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venerdì 7 settembre 2012

La tirannia del sentimento






In un’intervista radiofonica di qualche giorno fa, Paolo Villaggio ha espresso un’opinione personale che ha suscitato scandalo e indignazione pressoché generalizzati.
Le paralimpiadi di Londra – avrebbe detto il comico – sono uno spettacolo triste, un’esaltazione delle disgrazie.
Non è stato il solo.
In un’altra trasmissione di Radio International Bologna il giornalista Gianfranco Civolani avrebbe detto qualcosa di molto simile: non guardo le paralimpiadi perché non voglio vedere persone con tre teste o quattro gambe.

In men che non si dica, tanto l’una quanto l’altra opinione – abbastanza simili nei contenuti - sono state prontamente subissate dalla marea montante di un’opinione pubblica inferocita per essere ricacciate senza appello nell’oblio del “non si dice”.
Le reazioni insistite, protratte per diverse ore a Radio International, avrebbero persino indotto Civolani a profondersi in sentite scuse pubbliche per avere offeso la sensibilità comune.
Al comico che ha inventato lo stereotipo dello sfigato per antonomasia - il rag. Fantozzi - che sulle disgrazie quotidiane messe in burletta ha fondato la propria fortuna artistica non si poteva chiedere altrettanto.
Dal canto loro i media, pilotando attentamente e senza dubbi di sorta il sentire popolare, continuano a proporci le storie edificanti di atleti disabili che vincono le loro battaglie sportive con il sorriso sulle labbra - come quegli altri - e mostrano con orgoglio la medaglia conquistata davanti alle telecamere, proprio come quegli altri.
Il mondo della luce, insomma, starebbe vincendo ancora una volta contro quello delle tenebre, ed ogni minimo dubbio riguardante la discutibile spettacolarizzazione di gesti incompleti, di corpi menomati e di difficoltà motorie stentatamente in competizione è stato eticamente spazzato via.
A prima vista sembrerebbe anche una vittoria del bel sentimento sulla ragione: come si può svilire la gioia di una partecipazione sportiva a persone già colpite così duramente dalla sfortuna?
Chi si azzarderebbe a sparare sulla croce rossa?

Dunque tutto bene, se non fosse che dentro questi piccoli, marginali episodi dell’ideologia spicciola di tutti i giorni si cela una tirannia profonda: quella dei buoni sentimenti sui sentimenti autentici.
.....e qui mi fermo, perché tutto il resto sarebbe da discutere all'infinito.
Tranne che per una cosa, che mi sembra doveroso evidenziare.
Dare effettività al principio di non discriminazione in questo caso - anche in questo caso - produce effetti perversi e surreali.

Continua: "La tirannia del sentimento"
giovedì 19 luglio 2012

Cultura antimaschile e paternità forzate





I torti e le umilianti sperequazioni che gli uomini sono costretti a subire nei tribunali civili (e spesso anche penali) in sede di separazione o divorzio rappresentano, ad oggi, la parte più esposta e socialmente evidente di una diffusissima cultura antimaschile che permea i rapporti umani, giuridici e politici prevalenti.
Come già evidenziato in diverse occasioni, questi fenomeni sono tuttavia solo la punta di un iceberg, sotto la linea di galleggiamento (e di visibilità) del quale si nasconde la parte più corposa ed ingombrante dei principi che le ideologie politiche ostili al “maschio” (femminismo, culturalismo ed egualitarismo su tutte) hanno riversato nella cultura corrente, nel diritto codificato e nelle pratiche usuali di common law.
Se, infatti, la negazione dei diritti alla paternità sta alimentando, in concreto, un malessere sociale sempre più ampio e numericamente significativo, non altrettanto può dirsi, ad esempio, per la situazione diametralmente opposta: ossia, la possibilità di esercitare il diritto al disconoscimento di paternità in tutti quei casi in cui la paternità stessa è dubitabile se non, addirittura, palesemente falsa.
Oppure - caso meno ai limiti ma non per questo meno rilevante - quando il singolo non ha scelto di diventare padre e non si sente pronto per questa delicata responsabilità ma, a differenza di quanto è concesso alle donne con il c.d. “parto anonimo”, non può sottrarsi in alcun modo alla paternità non voluta.
In realtà, queste situazioni – più frequenti di quanto non si pensi – arrivano all’attenzione dell’opinione pubblica quasi esclusivamente quando ad esserne coinvolti sono personaggi di grande popolarità, come gli attori o i calciatori.
E’ questo il caso della diatriba innescatasi sul noto caso Balotelli-Fico, che sembra ripercorrere lo stesso copione mediatico in cui finì coinvolto, a suo tempo, un campione altrettanto “trasgressivo” e discusso come Diego Armando Maradona.
Trattandosi di persone facoltose e socialmente privilegiate, la percezione generale è che la tegola non faccia poi così male e, quindi, l’attenzione verso i principi di equità in gioco viene automaticamente distratta verso il puro e semplice pettegolezzo da parrucchiera.
Eppure, situazioni di questo tipo possono investire - ed investono - qualunque uomo, di qualunque estrazione sociale e con qualunque disponibilità economica tra le mani, anche quando non se ne dispone affatto; si tratta di principi giuridici ed etici che riguardano tutti, non solo i paperoni del calcio, ma questo non viene evidenziato.
Bene ha fatto, dunque, Marco Faraci a riproporre la questione di ordine generale prendendo a prestito, con un articolo specifico, la vicenda personale di Balotelli per estendere le relative considerazioni sino a riconoscerne all’interno la negazione dei «diritti riproduttivi» maschili come presupposto culturale e giuridico vigente.
A qualunque donna è consentito ope legis disconoscere il figlio appena nato lasciando che venga dato in adozione (pare siano circa 400 l’anno i casi su circa tremila abbandoni materni), mentre a qualunque uomo questa possibilità è giuridicamente preclusa, tranne casi eccezionali.
Se a ciò si aggiunge l’assoluta irrilevanza della figura e della scelta maschile in materia di aborto, lo sbilanciamento e la sperequazione dei diritti riproduttivi tra maschi e femmine ha del clamoroso, quanto e molto più delle problematiche dei padri separati.
Eppure, questa generale cittadinanza di serie B rimane confinata sotto la linea di galleggiamento dell’evidenza - come si diceva - nell’oblio e nella sottovalutazione da parte dello stesso mondo maschile, che se ne accorge solo quando ne subisce individualmente gli effetti.
Ci sarebbe dunque poco da aggiungere a quanto efficacemente sostenuto da Faraci nel merito della questione, se non fosse che, per uno strano gioco di casualità, non stessi elaborando in questi giorni analoghe considerazioni sulla base di una recente sentenza della Corte di Cassazione inerente la stessa materia.
In quest’altro caso si tratta della domanda di disconoscimento di paternità presentata da un uomo che aveva scoperto, in epoca successiva alla nascita di una bambina, di non esserne il vero genitore, in quanto la moglie si era sottoposta a fecondazione eterologa nel contesto delle procedure di fecondazione assistita a cui la coppia si era da tempo rivolta.
Va ricordato che la fecondazione eterologa - ossia, resa possibile da un donatore anonimo, terzo alla coppia - è espressamente vietata dal nostro ordinamento, ex articolo 4, comma 3, della legge 19 febbraio 2004, n. 40 (recante norme in materia di procreazione medicalmente assistita) e pur non potendosi considerare, nel caso di specie, una forma di infedeltà muliebre è qualcosa che comunque gli assomiglia molto.
Inoltre, a quanto si legge nella sentenza n. 11644 del 23 febbraio scorso, il padre pro-forma sarebbe venuto a conoscenza dell'iniziativa unilaterale della donna in tempi successivi al parto, a seguito di "voci" che lo avrebbero indotto ad accertare, tramite specifici controlli clinici, la propria sterilità assoluta.
Appurato di non poter essere il padre che avrebbe voluto essere, l'uomo si è visto contestare, in giudizio, il mancato rispetto dei tempi burocratici per l'esercizio del disconoscimento, equiparato con un'alchimia interpretativa della Cassazione alle ipotesi di decadenza dall'azione di disconoscimento previste, dall'art. 244 del codice civile, in un anno.
Al danno concreto per l'uomo deve aggiungersi la beffa più generale, per cui dal Sole24ore si è salutato questo pronunciamento come un ampliamento dello spettro normativo delle ipotesi di disconoscimento di paternità, tra le quali ora deve aggiungersi anche quella della fecondazione eterologa per il padre inconsapevole.
Poco importa, a quei commentatori, che le contorsioni giuridico-burocratiche della Cassazione abbiano prodotto, per l'ennesima volta e nonostante le affermazioni di principio astratte, una vittima delle paternità forzate, di volta in volta estorte per via giudiziale.
Su quell'uomo peserà per tutta la vita una paternità non voluta perché non vera, perché così hanno deciso i tribunali del "regno".
In nessuna parte della sentenza, ad un'attenta lettura, viene presa in considerazione la posizione materiale, psicologica ed esistenziale di quell'uomo, anche alla luce del fondamentale principio di ragionevolezza e dei criteri etici su cui si fonda questo principio (per non voler parlare di "diritto naturale").
E se tutto questo non è il frutto di una cultura antimaschile che ritiene i diritti e gli interessi maschili di rango inferiore a quelli femminili, sacrificabili ed irrilevanti sino al pratico annullamento, non saprei come diversamente descriverlo.


Annotazione a margine
Non mi trovo molto d'accordo, sia detto comunque marginalmente, sull'affermazione di Marco Faraci secondo la quale «per un bambino non esiste un diritto a prescindere a nascere con due genitori» perché, invece, ritengo che quel "diritto" esiste e sarebbe anche cogente, a mio modo di vedere.
Non è un diritto nel senso tecnico del termine e lo possiamo chiamare anche diversamente - vantaggio, possibilità più favorevole, corrispondenza ai bisogni infantili, naturalezza della situazione, completezza dell'habitat familiare o come si vuole - ma esiste in tutte queste denominazioni che, pur non potendosi incasellare all'interno di forme prescrittive, definiscono lo specifico interesse del nascituro.
Una cosa è stabilire modelli giuridici fondati sull'equità, altra cosa è stabilire l'insussistenza di situazioni ottimali.
Che continuano a sembrarmi le migliori, soppesati tutti gli interessi in gioco.

Continua: "Cultura antimaschile e paternità forzate"
mercoledì 16 marzo 2011

Quote rosa anche su wikipedia?



Il 15 gennaio scorso, l'arcinota wikipedia – l’enciclopedia collaborativa on line a contenuto libero, fondata da Larry Sanger (poi dissociatosi dall'impresa) e Jimmy Wales - ha compiuto dieci anni.
Jimmy Wales
In questo breve arco di tempo la sua crescita è stata tumultuosa: è il 5° sito internet più visitato al mondo con 410 milioni di connessioni giornaliere e si compone di 17 milioni di articoli, in 270 lingue diverse, redatti ed aggiornati dagli stessi utenti, secondo il principio collettivista della condivisione senza esclusive.
Chi scrive ha fatto parte (nel suo piccolo) dell’immenso popolo di redattori del sistema enciclopedico, dopo aver postato liberamente la voce «misandria», nell’edizione italiana che, sino a quel momento - era l'anno 2005, all'incirca -, non contemplava ancora l’esistenza di questo lemma. A tutt’oggi la voce è ancora lì, praticamente nella medesima stesura originale, solo integrata da alcuni contributi altrettanto volontari.
Si potrebbe testimoniare, quindi, che il geniale meccanismo partecipativo sembrerebbe funzionare al meglio, tanto da garantire incondizionata libertà di accesso, pluralismo dei contenuti e, dunque, una partecipazione effettivamente “democratica” da parte di chiunque.
Eppure non è tutto oro quello che luccica, come dice il vecchio adagio.
Per un verso, il libero accesso e l'assenza di controlli di merito non può garantire in alcun modo sulla buona fede dei partecipanti. Nel tempo si sono andate, infatti, moltiplicando le burle enciclopediche contrabbandate da quel sito, come quella in cui è incappata, da ultima il 10 maggio scorso, Ségolène Royal, già avversaria di Sarkozy nell'ultima corsa all'Eliseo. La poveretta ha citato la storia esemplare di un nobile personaggio del XIX° secolo tratta da wikipedia - Léon Robert de L'Astran - per commemorare ufficialmente la giornata nazionale contro lo schiavismo. Peccato che il personaggio e la sua altruistica vicenda in favore dei deportati africani fossero stati inventati di sana pianta ed inseriti su wikipedia da uno studente fantasioso e burlone, solo qualche tempo prima.
«Era una storia così bella...» - si sarebbe giustificata l'incauta e superficiale dirigente della gauche francese.

Ségolène Royal
Per l'altro verso, però, i contenuti enciclopedici non si limitano ad essere semplici definizioni lessicali o nozionismi ideologicamente indifferenti ma sono anche definizioni mutevoli della realtà storica, sociale, antropologica ed economica, perennemente soggette alla variabilità ed eterogeneità dei punti di vista; il terreno dell'opinabile, per dirla più facile.
Qui wikipedia rivela un'attenzione ai contenuti molto più accorta ed un volto decisamente meno democratico ed "aperto a tutti i saperi" di quanto vorrebbe far credere; quantomeno sull'occhiuto sito italiano.
«In wikipedia - ha scritto A. Gnocchi sul Giornale del 23 novembre scorso - esiste un problema di manipolazione del consenso [che rende].....Il sapere "democratico" di wikipedia(...) un aggiornamento digitale del maoismo».
Forse Gnocchi esagera, ma lo fa citando nomi, situazioni e dati di fatto; chiunque si azzardi ad intervenire sulla storiografia ufficiale della "resistenza italiana" o in favore del libero mercato, in opposizione alla vulgata dominante nel sito, può subire sospensioni e radiazioni da parte di solerti ed attentissimi (nel caso) administrators pronti alla bisogna. Per questo motivo è stato radiato definitivamente da wikipedia, per l'appunto, lo storico E. Mastrangelo - caporedattore di storiainrete.com - che si era azzardato a definire "guerra civile" ciò che si è verificato in Italia all'indomani dell'8 settembre 1943; ossia, una posizione storiografica quasi consolidata tra gli studiosi, ma incrollabilmente invisa ad una certa parte politica.
Non starò a dire quale, perché la risposta è in re ipsa.
Il sapere scritto e divulgato su wikipedia non è dunque tanto democratico come sembra, ma la risultante dei gruppi di pressione che detengono l'egemonia culturale nel sito, tra i quali sembra vengano anche scelti gli amministratori deputati a custodire l'ortodossia del pensiero, attraverso la limitazione del dissenso o la sua diretta censura.
Sulla base di un terreno così fertile alla manipolazione ideologica della conoscenza ed al suo orientamento in una certa direzione - piuttosto che all'accoglimento di tutte le posizioni - c'è chi ha cominciato ad interrogarsi sull'effettiva consistenza del punto di vista femminile nello scibile wikipediano, arrivando alla scottante verifica che il mondo femminile non sembra poi così interessato alla costruzione del sapere.
Solo il 15% dei redattori è di sesso femminile e la cosa appare in tutta la sua evidenza proprio nelle voci destinate (come Sex'n the city o gli stilisti di moda) ad un pubblico femminile, decisamente sottosviluppate rispetto a tematiche speculari ma d'interesse maschile.
Sue Gardner
Naturalmente si è gridato subito "alla disuguaglianza".
Secondo altre fonti, la percentuale sarebbe ancora inferiore - al 13% - tanto da portare qualcuno a definire wikipedia addirittura «un concentrato di potere maschile».
«E' politicamente scorretto - si leggeva sul Giornale il 2 febbraio scorso - far notare che, anche dove non ci sia ostacolo, le donne scelgano di non far sentire la propria voce. Non si può tirare in ballo il solito soffitto di vetro...wikipedia è free, libera, senza limiti.»
Invece di trarne le logiche conclusioni che uomini e donne sono diversamente orientati nella vita, Sue Gardner, direttrice della fondazione Wikimedia, vuole introdurre le quote rosa anche sul sito dell'accesso libero e della partecipazione su base volontaria.
La sua battaglia è portare la quota percentuale femminile al 25% entro il 2015, anche se non si capisce come vorrebbe farlo senza alterare la libertà di partecipazione e di espressione, vessillo distintivo (evidentemente solo apparente) di wikipedia.
Eleonora Barbieri sul Giornale l'ha definita «L'ultima follia femminista».
Il vero problema è che si tratta di una follia contagiosa e senza più alcun tipo di delimitazione; nessuno sembra scandalizzarsi di quote riservate anche nel sapere.
I primi dieci anni di wikipedia sono andati come sono andati; aspettiamoci tempi peggiori perché la libertà di pensiero sembra destinata a scarseggiare in misura crescente sotto l'egemonia opprimente dell'egualitarismo.
Continua: "Quote rosa anche su wikipedia?"
martedì 13 aprile 2010

La Questione Maschile come questione politica


La Questione Maschile come questione politica



Il grande polverone mediatico sollevato di recente dal noto articolo di Massimo Fini su "Il Fatto", la crescente visibilità anche televisiva di ingiustizie giuridiche consumate in danno di padri separati ed altri contributi editoriali non privi di risonanza pubblica stanno a documentare come la "questione maschile" (brevemente QM) stia cominciando a filtrare, quale argomento di cultura politica, anche in sedi più ampie di quelle ristrette cerchie internettiane dove, normalmente, questa espressione ricorre ormai da diverso tempo.
Ma cosa si intende per questione maschile?
Darne una definizione sintetica potrebbe rivelarsi semplificatorio e riduttivo, trattandosi di una fenomenologia che investe sfere molto ampie della vita associata e di quella individuale.
Tuttavia, una definizione si rende quanto mai opportuna e va tentata.
Limitarsi ad identificare la QM nel fenomeno della misandria - ossia dell’ostilità pregiudiziale verso il "maschio" - che si registra sul piano dei comportamenti diffusi, nella prassi giudiziaria e nei conseguenti effetti sociali non consentirebbe di cogliere le cause profonde del problema; la misandria è, in altre parole, la punta di un iceberg rispetto al quale l’interrogativo che rimane irrisolto è : "cosa la rende possibile nei modelli culturali del mondo occidentale che, per statuto, nega legittimità ad ogni altra forma di discriminazione ideologica, tranne questa?".
Indubbiamente, sul piano politico-filosofico il femminismo, con la sua critica al "dominio maschile" e con la sua interpretazione della storia come storia di oppressione delle donne, ha posto le basi per un antagonismo femminile materialmente "vissuto" che ha assunto, rapidamente, il senso di una critica tout court verso il "maschio", il suo sistema simbolico ed il suo valore umano.
Eppure questo dato irrefutabile ancora non spiega come mai un movimento sostanzialmente di nicchia - sono davvero poche le donne che si dichiarano apertamente femministe e molte, invece, quelle che ne condannano gli eccessi - sia riuscito a fare del proprio messaggio un fattore di condizionamento delle culture politiche, tanto da essere stato assimilato nel "sentire comune" in modo pressoché acritico.
Forse, allora, le radici del problema sono ancora più in profondità.
Ad una riflessione più generale, le concezioni politiche che si sono andate affermando in questi primi anni del terzo millennio hanno continuato gradualmente a spostare il fulcro della propria attenzione, l’oggetto del contendere politico generale, dall’economia all’etica, dal pubblico al privato, dalla politics alla policy, dalla comunità all’individuo, proseguendo una tendenza già avviata, negli anni del c.d. "riflusso", dall’individualismo esasperato dell’io radicale e dai valori edonistici della c.d. "società debole".
I temi della "biopolitica", le questioni di coscienza, la critica all’anomia morale della finanza e le contrapposizioni via via più aspre tra fede e laicismo - per non parlare di quegli atteggiamenti di militanza imbevuti sempre più spesso di indignazioni etiche, piuttosto che di rivendicazioni sociali definite - ricorrono con sempre maggiore frequenza nei dibattiti pubblici mentre, contestualmente, sempre minore attenzione viene posta ai paradigmi classici dell’economicismo materialista con i quali, da Marx in avanti, si è solitamente descritta l’evoluzione della società; la globalizzazione avrebbe, in effetti, reso anacronistica la tradizionale critica al modello di sviluppo economico, aprendo la strada ad altre forme di aspirazioni soggettive e di conflittualità sociali.
La politica, insomma, starebbe cambiando i propri obiettivi.
Riducendo al massimo la complessità delle filosofie politiche da cui questi fenomeni traggono forza e movimento, si potrebbe dire che le ormai antiche contrapposizioni tra detentori di privilegi materiali ed esclusi hanno ceduto il passo a nuove forme di contrapposizione, di grande coinvolgimento emotivo per l’opinione pubblica, nelle quali la posta in gioco non è più - o non tanto - il potere materiale, quanto, piuttosto, il potere morale.
Ma è veramente così?
Possiamo abbozzare una risposta se tentiamo di risalire al momento in cui alcune forze ideologiche - quelle miranti alla realizzazione della "società perfetta" - hanno modificato il proprio ruolo trasformandolo da progetto di governo della società a progetto di governo delle coscienze individuali.
L’impegno politico diventerà, in questa luce, affermazione di valori universalistici - calati dall’alto - a cui il popolo deve essere "educato".
Sino ad un dato momento storico, che possiamo riconoscere nella rivoluzione culturale del ’68, quantomeno nel nostro Paese, la competenza in materia morale - la definizione condivisa del bene e del male - è affidata alla dimensione religiosa ed, in essa, il governo delle coscienze è demandato alla visione escatologica della Chiesa.
Più delle sanzioni della giustizia umana (e parallelamente ad esse, che ne mutuano il senso nell’ottica sociale) è il senso di colpa lo strumento psicologico di questa amministrazione delle coscienze che, tuttavia, non mira alla realizzazione dell’individuo perfetto, né della società perfetta, ma solo a dettare le regole della vita "grata a Dio" in prospettiva ultraterrena; modelli etici che, peraltro, anche sul piano sociale consentono una convivenza pacifica ed ordinata, benché in qualche misura repressa sul piano istintuale.
Inoltre, a differenza di quanto avveniva per il calvinismo (come ci ha insegnato M. Weber), i comportamenti "in odore di santità" sono solo un focus a cui tendere per il singolo cattolico, in quanto neanche la Chiesa ignora o nega le umane imperfezioni, tanto da prevedere il perdono della "Confessione" o, addirittura, il semplice pentimento, anche dell’ultimo istante di vita, per la redenzione di un’intera vita di peccati (o di incapacità operosa).
Con il sessantotto la critica alla moralità tradizionale di origine religiosa ed a tutto ciò che ad essa si ricollega sul piano sociale (famiglia, ruoli, merito, gerarchie) diventa occasione per una rifondazione dell’etica su basi antagonistiche.
Come ogni movimento rivoluzionario, anche il ’68 mirava ad una trasformazione radicale dei rapporti sociali, nel senso di un ribaltamento puro e semplice del passato e dell’ordine sociale, ma la sua specificità storica sta, in misura particolare, nel fatto che esso trasferisce la rivoluzione dalla politica alla cultura, negando a quest’ultima ogni forma di legittimità in quanto cultura delle classi dominanti.
Tutto ciò che è espressione delle culture tradizionali deve essere rovesciato nel suo contrario; emancipazione, la parola chiave del nuovo paradigma antropologico, significa, innanzitutto, negazione di qualunque validità al sistema di valori allora vigente, una "grande marcia" utopica verso l’emancipazione dal passato, dalla religione, dai pregiudizi, dal consumismo.
Come è stato già scritto...."Il ’68 contrappone in un modo totale la trasparenza del sociale al feticismo dell’economico, del politico e del legale. Il profitto, la ragion di Stato e l’apparato della legge subordinano a sé ogni istanza che nasce dalla comunità, dalla comunicazione, dall’autocoscienza. Il centro del sociale è la critica delle ideologie che svela l’inganno con cui l’economia, la politica e la legalità vogliono imporsi come «verità oggettive, impersonali, necessarie».
L’esempio più evidente dell’estremismo con cui il ‘68 oppone la trasparenza del sociale a tutte le forme del feticismo è il concetto sessantottesco di malattia mentale incarnato nella legge 180. Il malato di mente, l’operaio, la donna, devono «diventare protagonisti della trasformazione sociale e quindi della loro liberazione». Ogni condizione umana distorta è costruita in un processo distorto di comunicazione sociale camuffato come «naturale». Ogni condizione umana è perciò modificabile attraverso un rifiuto di farsi imporre un’identità distorta da una comunicazione distorta. Curare vuol dire far riconoscere al malato il legame tra la sua condizione di sofferenza e la distorsione della comunicazione, l’opacità sociale di cui è vittima. Solo una «rivoluzione sociale» può liberare il malato dai suoi sintomi.
Gianini Belotti mostrava nel libro "Dalla parte delle bambine" come anche la differenza maschio-femmina è un prodotto dei modelli distorti di comunicazione sociale interiorizzati e istituzionalizzati in tutta la società. La rivoluzione sociale consiste nello svelare i modelli distorti di apprendimento sociale dietro ogni diseguaglianza tra gli uomini. Così finalmente «si potrà spezzare la catena di condizionamenti che si trasmette pressoché immutata da una generazione all’altra».
La «Grande marcia» verso il predominio del sociale su tutti gli altri aspetti della vita è il kitsch della sinistra."
Rivisitando la storia come storia di oppressione simbolica, la critica al modello di sviluppo - da cui siamo partiti - acquisisce rapidamente il senso di una critica radicale al modello di trasmissione della cultura, di apprendimento e di elaborazione del pensiero.
L’identità personale non è più, secondo questo mutamento di prospettiva, un dato naturale che scaturisce spontaneamente dal corredo biologico, da quello genetico e dalle diversità in essi radicate; l’individuo diventa una costruzione socio-culturale nella quale i condizionamenti a cui esso è sottoposto dall’educazione possono essere modificati in modo consapevole da altri condizionamenti di segno differente e contrario.
Un ruolo tutt’altro che secondario per l’affermarsi di questa prospettiva è stato svolto, inoltre, dal rapido sviluppo delle discipline psicologiche sin dagli inizi del ’900.
L’idea che la psiche fosse un terreno di indagine scientifica come un altro, passibile di interventi e tecniche di manipolazione tali da indurre a “cambiamenti” delle condizioni soggettive, rappresentava il fulcro concettuale di discipline sperimentali come il comportamentismo (Watson, Skinner) e il successivo cognitivismo, mentre anche la psicologia sociale avviava ricerce specifiche sul “conformismo” e sulle strategie di promozione del consenso sociale.
La psicologia individuale e collettiva diviene così, il laboratorio nel quale sperimentare nuove forme di controllo sociale, in sostituzione di quelle tradizionalmente legate ad ideali di moralità religiosa.
La medicalizzazione del disagio personale e del dissenso politico (che troverà nelle repressioni psichiatriche del comunismo sovietico la sua espressione più conclamata) si fonda sulla concezione della malleabilità della psiche umana; sul postulato di un rapporto tra individuo e società nel quale l’uno dipende, si forma e si definisce, in funzione dei condizionamenti della seconda.
Non è più l’individuo a fare la società – ed a trasformarla politicamente in funzione dei propri bisogni - ma è la società a fare l’individuo ed a trasformarlo, se del caso, in funzione delle concezioni dominanti e delle esigenze di ingegneria sociale del momento storico.
Il positivismo scientifico in questi settori della conoscenza, unito all’analogo entusiastico spirito positivistico riguardo alle possibilità umane di controllare la natura per renderla conforme ai propri bisogni, induce alla negazione di una “natura umana” definita e stabile, quale quella che era stata teorizzata dal contrattualismo giusnaturalistico di Hobbes (bellum omnium contra omnes), di Locke e, in modi diversi, da J.J. Rousseau.
Nonostante le molteplici e importanti differenze di pensiero esistenti tra questi autori, è ad essi che dobbiamo il perfezionamento di quella concezione contrattualistica che postula la preesistenza di una natura umana alla società e, quindi, alla cultura cui essa dà vita e di una lex naturalis che precede e su cui si fonda ogni ordinamento giuridico che non voglia essere semplice e neutro arbitrato dei molteplici motivi di dissidio sociale.
Natura preesiste quindi a cultura ed è la seconda a dipendere dalla prima per la sua formazione, per la sua possibilità di vita e per i modi del suo stesso evolversi.
Per tirare qualche somma da questo prolungato, seppur sommario ed incompleto, excursus alla ricerca delle nostre risposte di senso, si può dire che esistono, quindi, al fondo di tutte le infinite implicazioni possibili di merito specifico, due diverse e sostanziali visioni della società e della vita che, dal sessantotto in avanti, si fronteggiano sul proscenio di quel teatro della cultura che sta diventando il luogo prevalente del conflitto politico.
Da un lato il c.d. fronte progressista, che annovera tra le proprie fila il positivismo giuridico, lo scientismo, il laicismo, l’egualitarismo utopico, il solidarismo, il culturalismo, il femminismo, l’ambientalismo e il libertarismo radicale.
Paradigma costitutivo di questo fronte ideologico popolato di "ismi" di ogni sorta è che l’individuo e la sua identità personale possono, anzi, devono essere costruiti con operazioni di ingegneria sociale decise dall’alto; stuoli di specialisti di ognuna di queste discipline si affannano nell’elaborazione degli strumenti educativi o rieducativi adatti ad uniformare l’individuo ad un ideale astratto di civismo pubblico e privato.
Tramontata, per condanna della storia, la possibilità di rivoluzionare la società attraverso il sovvertimento dei rapporti di produzione economica, la strada del cambiamento utopico passa, ora, attraverso il costante tentativo di una ri-evangelizzazione laica e progressista delle coscienze, che sostituisca la prospettiva di senso religiosa e morale su cui l’esistente è stato fondato e che ponga le premesse per un nuovo universalismo su basi politiche.
Così come la natura può essere forzata con la modificazione genetica del mais, con la clonazione delle pecore e con la fecondazione assistita, anche la natura umana sembra potersi modificare ad libitum, secondo un programma politico che ha per obiettivo il più banale e prevedibile controllo sociale di sempre: un nuovo conformismo ottenuto con la propaganda ideologica di insopportabili ingiustizie sociali, di catastrofi imminenti cui porre riparo, con la medicalizzazione educativa dei rapporti umani.
Una nuova antropologia umana elaborata a tavolino, in sintesi, cui spetta solo uniformarsi, in base ad un universalismo politicamente costruito che costituisce, per definizione, una contraddizione in termini.
Tutto ciò che sa di autenticità naturale e spontanea deve essere visto con sospetto, vagliato sui parametri dell’etica politicamente corretta e sottoposto al conseguente giudizio di idoneità o inidoneità sociale; il formalismo esteriore dei modi e delle apparenze diventa, così, sostanza della vita.
Le psicologie adattive faranno tutto il resto.
Cosa si contrappone a questo progetto di società sovvertita nei suoi valori essenziali della responsabilità sociale, della continuità con il passato, della libertà di pensiero e d’azione, dell’etica collettiva condivisa e del rispetto della natura umana?
Per quanto si possa ricercare in materia, l’unico argine che si rinviene a questa deriva ideologica, inaugurata e mossa da quella sinistra che ritiene di possedere il monopolio esclusivo dell’idea di civiltà e progresso, è la cultura Cattolica; ossia, esattamente quella su cui, non a caso, si abbattono ormai da decenni gli strali delle politiche di sinistra e dell’intellighenzia morale del fronte progressista.
Un malinteso concetto di modernizzazione della società, a cui si abbeverano anche alcune culture politiche liberali e di centrodestra, inquina la visuale di coloro che sembrano non accorgersi della rivoluzione silenziosa che sta manomettendo l’autenticità dei rapporti sociali, il rapporto tra i sessi, la tenuta etico-morale del nostro futuro, la libertà soggettiva e le nostre stesse identità individuali e sociali.
Non si tratta di negare validità ad alcune conquiste della c.d. "modernità", innegabili e vere; ma di negare questa validità quando essa intende affermare sé stessa mediante la rottura traumatica e rivoluzionaria con il passato - da cui tutti proveniamo e da cui tutti traiamo il nostro senso d’identità - e la sostituzione violenta di un conformismo morale che, bene o male, ha sostenuto e trainato il concetto stesso di civiltà nei secoli, con un neo-conformismo di segno diametralmente opposto, che appare finalizzato a riformulare la dimensione storica dell’esperienza umana in un’eterna, immutabile prigionia del presente da consumarsi il più in fretta possibile e senza troppe domande.
Illuminanti, a questo riguardo, le parole di Papa Benedetto XVI°, il quale dice: "....La legge naturale è, in definitiva, il solo valido baluardo contro l’arbitrio del potere o gli inganni della manipolazione ideologica....." (suggerisco, peraltro, la lettura integrale delle parole del Pontefice, al link "lex naturalis", per un’adeguata comprensione).
Giunto alla fine di questo itinerario concettuale incompleto, approssimato e inevitabilmente sommario, nonostante tutto, si può tentare, quindi, di dare una risposta alle domande iniziali e formulare una definizione della QM nei suoi aspetti propriamente politici.
Il femminismo non ha - e non avrebbe potuto - modificare in modo così profondo il "sentire" generale se non fosse stato all’interno di una prospettiva politica con pretese moralizzatrici (la sinistra progressista) più ampia, i cui obiettivi convergevano tanto profondamente nell’idea globale di una rifondazione generale dei rapporti sociali nei termini detti sinora e nella prospettiva utopica di un mondo reso artificiosamente perfetto dal governo delle coscienze (piuttosto che dal governo delle istituzioni).
Per conseguire questi obiettivi strategici miranti alla formazione di un cittadino narcotizzato sui reali contenuti della rivoluzione culturale in atto, ma fedelmente prono alle nuove parole d’ordine generali, il fronte progressista non doveva fare altro che mistificare la lettura dei processi storici effettivi; demonizzare tutto ciò che rappresentava un "modello di sviluppo" capace di produrre benessere materiale in misura infinitamente superiore a quello mai visto, sinora, nella storia umana; attribuirgli ogni sorta di nefandezza umana ignorandone deliberatamente gli aspetti luminosi, creativi, liberatori e satisfattivi; negare ogni validità e positività al passato ed ai suoi valori portanti ma, soprattutto, negare ogni dignità, valore e riconoscenza al suo principale ed indiscusso protagonista: l’uomo, decaduto nel frasario corrente, in modo assai sintomatico, alla qualifica denigratoria e diminutiva di "maschietto".
Da quanto detto sinora si può far discendere - come considerazione conclusiva - che la QM (questione maschile) come questione politica non può e non potrà mai essere, per definizione, una questione di sinistra.
Essa consiste, per venire alla definizione inizialmente ricercata, nel problema che si pone oggi all’uomo medio (che se ne renda consapevole) di difendersi dall’omologazione culturale che lo vorrebbe "cambiare" per renderlo più adatto alla realizzazione di un’artificiosa società degli uguali indifferenziati, manipolarne l’intima natura per addomesticarne gli istinti con una sorta di violenta lobotomia culturalmente indotta e renderlo astrattamente funzionale ad una realtà femminilizzata in ogni suo aspetto; realtà che è espressione di un moralismo utopico di condanna del passato e di tutto ciò che in esso è contenuto al solo scopo del suo esatto ribaltamento.
Dal maschile al femminile, senza ritorno.
In questa presa di coscienza dei rischi che lo minacciano in modo così profondo, tanto da pregiudicarne la libertà di pensiero, di azione e di affermazione sociale, l’uomo medio sa che troverà un solo alleato al suo fianco, volente o nolente; quella cultura morale che preserva la dimensione naturale dell’individuo, dei rapporti umani e della vita - elevandola a valore sacro ed intangibile - oltre ad essere l’unica fonte legittima di una visione universale dell’uomo, offerta dalle religioni e dal Cattolicesimo in modo particolare.
L’alleanza con questa prospettiva di senso filosofico ed esistenziale non è, peraltro, strumentale alla propria semplice salvaguardia soggettiva ma alla stessa prospettiva di senso generale che ha unito sino a ieri gli uomini alle donne, facendone due parti di un tutto necessario, fonte a volte di felicità ed infelicità personali, ma comunque sempre fecondo perché dato e consacrato per la perpetuazione della vita.
Questa è la questione maschile che si tratta in questo sito.
Continua: "La Questione Maschile come questione politica"