreale che sembra uscito dalla penna di Kafka.
Con queste straordinarie referenze da sventolare ai quattro angoli delle terre emerse, il sindacalismo femminista, quello del conteggio dei tempi di poppata da mercanteggiare con le passate dell'aspirapolvere e i cambi di pannolino, si è talmente ben radicato nel movimento in questione che il binomio «parità genitoriale» nel nome del gruppo sta ad indicare esattamente questo, in definitiva.
Che ogni uomo deve sapersi mammizzare e femminilizzare, per consentire alla madre di suo figlio di realizzarsi autonomamente nella vita, nel lavoro e nella società come donna perfettamente emancipata e indipendente ; da sé stesso, da suo figlio e da tutti quanti.
Sfortunatamente, questa riduzione della figura maschile a strumento indiretto e passivo dell'affermazione egotica femminile - la riduzione a maschietto devoto e casalingo felice - intercetta un problema ben più drammatico ed assillante che i padri separati sono chiamati ad affrontare sulla propria pelle: quello della deprivazione coattiva dell'affetto dei figli che comprime e oscura, per molti di loro, ogni altra considerazione.
Non bisogna essere particolarmente svegli per capire che chi vive una mancanza grave e dolorosa è disposto a tutto pur di poterla colmare.
Sicché, pur di rivedere i figli e poterli riabbracciare, tanti sono persino disposti a farsi fare il lavaggio del cervello secondo le moralizzazioni maschili di massa del femminismo progressista e....dde sinistra, salvo accorgersi in futuro che gli avranno strappato via pure l'anima per il proprio tornaconto.
Quando forse sarà troppo tardi.
Naturalmente questa è la mia opinione, comunque maturata in diversi mesi di osservazione del fenomeno, ed ognuno rimane lapalissianamente libero di farsi tutte le illusioni che preferisce e di seguire le mode e le ideologie che gli aggradano.
Comunque sia, un'ultima annotazione si rende molto più che necessaria; direi comicamente inevitabile.
Ci sono state esercitazioni di sdegno e di indignazione che le esponenti del movimento in questione hanno sprecato, nei tempi passati, nei confronti di siti femministi come la 27ma ora o similari, a causa delle censure e delle intolleranze riscontrate in quelle correnti di pensiero.
L'incoerenza è femmina da sempre, ma per contraddizioni di queste dimensioni esorbitanti bisognava immaginare "folgorazioni sulla via di Damasco" - scivolando verso sud - che nei primi giorni di luglio dell'anno scorso era impossibile prevedere.
In qualche modo credo di essere giustificabile.
Io sì......




N.B. - per obbligo di trasparenza, resta inteso che - salvo censure preventive - questo articolo sarà postato nella pagina del MFPG dal momento che si parla di loro; dopo di che, per obbligo altrettanto evidente di coerenza conseguente, mi dissocerò da quel gruppo in maniera definitiva.

Continua: "Movimento femminista per la parità genitoriale"
venerdì 18 novembre 2011

La riscoperta dell'accoglienza




«Sposati e sii sottomessa»
No, non sto vaneggiando, non sto dando libero sfogo a qualche repressa velleità di suprematismo maschilista, né sono preda del demone dell'oscurantismo medievale nell'epoca dei lumi stroboscopici.
Anzi, quelle quattro parole messe nella forma imperativa della sintassi che leggiamo non sono di certo farina del mio sacco.
E' il titolo di un libro, e non è stato neanche scritto da quel porco maschio misogino che aleggia stabilmente nella fantasia di tante femmine formattate dai femminismi; è stato ideato e compilato proprio da una donna, pensa te!
Dichiaro subito una cosa: il libro non l'ho letto e probabilmente non lo leggerò, in quanto non avverto il bisogno di un training per gli scopi che il testo si prefigge, a quelli preferendo di gran lunga il libero celibato (del resto, nei panni della sposa docile, con i peli sulle gambe e la barba incolta mi farei schifo da solo).
Però, è innegabile che il titolo faccia sensazione, che quell'esortazione dal suono così anacronistico e provocatorio abbia in sé un potenziale sciokkante, drasticamente anticonformista, eretico, implicitamente sovversivo rispetto ai tempi.
Di che si tratta, dunque?
Per cercare di capire qualcosa di più mi sono inoltrato nel blog dell'autrice, che porta lo stesso titolo del libro, scoprendo che la responsabile di tanto scandalo, Costanza Miriano, è una giornalista RAI, è cattolica fervente e, stando a come lei stessa si racconta con divertita ironia, è «aspirante casalinga».
Costanza Miriano
Che va dicendo la signora Miriano?
Vuole rovesciare le magnifiche sorti e progressive del secol superbo e sciocco?
Vuole un ritorno del patriarcato in grande stile?
E' una masochista mascherata?

Intanto, che cosa si debba intendere con “sottomissione” ce lo spiega lei stessa: «Anche una donna che lavora, e che lo fa ad alto livello, può essere sottomessa se ascolta il marito, lo rispetta, tiene in gran conto le sue opinioni e le mette prima delle proprie [......] Credo comunque che le donne si debbano riappropriare della loro vocazione all’accoglienza della vita, quella che viene dal loro essere morbide, capaci di ricucire i rapporti, di fare spazio, di intessere relazioni, di tirare fuori da tutti il meglio. Che mettano questo loro genio femminile in cima alle priorità.»
Caspita se questa non è una vera rivoluzione su scala personale; è la riscoperta del valore essenziale dell'accoglienza femminile dopo il soffocamento di decenni di femminismo collettaneo.
Ora, sfido chiunque a dichiarare che tra i 16 e i 24 anni non si sarebbe letteralmente squagliato, dalla testa ai piedi, alla sola prospettiva di trovarsi davanti una ragazza che avesse fatto dell’accoglienza e della morbidezza la sua ragion d’essere; magari anche solo carina, ma tanto sarebbe bastato, anche se non si fosse trattato di una top model, per farci sprofondare in quella grammatica dell’infinito enfatizzata dall’ardore giovanile, fatta di amori per sempre, di sogni insieme, di dedizione completa, quello sturm und drang dell’innamoramento totale nel quale abbiamo sperato tutti (o comunque molti o comunque io, tra quei pochi o tanti, in epoca giovanile c'ero).
Poi, mannaggia, dopo aver fatto esperienza negli anni cruciali del mondo femminile "riformato" - quello della morbistenza, dei fiori d'acciaio e delle virago sotto mentite spoglie - ci siamo fatti passare la tempesta romantica e ci siamo tenuti quella ormonale ricorrente (pochi o tanti, io ero ancora fra questi).
Comunque sia, quindi, sembra che la signora Miriano non parli di gerarchie, né di sindacalismi domestico-familiari, ma di un ordine naturale delle cose, di un quid inesplicabile che fa del femminile qualcosa di arrotondato e morbido e del maschile qualcosa di quadrato e duro; e lo so che con questi termini la testa va a finire sempre al solito posto, ma forse è proprio questo il punto giusto dove arrivare.
Perché la buona Costanza (ci permetterà questo innocente gioco di parole) sembra voler dire esattamente questa cosa: che la costituzione psico-biologica dei due sessi cela in sé la vocazione naturale alla propria funzione primaria, che non è intercambiabile ma complementare, non è accessoria ma di serie, non è fungibile ma prefissata.
A quella funzione, per una donna se ne possono aggiungere anche altre, come il lavoro, la carriera, la realizzazione fuori casa ma - dice ancora lei - «fare bene tutto non è possibile, e quando non arrivo non mi arrabbio con le congiure di cui sarei vittima, ma tendo piuttosto a pensare che essere donna sia comunque una meravigliosa ricchissima avventura.
Sarà per questo che non voglio ribellarmi agli uomini, ma, riconoscendo la loro superiorità in tanti settori (e in altri la nostra), una volta trovato quello giusto ho capito che ascoltare ed ”obbedire” alla sua lucidità, la sua razionalità, non poteva che farmi del bene. E io fare del bene a lui con il mio genio femminile, il mio talento, le mie capacità.»

Bene, assodato che la signora Miriano non è una che interpreta la sottomissione come un esercizio di bondage quotidiano ma come «il desiderio leale e onesto di servire lo sposo» e che non vuole tornare stabilmente ai fornelli perché ha comunque già troppo da fare durante la giornata, che rimane da capire per quelli a cui il suo libro non è destinato in via diretta?
Io azzardo l'ipotesi che dentro al fantastico mondo di Costanza Miriano - un mondo fatto di accoglienza, d'amore e di buona volontà - ci sia soprattutto un valore senza il quale accoglienza, amore e buona volontà non avrebbero molto senso; un valore sempre più raro, soprattutto tra le donne.
Quel valore è la modestia, l'umiltà di una persona che si riconosce imperfetta, incompleta, limitata e mortale e per questo credente e spiritualmente viva.
Quella modestia che cammina sulle ginocchia, alla ricerca del Bene, prima ancora di mettere i tacchi alti per andare alla ricerca della propria realizzazione.
Che rivoluzione ragazzi!
Beh, se così stessero le cose - e tutto lascia immaginare che stiano proprio così per la signora Miriano - mi voglio permettere per una volta di fare il tifoso, in sequenza incontrollata con l'articolo precedente.
«Forza Costanza, sei un mito»

Continua: "La riscoperta dell'accoglienza"
lunedì 26 aprile 2010

Dubbi allo specchio delle sue brame

Prima di continuare sul tema della sessualità - di cui questo articolo tratta, comunque, anche se in modo indiretto - non può passarsi sotto silenzio il singolare dibattito originatosi dall'articolo di Susanna Tamaro sui fallimenti del femminismo, pubblicato, il 17 aprile scorso, dalle pagine del Corriere, poi sviluppatosi nei giorni successivi sulle stesse colonne.
Una serie di dubbi, come smagliature e accumuli di cellulite nella luminosa e progressiva figura della "donna emancipata", hanno cominciato a prendere forma sotto l'indice della Tamaro la quale, allo specchio della realtà, si è messa ad esplorarne in pubblico la sagoma effettiva e gli inconfessabili inestetismi.
Emancipazione femminile - osserva la scrittrice - sembra avere avuto il solo significato di negare la mistica dell'angelo del focolare con la mistica del suo esatto opposto: la celebrazione del corpo, la bellezza e il sesso, come scopo e strumento della propria libertà.
Il presente è popolato da un esercito di perfette barbie tutte uguali, preoccupate solo di piacere e piacersi, che non è la liberazione promessa dalle sacerdotesse del cambiamento femminista ma una nuova, alienante omologazione.
Bella scoperta!
Chi è il responsabile dello sfacelo? Il femminismo?
Neanche per idea: è il "sempre più volgare maschilismo" che alligna nella società dei consumi (in che modo, poi, non si capisce, visto che le donne sono le più accanite ed appassionate consumatrici di sempre) e la negazione del senso storico dell'esistenza che imprigiona le donne in un'illusione di eterna giovinezza, sino all'amara scoperta della propria solitudine.
Risposta a stretto giro di post dell'immancabile Rodotà che, il 19 seguente, tuona: è vero, "siamo meno libere di vent'anni fa", ma non perché ci piace apparire ed essere carine, solo perché "in Italia non si è mai creata una vera cultura del politicamente corretto"; ossia un'omologazione sociale a nostro uso e consumo.
Insomma, non c'è stato troppo femminismo, ce n'è stato troppo poco e le donne (e gli uomini) non sono stati addomesticati a sufficienza.
Reagisce risentita alla Tamaro anche la pedagogista Barbara Mapelli, lo stesso giorno della Rodotà, la quale ammette: sì , "ci sono anche le pseudo veline, le clienti precoci dei centri di chirurgia estetica, ma rappresentano una parte, molto visibile ma minoritaria, di quella pluralità che significa oggi essere una giovane donna".
Insomma, non esageriamo, si va a gonfie vele.
In coro intervengono, poi, le ex portavoci del Ministero per le Pari Opportunità, Alessandra Di Pietro e Paola Tavella, le quali elencano le straordinarie conquiste ottenute dalle donne in movimento: "Famiglie allargate (che felicità...), libertà di scelte sulla salute (leggasi aborto), percorsi spirituali (???), imprenditoria femminile (agevolata), formazione (di chi?), difesa della scuola (allora...), integrazione degli stranieri (no comment), volontariato (come se lo avessero inventato loro), cura della terra e dell’ambiente (ambientalismo forever)".
Un programma politico interamente realizzato dalle donne - dicono loro - ma che, a giudicare dai contenuti e dal conseguente responso delle urne in questi ultimi anni, deve averne scontentati davvero in parecchi (e in parecchie).
Sarà il caso di ripensarci?
Controcanta Marina Terragni la quale ricorda che, al di là del vittimismo di maniera sempre presente per non sbagliarsi, le donne stanno rinunciando al mitico "empowerment" per pietà verso gli uomini, che senza "potere" non saprebbero dove rigirarsi e cosa fare di concreto (la sua concezione della questione maschile, sic!).
Pone, infine, una pietra tombale sull'intera questione Cristina Comencini alla quale - chiedendosi come mai "la tivù pubblica italiana trasmette programmi in cui il corpo delle donne è esposto come non accade in nessun paese europeo" - non viene proprio in mente che dipende dalle file di ragazze e donne mature pronte a fare "di tutto e di più" per andare in tivvù (e non solo lì). No, dipende dal fatto che la politica, quella con la p minuscola o Maiuscola, non ha fatto nulla per trasformare la società e renderla a misura di donna.
Complimenti!...e se fosse a misura di donna quando lo vedresti più un telegiornale, tra una velina, uno smutandamento e una telenovela?
L'interrogativo, purtroppo, non era all'ordine del giorno e qui si chiudono, per il momento, le giostre.

Intendiamoci, non voglio farmi beffe di un dibattito che, evidentemente, offre molti più contenuti di quanti se ne possano riassumere in un banale articoletto da blog (e che ognuno può leggersi tranquillamente).
Né ridurre tutto alle ciprie dialettiche spalmate (si dirà così?) sulle rughe delle disillusioni femminili che, forse, al naturale, nella loro profondità, susciterebbero più comprensione - magari rabbia, sì - piuttosto che opposizione; la scoperta che il mito dell'indipendenza ha significato (ed avrebbe significato) anche più solitudine sembra la scoperta dell'America.
Ma quello che , sinceramente, non riesco a spiegarmi è come mai - nello sforzo di parlare di sé stesse e di parlarsi addosso come sempre, in questi casi, in modo autoreferenziale - a nessuna di queste "intellettuali" sia venuto in mente che i problemi che oggi si trovano di fronte e che ieri altre hanno sollevato per loro, riguardano ed investono, hanno riguardato ed hanno investito, anche gli uomini.
La pretesa di cambiare gli uomini - una pretesa intimamente autoritaria, perché imposta forzatamente - non è un'invenzione geniale del femminismo; le donne di tutte le epoche l'hanno praticata nell'esatto momento in cui un uomo si offriva di sposarle e loro si proponevano di "educarlo" e di "cambiarlo" (chissà perché se lo sposavano, poi, se non gli andava bene al naturale).
Educarlo a che cosa?
A sé stesse.
La quintessenza dell'egocentrismo che si perpetua nel presente in forme più alte e intellettualmente sofisticate.
Il refrain non cambia, la pretesa non muta (assume solo forme politicamente esorbitanti e si associa ad altri astratti  intenti "educativi"), gli uomini rimangono fedelmente sé stessi, com'è giusto che sia, oppure le mollano e vanno per la loro strada; e loro si ritrovano sempre lì a lamentarsi perché qualcuno non gli ha dato qualcosa o non ha fatto abbastanza per loro (ossia, non si è adeguato abbastanza alle proprie esigenze).
Lo Stato, la politica, il partito, l'amante, il marito, l'amico, il padre, il fratello, il vicino di casa; tutti sempre in debito di qualcosa.
Continuando ad ignorare bellamente che le cose che riguardano il rapporto tra due persone - o tra due categorie umane - non le può decidere una sola, anche per l'altra.
Ma questo tema, per loro, non è e non è mai stato all'ordine del giorno.
Così continuano a guardarsi allo specchio e a non capire che la più bella del reame non era l'obiettivo voluto ma, guarda tu il caso, è l'inevitabile (e prevedibile) risultato raggiunto.
Bah....
Continua: "Dubbi allo specchio delle sue brame"