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mercoledì 24 ottobre 2012

Lettera morta






Gli ultimi avvenimenti di cronaca impongono una cautela innaturale e paralizzante nei commenti e nelle valutazioni.
Considerate che il direttore del Giornale, Alessandro Sallusti, è stato condannato a 14 mesi di reclusione per un articolo di stampa.
Il carcere, in luogo dell’obbligo di risarcimento che abitualmente viene comminato in analoghe circostanze, è dovuto alla «spiccata capacità a delinquere» che avrebbe manifestato nella sua professione, ha sostenuto la Cassazione nelle motivazioni della sentenza definitiva.
Dunque non è stato un processo al “fatto giuridico” ma alla persona, alla sua storia ed al suo modo di fare il giornalista.
Vorrei dire alle sue idee, se solo potessi, ma non lo dico; anzi, non l'ho detto!
Ogni commento – specie se politicamente scorretto e difforme da un certo modo maggioritario e benpensante di vedere le cose - potrebbe esplodere sotto i piedi come una mina, allo stesso modo di Sallusti.
Quindi, meglio astenersi.
Il Comitato Grandi Rischi della Protezione Civile è stato poi condannato – sei anni di reclusione ai singoli componenti - per avere sottostimato i rischi del terremoto a L’Aquila, ossia per non averlo saputo prevedere per bene e per tempo.
Il Consiglio Superiore della Magistratura ha già fatto sapere che toni e contenuti delle critiche a questa “singolare” sentenza – che ovviamente sono piovute a raffica da tutto il mondo conosciuto - cominciano ad essere seccanti e gettano discredito sulla stimata categoria di giudici e procuratori.
A buon intenditor poche parole.
Quindi, muti!

L’arroccamento nella cittadella di un legalismo formalistico, cavilloso e proceduralmente intransigente, da parte dei magistrati, rende oggettivamente difficile – per non arrischiarsi a dire di più – commentare persino quest’ultima sentenza che ha mandato assolta la donna che ha assassinato il marito, per poi gettarne il cadavere a fiume con la complicità di un compagno.
Se si rischia il carcere per un commento su una vicenda abortiva e per un parere probabilistico su una questione geosismica, figuriamoci cosa si possa rischiare entrando nel merito giudiziario di una «legittima difesa» che si è materializzata con la bellezza di dodici coltellate ed un occultamento di cadavere.
Ma tant’è.
Il fatto è questo: la donna, secondo i giornali, avrebbe affermato di essere una vittima dell’ex marito, per motivi di stalking ed altri tipi di maltrattamenti, ed avrebbe quindi pensato bene di farsi giustizia da sé, nel modo già descritto, ossia sanguinario.
Si può fare, pare abbia concluso il tribunale competente.
Tutti quelli che – dopo Lorena Bobbitt – avessero avuto ancora dei dubbi sul fatto che le donne sono da tempo ammesse a farsi giustizia da sole, legibus solutae, possono dissipare le loro perplessità ancora una volta; ma attenzione, solo se siete donne, cioè vittime di natura e per definizione politica.
Gli altri, nisba.
Sin qui spero di essere rimasto negli argini e di non prestare il fianco ad accuse di lesa maestà, discredito, diffamazione, calunnia, sgarberie distrettuali o maleducazione giudiziaria (chissà se esistono queste fattispecie di reato, ma non si sa mai…).
Dopo di che vengo a commentare quello che si può ancora commentare liberamente, ossia un’invocazione spontanea, leggibile tra i commenti recenti del blog di cui l'estensore si assume per intero le responsabilità giuridiche (....scherzo, ovviamente).
«Possono farci qualsiasi cosa, insultarci, rovinarci economicamente, picchiarci e addirittura ucciderci ma saranno sempre assolte per legittima difesa.
Scendiamo in piazza, cazzo!»
Sposo in pieno questo sprazzo di vitalità, che non dovrebbe ancora presentare troppi rischi legali, almeno sino a quando non li presenterà.
Per cui mi aggiungo all'invocazione e la rilancio.
Anche in questo caso, almeno sino a quando sarà ancora possibile continuare ad invocare iniziative ed esprimere barlumi accesi di opinioni contrarie.
O come sia che lo volete chiamare: disaccordo, dissenso, riserve, opposizione eccetera....
Ed offro queste modeste pagine come punto di riferimento per qualunque cosa si voglia immaginare nell'occorso, ma anche altrove, che non è un problema (almeno in generale, poi...).
Osservando che se davvero non si riesce a fare nulla neanche in queste pirotecniche occasioni da stropicciarsi gli occhi per l'incredulità, allora la questione maschile è soltanto una lettera morta.
Come ritengo, purtroppo, si dimostrerà anche in questo caso.
(Vuoi vedere che col titolo c'ho azzeccato....?)


P.S. - prego gli eventuali commentatori di attenersi al fair play verbale e giudiziario che si impone nella circostanza
Continua: "Lettera morta"
mercoledì 29 agosto 2012

Il corretto stile di vita





Desta inquietudine e sgomento scoprire, al rientro dalle vacanze, che il governo dei professori va incalzando il Parlamento per introdurre discipline finalizzate ad uniformare «il corretto stile di vita» dei cittadini verso un modello unico e conclusivo.
Queste le precise parole utilizzate dal Ministro Balduzzi: «il corretto stile di vita».
Va premesso, però e prima di tutto il resto, che il vento del moralismo salutista investe l'intero mondo occidentalizzato e detta tendenze rigorose su scala planetaria.
Qualche giorno fa è arrivata la notizia che la Nuova Zelanda va imponendo, per legge, il divieto di fumo ai minori di diciotto anni, seppure con ritardo rispetto ai salutisti più intransigenti. Infatti, in America i fumatori di tutte le età pare siano stati messi all’indice ormai da diverso tempo, a differenza dei cocainomani e degli alcolizzati che, invece, sono tollerati di buon grado in tutto il nuovo mondo e anche oltre; nei film americani è normale ci siano personaggi dediti alle droghe ed alle sbronze ma è vivamente sconsigliato - se non espressamente proibito - proporre sul grande schermo protagonisti con la sigaretta in mano.
Perbenismo contemporaneo, stupido come tutti i perbenismi.
In Francia le bevande gassate sono state tassate poco tempo fa, per la salute e la gioia sociale di grandi e piccini.
In Messico, tanto per restare in tema, sembra che i ciccioni paghino il prezzo del biglietto maggiorato sui trasporti pubblici, perché così imparino a scofanarsi di fetide calorie.
Sono ormai numerosi, ancora, i paesi che impongono caschetti protettivi per andare in bicicletta, sugli sci, sui pattini, sulle moto, sui sidecar e - last but not least - c'è chi li vorrebbe anche all'interno delle macchine per maggiore protezione.
Che dire poi dei vegetariani, diffusi come un morbo, che predicano una religione pagana della sacralità della vita animale, dimenticando che molte di queste specie sono carnivori come noi umani? Faranno diventare erbivori anche loro?
E così facendo, su questo sentiero folle, la strada del salutismo coatto collettivo è ben tracciata a tutte le latitudini e a noi non resta che seguire come pecore mansuete la retta via tracciata da altri che non si sa mai chi sono.
Per non rimanere indietro rispetto a tanto progresso mondiale che avanza a falcate ampie, il nostro governo ha quindi passato l’estate a studiare inasprimenti fiscali specificamente mirati sui consumi di prodotti che “fanno male alla salute": tabacco, alcol, bibite zuccherate eccetera.
E' il bentornato governativo dalle vacanze.
Con la stessa logica, a breve, potremmo ritrovarci una sovrattassa pedagogica sul lardo di Colonnata o sulla finocchiona toscana; ma sempre per il nostro bene, ovviamente, e magari in prossimità del Natale, 'che il consumo è più confacente al clima e comunque bisogna essere più sani e più buoni.
Non basta così però.
Si vanno anche discutendo, proprio in questi giorni, misure per rieducare le persone dedite al gioco delle slot-machine, in quanto presuntivamene affette da una sindrome tutta nuova, appassionatamente ideata da qualche pseudo-scienziato della psiche per proiettarci con la "giusta" paura di noi stessi nel nuovo millennio: la ludopatia, l'hanno intitolata, il demone del gioco.
Ad ogni buon conto, per non sbagliarsi si discetta tecnicamente anche sulla "corretta" distanza di sicurezza psicologica delle sale giochi da scuole, Chiese, centri anziani ed ospedali; si sa che prevenire le tentazioni è meglio che curare il peccato.
Sui carburanti - quei prodotti altrettanto demoniaci derivati dal petrolio, che inquinano l’aria per l’inutile e dannoso carosello della mobilità su gomma – si è abbattuto l’ennesimo colpo di scure delle accise proprio in concomitanza con gli esodi ed i controesodi estivi. Un salasso - ma con un ritorno di buona salute, dicono alcuni - come quello dei cerusici medievali, fatto con le sanguisughe.
Il risultato è che ad andare in vacanza sono rimasti in pochi, con buona pace dell'industria turistica, della ripresa dei consumi interni e dello sviluppo economico che, a queste condizioni, non è davvero sostenibile da nessuno, ambiente e ambientalisti sciroccati a parte.
A Taranto, sempre in tema d'ambientalismo, un’iniziativa della magistratura (e dei sindacati) sta infine mettendo a repentaglio la produzione dell’acciaio – e con essa tutti i relativi posti di lavoro, nell’ordine delle migliaia – perché le polveri disperse delle lavorazioni inquinano e fanno male; quindi, il diritto alla salute precede e prevale sul diritto alla sopravvivenza alimentare.
Meglio crepare di fame ma senza malattie sulla coscienza; questo il principio etico di fondo adottato dai custodi del nostro sacralizzato e socializzato benessere collettivo.
Una cuccagna salutista dietro l’altra, insomma, in linea con l’Europa e il mondo civilizzato dell’occidente post-umano, nel quale un'imprecisata congrega di cervelloni si è presa la briga di dettarci «il corretto stile di vita» a cui, volenti o nolenti, ci dovremmo uniformare poco per volta.
La Grande Mamma dei poteri pubblici, solerte e desiderosa di potersi rendere utile a tutti con le proprie apprensioni appiccicose, non poteva che fregarsi le mani davanti a tanta prospettiva di potere sui propri figli/sudditi; sicché è piena di preoccupazioni ansiose per quei poveri cittadini che non sanno quello che fanno, che si crogiolano irresponsabilmente nei propri vizi insalubri, che non mettono la maglia di lana come detta il regolamento interministeriale del «corretto stile di vita».
Come potremmo fare senza qualcuno che pensi al posto nostro?
Che faremmo senza la nostra Grande Mamma pubblica?
Essa ci vuole in piena forma fisica sino a tarda età, tirati, lucidi e scattanti come giovani marmotte e ci detta le regole di comportamento della vita sana; magari povera, limitata e triste, però sana.
Il Buonanima, a suo tempo, si limitava a dire che libro e moschetto facevano il fascista perfetto; poi ognuno poteva mangiare, bere, fumare e fare quello che più gli aggradava, nell'alveo del lecito, compreso andare a sollazzarsi nei bordelli o gozzovigliare allegramente nelle osterie.
Insomma vivere, come riusciva meglio a ciascuno.
Invece questi fanno sul serio.
Ad onor del vero bisogna dire che voci in controtendenza se ne sono alzate, in queste sinistre circostanze attuali, confortandoci sul fatto che la pazzia del pedagogismo pubblico, delle "politiche educative”, del «corretto stile di vita» imposto dall'alto, non è inevitabilmente contagiosa, come può sembrare a prima vista.
Piero Ostellino – una delle più stimabili di queste voci libere – lo ha scritto con grande chiarezza sul Corriere di qualche giorno fa e vale la pena leggerselo da cima a fondo.
Nicola Porro c'è andato giù ancora più pesante, chiamando le cose con il loro nome: «Che razza di Stato è - si è chiesto - quello che attraverso la leva fiscale vuole imporre stili di vita corretti? Si chiama Stato etico e totalitario.»
Anche le sue considerazioni faranno bene a parecchi/e e, quindi, lo consiglio vivamente a tutti i lettori senza stare a ripetere cose già scritte con grande e maggiore efficacia di quanto potrei fare io.
Tuttavia, oltre a tutto lo strazio di cui sopra, qualcosa che non mi torna come dovrebbe ci sta ancora e provo a tirarla fuori.
Sintetizzando: ma chi cavolo è che passa le sue notti insonni e le sue giornate estive a studiare «il corretto stile di vita» per tutti? chi gli ha conferito questo incarico e sulla base di quale mandato popolare?
Qui la risposta si fa più allarmante della domanda, in quanto le sinistre figure vanno ricercate in quell'area di sovrapposizione tra un certo mondo della politica - quello animato da solidaristico e salvifico spirito missionario - e certo mondo della ricerca scientifica, sovrappopolato da sapientoni convinti di avere in tasca la teoria giusta della «buona vita».
Buona vita che, pertanto, nella loro ottica si riduce alla corretta esecuzione di una tecnica prefissata (da loro stessi!) che i politici zelanti si affrettano a depositare in norma vincolante.
Per dirla altrimenti, la forbice tra ceti dirigenti e popolino, tra sapere specialistico e sapere comune, tra proceduralità e buon senso, tra tecnicismi e tradizione si è divaricata al punto tale - ci hanno convinto che il gap sia diventato talmente incolmabile - che siamo stati tutti degradati al rango di minorati; un popolo bue da accudire, da accompagnare al pascolo, da sottoporre a controlli periodici di buona salute, da tenere tranquillo nelle stalle climatizzate e, naturalmente, da mungere per bene.
Come i bovini dipendono dal fattore, noi ci stiamo adattando a dipendere dai super-esperti politicizzati che ci dicono come dobbiamo vivere, cosa dobbiamo mangiare, come trascorrere il tempo libero, come scopare, dove andare, che pensare, che dire, che non dire, come lavarsi e come rilassarsi.
Beh...a fronte di tutto questo mi associo a quanto invocato da Nicola Porro: «rivendico il diritto alla panza!».
.......e in culo al «corretto stile di vita»!

Continua: "Il corretto stile di vita"
lunedì 30 luglio 2012

Nel mirino






Buona o cattiva che sia, la notizia è che questo piccolo blog disperso nella rete come una barchetta nel vasto oceano, frequentato da un pubblico di nicchia interessato ai temi della questione maschile e quindi sostanzialmente inascoltato e irrilevante rispetto ai grandi flussi della comunicazione mediatica, che di questione maschile non vuole proprio sentir parlare, questa piccola voce isolata - dicevamo - riesce, comunque, a dare fastidio pur nelle sue infinitesimali dimensioni.
Da quali risonanze mediatiche possano arrivare certi segnali, da quale eco rimbalzino le reazioni e quali preoccupazioni possano suscitare i messaggi nella bottiglia che da qui si gettano nella corrente rispetto a chi ha ben altre attenzioni, seguito e indici d'ascolto rimane uno di quei misteri che è bene accogliere come la parte buona della notizia.
Comunque sia, il fatto è che ho ricevuto una comunicazione personale, tramite posta elettronica, da quella Barbara Spinelli di cui ho scritto in alcune occasioni.
Ne ho scritto non perché sia interessato alla sua persona - ci mancherebbe - ma in quanto personaggio pubblico e pubblicamente impegnato come "femminista" di punta sullo scenario nazionale; ne ho scritto perché interessato alle sue idee o, meglio, perché interessato a contrastare le sue idee femministe.
Idee e opinioni politiche che riguardano anche me - in quanto uomo - dato che vorrebbero incasellarmi pregiudizialmente tra i sospettabili di violenza ed altre nefandezze - in quanto uomo - secondo un'assurda logica che attribuisce meriti e demeriti, peccati originali e innocenze originali, virtù ed infamie in base all'identità sessuale: in quanto uomo e in quanto donna.
Quella stessa logica, altrettanto assurda, che spacca il mondo come una mela per separare l'umanità tra soggetti inermi per definizione, le femmine, e soggetti dominanti per definizione, i maschi, e da ciò fa discendere la necessità che i soggetti inermi vengano considerati incolpevoli e giustificabili sempre e comunque, mentre quelli dominanti colpevoli e ingiustificabili sempre e comunque.
Ce n'è più che abbastanza per sentirsi minacciati nella propria intima natura maschile da un pregiudizio inaccettabile e combattere quelle strampalate idee - peraltro non prive di oscuri precedenti storici - con tutti i mezzi leciti a disposizione.
E' ciò che faccio, nel mio piccolo.
Visto lo spiraglio d'attenzione che si è venuto a determinare per ragioni imperscrutabili, ne approfitto tuttavia per rispondere direttamente e pubblicamente alla Spinelli, la quale leggendo queste pagine ha minacciato ritorsioni legali.
Le dirò, quindi, che non ho alcuna difficoltà a rimuovere dall'articolo Il femminicidio è una scellerata bugia la sua foto (peraltro pubblicamente reperita con una modesta ricerchina sul web) e alcuni vocaboli, che lei percepisce come offensivi (pur non essendolo), come potrà accertare lei stessa.
Non ho alcuna difficoltà ad accogliere la sua "richiesta" dal momento che nulla cambia nel merito delle idee lì sostenute le quali, è bene rammentarlo ancora, non investono la sua persona in quanto tale ma la sua figura pubblica, le sue opinioni (quelle sì, personali) e le sue battaglie politiche antimaschili.
Rimane la possibilità che lei voglia portare a processo le mie idee (anche se solo a pronunciarla una cosa simile lascia già il retrogusto del regime totalitario, dei tribunali del popolo, della criminalizzazione del dissenso).
In tal caso sappia che non arretro di un millimetro.
Non solo perché ho dalla mia la Costituzione della Repubblica italiana, che garantisce - ad oggi e speriamo anche in futuro - libertà di pensiero e di parola.
Ma anche perché non ci fossero i principi dello stato di diritto ad assicurare le mie libertà io le praticherei comunque, ancora di più e ancora più convintamente rispetto a chi le vorrebbe negare per i propri malsani progetti di ingegneria sociale.
Pertanto sappia che continuerò a considerare ed a definire, anche pubblicamente, il femminicidio una scellerata bugia negli stessi esatti termini e con le medesime argomentazioni riportate nell'articolo.
Ai quali, anzi, ne aggiungerei degli altri.
Il termine "femminicidio" è una figura retorica mutuata dal più ampio termine "genocidio" che, secondo le stesse definizioni dell'ONU - che lei ben conosce - significa il tentativo di annientamento, in tutto o in parte, di un gruppo sociale.
Lascio giudicare a chi legge se sia in atto nulla di simile nella nostra realtà o se non sia un modo per far credere all'opinione pubblica che esista qualcosa che non esiste, e per assecondare e fomentare sino a grandezze illogiche e parossistiche un vittimismo femminile senza più argini, confini e ragionevolezza.
Se non sia, per dirla in altre e più dirette parole, una mistificazione ideologica che parla un linguaggio contrario alla realtà delle cose per finalità politiche.
Lei è responsabile di questo.
Ma non la cito in giudizio per queste idee.
Mi basta contestarle, contrastarle e contraddirle pubblicamente perché la gente se ne renda consapevole.
Pertanto, essere preso di mira da lei, stare nel centro del suo mirino non mi spaventa neanche un po'.
Anzi, significa che i miei argomenti, a differenza dei suoi, sono buoni argomenti.
Mi stia bene....
Continua: "Nel mirino"
lunedì 15 marzo 2010

Vietato criticare le donne

E' storia dei giorni scorsi, quantomeno negli esiti giudiziari.
La Corte di Cassazione, definitivamente pronunciando su un procedimento avviatosi nel 2002 nei confronti di un giornalista e di un sindacalista, ha stabilito, con sentenza n. 10164 del 12 marzo scorso, che criticare una donna è reato.
I blasfemi indagati avevano osato sostenere, a suo tempo, che la direzione del carcere di Arienzo (CE) "sarebbe stata migliore (...se condotta...) al maschile".
Insomma, un uomo avrebbe saputo fare di meglio dell'allora direttrice, secondo l'opinione degli inquisiti; idea che era stata, almeno sino a quel momento, un'opinione libera.
Non è che la tizia sia stata descritta, nella circostanza, come un'incapace, o come "un tarlo" o come una "deficiente", per fare solo alcuni esempi.
No, solo un'opinione soggettiva sull'opportunità o meno di una gestione al femminile di un luogo di detenzione maschile, riportata sulla stampa senza tanti fronzoli.
Continua: "Vietato criticare le donne"