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martedì 18 settembre 2012

L'uguaglianza sociale è nemica della democrazia






Prima di commentare le reazioni suscitate dalle insistenti iniziative con le quali la commissaria europea alla Giustizia, Viviane Reding, vuole portare al 40% le quote rosa nei consigli d’amministrazione delle società per azioni pubbliche e di quelle private quotate nei mercati borsistici dei paesi aderenti alla UE, qualche premessa non guasta.
Viviane Reding
Va tenuto presente che dallo scorso mese di agosto è già in vigore, qui in Italia, il famigerato provvedimento Golfo-Mosca (dal nome delle due relatrici della legge 120/2011) che impone nella misura del 30% la "presenza femminile" nei cda in questione, provvedimento che andrà a regime dal 2015 e sin da ora nella misura di un quinto dei consiglieri; ne abbiamo già parlato in altri momenti e suggerisco una rivisitazione retrospettiva di quelle considerazioni alla luce degli attuali sviluppi.
Il testo normativo ha formalmente efficacia decennale (una bizzarria tecnico-giuridica) ma difficilmente si tornerà indietro.
Infatti dall'Europa, come detto, non paghi di questa forzatura si vuole alzare ancora l'asticella - ed anche questo, da qui, è stato previsto e denunciato - dopo di che sarà alzata ancora e ancora sino alla fatidica e artificiosa «uguaglianza di genere» prevista nei trattati.
Si tratta, con ogni evidenza, di misure di ingegneria sociale, finalizzate a modificare d'imperio «la diseguale ripartizione del potere tra i sessi», che tuttavia vengono realizzate in plateale disprezzo di due principi fondamentali delle democrazie liberali: il principio della libertà d'impresa ed il principio del merito individuale.
A questi due valori basilari del pensiero liberale classico, con cui la vecchia e ormai impolverata classe della borghesia riuscì a trasformare pacificamente un ordine sociale ingessato nei diritti di nascita, si contrappone oggi un generico principio dell'uguaglianza sociale, inconciliabile nella sua essenza tanto con il primo, quanto con il secondo di quei valori.
In realtà, in natura l'uguaglianza non esiste, neanche tra i gemelli omozigoti tra i quali c'è sempre quello più intelligente, più estroverso, più dinamico o più intraprendente dell'altro.
Tutto ciò ha delle evidenti ricadute anche sul piano dei rapporti sociali ed economici, dove "l'uguaglianza" - che è un costrutto idealtipico e, in alcuni casi, utopico - per essere conseguita deve essere imposta autoritativamente dal potere politico.
Naturalmente non bisogna confondere il concetto di uguaglianza sociale con quello, politicamente neutro, di uguaglianza dei cittadini davanti alla legge, che è cosa completamente diversa.
Né andrebbe manipolato il concetto di uguaglianza nelle opportunità sociali - una parità che ha senso democratico solo alle posizioni di partenza - con la conta numerica dell'uguaglianza alle posizioni di arrivo.
Ne consegue che se l'uguaglianza sociale deve essere realizzata d'imperio ciò può avvenire solo a prezzo della libertà e della meritocrazia, così come avveniva nella vecchia Unione Sovietica dove tutti erano uguali, statisticamente allineati e ugualmente sudditi di un potere politico onnipotente e padrone, che impartiva ordini sul che fare, che non fare, dove andare e dove non andare, chi essere e chi non essere.
Il fatto che il potere politico nazionale - sollecitato e incalzato dalla tecnoburocrazia europea, e ad essa complice - vada ripristinando "diritti di nascita" che non sono più legati alla casta, al censo o al titolo nobiliare ma al sesso di ciascun individuo è quindi un regresso grave rispetto a quell'ideale democratico che ormai possiamo cominciare a mettere tra le buone cose del passato.
Conforta sapere - a proposito delle reazioni cui si accennava all'inizio - che tra le isolate voci di dissenso rispetto a questa deriva antidemocratica si sia alzata anche quella autorevole di Antonio Salvi, Preside della Libera Università Mediterranea "Jean Monnet" e ordinario di finanza aziendale, il quale con un articolo pubblicato nei giorni scorsi ha definito le quote rosa «una beffa inutile e dannosa», oltre che intimamente illiberale ed autoritaria, argomentando la presa di posizione con ragionati e competenti argomenti di buon senso.
Condivisibilissima soprattutto la sua riflessione generale: «non se ne può più dell'agire politicamente corretto, di comportamenti equi e sostenibili» e, aggiungerei personalmente, del falso mito egualitario.
Ma se da un lato è confortante sapere che le riflessioni critiche e le voci di dissenso sui metodi di «lotta alle disuguaglianze» (un comandamento ad alta digeribilità spirituale) vanno lentamente - ma troppo lentamente - crescendo nella società civile, è del tutto sconfortante osservare come il mondo politico, quasi nella sua interezza, sia completamente immerso in questa grottesca pianificazione di stampo socialista.
Se, infatti, il tema della lotta alle disuguaglianze è la ragione di essere della sinistra - come Norberto Bobbio ha reso evidente anche alla più ostinata "destra sociale" - non altrettanto dovrebbe dirsi per il campo avverso, dove la battaglia politica contro l'omologazione dei cittadini e il dirigismo politico dovrebbe essere una stella polare.
Si fa quindi fatica a collocare l'On. le Lella Golfo, pasionaria delle quote rosa e prima firmataria della legge 120, in un panorama politico dotato di qualche senso, coerenza e riconoscibilità.
Sintomatica della confusione ideologica che anima questa parlamentare è la sua risentita risposta all'articolo di cui prima, nella quale - oltre all'abituale intemerata sul maschilismo, che fa sempre brodo - si legge: «...credo sia un sacrosanto dove­re della politica intervenire quando i "normali" meccanismi di mercato produ­cono storture, introducendo correttivi in direzione del bene comune e del miglio­ramento della struttura produttiva.»
Quando una cosa del genere la dice Fassina - responsabile economico del PD, che tornerebbe volentieri a nazionalizzare le imprese e socializzare le perdite - lo si può capire; ma se la dice la Golfo, no.
Evidentemente, la Golfo è andata alla stessa scuola economica di Fassina; ma allora non si capisce cosa ci stia a fare nel centrodestra.
L'On. le Golfo non è tuttavia la sola del suo schieramento ad alimentare la confusione, considerato che la legge sulle quote rosa è stata votata dalla maggioranza dei suoi colleghi di partito e di coalizione.
Quindi, di quale centrodestra stiamo parlando?
E quali pessime conclusioni trarne?
Quando avvertiamo - come sempre più spesso capita - che la democrazia è messa in pericolo, che ci stiamo avvicinando pericolosamente al pensiero unico, quando vediamo ridursi gli spazi di dissenso e di libertà, quando capiamo che il momento del voto va perdendo gradualmente di significato e che la contesa politica è un teatrino stucchevole impersonato da personaggi inadatti e confusi (se non peggio), quando all'incapacità degli eletti si aggiunge l'indifferenza degli elettori, quando l'irrazionalità dell'antipolitica prende il sopravvento sulla razionalità delle scelte, quando comprendiamo di essere governati da luoghi distanti e inaccessibili che lavorano per la sovietizzazione strisciante dei rapporti sociali ed economici, non chiediamoci semplicemente chi sia ad attentare alla democrazia.
Chiediamoci, piuttosto, chi sia mai che potrà impedirne il tracollo.

Continua: "L'uguaglianza sociale è nemica della democrazia"
lunedì 20 dicembre 2010

Belle o intelligenti? La mignottocrazia - parte 2^


[…prosegue]

Empowerment femminile e progresso sociale


In effetti, secondo molti/e il termometro che riesce a dare la misurazione attuale del “progresso” sarebbe graduato principalmente sulla presenza femminile nelle diverse attività umane; sicché la prima donna arbitro, la prima donna astronauta, la prima donna presidente di Confindustria e la prima donna che ha scalato l’Everest sarebbero alcuni degli indicatori della nostra civiltà ed il suo valore aggiunto. Il concetto cardine intorno a cui ruota questa idea di “progresso” è contenuto in un termine molto utilizzato ma poco conosciuto nel suo significato proprio - il c.d. empowerment – che con il potere ha in qualche modo a che fare.
massimo d'alema e le gambe di emma marcegaglia
Volendone dare una definizione compiuta si scopre che l’abituale espressione – empowerment femminile – non è riducibile al vecchio motto femminista “più potere alle donne” ma che, da un lato, il concetto che esprime è molto più astruso di quanto non si pensi e, dall’altro, che ha un’origine, una valenza ed un’intonazione talmente politica, in un senso molto più ampio della semplice vulgata femminista, da qualificarsi, secondo coloro che lo promuovono, come sinonimo del concetto stesso di progresso.
"Empowerment – secondo una fonte autorevole - indica l'insieme di conoscenze, abilità relazionali e competenze che permettono a un singolo o a un gruppo di porsi obiettivi e di elaborare strategie per conseguirli utilizzando le risorse esistenti. Indica sia un concetto sia un processo che permette di raggiungere gli obiettivi, e si basa su due elementi principali: la sensazione di poter compiere azioni efficaci per il raggiungimento di un obiettivo, e il controllo, la capacità di percepire l'influenza delle proprie azioni sugli eventi."
In soldoni si tratta della banale “autostima” psicologica che, attraverso un complicato giro di parole, può diventare al tempo stesso obiettivo personale, programma politico, sistema di organizzazione economica, nonché progetto sociale ed educativo su vasta scala; insomma, un nuovo umanesimo su basi psicologiche, con l'intima finalità di rifondare politicamente i rapporti sociali.
Quando sentiamo parlare di empowerment femminile stiamo, quindi, parlando dell’aiutino pubblico che il mondo femminile richiede (anzi, pretende come un diritto codificato) per credere un po' di più in sé stesso e sentirsi capace (intelligente...?).
Leggiamo ancora dalla nostra fonte che “nel termine stesso empowerment è nascosta una parola ingombrante: potere (power). Non è il potere che siamo abituati a conoscere. Piuttosto che all'accezione comune di avere «potere su» qualcosa o qualcuno, bisogna pensare a un potere inteso come capacità personale, forza, energia, autopotenziamento, incremento delle proprie possibilità, il «potere di» fare, di essere. Questo «potere di» è contemporaneamente improntato all'emancipazione dell'altro, alla solidarietà e all'interdipendenza con l'altro, è immediatamente un «potere con» l'altro.”
Tutto ciò dovrebbe significare, se stiamo alla logica di questo ragionamento, che le donne che aspirano ad un autentico empowerment personale e sociale dovrebbero abbandonare la pretesa di “avere potere su qualcosa o su qualcuno” - nei termini del potere sessuale di cui si è già detto - e dovrebbero, invece, dedicarsi a quell’incremento delle proprie capacità e possibilità personali, a quel potere di fare e di essere sul piano sociale.
Ora, evidenziamo subito che di quella voglia femminile di “poter fare e di poter essere” non se ne scorge traccia in uno spettro di attività umane particolarmente ampio: cosa ne è stato, semmai siano esistite, della prima donna meccanico e della prima donna elettricista? della prima donna muratore o dell’idraulica? della gommista o della gruista? e quand’è che sentiremo parlare della prima donna che avrà ideato un nuovo canale di Suez o una nuova torre Eiffel? una nuova Divina Commedia o un nuovo paradigma scientifico?
Insomma, assodato che le prime della classe rappresentano - sempre e comunque e per definizione - delle eccezioni, chi ci sta dietro a tutte queste prime donne in ogni campo? Quelle belle o quelle intelligenti? verso cosa ci conduce questo luminoso progresso? verso ciglia perfette o verso soluzioni matematiche? verso depilazioni da dea o verso rivoluzioni scientifiche? verso labbra irresistibili o verso geniacce dell’informatica? verso vitesnelle o verso cervelli graziosamente geniali?

In realtà, la mistica dell’empowerment sembra concepita in misura fondamentale per disinnescare il rischio connesso ad una selezione dei migliori su base meritocratica; ossia, quel rischio selettivo connesso al prodursi spontaneo di gerarchie di valore umano in funzione delle capacità effettive manifestate dai singoli individui.

La trasformazione dei rapporti sociali ed economici in senso solidaristico e cooperativo, che ne vorrebbe essere lo scopo finale, dovrebbe infatti realizzarsi a discapito delle dinamiche competitive e concorrenziali che, per definizione, prevedono dei migliori e dei peggiori, dei capaci e dei meno capaci, dei più intelligenti e dei meno intelligenti.
L’empowerment politico, in buona sostanza, mira alla edificazione di una società inclusiva e rassicurante, mentre le concezioni concorrenziali – nella prospettiva dell’individualismo liberale classico - producono, per intima natura, esclusioni sociali e alti livelli di competizione per un medesimo obiettivo sociale.
gianna-nannini-vanity-fairLa mistica dell’empowerment femminile, in altre parole, non dà alcuna possibilità di soluzione al nostro interrogativo iniziale – belle o intelligenti – in quanto vorrebbe prescrivere all’origine ogni tentativo di misurazione effettiva delle capacità femminili, mediante agevolazioni e facilitazioni mirate a promuoverne l’autostima, sia sul piano individuale che su quello generale.
Donne perdenti in un confronto aperto – per così dire – non rientrano nei piani politici generali e non sono previste come possibilità.
Inoltre, dovendosi assegnare ad ogni donna un valore intellettuale più o meno prefissato, questo il paradosso, non residua altra possibilità - per emergere socialmente da quel tutto indistinto a cui l’empowerment ha ridotto il mondo femminile - che quella di affidarsi come prima anzi, assai più di quanto avvenisse in passato, alle caratteristiche esteriori della bellezza, del valore sessuale e del sex appeal; questo è un valore quantomeno misurabile e riconosciuto spontaneamente senza mediazioni politiche.
Con ciò, torniamo a passi precipitosi verso quei principi astratti della società non sessista a cui pure vogliamo dare il massimo credito ma che, per essere compiutamente realizzati, prevedono l’adozione di criteri sessisti per la selezione delle classi dirigenti; la contraddizione culturale e politica più sgangherata del nostro tempo.


Chi nasce bella non nasce povera
 

Per quanto stereotipata, la migliore conclusione possibile dopo tanto disquisire la ritroviamo bell'e pronta nella saggezza dei nostri avi, i quali, secoli addietro, avevano già raggiunto il busillis della questione con il proverbio popolare "chi nasce bella non nasce povera".
elisabetta canalisProbabilmente Paolo Guzzanti esagera quando afferma che la selezione delle nostre classi dirigenti sia oggi fondata sul sex appeal; semmai sembra più equilibrato affermare che questa selezione si fonda, in gran parte, sulla popolarità dei personaggi pubblici e la popolarità si conquista anche, massimamente sul versante femminile, coltivando il sex appeal. Allo stesso tempo, appare quantomeno singolare che Massimo Fini - proprio lui che è l'ideatore del noto neologismo "figapower" - sottovaluti contraddittoriamente un fenomeno che sembra confermare l'originalità delle sue stesse tesi.
Sta di fatto che se dopo tante considerazioni ci poniamo nuovamente l'interrogativo - belle o intelligenti? - troviamo ancora moltissime difficoltà a riconoscere nei successi femminili il primato esclusivo del secondo valore sul primo.
Naturalmente non ci sfugge affatto che questa potrebbe essere considerata una falsa antinomia; un valore non esclude l'altro e non deve necessariamente porsi nei termini oppositivi o/o ma nella più elementare sequenza logica e/e; tanto/quanto.
C'è, però, un elemento che dovrebbe essere tenuto in ferma considerazione quando si ragiona di queste cose ed è il fatto che tanto la bellezza quanto l'intelligenza sono, sì, caratteristiche innate della persona; intelligenti si nasce, non si diventa e lo stesso può dirsi (chirurgia plastica a parte) per la bellezza.
Ma sono anche qualità che devono essere coltivate perché rimangano tali e non appassiscano disperdendosi nell'apatia personale.
Da questo punto di vista possiamo dare per assodato che il mondo femminile continuerà a rimanere sistematicamente alla larga da tutte quelle attività che possano compromettere, per il rapporto immediato e diretto con la materia bruta, la conservazione della bellezza e la purezza adamantina della carnagione.
Il valore estetico continua ad essere concepito, con buona pace dei rifondatori dei rapporti sociali, come un patrimonio capace di erogare generosissimi dividendi per chi lo possiede.
Allo stesso modo, possiamo dare per scontato che si terrà a debita distanza, nella maggior parte dei casi, anche da tutti quegli impegni che possano compromettere la stabile continuità della vita di relazione alla quale si rivolge per naturale vocazione la donna media.
Per tutti questi elementari motivi dobbiamo arrivare alla definitiva conclusione che, se Dio è donna - come vorrebbe Gianna Nannini -, deve avere sicuramente affidato la Creazione dell'universo ad una ditta specializzata; non fosse mai le si potesse spezzare un'unghia...
Continua: "Belle o intelligenti? La mignottocrazia - parte 2^"
martedì 9 novembre 2010

No alle quote rosa - appelli nel vuoto o ritardi politici?

Dunque, con buona pace di ogni principio meritocratico effettivo - del quale, pure, l'attuale maggioranza di governo ha fatto un proprio vessillo politico e programmatico - il Parlamento si accinge a discutere l'introduzione, in via definitiva, di "quote rosa" nei consigli d'amministrazione delle società per azioni, con il placet condizionato (ma non troppo) del Ministro Tremonti.
La proposta di legge, approvata in Commissione Finanze, viaggia in Parlamento con il sostegno bipartisan dei due partiti maggiori, in totale assenza di un qualunque distinguo di merito e di un qualunque contraddittorio politico.
La potente lobby rosa, trasversale ai partiti, incoraggiata e sostenuta da quasi tutti i media come se si trattasse di un'associazione di beneficenza, ha messo a segno un altro grosso punto a proprio vantaggio; detta al contrario ma con identico significato, la potente ed intangibile lobby rosa ha messo a segno un altro punto a svantaggio del mondo maschile per farsi spazio ai suoi danni (...altro che beneficenza).
A sorprendere non è più, ormai, né il silenzio passivo e succube dell'uomo medio di fronte all'arrembaggio femminile ai "mejo posti" che si vuole garantire ex lege; né il cocciuto silenzio dei liberali e dei liberisti di ogni ordine e grado politico di fronte ad una forma di assistenzialismo pubblico che introdurrebbe ricette di "socialismo di fatto” nel tessuto economico, tali da burocratizzare le libere scelte degli azionisti e recintarne l'autonomia di gestione all'interno di prescrizioni statali calate dall'alto.
A queste forme di silenzio masochistico (nel primo caso) e di silenzio colpevolmente contraddittorio (nel secondo) siamo, purtroppo, abituati dopo decenni di lavaggio sociale del cervello con candeggina mediatica rosa (leggasi vittimismo), che sembra avere trasformato il significato originale delle cose politiche sino ad una tinta unica, indistinta ed incolore.
Se persino una testata come L'Occidentale - organo della Fondazione Magna Carta, i cui riferimenti culturali sarebbero, a loro dire, quelli del liberalismo conservatore - pubblica con disinvoltura articoli che inneggiano alle quote rosa, allora vuol dire che siamo arrivati, alla fine, alla famosa notte in cui le vacche politiche sono tutte grigie allo stesso modo.
E' per questo motivo che spiccano, in un quadro tanto desolante di conformismo generalizzato ed acritico sul tema, i pur timidi messaggi controcorrente che A. De Nicola dal Sole 24ore e Marco Faraci dal sito Libertiamo hanno lanciato nel pneuma della rappresentanza maschile, politica e mediatica.
Il primo denuncia da subito i rischi a cui si sottopone ricordando che "gli uomini prudenti, per paura di sembrare avversari del progresso, non scrivono mai articoli di questo genere"; lui lo ha fatto, va reso merito al suo coraggio, ma va anche osservata la straordinaria cautela con la quale sembra muoversi in un territorio dichiaratamente ostile, invece che nel vasto, aperto spazio della libertà d'espressione.
De Nicola non potrebbe essere più chiaro: le quote rosa sono un nuovo modo di definire e legittimare la vecchia “raccomandazione politica” estendendola ad un’intera categoria sociale (le donne); ossia di creare una nuova casta privilegiata (le “gonne dorate” pare le chiamino in Norvegia) e di falsificare, in tal modo, le dinamiche sociali ed economiche.
Marco Faraci, ancora più direttamente e coraggiosamente, richiama l’attenzione sul fatto che "già negli organismi politici elettivi è sbagliato parlare di 'sotto (o sovra) rappresentazione' di uno dei due sessi, in quanto, da Costituzione, gli eletti non rappresentano i cittadini del proprio sesso, bensì la Nazione tutta. Ma meno che mai il concetto di 'sotto (o sovra) rappresentazione' può avere senso in economia. In economia ciascuno si rappresenta da sé – ed appare quanto meno bizzarro affermare che chi si trova in una determinata 'posizione' rappresenti gli altri."
A fare le spese di questo provvedimento di coartazione delle volontà individuali saranno, inoltre, quegli uomini che si vedranno superati solo in ragione del proprio sesso; vittime sacrificali sull'altare del politicamente corretto elevato a sistema giuridicamente vincolante.
Tutte le osservazioni ed i rilievi mossi dai due autori contro le quote rosa hanno solida fondatezza, si ispirano a criteri di condivisibilissimo buon senso e denunciano come meglio non si potrebbe ciò che, laddove realizzato, significherebbe un artificioso spostamento di possibilità, sic et simpliciter, da una categoria che si adopera molto per la propria crescita sociale (gli uomini) ad un'altra che non si "sciupa davvero troppo" per crescere socialmente (le donne) ma che si ritroverà a disposizione, in forza di un semplice provvedimento autoritativo, posizioni di rilievo e di prestigio assicurate.
Sarebbe del tutto condivisibile anche l'appello finale di Faraci, il quale osserva che "è urgente, pertanto, mobilitarsi per una risposta politica e culturale alle affirmative actions", nella consapevolezza che "il salto di qualità normativo...l'introduzione di elementi di diritto sessuato" nel nostro ordinamento rappresentano una soglia di non ritorno verso un'alterazione grave degli equilibri sociali.
Tutto condivisibile e giusto, se non fosse che l'appello, le contestazioni ed i rilievi di fatto e di diritto cadono in un desolante vuoto di consensi e di attenzione generale; come è possibile, allora, che le ottime ragioni cui abbiamo fatto cenno non trovano rappresentanza politica? per quale oscuro motivo le ragioni femminili vengono sistematicamente anteposte a quelle maschili, come se il nostro mondo fosse ancora l'ottocentesca realtà di Sibilla Aleramo? perché neanche tra le forze che si richiamano alla conservazione ed alla tradizione si ritrovano punti di dissenso rispetto all'aberrante misura delle quote rosa?
La domanda è impegnativa ed occupa, con la sua centralità, buona parte degli articoli che andiamo dedicando alla questione maschile, in un modo o nell'altro; una prima, iniziale risposta di merito, tuttavia, possiamo cominciare ad abbozzarla e si tratta di partire da lontano, lì dove, forse, il problema ha la sua origine, l'Europa.
Dimentichiamo, infatti, molto spesso che la sovranità delle nostri istituzioni nazionali è una sovranità limitata sin dal lontano 7 febbraio 1992 quando, a Maastricht, i plenipotenziari del nostro Paese sottoscrissero, con gli altri, il Trattato istitutivo dell'Unione Europea.
Nella versione consolidata (comprensiva degli aggiornamenti intervenuti da allora), al Titolo I° delle disposizioni comuni, si legge (art. 2) "L'Unione si fonda sui valori del rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell'uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze. Questi valori sono comuni agli Stati membri in una società caratterizzata dal pluralismo, dalla non discriminazione, dalla tolleranza, dalla giustizia, dalla solidarietà e dalla parità tra donne e uomini."
Si osserva, poi, all'articolo 3, 3° comma, del trattato: "L'Unione combatte l'esclusione sociale e le discriminazioni e promuove la giustizia e la protezione sociali, la parità tra donne e uomini, la solidarietà tra le generazioni e la tutela dei diritti del minore."
E ancora, l'articolo 23 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea recita ancora più perentoriamente: "La parità tra donne e uomini deve essere assicurata in tutti i campi, compreso in materia di occupazione, di lavoro e di retribuzione. Il principio della parità non osta al mantenimento o all'adozione di misure che prevedano vantaggi specifici a favore del sesso sottorappresentato."
Per il momento sembra opportuno evidenziare, quindi, che le decisioni di merito sono state già prese altrove, i parlamenti nazionali sono chiamati solo a dare applicazione ai principi ed alle direttive europee e, in questo modo, ogni forma di dissenso rispetto alle c.d. problematiche di genere (espressione insensata in quanto il genere non esiste, esiste il sesso) è stata già tacitata a suo tempo; la saracinesca è ormai chiusa.
Forse si arriva solo con colpevole ritardo a comprendere quanto si è demandato ad organismi lontani geograficamente, culturalmente e politicamente, non solo da noi ma dall'intera realtà.
Questo ci sembra, per ora, solo un buon inizio per tornare a ragionare di quote rosa senza sorprendersi dell'inerzia politica generale circa i suoi significati concreti; è poco forse ma, forse, si tratta di ripartire proprio da lì.
Continua: "No alle quote rosa - appelli nel vuoto o ritardi politici?"