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martedì 8 novembre 2011

Antimodernismo e questione maschile







Merita sicuramente molto più di una semplice segnalazione il pregevole ed accurato articolo «Questione maschile – una panoramica» redatto da Armando Ermini e pubblicato sulla rivista telematica “Il Covile” il 7 settembre scorso.
Tra i diversi elementi di interesse di questo contributo – non ultimo, la fotografia d’insieme delle principali posizioni attuali sul tema della condizione maschile contemporanea – c’è soprattutto la forte sottolineatura della sostanziale e ricorrente indeterminatezza del binomio “questione maschile”.
Secondo la ricostruzione proposta dall'autore, infatti, la combinazione semantica delle due parole, più che identificare una problematica chiara e definita, segnala semmai un ventaglio di posizioni differenziate e, in diversi casi, apertamente in contrasto l'una con l'altra, sia sul piano dell'analisi che su quello della sintesi.
Con quella espressione (QM) si vorrebbe infatti identificare sia la posizione di coloro che ritengono necessaria la rifondazione dell’identità maschile su nuove basi psicologiche (progressisti), sia quella di coloro che ritengono necessario il recupero e la conservazione della figura maschile così come l’abbiamo sempre conosciuta (tradizionalisti) sia, ancora, quella di coloro che rigettano semplicemente l'idea che l’identità soggettiva di chiunque debba o possa mai essere una risultante di laboratorio della speculazione politica, riconoscendo in ciò un progetto animato da un intimo e pericoloso vizio totalitario a danno dell'individuo (liberali).
Kouros di Anavyssos
La contrapposizione teorica è comunque sintomo di un’elaborazione sul maschile ancora allo stato nascente, il cui riflesso sta nel diverso significato assegnato alla locuzione QM in chiave politica, in quanto il linguaggio non è soltanto logos (espressione del pensiero tramite la parola) ma è anche e soprattutto nomos (norma, regola, ossia accordo tra le parti e tra pensieri diversi).
Una regola di partenza - una sorta di punto fermo - viene infatti fissata dall’autore in quello che dovrebbe essere il nucleo d’origine (e quindi di convergenza comune) di tutte le posizioni esistenti: ossia, la presa d’atto che «il maschio è in crisi» e che da questa dichiarazione di crisi tragga origine, appunto, la rilevanza di una questione maschile contemporanea.
Prendendo per buona, provvisoriamente, questa definizione, si vuole qui proporre un commento critico all’articolo che, nonostante le migliori intenzioni e l’assoluta mancanza di qualunque intonazione polemica, potrà apparire eterodosso, se non in aperto contrasto, rispetto alle posizioni lì illustrate.
La prima cosa che preme evidenziare, è che durante la lettura dell'articolo ciò che si impone come evidenza immediata è la rarefazione - quasi una sorta di reticenza voluta - del linguaggio politico; tanto nell'uso diretto come sostantivo, quanto in quello indiretto come avverbio il termine «politica» è pressoché assente dal testo.
In modo particolare, l'illustrazione più corposa è dedicata a quei movimenti d'opinione che Ermini racchiude sotto l'etichetta "radicali", i quali sono accomunati - pur nelle reciproche diversità d'approccio - dalla condivisione di una critica sociologica e/o storiografica verso la modernità occidentale intesa, assiomaticamente, come origine del degrado di tutto ciò che attiene al maschile ed al sistema simbolico del suo valore.
Sia che la modernità venga intesa come assoggettamento dell'individuo alla logica del mercato e del consumo (capitalismo) con i correlati effetti di alienazione utilitaristica e strumentale nel bisogno; sia che venga intesa come assoggettamento dello stesso individuo alla Tecnica disumanizzante della società industriale avanzata, che ha abrogato le antiche forme di collaborazione e coesistenza tra i sessi; sia che essa venga ancora intesa come processo di secolarizzazione, che mina dall'interno la struttura familistica della società demitizzandone la figura portante paterna (in stretta consonanza con il declino della figura Paterna Celeste); sotto qualunque angolatura si vogliano osservare i problemi, tutto sembra doversi imputare, secondo i "radicali", alla particolare piega presa dagli avvenimenti storici da almeno tre secoli in qua.
Ora, è innegabile che tra le infinite ricadute che la modernità - questa ciclopica entità, dotata di vita apparentemente autonoma, ma in realtà realizzata dalla volontà degli uomini prima ancora che da quella delle donne - ha avuto sui rapporti sociali ci sia anche l'alterazione e lo snaturamento di equilibri millenari tra persone e cose, tra natura e cultura, tra autenticità e non, tra individuo e società.
Mi si perdonerà, tuttavia, se riassumo il radicalismo di quelle posizioni con un'espressione di derivazione sessantottina che, sebbene possa sembrare irriverente (senza che lo voglia essere), mi sembra che condensi efficacemente la questione maschile da loro proposta in un facile slogan liquidatorio: «è tutta colpa del sistema!».

Quindi, che fare? ....a parte tentare di abbattere il Sistema in modi più o meno rivoluzionari, andare a militare nel movimento anti-modernista di Massimo Fini o cercare di modificare il pensiero filosofico della modernità e quindi della Storia e del Sistema nel loro insieme?
Giova a questo punto morto del problema tornare a quella regola di partenza apparentemente valida per tutte le stagioni - «il maschio è in crisi» - per verificarne la fondatezza, nei limiti di quanto è ad oggi possibile.
In assenza di elementi certi, è fortemente probabile - muovendosi a livelli puramente intuitivi - che laddove venisse effettuato un sondaggio d'opinione al riguardo, esperito su un campione rappresentativo della popolazione maschile, il risultato darebbe torto all'ipotesi di partenza.
Ad essere o a sentirsi in crisi, qui ed ora, sarebbe verosimilmente una minoranza della totalità, composta presumibilmente da quegli uomini che hanno avuto la sventura di "andare a sbattere" contro le prescrizioni giuridiche ispirate dalla cultura politica femminista (padri separati, imputati di false accuse di violenza, esclusi da benefici pubblici per fare spazio alle donne etc.) e/o quella gamma comunque minoritaria di uomini che - qualunque ne sia la ragione - trovano difficoltà a rapportarsi con il mondo femminile (le figlie del femminismo) in modo soddisfacente; oppure, in ultimo, quella gamma di nostalgici che nutrono un rapporto di insofferenza con un certo presente, in quanto ritenuto non conforme alla propria sensibilità (religiosa, culturale, psicologica etc.).
Questa supposizione è avvalorata dal fatto che a farsi carico, ad oggi, di alcuni temi della questione maschile (neanche tutti) dandogli una qualche evidenza pubblica sono solo alcune associazioni di padri separati (neanche tutte), più poche altre persone che, per motivi e con sensibilità diverse, se ne interessano avendo in mente gli obiettivi più disparati (modificare la cultura sessuale, ripristinare antichi codici di condotta, tornare ad una dimensione religiosa dell'esistenza etc.).
Dunque, ne dobbiamo concludere che se non esiste una percezione diffusa della crisi non esiste neanche una questione maschile?
Proviamo, allora, a modificare il punto di partenza, per tentare di renderlo meno soggettivistico, aleatorio e più concreto; diciamo ad esempio «è il diritto ed il concetto della sua funzione ad essere in crisi».
Sembra un tecnicismo astratto ma non lo è.
In quanto - come più e più volte ho teso a rendere evidente - il diritto è espressione della cultura politica dominante, è il precipitato oggettivo e tangibile delle opinioni, delle convinzioni, dei principi e dei valori che attraversano la società, è la cartina al tornasole delle ideologie di moda o delle filosofie politiche di lungo corso.
Se Tizio ha problemi con le donne per motivi di timidezza o senso di inadeguatezza personale, tutto ciò non ha nulla a che fare con la questione maschile; è un semplice problema personale.
Se Caio, invece, ha difficoltà a rapportarsi con l'altro sesso perché teme di essere interpretato come un molestatore o peggio, allora ci troviamo nella questione maschile senza mezzi termini, perché la radice dei problemi di Caio non sta in lui stesso ma al di fuori di lui, nelle prescrizioni vessatorie che la società gli ha cucito addosso tramite il diritto.
Le culture politiche - da cui sgorgano le norme - hanno, inoltre, in sé stesse tutte le diverse radici antropologiche, filosofiche, storiografiche e sociologiche sulle quali la modernità è stata eretta, governata e, spesso, contestata a ragion veduta.
Se oggi, in questa modernità, esiste una questione maschile, esiste perché esiste una sensibilità politica vessatoria per il maschio e propiziatoria per la femmina, che si traduce in norme scritte e codificate, in comportamenti imposti e in pregiudizi di colpevolezza operanti nelle leggi e nelle sedi giudiziarie.
La possiamo anche chiamare colpevolizzazione antropologica ma è lì - nello spazio oggettivo di ciò che è istituzionalizzato - che dobbiamo guardare se la vogliamo riconoscere nei fatti.
Possiamo anche indugiare ad andare alla ricerca delle origini storiche, filosofiche e antropologiche, ma quella ricerca nulla ci dice su come operare nel presente.
Il grande fondamentale problema della questione maschile che vive nell'oggi è, per dirla in modi ultra-semplificati, il positivismo giuridico; quella malsana e odiosa concezione secondo la quale le classi politiche debbono legiferare allo scopo di dettare comportamenti positivi al cittadino, governando non solo la dinamica dei rapporti sociali ma la stessa psicologia dell'individuo.
«Gli uomini devono cambiare» è la grande sfida politica urlata incessantemente dal femminismo di tutte le epoche e intonazioni; il positivismo giuridico - che, certo, non può identificarsi con alcuna concezione liberale di questo mondo - non ha fatto altro che raccogliere quella sfida traducendola in legislazione cogente.
Malauguratamente di tutto questo - che pure dovrebbe rappresentare la polpa viva della questione maschile - nell'articolo che commentiamo non c'è la minima traccia; il che rende quell'articolo un contributo di sicuro interesse ma, altrettanto sicuramente, lo rende largamente incompleto su alcuni punti essenziali.
Naturalmente, l'esigenza di sintesi non consente di inoltrarsi ulteriormente in una problematica di estrema complessità, qui semplicemente accennata nelle sue linee generali e con grande e necessaria approssimazione.
Sarebbe altrettanto necessario ricordare come il riconoscimento dell'esistenza di un diritto naturale sia il grande argine al positivismo giuridico, allo stesso modo di come il riconoscimento di differenze naturali tra i sessi è il grande argine al costruttivismo culturalista.
La materia, insomma, è sterminata e complessa, certo non può essere esaurita in questo momento.
Vale, tuttavia, tenere bene a mente un insegnamento che grandi scienziati sociali come Von Hayek o Karl Popper ci hanno indicato con estrema chiarezza: le scienze sociali hanno un senso ed un ruolo nella conoscenza perché l'agire umano in società produce effetti inintenzionali e imprevedibili, nonostante le migliori e più accurate pianificazioni politiche.
Laddove ciò che esiste in forma sociale fosse solo l'effetto di processi intenzionali - ipotesi di pura e delirante fantasia - resterebbe spazio alla sola psicologia come scienza dell'uomo ed al positivismo giuridico come sua disciplina.
Questa la vera deriva intrapresa dalla modernità occidentale.
Qui, ad avviso di chi scrive, il vero nodo da sciogliere di cui ancora non si tratta nell'ambito della questione maschile.
La quale era, è e rimane a tutti gli effetti essenzialmente una questione politica.
Continua: "Antimodernismo e questione maschile"
domenica 17 aprile 2011

Cortocircuiti

«Bravo Fini, comunque la si voglia pensare su di te - ed io non sono tra i tuoi fan più accaniti - riesci sempre a mandare in corto circuito le contraddizioni del nostro illusionistico, contorto mondo occidentale che riesce a ritenersi superiore anche mentre condanna il razzismo.»

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Se l’intenzione di Massimo Fini era quella di mandare in black out la coerenza e la credibilità di alcuni – ma, soprattutto, di alcune – tra coloro che si ritengono depositari(e) del verbo liberale, ebbene è riuscito pienamente nel suo intento.
Massimo Fini
Chi si inerpica sul totem della “libertà” come fosse un albero della cuccagna e poi pretende di imporre quell’ascesa al resto del mondo a suon di cannonate e calcioni nel sedere ha fatto, nella circostanza, la penosa e barbina figura che ben si merita chiunque straparla di “liberalismo” senza sapere neanche di cosa stia parlando.
«Imporre la libertà»!
Già che ci si soffermi a ragionare su un ossimoro di queste fenomenali proporzioni ci sarebbe da rotolarsi dalle risate e spernacchiare impietosamente chi se ne riempie la bocca; Massimo Fini assolve, normalmente, questa funzione di spernacchiatore pubblico della tragicomica, allucinata presunzione occidentale di fare della libertà un dogma (pure globale).
Stavolta a cadere nella trappola delle sue provocazioni è stato un pool di femmine rampanti che, non perdonando a Fini di mettere in discussione la “libertà della donna” misurata su quell’impositivo metro occidentale, hanno pensato bene di denunciarlo per reato d’opinione.
Proprio così, reato d’opinione invocato dalle alfiere (presunte, molto presunte) del liberalismo.
Ancora risate, benché ci sarebbe ben poco da ridere intorno a tanta pochezza intellettuale.
Il Mullah Omar
La pubblicazione della biografia sulla vita del Mullah Omar – afgano e talebano – è, infatti, solo il pretesto per la femminea levata di scudi.
Ecco uno stralcio del testo,integralmente leggibile a questo link, che giustificherebbe l’incriminazione per eresia del giornalista:
“Quando si arriva a dire che il burqa è «dignitoso», e che le «afghane non hanno rinunciato» ad indossarlo, quando si contrappone all’oppressione del fondamentalismo l’immagine libera delle donne occidentali, insultandole come quelle che «sculettano in tanga», non bastano neanche le scuse. Le scuse peraltro non arrivano, anzi domina un pericoloso autocompiacimento. A noi non piace la censura e amiamo la libertà d’espressione, ma ancor meno ci piace l’elogio del terrorismo e dell’oppressione della donna, tanto più in tempi così incerti e rischiosi. Perciò non ci tiriamo indietro, in difesa della dignità delle donne, dei nostri caduti, di un popolo intero e del ricordo di chi, per essersi ribellato, oggi non c’è più. Siamo certi che molti altri seguiranno la nostra iniziativa. Abbiamo dunque conferito incarico ai nostro legali di promuovere le pertinenti azioni giudiziarie, nei confronti dell’autore del libro Il Mullah Omar, Massimo Fini. Sarà promossa azione giudiziaria in sede civile e penale.”

A promuovere questa pulizia etnica del pensiero sono la giornalista Maria Giovanna Maglie, la deputata Souad Sbai ed altre donne impegnate nella promozione di sé stesse.
Dunque, ricapitoliamo: viva la libertà ma alle nostre condizioni e per chi non si adegua sono guai.
A nessuno è concesso dissentire dal dogma e che i suoi libri siano mandati al rogo.
Davvero la quintessenza del pensiero liberale.
Bravo Fini, comunque la si voglia pensare su di te - ed io non sono tra i tuoi fan più accaniti - riesci sempre a mandare in corto circuito le contraddizioni del nostro illusionistico, contorto mondo occidentale che riesce a ritenersi superiore anche mentre condanna il razzismo.
Figuriamoci.



Per chi volesse approfondire la querelle dei giorni scorsi, ecco alcuni link sulla questione:
Tutti pazzi per il Mullah Omar - Mughini
La risposta di Massimo Fini
Tu stai con i terroristi - Borgonovo
La seconda risposta di Massimo Fini
Non sono una talebana (??? n.d.r.) - Maglie
Continua: "Cortocircuiti"
mercoledì 15 dicembre 2010

Belle o intelligenti? La mignottocrazia - parte 1^

Può una donna bella essere anche intelligente?


Interrogativi di questo tipo sembravano superati ormai da tempo in nome del principio di uguaglianza tra i sessi e dopo le accalorate battaglie del femminismo sul tema della definizione sessuale e del suo rapporto con l’identità della persona.
Sappiamo comunque per certo che chiunque si avventurasse in un simile dubbio sarebbe sicuramente imputato di “maschilismo” e dichiarato incompatibile con la comunità dei “veri democratici”.
Il principio sembrava, infatti, chiaro e stabilito una volta per tutte; le società non sessiste (e non razziste) non possono ammettere pregiudizi fondati su caratteri esteriori, fonti di quel peccato originale della storia umana che passa sotto il nome di “discriminazione”.
La ben nota Naomi
Le persone non devono essere valutate per il colore della pelle, per il sesso, per come si vestono, per la fisiognomica o per altre caratteristiche esteriori ma, piuttosto, per ciò che sanno o che non sanno, per ciò che fanno o che non fanno; detta più in breve, per ciò che sono o dimostrano di saper essere.
Chi potrebbe mai mettere in discussione un principio di tanta evidente “giustezza”?
Chi potrebbe mai mettersi in difesa di un pregiudizio?
Chiunque pensi che non si devono valutare le persone per la propria etnia, età, sesso, condizione sociale, credo religioso o politico non potrà certo ammettere che una donna sia valutata per il suo aspetto.

Questione chiusa? Non proprio.


La civiltà dell’apparenza


I fatti e, più in generale, quelli della nostra cultura quotidiana e popolare ci dicono, in aperta contraddizione con quei sacrosanti principi attinenti al merito della persona, che la bellezza non è solo un valore particolarmente ricercato al giorno d’oggi ma che è particolarmente ricercato e coltivato proprio dalle donne, le quali ne fanno un motivo di impegno personale e, assai spesso, un vero e proprio scopo e uno stile di vita.
Non c’è davvero bisogno di scomodare statistiche sul consumo medio pro capite di servizi e beni estetici per affermare che il mondo femminile è il destinatario principale, se non spesso esclusivo, di questi beni e di questi servizi; e lo è su base del tutto volontaria e, anche, completamente voluttuaria. L'inverso, al maschile, non si riscontra né negli stessi termini né con proporzioni lontanamente paragonabili.
L’affermarsi del principio politico dell’uguaglianza, infatti, non ha modificato di una virgola i bisogni femminili in rapporto alla bellezza (il bisogno di sentirsi belle e desiderabili) che tali rimangono, mutatis mutandis, dalla notte dei tempi ad oggi; né ha modificato di una virgola i bisogni maschili derivanti dalla loro (nostra!) dipendenza psico-ormonale dalla bellezza femminile.
La velina Belen Rodriguez
Al contrario, la sfera della sessualità, a cui l’avvenenza femminile si rivolge per sistematica evocazione, non ha mai conosciuto sviluppi tanto debordanti, pervasivi e pronunciati come quelli del nostro mondo attuale; un fenomeno alimentato a getto continuo da un’offerta di bellezza e di sollecitazione erotica pressoché inesauribile e costante, fondata sull’apparenza, sul corpo e sull’immagine (appunto) esteriore che moltissime donne volontariamente – e, spesso, provocatoriamente - esibiscono, tanto nel mondo dello spettacolo quanto nella più banale vita quotidiana che a quel mondo finisce spesso per ispirarsi.
Come amplificatore ed acceleratore di questi comportamenti ci si è messa, infatti, anche l’industria cinematografica, televisiva e mediatica in generale; le reginette di bellezza sono una moda relativamente recente.
Secondo wikipedia, il concorso MissItalia nasce ufficialmente nel 1946 - tra le macerie della guerra – è preceduto solo dall’omologo MissAmerica del 1921 e sarà seguito, agli inizi degli anni cinquanta, dai concorsi estetici degli altri paesi occidentali, sino a raggiungere poi livelli planetari con i ben noti MissMondo e MissUniverso. Tutte selezioni di valore estetico femminile su base assolutamente volontaria; anzi, entusiastica.
Anche in questo caso non bisogna essere dei raffinati analisti per comprendere la stretta correlazione esistente tra sviluppo del mezzo cinematografico (prima) e televisivo (poi) con il valore sociale crescente dato all’immagine ed all’apparenza, sia dalla società in generale che, in modo molto più diretto e interessato, dal mondo femminile; la più bella del reame è semplicemente passata dal livello fiabesco a quello commerciale.
Ritornando alle nostre originali riflessioni, possiamo quindi dire che quel “pregiudizio” sul valore sociale della donna in base all’estetica che si voleva buttare dalla finestra è rientrato comodamente dalla porta, colà invitato dalle donne stesse le quali - a differenza di poche femministe illuse - non se ne sono mai volute privare.
Il desiderio narcisistico di piacere in senso esteriore sembra, insomma, un bisogno talmente connaturato alla natura femminile che nessun intervento politico di riforma e nessuna rivoluzione culturale sono stati in grado di cancellare; al contrario, dopo decenni di femminismo più o meno urlato i dati di realtà stanno lì a documentare che quel bisogno è avvertito più forte e stringente che mai, semmai, ampliato a dismisura rispetto ad un passato senza femminismo.
Tutto questo, però, ancora non ci dice se e per quale motivo una donna bella non possa essere anche una donna intelligente.
Ci dice, comunque, che pur non essendo incompatibili in astratto tra loro, alla bellezza e all’intelligenza femminile si dovrebbe dare un valore relativo al contesto sociale in cui sono espresse; nessuno si aspetta da un dirigente politico come la Binetti che sia bella, pur potendolo essere, nessuno si aspetta da una velina come la Belen che sia anche intelligente, pur potendolo essere.

La mignottocrazia

Tralasciamo per qualche momento i nostri ragionamenti sul piano generale e collochiamo il nostro argomento in una sede più specifica.

La ministra delle pari opportunità
Mara Carfagna
A complicare le cose, piuttosto che mettere dei punti fermi sulla questione, ci ha pensato una parte tutt’altro che trascurabile dell‘intelligentsia nostrana se è vero, com’è vero, che sulla vexata quaestio dell’antinomia bella/intelligente continuano ad accapigliarsi, nonostante tutto, meningi collaudate come quelle di Vittorio Sgarbi - dalle pagine del Giornale – e, nientepopòdimenoche', Massimo Fini in singolar tenzone con Paolo Guzzanti, dalle colonne del Fatto quotidiano.
Come si vede, la faccenda ha una sua trasversalità non comune ed occupa l’attenzione di intellettuali di un certo rango, non circoli di camionisti o negozi di barbiere.
L’origine del contendere non riguarda solo l’imprevedibile arrivo in sede governativa di una ex velina come la Carfagna (intorno a cui si accapigliano Fini e Guzzanti) ma pare abbia investito anche altre due veline ancora in servizio attivo – Canalis e Belen – apparse in alcune vignette satiriche di un certo Disegni (nomen omen) disegnate senza la testa, come a rappresentare che il loro successo sarebbe dovuto esclusivamente a tutto ciò che sta sotto al collo e non ad altre e più artistiche ragioni rintracciabili in sede cerebrale.
Le veline
"Essere belle non è una colpa" - ammonisce Sgarbi contro Disegni.
"La mignottocrazia - dice invece Guzzanti da diverso tempo e più recentemente con un libro ad hoc - è un sistema politico fondato sul sex appeal.....un sistema di selezione delle classi dirigenti".
Fini in realtà non ha un'opinione particolarmente qualificata in materia, limitandosi ad anteporre la moralità, la coerenza e la genuinità della Carfagna a quelle dello stesso Guzzanti.
Nessuno di loro - tranne tale Disegni - si sbilancia, insomma, sul tema di merito; il fatto che essere belle non è una colpa nulla ci dice intorno alla compatibilità tra bellezza e intelligenza, tant'è vero che Sgarbi per documentare come data questa possibilità è costretto ad elencare una serie di attrici il cui merito sarebbe, appunto, quello di avere avuto "l'intelligenza di saper sfruttare la propria bellezza".
Attrici, non scienziate; furbizia, magari, non intelligenza.
Anche il mondo intellettuale, insomma, sembra essersi accorto, in qualche modo ancora fumoso, che la bellezza, l'avvenenza, il sex appeal - o, comunque si voglia chiamare quell'attitudine tutta femminile al richiamo sessuale - può essere utilizzata strumentalmente per finalità diverse da quelle della sessualità fine a sé stessa.
Anche se la conclusione sembra essere un pò tardiva, tuttavia c'è chi comincia a farsene un problema.
Il punto è che ancora nessuno di questi illuminati contendenti arriva a definire la questione con la terminologia appropriata alla bisogna; raschiando il fondo logico del problema, infatti, non si può sfuggire alla conclusione che la bellezza, l'avvenenza, il sex appeal - o, comunque si voglia chiamare quell'attitudine tutta femminile al richiamo sessuale - è un potere, niente di più e niente di meno che un potere, laddove con il termine "potere" deve intendersi la possibilità di influenzare e dirigere gli altrui comportamenti per finalità scelte da chi esercita questa possibilità.
Può sembrare una banalità ma le implicazioni sociali e comportamentali - oltre che quelle storiografiche - sono tutt'altro che scontate.
[continua]
Continua: "Belle o intelligenti? La mignottocrazia - parte 1^"
martedì 30 marzo 2010

Il vergognoso accanimento

La cronaca quotidiana si rivela una vera e propria miniera di spunti di riflessione intorno alla questione maschile, con una sconfessione sempre più netta, pronunciata e quotidiana della visione dogmatica che vorrebbe suddividere pregiudizialmente la realtà umana nelle due categorie contrapposte dei 'maschi' oppressori e delle donne vittimizzate.
Il primo spunto di questi ultimi giorni lo troviamo su "L'AnteFatto- Il Cannocchiale", blog del "Fatto Quotidiano" - nuova testata giornalistica, resa nota anche dal reclutamento di Travaglio in quella redazione - nel quale viene riportato un articolo di Massimo Fini apparso il 27 marzo su quel giornale, dal titolo e dai contenuti decisamente controcorrente: "Donne, guaio senza soluzione".
I toni dell'articolo sembrano riprendere - naturalmente, in modo del tutto casuale - il filo di alcuni commenti apparsi anche in questa sede, soprattutto nella parte in cui viene evocato il tema dell'enorme 'potere sessuale' che il sesso presuntamente debole esercita nella piena ed incondizionata legittimazione sociale, contrapposto alla condizione di impotenza comportamentale nella stessa sfera, in cui è stato costretto il sesso presuntamente forte dalle delimitazioni giuridiche e culturali dominanti.
Tra l'altro si legge, infatti, questa descrizione che Fini offre dei comportamenti femminili più diffusi:
.....Non fan che provocare, sculando in bikini, in tanga, in mini (“si vede tutto e di più” cantano gli 883), ma se in ufficio le fai un’innocente carezza sui capelli è già molestia sessuale, se dopo che ti ha dato il suo cellulare la chiami due volte è già stalking, se in strada, vedendola passare con aria imperiale, le fai un fischio, cosa di cui dovrebbero essere solo contente e che rimpiangeranno quando non accadrà più siamo già ai limiti dello stupro. Basta. Meglio soddisfarsi da soli dietro una siepe.
Ma Fini va oltre questa specifica descrizione dell'odierno rapporto (confronto?) tra i sessi sul piano 'personale', arrivando a qualificare la c.d. altra metà del cielo come una "razza nemica" per il mondo maschile.
Rinviando ai contenuti dell'articolo per comprendere al meglio cosa volesse intendere Fini con questa espressione, possiamo rinvenirne le tracce concrete - seppure occasionali - oltre ai numerosi casi già sinora riportati nel blog, anche, ad esempio, nella notizia apparsa quest'oggi sul Corriere (edizione del Veneto).
Basta spulciare un attimo e le conferme arrivano sempre.
Si tratta di un ex marito - denunciato dalla ex moglie per il mancato pagamento degli alimenti al figlio - che, in sede di giudizio, ha scoperto di non esserne il vero padre in quanto sterile.
Non contenta di averlo ingannato e, per di più, tradito con suo fratello, l'incredibile comportamento da "razza nemica" della tizia si è protratto sin nelle aule giudiziarie, dove la donna aveva trascinato l'uomo per vederlo condannato dalla giustizia penale; fallendo nel tentativo, comunque, forse proprio a causa di un eccesso di violenza subdola ed amorale.
Nell’udienza conclusiva il pm ha sottolineato, tra l’altro, «il vergognoso accanimento» della 40enne nei riguardi dell’ex marito.
La relazione tra quest'ultima notizia, una delle tante in materia, con le tesi sostenute da Massimo Fini nel suo articolo non potrà non apparire con una certa chiarezza.
Sembra non averla colta, invece, il settimanale "Panorama" che dalle sue colonne rilancia, piuttosto, l'insolito e contraddittorio tema della misoginia di sinistra, manifestando una distanza dalle problematiche della questione maschile giocata tutta, almeno in questa circostanza, sulla strumentalizzazione politica dei contenuti e degli attori mediatici.
Continua: "Il vergognoso accanimento"
martedì 23 marzo 2010

Tracce di questione maschile

Per quanto piccolo, l'evento è di quelli che meritano una segnalazione, se non altro a causa del desolante silenzio mediatico, intellettuale e politico che vige intorno alla condizione maschile contemporanea.
Per quanto se ne può sapere, infatti, è una delle prime volte (se non la prima in assoluto) che nel mondo ufficiale dell'informazione - ed, in particolare, di quella propriamente politica - si parla apertamente, senza indugi e da una tribuna pubblica della "questione maschile" come tematica sociale tutt'altro che secondaria.

E' avvenuto, lo scorso 18 marzo, sul webmagazine politico Libertiamo.it  - pubblicazione on-line che esprime il "think tank" del gruppo politico militante facente capo all'On. le B. Della Vedova - con un articolo redatto da Marco Faraci il quale, come recita il suo profilo pubblico, è tra le altre cose, "...saggista ed opinionista liberista, ha collaborato con giornali e riviste e curato libri sul pensiero politico liberale".

Continua: "Tracce di questione maschile"