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martedì 15 febbraio 2011

Prostitute, venerabili, zerbini e “femmine alfa”

Leggere gli avvenimenti sociali e politici degli ultimi tempi attraverso una stampa non completamente omologata al pensiero unico progressista consente di osservare una trasformazione in atto già da qualche tempo.
Femmine alfa
Si tratta di un mutamento di prospettiva per il quale va maturando gradualmente nel sentire di molti la convinzione che non è sempre “giusto” – anzi, a volte non lo è affatto - quel principio radicatosi nella coscienza collettiva dal sessantotto in avanti, secondo il quale il mondo si divide pregiudizialmente in buoni e cattivi in funzione del sesso, della posizione sociale e del potere politico e/o economico posseduto da singoli e gruppi.
Allo stesso modo vanno man mano perdendo consistenza i corollari di quel principio che prevedono che la sola informazione, le sole opinioni, persino la sola satira “corrette” ed ammissibili, sarebbero quelle di sinistra; che il solo giornalismo “serio ed attendibile” sarebbe quello di sinistra; che la sola filmografia di livello sarebbe quella “impegnata” a sinistra; che l’unica salvezza dall’anomia e dall’imbarbarimento sociale starebbe nel “paternalismo di Stato” di sinistra; che la sola politica “morale”, quindi degna di pubblica militanza, sarebbe quella orientata a ribaltare i rapporti di potere per condurre deboli e marginalizzati ai vertici della società; insomma ancora e solo quella di sinistra.
Questo insieme di convincimenti a metà strada tra l’etica e la politica va mostrando crepe sempre più ampie e si tratta di crepe nell’edificio della cultura e delle filosofie politiche di fondo che hanno dominato la scena intellettuale degli ultimi quarant’anni.

Proprio da queste crepe politiche sembrano uscite le manifestazioni delle donne di domenica scorsa, di cui abbiamo anticipato i temi nell’articolo precedente, traendone, alla prova dei fatti, le più nitide e chiare conferme.
Che le contraddizioni ci fossero ancora prima dello svolgimento lo documentano gli innumerevoli distinguo, ma e però che hanno preceduto le piazzate e non solo dal fronte berlusconiano.
E’ stato, però, con il farsi effettivo della protesta che tutti i dubbi preventivi hanno mostrato la loro attualità, mettendo scandalosamente a nudo (è proprio il caso di dire) le incongruenze, i vittimismi, i moralismi strumentali e le giustificazioni di comodo che hanno accompagnato un’idea di “dignità femminile” messa a dura prova da altre donne; da quelle protagoniste “libere ed emancipate” degli scandali sessuali contro i quali si intendeva, non si sa bene in che modo, in che senso e con quali valutazioni di merito specifico, protestare.
Se, come ebbe modo di dichiarare Veronica Lario, ci sarebbero delle «vergini che si offrono in pasto al drago» nessuno è riuscito a capire di quali vergini parlasse – dato che di vergini in circolazione non se ne vede davvero traccia - e, soprattutto, a quale verginità morale femminile che non sia stata sconfessata, nei modi peggiori, dalle intercettazioni telefoniche e dai bonifici bancari.
No comment
Così come non si è capito cosa stessero a fare nella manifestazione, a quale titolo, con quale condivisione e con quali aspettative gli ombrellini rossi delle prostitute organizzate accanto alle mogli frustrate, Concita De Gregorio accanto alle suore agostiniane, Susanna Camusso troneggiante sul palco e quei poveri zerbini maschi con il tutto rosa.

Perché, poi, la manifestazione è riuscita nel miracolo logico più improbabile: quello di mantenere “il corpo delle donne” in bilico tra la redditività da capitale delle più spregiudicate e le pretese di venerazione mistica delle più fanatizzate.
E’ questo il risultato più rilevante della manifestazione che segna un passaggio epocale; cioè, l'equilibrismo di sempre tra prostituzione e neomoralismo femminista.
Nel mezzo - secondo l’abitualmente pessima M.L. Rodotà, figlia di cotanto padre – tra imprenditrici di sé stesse e predicatrici apologetiche di sé stesse, si sarebbero scorte persino le “femmine alfa”, riconoscibili dal fatto che dicono parolacce, imprecano, forse sputano e bestemmiano anche, ma in nome del progresso; quelle toste, insomma, mica fronzoli, tacchi alti e trucco come le donne di tutti i giorni.
E’ l’Italia diversa, è l’Italia migliore, è l’Italia delle donne alfa che, a giorni alterni, combatte per le povere vittime dell’Olgettina o forse contro; ancora non è chiaro ma di sicuro combatte solo per sé stessa, nel modo più autoreferenziale che sia immaginabile.
Vorrebbe essere l’Italia del futuro in rosa che, però, ancora non si decide tra santa e puttana.

Ad ogni modo un riconoscimento Berlusconi lo merita senz’altro; quello di essere riuscito a condensare, contro sé stesso, un caravanserraglio dalla composizione tanto scombinata e illogica facendo saltare fuori tutte le contraddizioni delle buone contro i cattivi che ci trasciniamo dagli anni settanta.
Se questo non è un risultato…..

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martedì 18 maggio 2010

Mentalità uterina

Secondo la vulgata dominante l'espressione "mentalità uterina" è attribuita a G. Casanova, mentre - secondo altre letture - sarebbe da ascriversi, più esattamente, alle teorie di certo Petronio Zecchini, anatomista del tardo settecento il quale, con il suo concetto di "utero pensante", assegnava a quest'organo una tale influenza sulla psiche femminile da condizionarne emotività e comportamenti, rendendo le donne inadatte agli studi.


Secondo una lettura più attuale - non priva di riscontri concreti - con mentalità uterina potrebbe darsi quella certa tendenza femminile a valutare circostanze, situazioni e uomini in funzione delle proprie aspettative sentimental/romantico/erotiche, prescindendo da ogni altra valutazione di merito generale.
Qualunque sia il busillibus della questione, insomma, la mentalità uterina starebbe alla donna più o meno come la mentalità fallocratica starebbe all'uomo; tanto per capirsi, la prima cosa che viene in mente all'atto pratico è "vediamo se fa per me e che ci posso fare".
Sicché, certi conti tornerebbero nella loro quieta normalità, nonostante le molteplici e corposissime differenze di scopi e di mentalità.
Ma non per la raggelante Maria Laura Rodotà, penna infuocata del Corriere in servizio permanente effettivo femminista e gran mogol della misandria militante ss (senza sosta).
Sì, proprio lei che, orsono pochi giorni, gongolava soddisfatta per il tramonto del maschio bianco nell'America di Barack; "....perché Obama è cresciuto con donne forti e autonome (mamma, moglie, anche nonna)" ed, allora, ha ridotto a nove (9) su 22 membri del Cabinet presidenziale i famigerati "maschi bianchi" che, poveretti loro, sono scesi al 49% pure tra i 366 nominati nell'esecutivo presidenziale.
Una vera goduria di cadute maschili.


E' sempre lei che denunciava la disperata emergenza estetica nell'Italia maschilista - allarme, massima attenzione, altro che emergenza democratica; parole sue - a causa della quale la tirannia del CUN (canone unico nazionale) di gioventù e bellezza si aggira in modo spettrale per l'Italia, imponendo alle povere donne italiote penosissime sessioni dall'estetista, insormontabili costi di maquillage e profumi, nonché l'odioso, massacrante impegno di tempo e fatiche nello shopping, alla disperante ricerca del vestito, della scarpina e della lingerie appropriata.
Tutto perché Rosy Bindi è stata descritta, da qualcuno, più bella che intelligente, mica per altro...
Vabbé, ormai ci si è abituati a vivere con gli allarmismi vittimistici e con la misandria della Rodotà, come ci si abitua a tutto nella vita; anche a vivere con un fischio nelle orecchie o alla goccia del lavandino.
Si potrà capire, allora, il mio sbalordimento quando ho letto - tra un fischietto e l'altro - l'articolo della gran mogol Rodotà sullo Special One; quello che ha vinto lo scudetto.
Chissà perché l'amazzone si trovava nelle pagine sportive del Corriere; forse glielo ha chiesto il direttore per appassionare lettrici distratte da altri interessi, forse le è punto vaghezza di addentrarsi negli ambiti maschili per fare ancora stragi di "maschi bianchi" o chissà cos'altro.
Sta di fatto che l'informazione è il suo mestiere: ci ha reso noto che Mourinho ha "il fascino dell'uomo che divide".
Non si scherza. Mica ha vinto lo scudetto, ha fatto discutere commentatori e giudici sportivi o sta per andarsene al Real; quelle sono questioni secondarie, soprattutto sulle pagine sportive.
Ciò che interessa è sapere se alle femmine italiche "piace Jose Mourinho" e scopriamo che lo stivale rosa è spaccato letteralmente in due fazioni: "Forse perché da noi i maschi di riferimento sono anziani maggiorenti e truzzi tatuati. E il metrosexual vittorioso di respiro europeo, con gli occhi scuri e torvi e la sciarpa a cappio diventa una cartina di tornasole di inclinazioni e frustrazioni femminili. E allora. Mou «è narcisista, e degli uomini narcisisti ne ho piene le scatole». Però «è arrogante, ma si capisce che in fondo è un romanticone»"
Sembrava di essere dal parrucchiere....

Ci ripenso un attimo e mi chiedo cosa avrebbe da dire, nella circostanza, tale Petronio Zecchini, anatomista del tardo settecento, con le sue strampalate teorie sulla mentalità uterina.
Poi lascio perdere, perché come diceva Massimiliano Parente sul Giornale di domenica, reportando dalla Fiera del Libro di Torino: "...qui abbiamo ben altri problemi, siamo già alle prese con le donne italiane: se dici a una che è bella, offendi sia le brutte sia le belle, le prime per esserti appellato a una gerarchia estetica le seconde perché sottintendi che non abbiano un cervello".
 
Continua: "Mentalità uterina"